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Appuntamento al (semi)buio

In questo preciso istante ho appena finito di mangiare e, mentre aspetto di aver voglia di lavare i piatti, ascolto musica in una casa con data di scadenza a meno di cinque settimane.

E sto bene. Sto bene perché la mia relazione con questa casa era piena di alti e bassi; a volte, addirittura, ho pensato che scegliere un’abitazione in cui ci fosse posto soltanto per un letto a una piazza e che questo letto potesse essere sistemato unicamente sotto un tetto tanto spiovente da non poter essere utilizzato come divano se non da un bambino di cinque anni… Insomma, qualcosa doveva pur significare.

Mi chiedo se forse non sarebbe bello poter dare lo sfratto anche in ambito relazionale: “ehi, con te sto bene ma ormai è finita, godiamoci ancora un paio di mesi insieme ma da fine febbraio non se ne parla più. E dal momento che sono io a lasciarti, mi impegno in questo periodo di otto settimane a trovarti una nuova fidanzata che sia di tuo totale gradimento.”

Proprio bello no, probabilmente; però consentirebbe forse di vivere meglio gli ultimi giorni trascorsi insieme e sarebbe “corretto” nei confronti dell’altro – non ci sarò più io al tuo fianco, però ti garantisco che non resterai solo. Poco romantico, forse; ma  l’ho scritto perché devo, non perché davvero, in questo momento, lo senta come una cosa importante – il romanticismo, intendo. Ammesso e non affatto concesso che ancora io sappia cosa significa, a livello di cuore e di pancia, tutto quello che il termine romanticismo sottende.

E comunque. Questa sera ho una specie di appuntamento al buio con un amico di un amico. Non credo di aver mai avuto un appuntamento al buio in tutta la mia vita, ora che ci penso con un po’ di attenzione. Il buio, in questo caso, dovrebbe essere rischiarato dalle luci dello schermo del cinema – oltre che, fuor di metafora, dal fatto che la contemporaneità permette l’uso di strumenti come le email e le chat per scalfire grossolanamente la superficie e la superficialità, talvolta.

Perché mi rendo conto che, così come da adolescente preferivo scrivere lettere e bigliettini su brandelli di quaderni ad amici e amanti, a trent’anni non mi dispiace affatto usare le dita come filtro per comunicare a distanza. Non ne vado fiera, ma neppure me ne vergogno; probabilmente troverei più strano uscire con qualcuno che ho incontrato in un locale e con cui non ho scambiato più di qualche parola resa inintelligibile da una musica che, invece di essere di sottofondo, era l’indiscussa quanto irrespingibile protagonista della peraltro zoppicante nostra parvenza di conversazione.

Di questo ragazzo mi ha colpito l’ironia, in assenza della quale mi sarei sicuramente limitata a una conversazione su temi lavorativi, così come in partenza avrebbe dovuto essere. E invece, quando mi si risponde con battute che avrei voluto essere stata io a fare, l’interesse nasce spontaneo e, a seguire, la curiosità mi porta a perseverare; mi chiedo perché, soprattutto stante il fatto che non è certo l’ironia al confine col sarcasmo la caratteristica che, del mio modo di fare con le persone, mi piace di più.

Un appuntamento al semibuio, quindi. Che significa incontrarsi con qualcuno con cui ho scambiato idee e opinioni per un periodo più o meno lungo ma che non ho mai visto in carne e ossa; cosa che, sul lavoro, mi capita d’altronde piuttosto frequentemente. Niente di particolarmente strano, allora – o sì? Insomma: non si tratta neppure di un appuntamento galante, o almeno non credo. E mentre lo scrivo mi viene il sospetto che, negli ultimi due o tre anni, questa mia incertezza sul fatto che incontri con persone dell’altro sesso siano galanti o meno si presenti con una frequenza ai limiti del preoccupante: sono questi uomini a essere poco chiari, sono io ad aver bisogno di etichettare ogni cosa, sono le circostanze esterne a essere cambiate provocando una rivoluzione nei costumi?

