Archive for the 'odio' Category

Odiamato sanvalentino

Anche se in questo periodo sto scrivendo ovunque tranne che nel web, non potevo esimermi dallo scrivere un post al volo il giorno di sanvalentino.

L’unica festività che riesce a deprimere chi non è accoppiato così come chi la dolce metà ce l’ha al proprio fianco. L’uno, perché si sente rinfacciare di essere da solo; l’altro, perché fare qualcosa è da sfigati ma a non fare nulla si corre il rischio che la suddetta metà esprima ogni sorta di rimostranza – delle quali, quella non verbale sarebbe sicuramente la più perniciosa.

L‘odiamato sanvalentino. Lo scriverei proprio così, tutto attaccato e con l’iniziale minuscola. Un po’ per spregio, un po’ perché è un’istituzione e, al contempo, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutta la comunità. O quasi.

Perché intanto, per riuscire a trovare un tavolo per due per stasera, ho dovuto telefonare a quattro pizzerie. Ed è vero che oggi è sabato, ma i tempi dal periodo della relativa febbre sono un po’ cambiati, no?

Ah. Mi viene il dubbio che, con il fatto che ho scritto di star cercando un tavolo per due, qualcuno potrebbe pensare che sono in procinto di uscire in dolce compagnia. Be’, sì. Esco con la mia amica Sole – che è di una dolcezza incantevole. Esco con una persona a cui voglio bene – e se ben ricordo le letture infantili delle striscie dei Peanuts la festività che ricorre il 14 febbraio serve a quello, a far sapere alle persone a cui vuoi bene che vuoi loro bene. Perché è scontato, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa.

E io ho alcuni problemi a dire ti-voglio-bene anche alla mia amica Sole, figurarsi un po’.

Mentre Sole e io eravamo al telefono, questa mattina, mi è scappata la constatazione: “gli unici a essere davvero innamorati sono quelli non corrisposti”. E le mie stesse parole mi hanno profondamente immalinconito.

Però adesso va così. Va che sto lavorando, sto riguardandomi tutte le serie di Friends, sto leggendo un libro sull’asimmetria, sto iniziando a inscatolare cose per l’imminente trasloco.

E sento le emozioni molto lontane. Molto, molto lontane. Tanto lontane che non le “sento” neppure: sono un’entità astratta, qualcosa che so che dovrebbe esserci per sentito dire, per brandelli di memoria.

Quindi, se proprio oggi qualcosa è da festeggiare, vorrei che l’ospite d’onore fossero loro, le emozioni. Perché tornino presto da me.

Pertanto. Buon odiamato sanvalentino, in particolare a chi come me è alla ricerca – più o meno disperata – di qualcosa ancor prima che di qualcuno.

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La giornata del mi-rendo-odiosa

Sabato pomeriggio l’ho trascorso quasi interamente barricata in casa, con il termostato fisso sui venti gradi centigradi e qualche occhiata sporadica in direzione della finestra gettata nella vana speranza che il grigiore del cielo si fosse almeno lievemente attenuato rispetto a venti minuti prima.

Quando era ormai sufficientemente buio da non poter più distinguere i colori mi sono finalmente decisa a uscire: una breve passeggiata per scongiurare il mal di schiena, una visita dall’ottico per farmi registrare le stanghette degli occhiali e una spesa veloce che tanto la domenica avrei pranzato fuori. Il programma sembrava innocuo, gelo e umidità permettendo. Invece stavo andando incontro a un’incontrollata esplosione di acidità e sarcasmo – inespressa, per fortuna. O purtroppo?

Mi sono attenuta a quanto avevo previsto di fare, allungando rispetto alle intenzioni iniziali il percorso della passeggiata non appena mi sono accorta che il freddo era più sopportabile del previsto.

Non ero di cattivo umore, anzi: la sera prima ero uscita divertendomi molto pur avendo bevuto soltanto acqua gassata, ero riuscita a dormire quasi otto ore di fila e dopo pranzo avevo rivisto, su consiglio di Sole, un film con Russel Crowe (cosa che non può che mettermi di ottimo umore, semmai).

Dopo aver incrociato per la terza o quarta volta qualcuno che rideva rumorosamente, tuttavia, ho preso atto di una cosa: ogni scoppio di risa aveva provocato in me la stessa, perturbante reazione. La voglia di replicare con un “ma non c’è mica tanto da ridere, sai?”

