Archive for the 'realcinismo' Category

Ma forse anche no

Sto pensando. Sto pensando che forse i motivi per cui, nelle ultime settimane, mi stavo trastullando con l’idea di concludere questa esperienza, non sono i motivi giusti.

Da un lato, quello che ho scritto nell’ultimo post è vero: l’esigenza di cambiamento, di provare a mettermi in gioco in modo diverso, la sento, e la sento forte. In questi ultimi tempi lo spazio mentale riservato alle tematiche del blog è cresciuto enormemente nella vita quotidiana e, contemporaneamente, è precipitato sotto l’aspetto del “ma guarda un po’, di questa cosa potrei proprio scrivere“.

Sono cose che capitano.

D’altro lato, ci sono motivazioni sotterranee che poco hanno a che fare con la mia volontà di scrivere, di raccontare, di condividere parti della mia vita che sono straordinariamente comuni e banali e, proprio per questo, universali-o-quasi.

Perché l’ansia di vivere, la paura di restare da soli e, come controparte, il terrore di avere qualcuno e poi perderlo… Siamo tutti nella stessa barca, più o meno, no? Con modalità differenti, con contraddizioni e passetti avanti e indietro, ma siamo tutti, prima o poi, infognati uguale – a dibatterci tra le reti invisibili eppure fin troppo tangibili di un passato che vorremmo e non vorremmo dimenticare, un presente che ci sfugge prima ancora di raggiungere la consapevolezza di averlo vissuto e un futuro che, per un motivo o per l’altro, temiamo non mantenga le promesse.

Ma torniamo alle motivazioni sotterranee. Principalmente, io so che ci sono alcune persone che leggono qui e che mi conoscono: persone che hanno fatto parte della mia vita nel passato e che probabilmente non incontrerò mai più, ma anche persone che potrei rivedere una sera, tra un mese o un anno, le quali… Con le quali non sono così sicura di voler condividere ciò che scrivo qui.

E’ che l’anonimato non è facile da mantenere: una volta rotto un anello, la catena si sfalda inesorabilmente.

Mi domando, dunque: qual è mai la differenza tra raccontare i fatti miei – siano essi pensieri o esperienze – a dei perfetti sconosciuti di cui non sospetto nemmanco l’esistenza (perché scelgono, non commentando, di non palesare la propria presenza) e a dei più-o-meno conosciuti che, zigzagando tra le propaggini della mia volontà cosciente, sono venuti a conoscenza di questa possibilità di far finta di entrare in contatto con me?

Sono coinvolti pudore e ritrosia e imbarazzo e fastidio, nel secondo caso. Almeno credo. Fors’anche un velo di presunzione, se scelgo di essere sincera: dal momento che presumo che codeste persone – lontane da me, ma non quanto vorrei – stiano perpetuando l’intento di fare parte della mia vita con una sorta di atto di forza.

E poi, seguendo il filo aggrovigliato di tutte queste elucubrazioni, mi sono chiesta: me ne frega davvero poi così tanto? Ma forse anche no.

Odiamato sanvalentino

Anche se in questo periodo sto scrivendo ovunque tranne che nel web, non potevo esimermi dallo scrivere un post al volo il giorno di sanvalentino.

L’unica festività che riesce a deprimere chi non è accoppiato così come chi la dolce metà ce l’ha al proprio fianco. L’uno, perché si sente rinfacciare di essere da solo; l’altro, perché fare qualcosa è da sfigati ma a non fare nulla si corre il rischio che la suddetta metà esprima ogni sorta di rimostranza – delle quali, quella non verbale sarebbe sicuramente la più perniciosa.

L‘odiamato sanvalentino. Lo scriverei proprio così, tutto attaccato e con l’iniziale minuscola. Un po’ per spregio, un po’ perché è un’istituzione e, al contempo, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutta la comunità. O quasi.

Perché intanto, per riuscire a trovare un tavolo per due per stasera, ho dovuto telefonare a quattro pizzerie. Ed è vero che oggi è sabato, ma i tempi dal periodo della relativa febbre sono un po’ cambiati, no?