Chissà. Anche se, lo confesso, mi piacerebbe sentire pronunciare una frase semplice eppure inequivocabile tipo “mi farebbe piacere vederti, qualche volta; sei libera il giorno tale?”

Ma forse non si usa più.

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Home sweet home

Casa non è un luogo – è una persona. O anche, in alcune fasi della vita, possono essere due persone, o tre, o quattro, o n.

Tornare a casa, oggi, per me significa tornare a essere sola con me stessa. Quindi non dovrebbe contare molto, il luogo fisico in cui la mia solitudine è racchiusa.

Invece, dopo soltanto un giorno, già mi ritrovo a essere dannatamente affaticata dalla ricerca di questo luogo: una “mansarda bellissima” che, come potevo intuire dal prezzo, era una stanza ingentilita soltanto dai mobili dell’attuale inquilina a metà strada tra la topaia e la soffitta resa decente dall’assenza di (evidenti) buchi nel pavimento di linoleum. Un’altra mansarda, poi, avrebbe avuto una splendida vista, se non fosse che stanno costruendole davanti un palazzo di otto piani; e comunque, dato che la metratura del “piccolo attico” era pari a quella della scrivania su cui sto lavorando, non credo proprio sarebbe stata la scelta giusta.

E per la prossima settimana – dal momento che, in questi giorni frenetici, ho una trasferta di lavoro – c’è in previsione un’ennesima mansarda, questa volta di 80 metri quadri ma… divisa in due: zona giorno a destra e, dall’altro lato del pianerottolo (condiviso con altri appartamenti), la zona notte. Tipo che se alle tre del mattino mi venisse un attacco di fame, per andare in cucina dovrei premunirmi di, che so, una bella vestaglia in pile rosa. Magari però i vicini potrebbero anche “meritare” l’acquisto, per l’occasione, di un kimono di seta, chi può saperlo; meglio che la vada comunque a vedere, questa casa spezzata.

Ora. Non è che io sia in mezzo a una strada. Continuo a vivere nella stessa città in cui abitano i miei genitori, i quali sono comunque stati preventivamente avvisati del fatto che potrebbe essere necessario, in extremis, liberare da libri e vestiti la mia vecchia stanza da letto per riaccogliermi sotto il loro tetto. Eppure, nonostante sia consapevole del fatto che, soprattutto nella mia situazione di donna-dallo-stipendio-ridotto, non sarebbe poi un’idea così stupida quella di evitare di pagare un affitto se non altro per una manciata di mesi, l’idea di dover rifare al contrario quel trasloco che, due anni fa, fu per me un gesto così liberatorio e maturo e simbolico… Mi si stringe un po’ il cuore – e il mio cuore è già abbastanza ristretto, in questi tempi, da nutrire una forte paura che un ulteriore lavaggio in acqua bollente rischierebbe di causare danni irreversibili.

Casa è una persona: e ritornare a vivere con i miei genitori, lo so, comporterebbe rinunciare alla mia solitudine, che a volte non è una cosa facile da sopportare, ma al contempo dichiarare a me stessa che la mia famiglia è, oggi come allora, ancora e sempre quella d’origine. Come se non fossi stata in grado, in ventiquattro mesi, di crearmene una mia.

E non è che far parte di un nucleo monofamigliare (iome) corrisponda alle aspettative di quando decidetti, contro l’immaginario ma non per questo meno concreto parere del mio consulente finanziario di fiducia, di sacrificare metà del mio stipendio per 35 metri quadri al quinto piano senza ascensore. Pur tuttavia, era comunque un passo avanti rispetto all’essere figlia, figlia e soltanto figlia. Che è una cosa bellissima e preziosa e commovente, ma a quasi trentun anni vorrei potermi guardare allo specchio e vedere una donna, prima di tutto.

Ho ancora più di un mese di tempo, eppure. E in un mese chissà quante cose possono ancora succedere. Cose positive, si spera. Non per piangermi addosso, per carità, ma potrebbe anche essere ora di una piccola rivincita su alcune lillipuziane malignità del caso, no?