E mi è tornato in mente che qualche giorno fa, scherzando durante un pranzo con colleghi, avevo proposto di inaugurare una “giornata dell’odiosità”: ventiquattro ore in cui avere come scopo quello di rendersi il più odioso possibile per chiunque venga a contatto con noi.

Anche un “pomeriggio del mi-rendo-odiosa” sarebbe più che sufficiente, a ben pensarci – magari con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle necessità e del tempo di guarigione da lesioni fisiche eventualmente riportate in conseguenza a parole o azioni.

Trovo che consacrare ufficialmente parte della propria vita al rendersi odiosi avrebbe un notevole effetto catartico, almeno per la sottoscritta.

Innanzitutto, rendersi odiosi non è affatto facile: occorrono sagacia, conoscenza dei punti deboli dell’altro, ottimi tempi di reazione e, last but not least, una notevole faccia tosta.

Mi ricordava Gerry che, non troppo tempo fa, un tizio che avevo appena conosciuto se ne era uscito con una considerazione tipo “non ho niente contro i gay, ma… non è che di base mi siano molto simpatici.” Proprio il tipo di generalizzazioni che mi fanno andare in bestia. Io l’avevo squadrato dall’alto in basso (almeno metaforicamente, dato che non raggiungo il metro e sessantacinque nemmeno se salgo su una sedia) e avevo replicato con l’aria innocente di chi sta per fare un gran complimento: “Sai, in effetti ho molti amici gay. Anzi, ora che ci penso: tutti i miei migliori amici sono gay.”

Cosa peraltro vera soltanto fino a un certo punto: ho grandi amici che sono gay ma ne ho anche tanti che non lo sono – ma chissenefrega! La giornata del “mi rendo odioso” non è mica la giornata del “dico soltanto la verità”: pur di raggiungere lo scopo, è consentito anche distorcere un po’ la realtà a proprio gradimento. A la haine comme à la haine, pertanto.

Inoltre, rendersi odiosi agli altri immagino comporti in se stessi strane reazioni: se scopro di essere davvero brava a risultare insopportabile e, per contro, a sopportarne io stessa le conseguenze, cosa imparerò su me stessa? Che ho un lato oscuro a cui non sempre do ascolto, magari? Che tante volte a essere fintamente buoni non si guadagna nulla? Che le energie impiegate per farsi accettare acriticamente da chiunque forse potrebbero essere incanalate diversamente?

E’ che a volte sono stufa di essere spinta a riconoscermi nello stereotipo della zitella inacidita; ancora di più, mi infastidisce tremendamente che gli altri me lo facciano notare.

Almeno una volta ogni tanto, quindi, mi si consenta di dichiarare apertamente le intenzioni: quanto riusciamo a essere detestabili, se davvero ci mettiamo d’impegno?

La solitudine sentimentale

Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.

Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.

Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.

Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.

Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.

Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.

Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).

Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.

E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?

Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.

E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.

Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.

Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese – il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.

Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.

Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:

“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”

Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.

Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.

O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.

E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie 🙂 ), la mia tracotanza.

E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.

Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.

Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.

Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.

Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.

1. Nell’ipotesi, del tutto ragionevole, che ogni giorno incontri per strada una trentina di sconosciuti del sesso opposto, ogni mese “incontro” circa 1000 persone nuove. Ho fatto un’ipotesi ulteriore, forse non condivisibile da tutti: che ogni persona che mi trova vagamente attraente decida di farmelo sapere e di “farsi avanti”. Ma ho come l’impressione che in rete succeda proprio questo.

Il potere della lingua

Io amo l’italiano. E’ una lingua stupendamente ricca e versatile e, soprattutto, è la mia lingua. E mi accingo a usarla come un’arma contro chi invece sembra non amarla affatto – o se non altro la tratta molto male.

Adoro anche, nell’ordine, l’inglese, il francese e lo spagnolo – e vorrei tanto adorare anche il giapponese, ma ancora non sono riuscita a impararlo. Ogni volta in cui parlo, leggo o traduco da una lingua che non è la mia sento un brivido di felicità e un senso di quasi-onnipotenza: il potere delle lingue è enorme, perché è il potere di comunicare con altri esseri umani sia qui e ora (grazie al turismo di massa 😉 ) sia altrove e in un’altra epoca (grazie, oltre che al web, ad altri “oggetti” come i libri).