Ah. Mi viene il dubbio che, con il fatto che ho scritto di star cercando un tavolo per due, qualcuno potrebbe pensare che sono in procinto di uscire in dolce compagnia. Be’, sì. Esco con la mia amica Sole – che è di una dolcezza incantevole. Esco con una persona a cui voglio bene – e se ben ricordo le letture infantili delle striscie dei Peanuts la festività che ricorre il 14 febbraio serve a quello, a far sapere alle persone a cui vuoi bene che vuoi loro bene. Perché è scontato, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa.

E io ho alcuni problemi a dire ti-voglio-bene anche alla mia amica Sole, figurarsi un po’.

Mentre Sole e io eravamo al telefono, questa mattina, mi è scappata la constatazione: “gli unici a essere davvero innamorati sono quelli non corrisposti”. E le mie stesse parole mi hanno profondamente immalinconito.

Però adesso va così. Va che sto lavorando, sto riguardandomi tutte le serie di Friends, sto leggendo un libro sull’asimmetria, sto iniziando a inscatolare cose per l’imminente trasloco.

E sento le emozioni molto lontane. Molto, molto lontane. Tanto lontane che non le “sento” neppure: sono un’entità astratta, qualcosa che so che dovrebbe esserci per sentito dire, per brandelli di memoria.

Quindi, se proprio oggi qualcosa è da festeggiare, vorrei che l’ospite d’onore fossero loro, le emozioni. Perché tornino presto da me.

Pertanto. Buon odiamato sanvalentino, in particolare a chi come me è alla ricerca – più o meno disperata – di qualcosa ancor prima che di qualcuno.

Home sweet home

Casa non è un luogo – è una persona. O anche, in alcune fasi della vita, possono essere due persone, o tre, o quattro, o n.

Tornare a casa, oggi, per me significa tornare a essere sola con me stessa. Quindi non dovrebbe contare molto, il luogo fisico in cui la mia solitudine è racchiusa.

Invece, dopo soltanto un giorno, già mi ritrovo a essere dannatamente affaticata dalla ricerca di questo luogo: una “mansarda bellissima” che, come potevo intuire dal prezzo, era una stanza ingentilita soltanto dai mobili dell’attuale inquilina a metà strada tra la topaia e la soffitta resa decente dall’assenza di (evidenti) buchi nel pavimento di linoleum. Un’altra mansarda, poi, avrebbe avuto una splendida vista, se non fosse che stanno costruendole davanti un palazzo di otto piani; e comunque, dato che la metratura del “piccolo attico” era pari a quella della scrivania su cui sto lavorando, non credo proprio sarebbe stata la scelta giusta.

E per la prossima settimana – dal momento che, in questi giorni frenetici, ho una trasferta di lavoro – c’è in previsione un’ennesima mansarda, questa volta di 80 metri quadri ma… divisa in due: zona giorno a destra e, dall’altro lato del pianerottolo (condiviso con altri appartamenti), la zona notte. Tipo che se alle tre del mattino mi venisse un attacco di fame, per andare in cucina dovrei premunirmi di, che so, una bella vestaglia in pile rosa. Magari però i vicini potrebbero anche “meritare” l’acquisto, per l’occasione, di un kimono di seta, chi può saperlo; meglio che la vada comunque a vedere, questa casa spezzata.

Ora. Non è che io sia in mezzo a una strada. Continuo a vivere nella stessa città in cui abitano i miei genitori, i quali sono comunque stati preventivamente avvisati del fatto che potrebbe essere necessario, in extremis, liberare da libri e vestiti la mia vecchia stanza da letto per riaccogliermi sotto il loro tetto. Eppure, nonostante sia consapevole del fatto che, soprattutto nella mia situazione di donna-dallo-stipendio-ridotto, non sarebbe poi un’idea così stupida quella di evitare di pagare un affitto se non altro per una manciata di mesi, l’idea di dover rifare al contrario quel trasloco che, due anni fa, fu per me un gesto così liberatorio e maturo e simbolico… Mi si stringe un po’ il cuore – e il mio cuore è già abbastanza ristretto, in questi tempi, da nutrire una forte paura che un ulteriore lavaggio in acqua bollente rischierebbe di causare danni irreversibili.