L’epoca dell’azione

E’ così: questo è un periodo di crisi. Da quasi un mese, ormai, non riesco a scrivere due parole di fila – e la mia assenza da qui si inserisce in un contesto molto più ampio in cui:

– il mio lavoro, di cui ero innamorata, mi ha tradito non tanto perché sono stata costretta ad accettare una consistente riduzione dello stipendio, ma in quanto mi ha aggrovigliata in una rete fatta soltanto più di routine e negazione della creatività;

– il ragazzo con cui sono uscita nelle ultime settimane del dannato 2008, per usare le efficaci parole della fidanzata di Andrea (beati loro che si sono trovati e, per di più, si sono ritrovati dopo notevoli avversità!), “si è cagato sotto” nel momento in cui, tra Natale e Capodanno, ho messo le carte in tavola. E anni fa – molti anni fa, ma certe  cose con il tempo non perdono il loro valore – lui mi aveva amata come avevo il terrore di essere a vent’anni perché ero troppo giovane per quel tipo di rapporto. Con questo, non è che mi aspettassi che, dieci anni dopo, ancora avesse le mie fotografie sul comodino – sarebbe stato un pazzo, in quel caso! – ma confesso che, del tutto ingenuamente, pensavo che chi a vent’anni aveva quel coraggio di esprimersi, dieci anni dopo potesse soltanto essere migliorato, e non divenuto una facile preda del terrore della rinuncia alla propria presunta indipendenza.  E invece, si è arroccato dietro alla presunta presunzione di aver capito cosa io avrei voluto che lui provasse per me e ha usato questa scusa per comunicarmi che non era all’altezza delle mie aspettative. Quindi: andiamo oltre;

– ieri sera ho ricevuto una piacevole telefonata da parte del mio padrone di casa, che mi ha gentilmente sfrattata. Questo significa che ho meno di due mesi di tempo per trovare una casa il cui affitto sia compatibile con la riduzione del mio stipendio. Forse dovrei orientarmi su un posto auto;

– non dovrei scriverlo per scaramanzia, eppure al momento godo di ottima salute. Quindi, almeno una su quattro va tutto sommato abbastanza bene. Non faccio i salti di gioia soltanto perché, dato il periodo, non vorrei sollecitare troppo i legamenti delle mie caviglie già malandate.

Facendo il punto della situazione, e rileggendo i buoni propositi scritti alla fine del 2007… Passi in avanti non è che ne siano stati fatti, almeno in superficie. Tuttavia, ho una strana spinta verso l’ottimismo.

Perché, come scrivevo ieri nei commenti al post precedente, se non altro adesso i problemi dipendono da me; dipendono da azioni concrete che io posso fare. Non è più l’attesa di un referto medico, non è più la paura di confrontarsi con un’alterità misconosciuta; né il susseguirsi di infruttuosi tentativi di scalfire armature dall’interno, senza che alcun’arma stia tentando di perforarle.

Eccco iniziata, finalmente, l’epoca dell’azione.

Il tempo del corteggiamento

Mia nonna conobbe mio nonno quando aveva 14 anni e lui, diciottenne, frequentava il locale in cui faceva la cassiera. Si sposarono sei anni dopo e restarono insieme per tutta la vita (di lui, perlomeno). Non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia nonna quando esattamente si diedero il primo bacio, ma sono sicura che succedette all’incirca un anno prima del matrimonio, quando ebbe cioè inizio il fidanzamento ufficiale con tanto di anello.

Quando parlo con la gente del fatto che, in circa quaranta giorni, sono riuscita a strappare, a quest’uomo a cui mi ostino a non assegnare un nome, qualche lunga telefonata e tre appuntamenti, la suddetta gente mi guarda di traverso, scuote il capo distogliendo lo sguardo e assume poi un’espressione di circostanza. Dove la circostanza è lampante: “Povera scema: ecco che senza neanche rendersene conto si è calata nel ruolo dell’amica che si ritroverà a essere la spalla a cui appoggiarsi non appena lui troverà qualcuna che saprà calarsi nel ruolo di donna-che-si-fa-desiderare-com’è-giusto-che-sia; o anche, a seconda dei casi, ecco che si ritroverà a non essere più nulla non appena lui troverà qualcuno con cui farà qualcosa d’altro rispetto a parlare, parlare e parlare.”

