Archive for the 'purittane' Category

La regola della yes-girl!

Credo fosse uscito un film, tratto da un libro – a sua volta tratto da una storia “vera” – su un uomo che, per un certo periodo di tempo, aveva deciso di dire sempre . Qualsiasi cosa gli chiedessero, qualunque proposta gli venisse fatta, lui sempre e comunque rispondeva sì.

Non ho visto il film su (letto il libro su [vissuto la vita di]) quel tizio. Eppure, da qualche tempo a questa parte, ho naturalmente iniziato a comportarmi allo stesso modo – almeno per quanto riguarda i rapporti con gli  uomini.

Naturalmente: intendo che non è stato deliberato; non si è trattato di una scelta a tavolino né, se proprio devo usare il vocabolo scelta, posso affermare che questa sia stata consapevole.

Eppure. Dopo tutto questo tempo trascorso chiusa in me stessa, impegnata in un’auto-riflessione che, come da commenti al post precedente, cominciava a essere un brodino riscaldato del tutto sterile, ho iniziato a smettere di essere respingente sempre e comunque.

Questo non significa che mi sia lanciata in chissà quale mondo fantastico in cui sono diventata una Odiamore-ricca-di-iniziative. Non esageriamo 🙂

Ho incominciato, tuttavia, a rispondere affermativamente a proposte più o meno impegnative, più o meno esplicite, più o meno implicanti altro.

Un perfetto sconosciuto mi chiede l’amicizia su facebook? Sì, assolutamente: la accetto. E quando qualche settimana dopo via chat mi attacca un bottone micidiale con contenuti più poveri di un numero di Novella 2000, seguo gentilmente i suoi discorsi – fino a ritrovarmi, sempre perché ho nuovamente risposto “sì, certo“, a parlargli vis à vis davanti a una tazzina di caffè.

Un completo estraneo, con cui durante una festa ho diviso un divano (anche piuttosto largo, a dire il vero) scambiando sì e no cinque minuti di convenevoli, mi invita a pranzo? Sì, grazie, molto volentieri; se sei libero la prossima settimana per me va bene sempre, tranne mercoledì ché ho un impegno di lavoro.

Un ragazzo che non vedo da due anni, che per quanto ne so rispetto a quando mi piaceva potrebbe aver acquistato 10 kg (in grasso corporeo) o averne persi altrettanti (in quanto a capelli), mi scrive su skype a orari improbabili chiedendomi se posso collegarmi con la  webcam nonostante la sua sia rotta (!!!)? Sì, certo. Proprio adesso? Sì, va bene, come vuoi tu. Anche se è una cosa francamente imbarazzante – soprattutto tenendo conto che è l’una di notte e mi sono connessa soltanto per far trascorrere i 45 minuti necessari per  fare agire la maschera ai capelli; lo faccio, e ci rido sopra quando lui mi giura che anche se con un asciugamano in testa sono ancora meglio di quanto ricordasse.

…. e a questo punto preferirei non continuare. Non perché si entri in dettagli più intimi – per carità. I miei sono autentici, ma le domande che mi vengono poste sono pur sempre schermate dalla permissività delle mie armature: primi tentativi, dunque; contatti a distanza e, qualora ravvicinati, avvengono con persone che in qualche modo mi respingono loro per prime. Come quel tizio che, al secondo appuntamento, ha incominciato a dire, alternativamente, che non era pronto per avere una relazione stabile ma nemmeno voleva una storia di una sera perché proprio “non sarebbe da lui”. Ed è riuscito a ripetere entrambi i concetti almeno tre volte nel corso di una cena – tutte e tre le volte riuscendo a essere sorprendentemente fuori contesto.

Anche se poi, a volte, queste stesse persone tornano a farsi vive  negli spazi dei bit e delle fibre ottiche – tanto per non correre rischi.

E comunque. Questo modo di comportarmi – a parte alcuni risvolti tragicomici – mi piace perché mi mette in gioco sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, mi costringe a provare a me stessa di essere ancora in grado di non cadere nella trappola del comportamento da purittana: se dopo avergli detto sì un ragazzo non mi piace, non mi interessa, non mi aggrada, sono costretta a farglielo sapere in qualche modo. E non basta un no, in questo caso: ci vuole un modo più garbato, più costruito e più sensibile.

Se, al contrario, un ragazzo mi piace, mi interessa, mi aggrada – tipicamente, perché non soltanto non ha detto (o scritto) cose sbagliate, ma perché ha detto (o scritto) almeno una cosa giusta – sono costretta a prenderne atto. Ne devo prendere atto, contrariamente a prima, quando mi limitavo a scuotere la testa pensando che tanto a lo mejor era fidanzato – gay – pazzo da legare. No: in questo caso, se non altro, è chiaro che c’è una vaga intenzione romantica, a priori; e se un ragazzo mi piace, pertanto, sono legittimata a prenderne atto. E ad agire di conseguenza, ossia: a non agire. O quasi.