Casa è una persona: e ritornare a vivere con i miei genitori, lo so, comporterebbe rinunciare alla mia solitudine, che a volte non è una cosa facile da sopportare, ma al contempo dichiarare a me stessa che la mia famiglia è, oggi come allora, ancora e sempre quella d’origine. Come se non fossi stata in grado, in ventiquattro mesi, di crearmene una mia.

E non è che far parte di un nucleo monofamigliare (iome) corrisponda alle aspettative di quando decidetti, contro l’immaginario ma non per questo meno concreto parere del mio consulente finanziario di fiducia, di sacrificare metà del mio stipendio per 35 metri quadri al quinto piano senza ascensore. Pur tuttavia, era comunque un passo avanti rispetto all’essere figlia, figlia e soltanto figlia. Che è una cosa bellissima e preziosa e commovente, ma a quasi trentun anni vorrei potermi guardare allo specchio e vedere una donna, prima di tutto.

Ho ancora più di un mese di tempo, eppure. E in un mese chissà quante cose possono ancora succedere. Cose positive, si spera. Non per piangermi addosso, per carità, ma potrebbe anche essere ora di una piccola rivincita su alcune lillipuziane malignità del caso, no?

L’epoca dell’azione

E’ così: questo è un periodo di crisi. Da quasi un mese, ormai, non riesco a scrivere due parole di fila – e la mia assenza da qui si inserisce in un contesto molto più ampio in cui:

– il mio lavoro, di cui ero innamorata, mi ha tradito non tanto perché sono stata costretta ad accettare una consistente riduzione dello stipendio, ma in quanto mi ha aggrovigliata in una rete fatta soltanto più di routine e negazione della creatività;

– il ragazzo con cui sono uscita nelle ultime settimane del dannato 2008, per usare le efficaci parole della fidanzata di Andrea (beati loro che si sono trovati e, per di più, si sono ritrovati dopo notevoli avversità!), “si è cagato sotto” nel momento in cui, tra Natale e Capodanno, ho messo le carte in tavola. E anni fa – molti anni fa, ma certe  cose con il tempo non perdono il loro valore – lui mi aveva amata come avevo il terrore di essere a vent’anni perché ero troppo giovane per quel tipo di rapporto. Con questo, non è che mi aspettassi che, dieci anni dopo, ancora avesse le mie fotografie sul comodino – sarebbe stato un pazzo, in quel caso! – ma confesso che, del tutto ingenuamente, pensavo che chi a vent’anni aveva quel coraggio di esprimersi, dieci anni dopo potesse soltanto essere migliorato, e non divenuto una facile preda del terrore della rinuncia alla propria presunta indipendenza.  E invece, si è arroccato dietro alla presunta presunzione di aver capito cosa io avrei voluto che lui provasse per me e ha usato questa scusa per comunicarmi che non era all’altezza delle mie aspettative. Quindi: andiamo oltre;

– ieri sera ho ricevuto una piacevole telefonata da parte del mio padrone di casa, che mi ha gentilmente sfrattata. Questo significa che ho meno di due mesi di tempo per trovare una casa il cui affitto sia compatibile con la riduzione del mio stipendio. Forse dovrei orientarmi su un posto auto;

– non dovrei scriverlo per scaramanzia, eppure al momento godo di ottima salute. Quindi, almeno una su quattro va tutto sommato abbastanza bene. Non faccio i salti di gioia soltanto perché, dato il periodo, non vorrei sollecitare troppo i legamenti delle mie caviglie già malandate.

Facendo il punto della situazione, e rileggendo i buoni propositi scritti alla fine del 2007… Passi in avanti non è che ne siano stati fatti, almeno in superficie. Tuttavia, ho una strana spinta verso l’ottimismo.

Perché, come scrivevo ieri nei commenti al post precedente, se non altro adesso i problemi dipendono da me; dipendono da azioni concrete che io posso fare. Non è più l’attesa di un referto medico, non è più la paura di confrontarsi con un’alterità misconosciuta; né il susseguirsi di infruttuosi tentativi di scalfire armature dall’interno, senza che alcun’arma stia tentando di perforarle.