I miei nonni si erano conosciuti e poi fidanzati durante gli anni del fascismo, in effetti. Forse non ha tanto senso fare un paragone. O sì?

Ma vorrei prima fare un passo un po’ indietro rispetto al presente – e un po’ avanti rispetto agli anni trenta.

Una volta conobbi un ragazzo che si chiamava Arcangelo e fu l’unica persona, in tutta la mia vita, a cercare di baciarmi senza che io avessi dato alcun segno di incoraggiamento. Al mio girare la testa dall’altra parte con aria imbarazzata lui rispose inviandomi il suo messaggio: “tu sei sempre stata abituata a essere corteggiata, vero?”

Vero. Anzi: verissimo. Peccato che, fino a quel momento, non ci avessi mai neppure pensato. Mi sono anche chiesta, a posteriori, se il mio provare interesse a partire dall’interesse dimostrato dall’altro non fosse altro che il segno di una scarsa autostima: come se non potessi neppure concepire di potermi invaghire di qualcuno senza che costui, per primo, mi avesse mostrato, con i suoi atteggiamenti corteggianti, una sorta di polizza assicurativa contro le delusioni e le illusioni.

E’ vero che, fortunatamente, rispetto ai tempi delle medie qualcosa ho imparato; all’epoca, infatti, il più chiaro sintomo di interesse da parte di un uomo si manifestava tramite l’ignoramento assoluto. Oggi, a trent’anni suonati, non è più così: l’ignoramento è un segno di disinteresse cortese ed educato e comunque, anche nel caso in cui non lo fosse, sarebbe comunque indice di un grado di maturazione affettiva non molto diverso da quello di un tredicenne. Quindi no, grazie.

Ma io non sono ignorata, in questa situazione. Piuttosto, non sono cercata quanto vorrei; non sono inseguita ai limiti della persecuzione; non sono omaggiata di regali, lettere, fiori, messaggi o quant’altro. A volte non mi si risponde, altre sì; e quando non c’è risposta irrompe il terrore, e quando c’è risposta subentra l’analisi dei segni di punteggiatura.

E’ quando c’è una piccola iniziativa, un semplice gesto spontaneo non sollecitato che il cuore mi si spalanca pur restando incapace di accogliere tutta la gioia che arriva.

Il fatto è che, quando lo racconto alla gente, nessuno si capacita della mia fiducia incrollabile dopo poco più di un mese in cui i contatti telefonici sono stati settimanali, quelli visivi sono stati men che quindicinali e quelli fisici non ci sono stati del tutto – a meno che conti qualcosa, in questo senso, l’avermi sfiorato la spalla quando mi aiutava a togliere il cappotto…

Però, insomma: sono trascorsi meno di due mesi da quando ci siamo rivisti per la prima volta dopo tanto tempo. Due mesi. Non due anni. I miei nonni hanno avuto sei anni per conoscersi, innamorarsi, e decidere di sposarsi.

Ed è vero che settant’anni fa le cose erano diverse, è vero che settant’anni fa la persona scelta era la persona che nel bene e nel male sarebbe stata vita natural durante. E’ vero questo ed è vero quello.

Eppure non riesco a non pensare che forse i film, la televisione, la letteratura e quant’altro, negli ultimi tempi, ci abbiano influenzato nel ritenere che, proprio perché c’è la possibilità di ottenere tutto e subito, se non lo si ottiene sia per forza un segnale negativo.

Come se il fatto di non saltarsi addosso famelici dopo il primo quarto d’ora del primo appuntamento dovesse implicare che non c’è interesse a farlo: se non è ora, significa mai.

Ma io non sono sicura di volermi conformare: è possibile che le cose importanti richiedano un minimo di sacrificio, un pizzico di frustrazione, una certa dose di pazienza e di impegno. E’ possibile che le cose importanti lo siano anche perché non sono capitate all’improvviso, ma sono state cercate con dedizione e sono state accettate gradualmente, contrastando le paure e le armature.