Perché, in terzo luogo, la regola della yes-girl! richiede che si debba soltanto dire sì, ma non sia assolutamente permesso prendere alcun tipo di inziativa. E questo, mi auguro, dovrebbe permettere un’ulteriore scrematura: una volta che il mio interlocutore ha preso atto del fatto che  non gli propongo nulla e non sono mai io a cercarlo, tocca a lui decidere il da farsi. E a me resta soltanto la fatica di scegliere, tra tutte, soltanto le cose – e le persone – che più mi aggradano.

Ma perché non ci ho pensato prima?

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Purittane: vietato l’ingresso

A grande (?) richiesta, o comunque considerata la provenienza della maggior parte dei visitatori di questi ultimi giorni, finalmente questo blog, dopo essersi qualificato come Blog 4occhi, ha deciso di vietare l’ingresso al genere di donna più detestato dalla sua autrice: la purittana.

Una gatta morta più consapevole, una donna che usa il suo corpo per ottenere qualcosa in cambio eppure, infarcita di moralismi fino a strariparne, si ripara dietro il diniego dell’evidenza.

Ho inserito nella colonna a destra un altro simpatico bottoncino (che alcuni si ostinano a chiamare antipixel) che renda chiaro il concetto:

Non vado esattamente pazza per la grafica che ho scelto, eppure i colori rosso e nero erano quelli che più mi sembravano adatti alla situazione. Il rosso perché le purittane fanno sempre e comunque sfoggio di un grande cuore; il nero perché il loro cuore, se anche è grande come sostengono loro, è talmente oscuro e appesantito da essersi ridotto a quel colore.

Pertanto: se una purittana passasse di qui, sarebbe gentile che andasse a leggere qualcos’altro da qualche altra parte, perché io non voglio assolutamente avere nulla a che fare con lei. Con tutte quelle che già mi tocca sopportare nella vita quotidiana, almeno questo spazio vorrei restasse purittana-free.

E grazie a Mitì (per la seconda volta), a daniela_elle, all’autrice del tumblr Ari, again – che non sono proprio riuscita a capire come si chiama 🙂 – e a chi mi sono eventualmente dimenticata; grazie per aver deciso di accompagnarmi in questa crociata anti-purittane.

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Riassunto delle puntate precedenti

A volte ho l’impressione di aver già scritto tutto. Tutto quello che potrebbe essere interessante da leggere per chi, per un motivo o per l’altro, sceglie più o meno casualmente di passare di qua. Infatti scrivo sempre meno.

Certo, ci sono quelli che arrivano tramite motori di ricerca; la classifica-di-tutti-i-tempi, attualmente, è così composta:

emoticon sesso 3,871
amore non corrisposto 993
odiamore 793
emoticons sesso 643
anobii 449
emoticon porno 372
gatta morta 348
emoticon baci 319
storie a distanza 277
emotion sesso 216
tacchi a spillo 182

Le emoticon(s) giocano un ruolo notevole, come si può osservare dall’immagine. Il post in questione era un esperimento, e se non altro sono contenta del fatto di essere riuscita a costruire uno specchietto per le allodole che attirasse anche qualche altro tipo di volatile che ha poi deciso di ritornare. I tacchi a spillo, invece, sono pericolosamente collegati a loro volta a ricerche fetish che mi causano sempre grande imbarazzo – e dire che non sono neanche andata a scuola dalle suore 😉

L’idea migliore che ho avuto, finora, credo sia stata quella della purittana: l’evoluzione della gatta morta e la concomitante speranza di far sentire meno sole le donne che hanno a che fare con(tro di) lei e meno stupidi gli uomini che cascano più o meno inconsapevolmente nella sua rete.

Per il resto, mi rendo conto che è da ormai un anno e mezzo che, come molti mi fanno notare nei commenti, non faccio altro che girarci intorno: voglio un fidanzato però poi magari anche no; mi sento una povera sfigata se nessuno dà segno di interessarsi a me però mi ostino a rifuggire – se non fisicamente, per lo meno con l’atteggiamento – le occasioni sociali in cui potrei conoscere persone nuove; mi commuovo davanti ai neonati però mi astengo dal sesso quasi fosse, il mio, un credo religioso ai limiti del fondamentalismo.