Eccco iniziata, finalmente, l’epoca dell’azione.

Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

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Questione di regole

A volte succedono cose strane: come quando mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino soltanto per avere il mio nome su un volantino che domani sarà buono soltanto per foderare le gabbiette degli uccelli. Il fatto è che, come scriveva Mark Twain, “perché un uomo desideri spasmodicamente una cosa basta soltanto rendere questa cosa difficile da ottenere.”

Me la ricordo bene, la storia raccontata da Twain: Tom doveva dipingere per punizione la staccionata della casa della nonna ma, dandosi grandi arie e dicendo che si trattava di una sorta di opera d’arte, riusciva non soltanto nell’intento di far fare il lavoro ad altri ma, addirittura, di farsi pagare per aver loro concesso quel grande privilegio.

Sono le regole del mercato, no? Siamo disposti ad aspettare ore ed ore in piedi per entrare in un locale esclusivo eppure tre minuti di attesa al bar sotto casa sembrano un oltraggio alla nostra persona.

Il fatto è che spesso ci sono in gioco tutte altre regole, che funzionano quasi all’inverso. D’altronde come potrei spiegare altrimenti il fatto che, difficile come sono non dico da ottenere ma anche soltanto da avvicinare, non ci sia un codazzo di pretendenti che mi segue come lo strascico di una sposa? 😉

Si tratta delle regole sociali: se un amico mi invita a cena a casa sua sono sicura che accoglierà con estremo piacere una bottiglia di vino o un mazzo di fiori, ma non reagirà altrettanto bene di fronte a un omaggio di 20 euro.

Dove sta la differenza? Voglio dire, 20 euro sono 20 euro e possono servire per comprare una bottiglia di vino che piace più di quella che io ho scelto per lui, oppure gli danno la possibilità di comprarsi un cd, una manciata di pacchetti di sigarette, dei biglietti per il cinema. Invece: il regalo , i soldi no.

Come dimostrano gli esperimenti condotti da Dan Ariely, descritti in un suo libro che sarà tradotto in italiano in autunno[*], il confine tra quando si applicano le regole sociali e quando invece quelle della domanda e dell’offerta può essere molto labile.

Prendiamo il lavoro: io sono una cosiddetta lavoratrice flessibile, con un contratto a progetto che mi qualifica come libera professionista nonostante in realtà abbia un unico committente – anche perché traduzioni a parte non mi resta il tempo di fare molto altro se voglio continuare ad avere una vita privata quantunque in forma ridotta.

Chi dà lavoro ai tipi come me deve, in qualche modo, far sì che il lavoro sia abbastanza gratificante e strutturato in maniera tale da lasciare un po’ di spazio all’ingerenza delle regole sociali; dovessi basare il mio impegno soltanto sulla legge della domanda e dell’offerta, nel caso in cui attaccassi questo terribile morbo ai miei vicini di scrivania credo che la società per cui lavoriamo sarebbe costretta a chiudere nel giro di poco perché non più in grado di portare a termine i lavori per cui lei stessa è pagata.

Allora succede (o dovrebbe succedere, se non altro) che la staccionata da dipingere diventi agli occhi di tutti una grande avventura da vivere insieme: non un lavoro vero e proprio ma un’esperienza arricchente ed entusiasmante, in cui la fatica è ripagata dall’appagamento umano ancora prima che professionale. E io mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino perché avere il nome su quel volantino mi riempie sempre di gioia e soddisfazione personale.

Però a volte Tom non la passa del tutto liscia; a volte basta che un passante qualsiasi sussurri: “ehi, ma il re è nudo” – o se si vuole, tanto per non confondere una storia con un’altra, “ehi, ma dipingere la staccionata non è altro che una noiosa punizione”. E cosa succede a quel punto? Cosa succede quando ti si continua a chiedere di fare parte di una squadra, di una grande famiglia che più che lavorare vive insieme, fa esperienza insieme per il benessere e il piacere reciproco – e un passante qualsiasi sussurra “ehi, guarda che chi ti sta chiedendo di sacrificare il terzo week end di fila è pagato all’incirca il doppio di te”?