Ma niente è paragonabile alla mia lingua, perché è mia. Che mi piaccia oppure no – e fortunatamente, lo ripeto, mi piace tantissimo. A parte quando devo tradurre testi specialistici scritti in inglese: in quei casi la odio cordialmente, ma si tratta di circostanze lavorative che esulano un po’ dal contesto generale della mia vita, in cui l’italiano è tra le cose che amo di più. Anzi. Amo talmente tanto la lingua italiana da provare un vero e proprio spasmo di sofferenza fisica ogni volta in cui vedo errori che non sono refusi, frasi prive di coerenza logica che non sono anacoluti. O per lo meno sono anacoluti – non – voluti.

Non ho idea del motivo per cui persone con una formazione universitaria e in grado di scrivere concetti anche estremamente interessanti, ben strutturati e stimolanti scivolino sull’ortografia. Sì, proprio sull’ortografia: come scrivevo, non si tratta di refusi, quando sono così spesso reiterati – si tratta di ignoranza. Ah, dimenticavo una precisazione: non vale il viceversa, ossia scivolare sull’ortografia non è indice del fatto che i contenuti siano estremamente interessanti eccetera. E con questo, lo so, mi sono resa definitivamente odiosa 🙂

E comunque: non conosco le ragioni di tale appiattimento linguistico, di tale imbarbarimento (ho le esigenze di purezza linguistica di un accademico della Crusca di inizio settecento, si era intuito?); alcuni esperti sostengono sia colpa della scuola, altri dell’uso del computer e di strumenti come i correttori automatici, altri ancora di “oggetti” come i blog. Mah. Tempo fa ho letto un bel post sugli errori in cui è più frequente imbattersi sulla rete; più recentemente, mi è capitato di partecipare su Facebook a un forum sull’argomento “quante lingue conoscete?” e mi ha rallegrato leggere molte repliche che insistevano sull’importanza di conoscere la propria lingua madre, prima di impararne altre.

Non sono così sicura che la “colpa” sia del mezzo di comunicazione (blog, chat ecc.); mi piacerebbe, tuttavia, conoscere al riguardo anche altri pareri da parte di persone che sono solite scrivere per piacere, e non soltanto per lavoro.

Premettendo che la mia formazione ortografica è tuttora in corso (spesso mi capita di interpellare un amico che di mestiere fa il redattore), le questioni più “scottanti”, per quanto mi riguarda, sono le seguenti.

1. la confusione tra accenti gravi e acuti

Anche se quando facevate francese alle scuole medie, come la sottoscritta, non ci pavete capito niente, in realtà ci sono delle regole ben precise anche in italiano: perché, giacché, né, sé, finché eccetera. Già che siamo in argomento, “se stesso” e varianti (stessa, medesimo, medesima) l’accento non lo vogliono (anche se l’Accademia della Crusca qui sostiene che entrambe le forme sono accettabili). Allo stesso modo, ventitré, trentatré e tutti gli altri composti di tre lo vogliono acuto, così come le terze persone singolare del passato remoto – come batté o rifletté. L’accento grave è invece da utilizzare esclusivamente per la terza persona singolare del verbo essere, per il suo composto cioè e per sostantivi come tè, caffè, narghilè e alcuni nomi biblici come Noè, Giosuè e Salomè.

2. la confusione tra accenti e apostrofi e i casi in cui “non ci vuole nulla”

L’unica voce verbale tra le terze persone singolari dell’indicativo a volere l’accento (vado a memoria) è dà. Pertanto, mi fa soffrire leggere abomini (chi sa dirmi come mettere l’accento circonflesso in wordpress?) tipo: “ti stà bene”, “mi fà male”. Forse è perché ci si confonde con l’imperativo? Eppure no, non è possibile: l’imperativo vuole l’apostrofo, semmai: fa’ questo, fa’ quello, sta’ qui vicino a me – si tratta di un’elisione. Anche qui e qua si scrivono senza segnetti, proprio come i nomi dei nipotini di Paperino. Là, invece, no: l’accento lo vuole. Problemi analoghi con la prima persona: sto bene, lo so (in quest’ultimo caso, gli errori sono fortunatamente molto infrequenti). E per ultimo: qual è. Qual-spazio-è. Niente apostrofi. Mai. La Crusca (e Suzukimaruti) sono d’accordo con me.

