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Il sapore amaro del primo bacio

Questa mattina ho comprato On Chesil Beach quasi controvoglia. Perché ho sul comodino una ventina di libri che mi aspettano da parecchie settimane; perché Saturday mi ha riempito di angoscia; perché va bene leggere in inglese, ma così va a finire che non leggo più niente in italiano, e non va bene.

Questo pomeriggio, arrivata a circa trenta pagine dalla fine, ho dovuto farmi forza per strapparmelo dalle mani: perché non volevo smettere di assaporare il piacere amaro dei ricordi che faceva riaffiorare ma, d’altra parte, neppure volevo che quel piacere sottilmente lesivo si esaurisse troppo in fretta. Poi stasera, dopo cena, non ce l’ho più fatta a trattenermi, e l’ho finito.

Non ho assolutamente in mente di “recensire” Mc Ewan – né ho intenzione di addentrarmi nei dettagli della trama; già dalle primissime righe, tuttavia, emerge il fil rouge del romanzo:

Erano giovani, avevano studiato ed erano entrambi vergini, nella loro prima notte di nozze, e vivevano in un’epoca in cui una conversazione sulle difficoltà relative al sesso era semplicemente impossibile. Facile, d’altronde, non lo è mai.

[NdR La traduzione è mia, è una interpretazione più che una traduzione, “tradurre è tradire” eccetera; sono comunque sicura che, se non volete leggerlo in inglese, Susanna Basso abbia fatto un ottimo lavoro :)]

E comunque. Quando avevo circa tredici anni ho scritto un racconto – molto apprezzato da Candi e Peggy, all’epoca le mie lettrici più entusiaste nonché le uniche – sull’esperienza del primo bacio. Esperienza, per inciso, che ancora non avevo provato. Il racconto si concludeva con la frase che ho usato come titolo del post, il che dovrebbe far intuire come, pur non avendo ricevuto un’educazione cattolica, non riponessi nell’esperienza speranze particolarmente rosee. Colpa di tutti i romanzi vittoriani divorati prima dei dodici anni, forse. O forse no – ma ci ritornerò più avanti.

Ero in quarta ginnasio, tuttavia, ed ero quasi l’unica, nella classe, a non aver ancora baciato nessuno. E se da un lato mi giustificava il fatto di avere genitori convinti che mandarmi alle elementari a cinque anni fosse stata una scelta opportuna, dall’altro le uniche ragazze nella mia situazione (a parte un paio di eccezioni) erano… come dire… ma sì, sarò esplicita: delle sfigate – ai tempi si usava questo termine, ora non saprei 😉 – o come tale erano percepite, al di là di baci che, per quanto ne so, potevano aver dato e ricevuto a destra e a manca all’insaputa di tutti [una di queste, in particolare, si rivelò essere una purittana calzata e vestita, soprattutto per quanto riguardava il provarci con il mio fidanzato].

All’epoca, lo confesso, in matematica ero un vero disastro, né ancora mi ero avvicinata alla logica grazie a un illuminato professore di filosofia; ciò nonostante, sui sillogismi a tema sentimentale avevo le idee ben chiare:

a. quelle che non han mai baciato nessuno sono le più sfigate della mia classe;

b. io non ho mai baciato nessuno;

ergo: io sono una sfigata.

Argh. Gulp. Gasp. Sob. [Poi ne sono uscita egregiamente, un po’ ammaccata e senza grandi ricordi, ma sono riuscita perlomeno a non essere l’unica sfigata della classe a non avere ancora baciato nessuno. Grande conquista, vero?]

Non so come sia, per gli uomini. Né a dire il vero posso affermare di sapere come sia per le donne, a parte quel microcosmo femminile costituito da me, le mie compagne di allora e le mie amiche di sempre. Nella mia esperienza, tra donne se ne parla molto, anzi moltissimo – di sesso, intendo. E a quattordici anni, nel mio ambiente di liceo prestigioso nel centro città, tutto il sesso a cui potevi pensare era lì, in un bacio – o al limite qualche… come si diceva? pomiciata? palpatina? non ricordo, comunque il concetto è chiaro a tutti, credo. E se ne parlava davvero molto.

Parlarne prima che sia successo, tuttavia, non serve ad altro che ad alimentare le aspettative e ingigantire le paure. E a farti sentire una sfigata.

Tremendo, anche perché il primo bacio è soltanto l’inizio: non è che la prima di innumerevoli prime volte nei rapporti fisici con l’altro sesso (o lo stesso sesso, per alcuni. Insomma, i rapporti fisici con le persone che ci piacciono può andare bene??). Se non lo fai, sei una sfigata. Quando lo fai ti senti, per un motivo o per l’altro, del tutto inadeguata – ed è perfettamente “normale”, all’inizio. Nei ricordi di dieci, quindici anni dopo è anzi proprio quell’impaccio, quell’inadeguatezza di entrambi a farti traboccare il cuore di tenerezza.

Però una conversazione sulle difficoltà relative al sesso non è mai facile – soprattutto quando l’interlocutore è la persona con cui dovresti “fare” e non “parlare”. E’ importante, fondamentale, basilare nella costruzione di un rapporto, eccetera eccetera eccetera. Può essere anche molto bello e arricchente e addirittura eccitante, in alcuni casi. Però non è, mai, facile.

Secondo me gran parte della colpa si può fare cadere sui corsi di educazione sessuale che ci furono impartiti in terza media. Con il “ci” intendo: noi che abbiamo fatto le scuole medie in Italia tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Porterò tre testimonianze di vita vissuta:

Scuola media in un convitto di preti gesuiti: sequela di immagini degne di un congresso di ginecologia, accompagnate da discorsi di natura medica in un ambiente talmente asettico che nessuno osava pronunciare una parola. E per far sì che seicento tredicenni maschi se ne stiano in silenzio davanti a una donna nuda… insomma, ci siamo capiti.

Scuola media in un convitto di suore: il sesso non si fa. Quindi non c’è alcun bisogno di parlarne. All’obiezione: “E dopo il matrimonio?”, una risposta chiara e concisa: ne parlerete a tempo debito con il vostro confessore o durante il corso prematrimoniale. Ecco tutto.

Scuola media laica: diapositive con la storia fotografica di un ragazzo e una ragazza (un po’ stile fotoromanzo, ma a tinte beige e marroncine) e un commento a latere da parte di una psicologa del tutto insignificante. La storia è questa. Da bambini i due protagonisti giocano con amici dello stesso sesso e non si degnano di uno sguardo; da adolescenti si guardano e, al limite, camminano mano nella mano in strade particolarmente affollate; da adulti giacciono nello stesso letto (sempre a tinte beige e marroncine) coperti da una specie di lenzuolino triste e probabilmente bucherellato e con entrambe le braccia rigorosamente allo scoperto. Il letto, per inciso, era sormontato da un bel crocifisso. E le mani di entrambi i ragazzi, sempre per inciso, erano caratterizzate dalla presenza di anelli d’oro proprio sull’anulare.

No comment, almeno da parte mia. Per i commenti, sotto a chi tocca…

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