Succede che entra in gioco il denaro – che alcuni si ostinano a definire vile mentre io, in tutta sincerità, preferisco non denotare affatto e limitarmi a considerarlo un mezzo per poter acquistare beni o servizi, mi si passi il cinismo. E quando entra in gioco il denaro le regole sociali non funzionano più: cadono, precipitano, si disintegrano e, sempre come mostrano gli esperimenti di Ariely, non possono più essere reintegrate all’interno del gruppo in questione. Vigono più soltanto le leggi della domanda e dell’offerta: quanto vale il mio fine settimana trascorso a lavorare, monetariamente? E in molti casi la risposta è “Molto più di questo, quindi: no, grazie. Piuttosto sto sabato e domenica tappata in casa ad ascoltare canzoni di Julio Iglesias.”

E qui vorrei concludere con un riferimento al mio tema preferito.

Alcuni uomini (non che ne siano rimasti molti, per la verità, soprattutto in questi tempi di crisi; ma la mentalità è dura a morire) ritengono che il modo più adeguato di conquistare una donna consista nel portarla fuori a cena / al cinema / al bar / a teatro / alla partita di curling. Pagando il conto o il biglietto, ovviamente. Ecco: non si rendono conto, costoro, che in questo modo stanno lasciando il campo libero alle regole della domanda e dell’offerta? Non capiscono che la donna così avvicinata sarà portata a valutare ogni mossa successiva in termini monetari? Più esplicitamente, non si interrogano sul fatto che pagando di tasca loro stanno in un certo senso firmando con il sangue un documento in cui nelle colonne di sinistra ci sono i soldi spesi e in quella destra il corrispettivo delle varie concessioni che si aspettano in cambio? E che sta iniziando in questo modo il circolo (vizioso o virtuoso a seconda dei risultati) conto – bacio sulla guancia – conto – appuntamento successivo – conto – eccetera eccetera?

Ecco perché io mi entusiasmo molto di più per chi si ferma per aprirmi una porta, per chi mi aiuta a dare il bianco in casa, per chi mi fa una telefonata inaspettata quando proprio ne ho più bisogno, o anche per chi mi dà il midollo del suo ossobuco. Mmm, questa non so da dove mi è uscita; probabilmente è un retaggio infantile 😛

Soprattutto nelle questioni di cuore. Anche perché quanti decidono di aprire il portafogli per pagare cene o quant’altro farebbero meglio a non dimenticare le parole di quella vecchia volpe di Woody Allen:

“il sesso non-a-pagamento è, in realtà, proprio il sesso più costoso di tutti”.

[*] Dan Ariely è un personaggio incredibilmente interessante, che firma le sue email con la sigla “Irrationally yours, Dan”. Chi volesse approfondire, in attesa del libro può dare un’occhiata al suo sito personale.

Pro e contro dell’astinenza – sessuale, ovviamente

Le mie amiche e i miei amici gay, da un po’ di tempo a questa parte, non fanno che insistere che dovrei prendere in considerazione l’idea di riprendere ad avere una vita sessuale – se proprio quella sentimentale la ritengo troppo al di fuori dalla mia portata. Gli amici etero si astengono dall’entrare in argomento, ora che ci penso; non so se per pudore oppure perché anche loro sono in una situazione piuttosto simile alla mia – è risaputo infatti che gli uomini eterosessuali e fidanzati non hanno amiche che siano prive di un fidanzato stemperante le gelosie della propria compagna; gli unici amici etero che mi sono rimasti sono pertanto sostanzialmente da soli e con la tendenza a non voler ricordare innanzitutto a se stessi l’esistenza del problema.