3. punti e puntini

I tre puntini, noti anche come puntini di sospensione, sono oggetto di abuso continuo e costante. Soprattutto negli sms, ma non soltanto. Il troppo stroppia, come diceva mia nonna: i non detti, i sottintesi, i vorrei-ma-non-posso li si rende nella scrittura anche in altri modi. E dopo il punto fermo ci vuole uno spazio. Sempre

4. incomprensibile e involuto è diverso da “bello”

Le proposizioni subordinate sono molto importanti; relative, concessive, ipotetiche: aiutano a strutturare le idee in maniera complessa e accompagnano chi legge lungo i nostri percorsi mentali. Dato che esistono, è quasi doveroso usarle e sarebbe sciocco non approfittarne – ma senza esagerare. Tre relative in uno stesso periodo sono, nella maggior parte dei casi, semplicemente eccessive; una volta io pensavo dessero “personalità” al mio modo di scrivere, ma in seguito ho finalmente capito che risultano estremamente fastidiose, in quanto appesantiscono le frasi senza che ve ne sia necessità.

Le proposizioni relative che usavo nelle cose che scrivevo, o a cui ricorrevo parlando di ciò che mi interessava, erano, per le persone che mi leggevano, un ostacolo che faceva loro passare la voglia di seguirmi.

Wow. Ne abuso ancora, che gran sollievo 😀

Il Newton Day – ma siamo davvero sicuri?

Ero entusiasta, dopo aver letto la proposta di Richard Dawkins di celebrare il 25 dicembre come il Newton Day (via).

Mi sembrava un’idea semplicemente geniale e stavo per mandare sms di sensibilizzazione a tutti i nomi della rubrica del cellulare di lavoro e addirittura di quello privato. Sarebbe arrivato anche al mio elettricista, ora che ci penso; ma in fondo perché escluderlo? Finalmente una valida alternativa al Natale. Finalmente un nome degno di rispetto – e un faccione da fare invidia al Santa Claus della cocacola. E poi.

Poi ho scelto di passare un 24 dicembre con i miei compagni di università. Che sono miei amici, ci tengo a sottolinearlo: perché se li chiamo i miei compagni di università, i miei compagni di università si arrabbiano – e in effetti con la maggior parte di loro non ho mai seguito neanche un corso; anche i miei colleghi a volte fanno delle facce brutte quando uso in loro presenza fuori dal contesto lavorativo l’espressione i miei colleghi: sono a prendere un aperitivo con i miei colleghi; ti richiamo più tardi, sono con una mia collega; vieni anche tu stasera a cena da un mio collega?

Probabilmente non è bello che io inserisca le persone in categorie. Capisco che si arrabbino, o comunque ci rimangano male. Un anno e mezzo fa c’erano anche i miei amici del ballo (con cui facevo lezioni di salsa), e prima ancora, durante l’università, i miei compagni di liceo.

Ora che ci rifletto, probabilmente è dovuto al fatto che ho sempre frequentato gruppi di persone che in comune avevano ben poco oltre al fatto di conoscere me. Ma non era di questo che volevo scrivere, oggi.

Era la vigilia di Natale: sono uscita da casa dei miei e sono entrata nella nebbia, che la mattina dopo si poteva ancora respirare. L’unico locale aperto in tutta la città era un posto con la sala fumatori – peccato che il raffreddore tremendo sopraggiunto giusto il primo giorno di vacanza rendesse fumare un’attività piuttosto dolorosa e ben poco gratificante. E comunque.