E’ possibile, non affermo che sia certo. Pur tuttavia, vorrei provare a crederci.

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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Dopo la scoperta dell’acqua calda…

… ecco la mia grande scoperta per quest’autunno 2008: le emozioni fanno male.

Già, le emozioni fanno proprio un male cane. Ed è per questo che nelle ultime settimane non ho scritto più: ero troppo occupata a cullare questo dolore, perché era da un tempo lunghissimo che non provavo più nulla di vagamente somigliante.

Ho accarezzato il nodo alla gola: quella subitanea chiusura della faringe (laringe? fa lo stesso) che ti fa temere di aver perso per sempre la capacità di respirare con regolarità.

Ho ascoltato lo stomaco chiudersi come se avessi ingoiato litri e litri di acido muriatico.

Ho contato le lacrime senza fare alcuno sforzo per fermarle, ma stupendomi quasi del fatto che, dopo tutto quello che ho pianto quest’estate, ci fossero ancora delle riserve così copiose.

Ho seguito con attenzione il cuore pompare sangue sempre più velocemente e poi rallentare all’improvviso.

L’abitudine alla corazza, quell’armatura – armatuta che ho portato addosso per mesi con una sorta di orgoglio mi aveva reso, o così credevo, del tutto invulnerabile. Ogni minuscola cicatrice andava a sommarsi alle preesistenti, ogni piccola insicurezza si depositava nel precipizio dell’autostima. Ed era più facile, rispetto a ora. Era infinitamente più facile sguazzare nel pantano dell’atarassia.

E poi. Poi ho iniziato ad agire. E a reagire.

Ma non sempre le cose vanno nel modo più lineare – anzi, raramente lo fanno; e stupida io a non ricordarmelo. E’ passato talmente tanto tempo da quando partecipavo ai giochi dei rapporti umani, tuttavia, che mi sento quasi di potermi perdonare; almeno un po’.

Cosicché a una cena non ne è seguita un’altra; una telefonata non è stata accompagnata da null’altro che la telefonata stessa. Eppure. Eppure, le emozioni fanno talmente tanto male che qualcosa di buono deve pure esserci.

Perché commetto gesti inconsulti, del tutto incoerenti e scoordinati tra loro. Perché sento non soltanto due, ma centinaia di voci che litigano insistentemente, con alcune, più evolutivamente adatte di altre, che riescono a trovare uno spiraglio per sussurrarmi la loro strategia. Perché ho la testa talmente piena di me, della mia ansia, della mia occasionale felicità, che non riesco a pensare a nient’altro.

Non so se il fatto di non riuscire più a scrivere post dotati di senso e soltanto relativamente egocentrati sia un male o un bene, pertanto. Non lo so proprio. Però so bene che qualcosa sta sotterraneamente strisciando, so che sono diventata vulnerabile e che questo, se non altro, mi rende più umana. Ci vorrà soltanto un altro po’ di pazienza.

Sono voci, soltanto voci

Nonostante l’autostima in caduta libera – rallentata, devo dire, dai bellissimi commenti al mio post precedente: commenti antigravitazionali, li potrei definire. Nonostante il 90% dei vestiti che ho nell’armadio non mi entri oppure mi faccia sembrare un simpatico salsicciotto – il restante 10% è dovuto al fatto che ho sempre un paio di pantaloni di scorta, ossia di un paio di taglie in più rispetto a quella corretta. Nonostante debba attenermi ad abitudini alimentari che vietano tutto quello che si può immaginare ma, d’altra parte, mi impongono di ingerire ogni ora una fetta biscottata. Nonostante tutto, la vita è strana e a volte sorprende: perché questa sera dovrei avere un appuntamento.

Ho scritto dovrei perché, come si suol dire, finché non lo vedo non ci credo. Lui, intendo. A essere sincera, mi basterebbe anche una telefonata di conferma. E a pensarci bene, un sms sarebbe ben più che sufficiente, così come accoglierei con entusiasmo un’email, un messaggio via skype… ci sono così tanti mezzi di comunicazione, insomma! E invece.