Il fatto è che, forse anche aiutata dall’essere donna, il sesso non mi manca. Non mi manca né tantocome mi mancavano gli alcolici e il cioccolato mentre ero a dieta, per essere più chiara.  Complici gli ormoni e il superamento di una certa fase della vita, credo che per me valga il detto “meno ne fai, meno ne faresti”. Ma magari per la maggior parte degli uomini e anche per diverse donne gli ormoni si comportano diversamente. Ovviamente in questo caso sto generalizzando, senza tra l’altro essere supportata da nessun risultato dal sapore scientifico: mi limito a qualche articolo letto qua e là e alle conversazioni tra amici, dei quali nessuno è un esperto di fisiologia umana. E soprattutto, per quanto mi sforzi di mettermi nei panni degli altri, quando si tratta di bisogni ed esigenze fisiologiche non posso che vedere le cose dal mio punto di vista. Mmm. Non soltanto quando si tratta di fisiologia, ora che ci penso. E’ sempre il mio punto di vista, quando scrivo qui – a meno che non specifichi il contrario con tanto di bibliografia 😉

E comunque. Chiaramente mi sono riferita finora soltanto all’aspetto fisiologico della questione; per quanto riguarda quello psicologico ed emotivo, infatti, il problema si tinge di sfumature ricche quanto controverse. E qui esplode la pluralità di punti di vista – tutti, rigorosamente, miei.

Perché non fare sesso è un male

–    perché non fai sesso. Ovviamente. E il sesso può essere noioso, fastidioso o frustrante – e in quest’ottica essere esentata da certi atti compiuti soltanto per compiacere l’altro, o per abitudine, o per non litigare o per tutti i motivi per cui (soprattutto durante una relazione stabile, ma non soltanto) può essere qualcosa di cui rallegrarsi, come spiegherò meglio più avanti. Però il sesso può essere anche una forma di comunicazione molto bella, divertente e appagante – o almeno così mi pare di ricordare. E secondo alcuni è addirittura un’attività che fa bene alla salute.

–    perché, per l’appunto, dopo un po’ che non lo pratichi il sesso smette di essere un qualcosa di concreto ma scivola dapprima nell’area del cervello deputata alla conservazione dei ricordi, per poi entrare di soppiatto in un’area limitrofa a quella consacrata alle verità di fede: se tutti dicono che il sesso è così e cosà io ci credo sulla fiducia. Perché, a conti fatti, non ne ho più la benché minima idea.

–    perché quando pensi al sesso, quando ne parli, o ancora quando vedi una scena al cinema o leggi qualcosa in un libro, ti trovi in una condizione che soltanto in apparenza è paragonabile a quella che subivi quando ancora di sesso non ne avevi fatto mai in prima persona e ti limitavi a pensarci, a parlarne, a vederlo nei film o leggerlo nei libri. Soltanto in apparenza perché, da un lato, tutto il sesso che, bene o male, hai fatto nella tua vita (anche se non te lo ricordi più) ha lasciato un segno che in un modo o nell’altro condiziona la tua posizione al riguardo; non è più come se ci fosse un intero universo nuovo di zecca da iniziare a esplorare, ma sei portatore di una verginità perduta che è mentale molto più che fisica. E questa perduta verginità mentale toglie al tutto il sapore mitico o addirittura mistico che aveva allora. D’altro lato, nell’epoca pre-sesso tutte o quasi le persone che ti circondavano erano più o meno nella tua situazione: c’era chi ne aveva fatto un po’, chi ne aveva fatto un po’ di più e chi si inventava le cose. Se ne parlava sempre un sacco, ad ogni modo, sia tra donne sia tra uomini sia, in certi casi particolari, addirittura tra uomini e donne – tra uomini e donne che non facevano sesso tra di loro, beninteso; a quell’età l’unica persona con cui non parli di sesso è proprio quella con cui sarebbe meglio parlarne, ossia quella con cui lo fai. E comunque. A trent’anni tutto questo non vale più: a trent’anni la gente fa sesso regolarmente e, tipicamente, o lo fa sempre con la stessa persona da parecchio tempo e non vede perché dovrebbe parlarne a meno che non vi siano dei gravi problemi, oppure lo fa sempre con persone diverse e allora, altrettanto tipicamente, non ne parla con me perché pensa che se lo facesse mi potrebbe mortificare o farmi stare male o non so bene cosa.

