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Come si cambia

In questi ultimi giorni, in cui avrei dovuto/potuto stare tumulata in casa ad annoiarmi e a rimpiangere le spiagge brasiliane, non ho avuto invece un attimo di respiro: mio padre esce dall’ospedale e si ritrova con una congiuntivite fulminante che ci fa correre al pronto soccorso di un altro ospedale (oftalmico); mia madre entra in bagno e scopre con orrore che il vetro della doccia è esploso nottetempo; io medesima decido di trascorrere il fine settimana in un rifugio montano e devo correre di qua e di là per recuperare scarponi, sacco a pelo, bottiglie vuote da riempire d’acqua cammin facendo eccetera eccetera eccetera.

Nonostante tutto, dopo tanto agire ho trovato una manciata di minuti per pensare; o comunque, se non proprio pensare, per lo meno ripiegarmi su me stessa e prendermi la briga di fare un po’ di autoanalisi.

E così sono tornata su mypersonality, un sito ragionevolmente serio su cui è possibile fare test di personalità un po’ più accurati e “scientifici” rispetto a quelli dei magazine – soprattutto rispetto a quelli pubblicati nei mesi di luglio e agosto. Avevo fatto il test del “tipo di personalità” per la prima volta suppergiù nel mese di marzo 2008: quattro mesi fa all’incirca, dunque. Ovviamente, in un lampo di stupidità ho lasciato che i nuovi risultati (badge nella colonna a destra, per chi fosse interessato) sovrascrivessero i vecchi, di cui non ho più traccia; li ricordo sufficientemente bene da notare, tuttavia, che mentre le prime tre caratteristiche sono rimaste pressoché immutate, la quarta è passata all’estremo opposto.

I risultati del test, che si basa sulla teoria dei tipi psicologici di C.G. Jung, sono tali per cui le risposte a un’ottantina di domande classificano il soggetto in base a otto categorie a due a due contrapposte.

La distinzione di partenza si ha tra estroversione e introversione: nel primo caso, il soggetto è più portato* verso il mondo esterno, i fatti e le persone altre; nel secondo, chiaramente, il soggetto tende a ripiegarsi su di sé e, pur non disdegnando la compagnia, preferisce trascorrere il tempo a pensare oppure a confrontarsi con pochi intimi.

Le dicotomia esistente tra pensiero e sentimento, invece, si riferisce al modo in cui gli individui prendono decisioni: basandosi sulla logica oppure sull’emotività. Per inciso, vedo qui alcuni segnali della distinzione cervello maschile / cervello femminile di Simon Baron Cohen, a cui ho già accennato e di cui, temo, parlerò ancora in futuro.

Sensazione e intuizione sono, secondo Jung, caratteristiche meno “razionali” delle precedenti (il termine “razionale” qui è fuorviante ma non me ne viene in mente uno migliore), legate a come i soggetti elaborano i dati in loro possesso: la sensazione è collegata al qui e ora, alla concretezza e alla consapevolezza delle condizioni al contorno; l’intuizione è più astratta, è un leggere tra le righe, un susseguirsi di impressioni rivolte al futuro piuttosto che al presente, un continuo chiedersi “cosa succederebbe se”.

Per finire, la tendenza giudicante si differenzia da quella percettiva in un modo che, almeno secondo me, poco ha a che fare con il significato usuale degli aggettivi in esame: la prima indica una preferenza verso l’ordine, la pianificazione, la consequenzialità di azioni e sentimenti; la seconda si riferisce invece alla flessibilità, l’apertura, la possibilità di cambiare anche in corso d’opera.

E pertanto. Rispetto a marzo 2008, in cui la mia tendenza giudicante predominava all’incirca per il 60%, la situazione si è ribaltata: introversione, sentimento e intuizione sono all’incirca rimaste uguali, ma la tendenza percettiva è diventata del 74%!

Si cambia, certo. Si cambia continuamente. Ma come, e quanto? Io sono diventata più percettiva, e sono diventata più percettiva del 34% circa… Il 34% più flessibile, più aperta ai cambiamenti, più rilassata, spontanea; il 34% meno veloce nello svolgere i compiti che mi sono assegnati, al contempo, e il 34% meno disposta a pianificare. E mi è anche venuto il primo capello bianco, proprio al centro della fronte: che sia la volta buona che la gente, quando comunico di aver finito l’università da un pezzo (e meno male, dato che ho trent’anni), cominci a evitare di emettere gridolini di stupore?