Ho aspettato che l’atmosfera si scaldasse un po’: che tutti raccontassero le torture a cui i vari parenti li avrebbero sottoposti l’indomani; che ci fosse il tempo per lamentarsi dell’assenza di significato della corsa ai regali per il figlio del fratello del convivente della madre di cui a mala pena si conosce il nome; che Andrea rischiasse di farmi slogare la mandibola a forza di ridere durante il racconto del pranzo con i parenti della fidanzata; che eccetera eccetera eccetera. E ho preso un bel respiro, che con ‘sto raffreddore non è stato affatto facile: “Ragazzi, ma io ho la soluzione! Anzi, non ce l’ho io, ce l’ha Richard Dawkins. Basta con il Natale e tutta la frenesia consumistica che ci rende depressi. Dedichiamo questo giorno a un personaggio veramente importante che ci ricordi davvero cose belle e importanti per la storia degli esseri umani. Il 25 dicembre è il compleanno di Isaac Newton: facciamolo diventare il Newton Day!”

Mi aspettavo non dico urla di giubilo (sarebbe eccessivo) ma un po’ di entusiasmo… be’, un po’ di entusiasmo sì, se non me lo aspettavo almeno ci speravo. Invece ho fatto una (ri)scoperta terribile: Newton era un uomo tremendo.

Per la serie Forse non tutti sanno che, la prima grande lite della sua carriera accademica fu con l’astronomo John Flamsteed, il quale gli aveva fornito una gran mole di dati necessari per la pubblicazione dei Principia Mathematica ma, in un secondo tempo, si era rifiutato di comunicargliene altri. Isaac cercò di costringerlo a pubblicarli, coinvolgendo nella lite addirittura Edmond Halley (lo stesso della cometa) e, avendo perso la causa legale poi intentata dall’astronomo, si “limitò” a cancellare dalla successiva edizione dei Principia ogni riferimento al lavoro di Flamsteed – comunque passato agli onori della storia come autore di un celeberrimo catalogo stellare.

Probabilmente più famosa è invece la “disputa Leibniz-Newton” sulla paternità della scoperta del calcolo infinitesimale: il filosofo tedesco aveva infatti pubblicato i propri risultati molto tempo prima dell’inglese – scatenandone l’ira funesta (da fare invidia al Pelide Achille!).

Quello che non conoscevo prima che me lo raccontasse un Andrea schifatissimo dalla mia proposta, però, era il seguente aneddoto. Si racconta che, alla morte di Leibniz (avvenuta a causa di un attacco di cuore), Newton confessò al proprio medico: “mi dispiace di non essere riuscito a distruggere la sua reputazione, ma almeno sono riuscito a spaccargli il cuore”.

No comment… Mi sa che alla fin fine Babbo Natale non è poi così brutto come lo dipingono.

E tutto questo mi fa ricordare che non dovremmo mai dimenticare di separare nettamente gli esseri umani dalle loro opere: il cuore e la testa infatti, anche in questo come in migliaia di altri casi, sembrano quasi appartenere a due persone distinte e molto, molto diverse tra loro.

Che fatica!

Che fatica quando la stanchezza fisica si riflette in un rallentamento del pensiero e delle risposte verbali. Quando non sei neppure abbastanza alieno dal contesto per non renderti conto che avresti potuto dire – fare – lasciare intendere tante altre cose, rispetto a ciò che è successo in questa realtà. Per non parlare poi delle risposte non verbali, che, accidenti!, sono le meno controllabili di tutte.

Che fatica cercare sempre di capire tutto e tutti. Cercare di provare a farlo, almeno. Pensare che ci si sta sforzando di cercare di farlo, quantomeno. Dicendosi che dopotutto è l’impegno che conta, ma senza crederci troppo.

Che fatica quel dannato nodo alla bocca dello stomaco di adolescenziale memoria quando succede qualcosa di inaspettato – troppo bello o troppo brutto. E troppo destabilizzante, comunque sia.

Che fatica quando non appena sei riuscito a farti una ragione di quel che credi stia succedendo, tutt’a un tratto un dettaglio viene alla luce. Inatteso e indesiderato, magari. Eppure macroscopicamente illuminante. E subito dopo, di nuovo, le tenebre. [ok, qui mi sono un po’ fatta prendere la mano 🙂 ]

Che maledetta fatica, pur tuttavia, quando, prima di passare definitivamente dal sonno alla veglia o dalla veglia al sonno, una vocina sussurra parole il cui significato non riesci a discernere. E ti rendi conto che non hai la lucidità per connettere i ricordi tra loro e, in questo modo, ne perdi il senso e la ragion d’essere.