Invece sono qui ad arrovellarmi. Perché, insomma: sono stata io a proporre di vederci, quindi forse a rigor di logica toccherebbe a me dare un segno di vita per confermare il tutto e concordare tempi e luoghi… Ecco: mi esprimo come se si trattasse di firmare un contratto, che desolazione emotiva. E’ tutta colpa della mancanza d’abitudine. Spero. Perché ad andare in bicicletta non si dimentica: le attività motorie sono impresse nella memoria indelebilmente, i neuroni sono modificati una volta per tutte già dalla prima volta. Ma non vale per tutto, questo.

Eppure, ho la petulante sensazione che il fatto di essere donna dovrebbe mettermi al riparo da ansie di questo tipo. Dovrei essere già stata rassicurata da ore; avrebbe già dovuto, lui, darmi un cenno di interessamento – magari, addirittura, avrebbe dovuto comunicarmi quando mi sarebbe venuto a prendere e presentarsi poi con un mazzo di fiori.

D’accordo, non esageriamo: non è che mi aspetti tutto questo. Anzi: non sono neanche sicura mi piacerebbe, una persona così dannatamente sicura di sé – perché, per esperienza, tutta questa sicurezza di solito si rivela, più che un segnale di interessamento nei miei confronti, un modo di soddisfare la propria vanità. E credo di aver già speso abbastanza parole, in proposito.

Però, insomma: non dovrebbe valere una sorta di regola implicita in cui tocca una volta per ciascuno? Tu mi chiami, io – con uno sforzo immane e contro natura, sia chiaro – ti propongo di uscire; dopo qualche tempo, io ti confermo il giorno – con un ulteriore sforzo immane, perché compiuto non sull’onda del momento ma dopo ore e ore trascorse a meditare sul da farsi – e tu… non fai più niente? Non dovresti essere tu a inviare un qualche segno? Un modo per farmi capire “Ehi, ho ancora voglia di vederti, non pensare che mi sia dimenticato!” o, in alternativa, anche un “Cara Odiamore, purtroppo questa sera ho avuto un imprevisto. Mi dispiace molto. Possiamo rimandare al giorno X della prossima settimana” sarebbe comunque meglio del silenzio. Perché il silenzio mi dà un brivido che, tradotto in italiano, significa che se io mi ostino a non farmi viva in alcun modo questa sera la trascorrerò a casa, da sola, a immergermi in qualche dvd strappalacrime.

E comunque. Mi chiedo chi me lo faccia fare. Mi chiedo perché ho dato ascolto alla vocina che mi sussurrava “dai, provaci”. E’ una tale fatica: la vocina si fa sempre più flebile e a mano a mano prende il sopravvento la vociona: quella che mi consiglia di vivere la vita ai margini, di non provare a mettermi in discussione perché le discussioni portano alle liti e quindi, pressoché inevitabilmente, alle rotture; una vociona tonante a cui ho dato sempre più spazio, in questi anni, e che, anche per questo, è preponderante e prepotente… Come? Odiamore ha dato retta alla vocina invece di prestare ascolto a me, come fa sempre e avrebbe dovuto fare anche questa volta, a maggior ragione? Povera vociona, l’ho abituata a un ruolo da protagonista: inevitabile che, non appena tentassi di relegarla dietro le quinte, palesasse la propria indignazione e il proprio estremo disappunto con tutta la sua forza.

Sì, lo so: razionalizzo troppo, penso troppo, mi faccio troppe – come dicono alcuni – “pippe mentali”, non mi lascio mai andare – andare dove, tra l’altro? Però non so come smettere: non è come con la dieta – in quel caso basta rivolgersi a un medico e farsi stilare un piano alimentare ad hoc. E seguirlo, d’accordo. Ma almeno c’è un piano da seguire: poi posso decidere di fregarmene, però se mi attengo alle regole so che otterrò dei risultati, in qualche modo. Con la razionalizzazione non va così. Posso tirarmi delle martellate in testa? Sì, potrei. Se servisse a qualcosa lo potrei anche fare, credo. Qualcuno ha mai provato?


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