Quanto consolatoria può essere, una semplice percentuale. E comunque, ci terrei a sottolineare che da un profilo di personalità uguale a quello di Amélie Poulain sono passata al suo… no, no, scusate ma mi sono confusa: al suo.

Buon fine settimana a chi parte e a chi resta. Io a dire il vero parto per due giorni, quindi non parto né resto. Buon fine settimana anche a chi non parte né resta, pertanto. E non dimenticatevi di loro: personalmente, io ho una lista di desideri che forse neanche il cielo che si vede da 2500 metri slm potrà soddisfare – ma ci provo lo stesso, perché no.

*A orientare la propria energia psichica, secondo la terminologia di Jung – che però tralascio nel seguito, perché non è che sia un campo in cui mi trovi proprio a mio agio – per non dire che mi vanto di avere, al proposito, quella che non saprei come definire se non crassa ignoranza.
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La lotta dei sensi di colpa

Farò una fatica sovrumana a scrivere questo post, è per questo che sto rimandando ormai da qualche giorno. Già, perché in questo preciso istante, anziché di fronte allo schermo di un computer, io

a) avrei dovuto

b) avrei potuto

essere in Brasile – e più precisamente sdraiata su una spiaggia al tramonto nei dintorni di Salvador de Bahia – e scusate se non metto un link con foto esplicative ma fino a questo punto di masochismo ancora non sono arrivata 🙂

Giovedì scorso, alle sei del pomeriggio, in preda all’ansia per l’operazione a cui mio padre sarebbe stato sottoposto la mattina successiva, mi ero comunque decisa a fare la valigia per una vacanza di tre settimane nell’emisfero australe. “Io parto”, mi sono detta. “Parto perché ho bisogno di staccare dal lavoro e dalla città; parto perché quest’anno non è stato proprio ai primi posti nella classifica dei migliori anni della mia vita; parto perché ho già pagato il volo intercontinentale e la tratta europea per arrivare a Francoforte e i pernottamenti per diciotto notti e gli spostamenti interni con tanto di tratta in aereo da non so dove a non so dove; parto perché l’operazione di mio padre andrà benissimo e la convalescenza sarà una passeggiata – non un mese di permanenza in ospedale come paventano i medici; parto perché mia madre è una donna forte e non è affatto vero che non sarà in grado di sopportare tutto questo senza la mia presenza.”

Avevo appena finito di imbustare i costumi da bagno e il pareo nuovo (perché io ho fatto gli scout, e da quando avevo sette anni ho preso la sana abitudine di dividere la biancheria in sacchetti quando preparo uno zaino); avevo appena finito di passare in rassegna le creme da sole, le creme doposole, le creme senzasole e altre creme del caso; avevo appena iniziato ad ammirare con soddisfazione l’evocativo contrasto tra l’armadio vuoto e la valigia piena. Quando è squillato il telefono.

Mentre io, maglietta dopo maglietta e paia di calze dopo paia di calze, stavo volontariamente perdendo la lotta contro i sensi di colpa che mi spingevano a mandare la vacanza all’aria, mia nonna stava percorrendo in ambulanza la strada verso l’ospedale.

Un campanello d’allarme potevo far finta di non sentirlo, no? Del tutto lecito far passare avanti i miei bisogni, i miei desideri, le mie necessità se a suonare era soltanto un singolo campanellino flebile. E in fondo mia nonna è ricoverata in ospedale d’urgenza più o meno due volte all’anno da quindici anni a questa parte.

Ma a volte due fonti sonore, quando interferiscono, lo fanno costruttivamente anziché distruttivamente, e il risultato è un campanaccio che ti stordisce. E io, appunto stordita dal rumore di un dolore sordo, ho scelto di restare.