Che fatica, che immensa fatica mi costa scoprire nelle reazioni istintive parti di me che vorrei non avere – brutte, cattive, egoiste, egocentrate, meschine: tutto ciò che tendo a rimproverare ad altri quando penso – o addirittura dico, relativamente a qualcuno, “Non mi convince del tutto perché“. E non so perché se non nella misura in cui sono consapevole che la disapprovazione è quella che provo verso me stessa – verso quegli aspetti di me stessa.

Ed è ancora più faticoso quando continuo a ripetermelo, che è dannatamente faticoso. Quando acquisto una consapevolezza tale da essere in grado di decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è vero e ciò che è soltanto apparenza. Una fatica incredibile, dalla quale nemmeno lo zabajone di mia nonna può aiutarmi a riprendermi. Forse la Nutella?

Ma com’è possibile che alla maggior parte della gente i periodi di stanchezza si limitino ad abbassare le difese immunitarie, mentre nel mio caso sfilacciano prepotentemente quelle emotive?

Poi, tutto considerato, mi ritrovo a pensare che in fondo in fondo gli effetti collaterali dell’abbassamento delle difese emotive potrebbero anche non essere del tutto negativi. E meno male.

L’evoluzione della gatta morta

Esiste una categoria di donne che soltanto le donne conoscono e, soprattutto, riconoscono: le gatte morte.

Dicesi gatta morta una persona di sesso femminile che:

a. fa gli occhi dolci a chiunque sia di sesso maschile, del tutto acriticamente e costantemente (a parte eccezioni, riassunte nel post scriptum);

b. riesce sempre, non si sa come, a convincere chiunque sia di sesso maschile a portarle eventuali pesi e, in generale, a svolgere per suo conto compiti noiosi/improbi/faticosi tipo: piantare chiodi nel muro, svitare lampadine particolarmente attaccate alla loro lampada preferita, andare in posta a pagare le bollette, usare l’auto nei giorni di pioggia e/o nebbia se si abita nella pianura padana, telefonare all’amministratore/avvocato/idraulico – o, sovente, sostituirsi all’amministratore/avvocato/idraulico se le competenze professionali lo consentono…

c. è universalmente considerata da “carina” a “molto carina” a “un gran pezzo di x*#@”. Ora: sicuramente una gatta morta che si rispetti si fa notare da tutti gli eterosessuali maschi (sarei curiosa di sapere l’effetto che ha sugli omosessuali di ambo i sessi), ma non è necessario sia oggettivamente particolarmente avvenente. Mmm, tre -ente uno di fila all’altro… sono un po’ assonnata.

d. cerca di suscitare, nelle donne, un senso di simpatia e familiarità con l’intento di schiacciarle in ogni forma di competizione con un essere di sesso maschile – non necessariamente di natura sessuale; come anticipato, può trattarsi di una “gara” per chi ha il posto considerato migliore al tavolo della pizzeria.

e. ha un gruppo di amiche piuttosto ristretto; tali amiche sono generalmente più brutte di lei, a lei sottomesse e del tutto dipendenti dalla sua capacità di calamitare le attenzioni maschili – a parte rare eccezioni scarsamente documentate.

f. molto semplicemente e un po’ volgarmente (e ridagli con gli -ente!) “non la dà”.

P.S. sono esclusi gli uomini: decisamente disgustosi e repellenti, con cui è stata fidanzata in passato e che l’hanno lasciata, eventuali fidanzati ufficialissimi delle amiche in presenza delle stesse.

Data l’ipotesi, segue la tesi: la gatta morta del nuovo millennio ha un nuovo nome – Purittana.

Il termine è nato durante una conversazione via chat con Candi alcuni giorni or sono, e lo trovo semplicemente geniale. La gatta morta è puritana (cfr. f.), ma è anche quell’altra cosa (cfr. a., b. ed eventualmente anche p.s.); figura ibrida, si vorrebbe in via di estinzione – io ho provato con la caccia grossa ma pare sia vietata per legge – ma continua ad affollare imperterrita e impunita la nostra vita quotidiana. Parenti prossimi: zanzara, mosca, moscerino, Taylor di Beautiful (almeno quando lo guardavo io – mi dicono che adesso sia molto cambiata… nelle soap opera le gatte morte risorgono, a quanto pare).

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