Perché non fare un sesso è un bene

–    perché, se non fai sesso, non ne senti la mancanza. D’accordo, sto affermando che uno dei vantaggi del non fare una cosa è che dopo un po’ non ti manca più; non è un ragionamento che fili perfettamente sotto il punto di vista logico. E allora? Questo non lo rende meno vero. Ho passato, in altri momenti della mia vita, brevi periodi in cui non avevo nessuno accanto ma, allo stesso tempo, avevo alle spalle settimane, mesi o addirittura anni di pratiche consolidate da un ritmo cadenzato. Molto peggio, in quel caso: perché l’abitudine è dura da perdere. Un po’ come quando smetti di fumare – ogni giorno è un po’ meglio del precedente, e anche se ci possono essere delle ricadute (io infatti ho ricominciato peggio di prima) a conti fatti più passa il tempo e più, addirittura, l’odore stesso del fumo comincia a infastidire. Mmm. Non pensavo di spingere la metafora così in là, ma ora che l’ho scritto non sarebbe onesto cancellarlo.

–    perché puoi finalmente capire se prenderti cura di te stesso è finalizzato a prenderti cura di te stesso oppure a prenderti cura di un altro attraverso la cura di te. Dato che capita spesso che ti prenda cura di te perché hai il terrore che costui o costei ti abbandoni avendo incontrato qualcuno che, prendendosi ancora più cura di sé, gli o le fa fare più bella figura rassicurando più profondamente il suo ego.

–    perché sei controcorrente. E dà una certa soddisfazione, di questi tempi in cui fare sesso è obiettivamente più facile che avere una relazione stabile e, al contempo, la società preme perché tu, donna liberata grazie alla rivoluzione (per l’appunto) sessuale, faccia abbastanza sesso da ricompensare la mancanza dello stesso di tutte le donne che dalla notte dei tempi sono state assoggettate alla volontà del proprio consorte.

–    perché almeno ti risparmi tutte le complicazioni causa o effetto del sesso o della mancanza dello stesso all’interno di una coppia: tu vuoi e l’altro no; l’altro vuole e tu vuoi continuare a leggere l’appassionante recensione dell’ultimo libro sul collezionismo di teiere; entrambi non ne avete assolutamente voglia ma è passato troppo tempo dall’ultima volta e vi sentite in obbligo; e tutte le altre variazioni sul tema.

Ma soprattutto, per quanto mi riguarda, non fare mai sesso neanche per sbaglio può essere un bene perché tutte le energie – fisiche e mentali – che investiresti nel sesso le devi incanalare in qualche modo alternativo. Il sesso infatti è anche, se non soprattutto, creatività.

Basta pensare che – nonostante a volte tentiamo a ogni costo di dimenticarcene – il sesso altro non è che l’escamotage trovato dalla natura per spingerci a perpetuare la nostra specie; detto in termini dal sapore un po’ rétro, il sesso porta alla creazione della vita. Ed esistono forse altri costrutti umani che sono forme di creatività più sublimi, però.. insomma… Vista così, in effetti, l’espressione “creare la vita“ mi riempie di timore reverenziale e mi fa anche ridacchiare un po’. Però è di questo che si tratta.

E comunque. Il sesso come forma di creatività. Tutta questa creatività che non confluisce in un atto sessuale, di conseguenza, dovrà pur andare da qualche parte. Per alcuni c’è lo sport, ma non per me, purtroppo o per fortuna. E’ vero che Picasso, artista incredibilmente fertile e versatile, univa le due cose producendo innumerevoli manufatti con i materiali e le tecniche più disparate e, al contempo, mettendo al mondo quattro figli con tre donne diverse.

Tuttavia, io non sono Picasso, né mi passa per l’anticamera del cervello l’idea di mettermi a fare sport. Quindi leggo quei libri che non avevo mai avuto il tempo di aprire, guardo film anche di una stupidità imbarazzante, ascolto musica che non conoscevo, esco con persone improbabili semplicemente perché non ho altre alternative – e a volte mi diverto un mondo.

Ma soprattutto, da quando ho smesso di fare sesso ho ricominciato a scrivere dopo quasi quindici anni di parole che si limitavano a svolazzare qua e là.

E, in attesa di scoprire se ho qualcosa in comune con Picasso, per il momento questo è un prezzo che sono disposta a pagare molto volentieri.

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