Restando, ho fatto l’unica scelta possibile per essere conforme alla persona che voglio essere. L’unica scelta che non sto rimpiangendo neanche dopo che mio padre è stato dimesso dall’ospedale con venticinque giorni di anticipo rispetto al previsto. Perché significa che è andato tutto bene, e chissà cosa sarebbe successo se invece io fossi partita per l’altro capo del mondo – magari lo stesso, magari no. Mia nonna, intanto, dall’ospedale ancora non è uscita – ma non dispero che anche la sua situazione si riveli a breve molto meno grave di quando si temesse nel momento in cui ho scoperto che per non andare in Brasile sono riuscita a spendere più soldi di quelli che guadagno in un mese.

Ma il fatto è che, una volta che fai una scelta e apri una delle due porte che ti si parano innanzi, è inutile voltarsi indietro per dare una sbirciatina dentro la porta che non hai aperto; anzi, non soltanto è inutile: come dimostra il solito Ariely con i suoi esperimenti, è addirittura controproducente (libro in uscita in autunno, portate pazienza,se potete – e per ora fidatevi di me).

Perché a ben pensarci il fatto di essere stata lì quando mio padre ha riaperto gli occhi dopo l’anestesia e si è capito che tutti i rischi più pericolosi (leggi: devastanti deformazioni permanenti) erano stati scongiurati… valeva di gran lunga tutte le numerose ore trascorse in ufficio e in riunioni tediose non soltanto nel mese di luglio, ma pure in quello di giugno, di maggio e di aprile.

Per il mese di marzo, invece, sto ancora aspettando di sapere come evolve la situazione di mia nonna 😉

Ah, dimenticavo: i risultati del micro-test di inizio post. Da prendere cum grano salis, ovviamente – soprattutto da parte della sottoscritta.

Avrei dovuto: “se soltanto le cose fossero andate diversamente e non fossi stata perseguitata dalla sfiga”. Il soggetto soffre di manie di persecuzione e di egocentrismo ipertrofico. Si consiglia di rileggere Come diventare buoni, dell’indimenticato Nick Hornby, e rifletterci un po’ su come, evidentemente, non si aveva avuto modo o voglia di fare durante la prima lettura. Anche Emma di Jane Austen potrebbe aiutare, così come investire 150 euro in un paio di scarponcini e accettare l’invito di amici ad andare a camminare in montagna proprio perché è da vent’anni che il soggetto si rifiuta di muovere un passo su una pendenza superiore a un centesimo di grado.

Avrei potuto: “se soltanto le cose fossero andate diversamente e non avessi deciso che più di tutto voglio essere una persona buona”. Il soggetto soffre di tendenze depressive e autodistruttive e di egocentrismo ipertrofico, ma se non altro tutto questo si ripercuote positivamente sulle persone che lo circondano, almeno in alcuni casi. Si consiglia di trascorrere parte del tempo a fantasticare sul concretizzarsi di tutte le possibili ricompense che il soggetto ritiene di essersi meritato – vincere alla lotteria, innamorarsi ricambiata del medico di turno in ospedale, essere invitata a Bora Bora da qualche anima pia eccetera – e di trascorrere la restante parte del tempo a rileggere “Come diventare buoni” di Nick Hornby.

Perché certe scelte non si fanno per essere ricompensati ma soltanto perché dovrebbero essere, di per sé, una ricompensa. Altrimenti tanto vale.

Il trentesimo anno

Solo qualche riga, tanto per omaggiare Barcellona e il sole meraviglioso che mi ha accolta quando pochi minuti fa sono scesa in strada a fumare la prima sigaretta della giornata.

E’ stata una settimana intensa e faticosa e stimolante e gratificante. Era dai tempi dell’università che non mi trovavo più nella condizione di seguire otto ore di lezione praticamente consecutive – con il tempo per caffè / toilette /sigaretta rubato tra un respiro e l’altro delle persone che ci parlavano.

Oggi però è domenica: pur non volendo necessariamente rifarmi a paragoni biblici, ritengo tuttavia di essermi meritata un pomeriggio sulla spiaggia. Pensavamo di andare a Sitges, ma probabilmente ci limiteremo a prendere la metropolitana fino a Poble Nou, passeggiare nel parco di Jean Nouvel e dirigerci infine sulla sabbia.