Perché il fatto è che ho trent’anni, la mia ultima storia è finita una trentina di mesi fa (leggi: quasi due anni e mezzo) e mi sento invece come se di anni ne avessi 13 e mi dovessi affacciare per la prima volta al mondo degli affetti e delle relazioni interpersonali.

E paradossalmente mi rendo conto, allo stesso tempo, di rientrare in quella fascia a rischio in cui, alla domanda “con quante persone sei stata?”, la risposta non può essere vomitata addosso all’interlocutore come farebbe una mamma-pinguino che nutre il suo cucciolo.

Perché il numero è basso per chi si pasce di secsendesiti, però non così basso da non correre il rischio di urtare gli animi di alcuni esponenti del genere maschile. E ce ne sono in giro ancora molti, di soggetti rassicurati dalla mancanza di esperienza sentimental-sessuale della propria potenziale compagna. E forse questi ometti non hanno neanche tutti i torti, chissà. Ho visto in giro donne che voi umani nati ai tempi dei miei genitori non potete neanche immaginare [cit.]

E comunque, tirando le fila del discorso: non mi sono conservata abbastanza da risultare appetibile per quel gruppo di uomini solleticati dall’inesperienza femminile, né sono abbastanza di ennesima mano da poter rientrare appieno nel ruolo della mangiauomini – soprattutto per mancanza di memoria dovuta a protratta inattività d’ogni sorta. Come posso fare la mangiauomini se la mia più grossa preoccupazione al momento è fare in modo che, dovessi mai – puta caso – baciare qualcuno, costui non pensi che io ancora non ho raggiunto la maggiore età anagrafica?

Eccole, dunque, le puntate precedenti: tredici anni trascorsi in coppia – non tutti con la stessa persona, anzi; ma con intervalli tra una persona e l’altra sempre inferiori alle poche settimane. Tredici anni trascorsi tra una coppia e l’altra, dunque, per essere proprio pignoli come piace a me. E poi. Due anni e mezzo trascorsi totalmente da sola – ma proprio da sola-da sola: neanche un corteggiatore fittizio ingaggiato dalla mia migliore amica.

E ora sono qui. Sono qui e ancora una volta una vocina mi sussurra che questo post potevo fare a meno di scriverlo. Anche perché forse a questo punto l’unico soggetto davvero innovativo sarebbe: e nella puntata di oggi, cosa mai succederà?

It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria – perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata – assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Tacchi a spillo e scarpe da ginnastica

Girare per Soho di sabato sera e’ un’esperienza antropologicamente molto interessante. Innanzitutto, orde di ragazzini ubriachi persi alle dieci di sera, giovani fanciulle che vomitano contro i muri prima delle dieci e mezza e finalmente, intorno alle undici, escono (dai ristoranti?) le prendenti parte agli hen parties – gli addii al nubilato.

La cosa piu’ sconcertante per un’italiana, tuttavia, sono le scarpe delle ragazze. Sono tacchi a spillo di dodici centimetri, sono sandali senza calze con una temperatura esterna di tre gradi centigradi, sono scarpine improponibili che fanno venire le vesciche e male alle caviglie soltanto a guardarle.

Ma non sono soltanto le scarpe, a dire il vero. Queste ragazze, queste donne si aggirano per strada vestite da gran sera, con stole di seta, vestiti di broccato e paillettes – pronte per la serata degli Oscar. Il che, di per se’, non sarebbe un male, anzi. Se non fosse che questi abiti, questi maquillages da rivista di moda, questi tacchi vertiginosi sono accompagnati da ragazzi e uomini in jeans strappati, giacconi sformati, barbe sfatte, capelli improponibili e scarpe da ginnastica (sporche).

Perche’ allora, mi chiedo, esiste questa incredibile disparita‘? Perche’ le donne si tirano a lucido e gli uomini sembrano appena alzati dal letto (dove hanno dormito vestiti con gli abiti del giorno prima)?

Per piacersi? Per piacere? Per fare a gara a chi e’ conciata meglio?

La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo – il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome – mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (“Sei più bella quando ridi che quando piangi” – mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere – almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile – se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi 😉

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” – che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi – che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che – mi dispiace per i non anglomasticanti – non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi – d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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La distanza nelle storie a distanza

Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.

E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno – o quasi – ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.

Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.

La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese – regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi – ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?

Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno – che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto – così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino – non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?

Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).

Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare – perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata – riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?

Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto – o comunque non soltanto – il luogo di residenza.

C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.

A un certo punto, la scena si divide in due – come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d’altronde un uomo che non ha mai visto “Harry ti presento Sally” non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei – e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei – sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.

Ecco, è questa: è la distanza interiore.

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