Anche perché domani compio trent’anni – e festeggerò il mio compleanno svegliandomi alle sei per non rischiare di perdere il volo di ritorno. Cosa che potrei anche essere portata inconsapevolmente a fare, dal momento che tornare è sempre difficile, per me.

Mi rendo conto adesso che il titolo che ho scelto di dare al post sembrerebbe indicare l’intenzione di fare almeno qualche piccolo bilancio… e lo farò, lo farò proprio, un piccolo bilancio: andrò in spiaggia a prendere il sole, e quando si avvicina l’ora del tramonto ordinerò una cerveza e mi godrò il panorama.

Buona domenica a tutti 🙂

Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero – a Barcellona, per la precisione – a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo – e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria – perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata – assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire – colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo – posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto – quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

In vacanza con “i miei”

Andare in vacanza con i propri genitori dopo aver raggiunto, ormai da alcuni anni, una certa indipendenza economica ed emotiva comporta tutta una serie di vantaggi che, sulle prime, non avevo considerato.

In primo luogo, non ti è permesso pagare nulla: le uniche monete che sono uscite dal mio portafogli, in sette giorni, sono state quelle da un euro usate come bakshish, la mancia che è costume dare a camerieri, vetturini di calesse, portatori di valigie e una moltitudine di altre figure. E qui potrei aprire una interessante (?) parentesi su tutti i sentimenti contradditori che suscita l’essere in un paese dove tu, che a stento riesci ad arrivare a fine mese senza avere il conto in rosso, sei considerata ricca; ma non lo farò. E comunque. Senza spendere un centesimo, ma foraggiata in toto dai miei, sono tornata a casa con una sacca piena di tutti quegli oggetti, in gran parte inutili, che una turista non può non acquistare con la scusa di contribuire all’economia locale:

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sei bottigliette di vetro piene di sabbia colorata a formare disegni astratti (su una, ma giuro che non me n’ero accorta al momento dell’acquisto, c’è un cammello tra le palme; è quella nella foto);

sciarpe colorate che si stingeranno al contatto con la prima goccia d’acqua;

un tatuaggio all’henné sul dorso della mano che, causa mia disattenzione, si è espanso più del dovuto (anche su un paio di pantaloni);

una scatoletta di essenze di fiore di loto, fiore di gelsomino e una terza chiamata “segreto del deserto” che spacciavano per afrodisiaca;

cinque collane di “odorosi” semi di sandalo delle quali dovrò sbarazzarmi prima che, invece del profumo, si mettano a produrre insetti di vario tipo;

sei o sette stecche di sigarette tra cui, per l’assurda cifra di sei euro, una di infumabili, egizianissime Cleopatra;

un papiro (sì, proprio un trashissimo papiro!) con raffigurata Nut, la dea egizia del cielo che mangia il sole al tramonto e lo partorisce all’alba e che tanto mi piaceva quando avevo otto anni per il suo corpo ricoperto di stelle;

mezzo chilo di foglie di karkadé perché ho scoperto che, bevuto fresco, è molto più dissetante di qualsiasi bibita gassata (che tanto, causa dieta, non posso bere) e, soprattutto, che è utilissimo per sedare qualsiasi forma di desiderio, da quello sessuale a quello alimentare;una decina di bustine contenenti spezie di vario tipo, tutte rigorosamente sconosciute e comunque prive di etichetta che le identifichi, parte delle quali ha poi avuto il buon gusto di espandersi all’interno della valigia;

per finire, un sacchetto pieno di fiori di loto essiccati che, messi nell’acqua con qualche goccia dell’essenza di cui sopra, dovrebbero (secondo lo stentato italiano del negoziante che me le ha vendute) profumare tutta la casa per giorni e giorni – considerando che vivo in meno di quaranta metri quadri, forse è il caso che faccia prima una prova, giusto per non morire asfissiata dall’odore.

L’aspetto economico, però, è soltanto uno dei tanti vantaggi che la presenza dei genitori comporta all’interno di un gruppo di persone sconosciute che, volente o nolente, diventano per qualche giorno i tuoi compagni di vita.

Il fatto che tale gruppo sia in gran parte costituito da famiglie con bambini in età scolare, ad esempio, fa sì che, durante gli occasionali momenti di conversazione, la domanda più frequente che ti senti rivolgere sia “Cosa studi all’università?”, quando tu l’università l’hai finita da più tempo di quanto non abbia impiegato a laurearti. La gente, infatti, semplicemente non concepisce che una ragazza sopra i ventidue, massimo ventitrè anni, possa scegliere di trascorrere una vacanza con i genitori, quindi presume che la tua età non superi quella considerata opportuna per tale azione. Il che, di per sé non è un gran vantaggio, a meno che tu, ragazza ben oltre i ventidue anni, non ritenga l’attribuzione di un’età anagrafica molto inferiore a quella reale una coccola al proprio ego– e purtroppo non è il mio caso, ma potrebbe essere quello di molte, credo; per questo l’ho scritto.

E poi. Poi c’è l’estrema tranquillità che deriva dalla consapevolezza che, se nessuno ti si fila, non è perché sei brutta / grassa / secca / antipatica / noiosa o tutte quelle altre cose che temi di essere quando nessuno ti si fila, ma perché gli unici uomini in età papabile (sopra i venticinque e sotto i quarantacinque, per me) sono in viaggio di nozze con la novella consorte; per di più, il fatto che nessuno ti si fili si rivela, in questa occasione, una manna dal cielo, perché fosse altrimenti dovresti arrabattarti a inventare scuse da accampare con papà e mamma per poterti appartare con il corteggiatore di turno. E se a quindici anni la scusa di andare a dormire da un’amica era vagamente plausibile, con il doppio dell’età e su una nave che scorre placida contro la corrente del Nilo un’assenza prolungata sarebbe ben difficile da giustificare.

Certo, poi ci sono tutte quelle piccole nevrosi e idiosincrasie di cui mi ero dimenticata: il fastidioso tic di mio padre quando qualcosa lo indispettisce; mia madre che ogni tre secondi si volta per guardare se ci sono ancora – anche quando stiamo camminando lungo il corridoio che porta alle cabine – e che rendendosi conto che le sono appiccicata fa un sospiro di sollievo come se si fosse aspettata invece di non rivedermi mai più; il sentirmi un po’ controllata e dovermi giustificare se, alle nove e mezza di sera, invece di andare a dormire preferisco restare ancora un po’ sul ponte a leggere e guardare il paesaggio; il timore che mio padre si inimichi per sempre i nostri compagni di tavolo con una delle sue micidiali battute sarcastiche.

E c’è uno strano e malinconico rovesciamento dei ruoli: perché sono io, adesso, quella a cui rivolgersi per gli approfondimenti storico artistici in quanto detentrice di quel tomo di seicento pagine che si ostinano a chiamare guida di viaggio; perché sono io, adesso, a osservare con una leggera inquietudine i passi dei miei genitori ultra-sessantenni lungo un sentiero dissestato; perché sono io, adesso, a controllare che mia madre abbia chiuso la borsetta e mio padre messo il portafogli nella tasca davanti quando al Cairo ci portano a passeggiare in un bazar; perché sono io, adesso, a farmi carico di sollevare le valigie di tutti dal nastro trasportatore dell’aeroporto e a ricordare a mio padre che si è dimenticato la tracolla accanto al metal detector.

E infine, c’è la triste consapevolezza che né mia madre né mio padre sono stati in grado, su più di venti tentativi nell’arco di mezzora, di scattarmi una foto davanti alle piramidi di Giza in cui non sia venuta tragicamente male. Avrei dovuto chiederlo a Edoardo, il mio compagno di tavolo di undici anni, probabilmente. Se non fosse che quella che lui mi aveva fatto ad Abu Simbel e in cui, se non altro, il tempio compariva nella sua maestosa interezza, avevo un’espressione naturale e mi si vedeva tutto il viso, mia madre, “del tutto inavvertitamente”, era riuscita a cancellarla. E non me la sono proprio sentita di svilirla così un’altra volta.

Vorrà dire che, per poter finalmente avere una foto con la mia faccia che non assomigli a una immagine segnaletica e con le tre piramidi tutte insieme senza le punte troncate di netto, dovrò tornare presto a camminare con gli egiziani.

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