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La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo – il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome – mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (“Sei più bella quando ridi che quando piangi” – mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere – almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile – se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi 😉

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” – che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi – che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che – mi dispiace per i non anglomasticanti – non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi – d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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Consiglio di lettura

Non c’entra nulla con i contenuti di questo blog (ammesso e non concesso che “qui” esista una cosa di simile a una linea editoriale, cosa di cui sono sicura fino a un certo punto), ma tanto per cambiare un po’ rispetto ai soliti argomenti, consiglio vivamente di andare a casa di Isa e leggere:

Agenda di lettura

E di non limitarsi al post in sé e per sé – pur molto stimolante – ma di proseguire fino ai commenti, dove si entra sempre più nel vivo della questione.

Ah, la questione è la seguente, semplice e complessa allo stesso tempo: interazione tra l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione di massa (altrimenti noti come media). E, come scrivevo sopra, nei commenti si struttura una ipotesi di discussione sul possibile ruolo dei blog.

E con ciò torno al trasloco dell’ufficio, sperando di aver contribuito almeno un po’ a portare linfa alla conversazione – d’altronde anche questo è un possibile ruolo di un blog, no? Senza desiderio di influenzare né manipolare – forse anche perché, almeno per la sottoscritta, non vi sono pressioni esterne di alcun tipo: niente prodotti da vendere, nessun capo da assecondare, nessuna ansia relativa alla propria formazione professionale; niente di niente fuorché il piacere di scrivere e di leggere. Almeno qui, vivaddio 🙂

Forse non lo sai ma pure questo è amore

Finalmente è arrivato. Se ne era parlato talmente tanto tempo fa che quasi me ne ero dimenticata, e invece: oggi finalmente è qui, accanto a me. E’ un libro, ovviamente; di questi tempi, poche cose riescono a farmi battere il cuore forte quanto un libro – mentre per deludermi ci vuole davvero poco, ora che ci penso. E comunque.

Ho la grande fortuna di fare parte di un comitato di lettura di una casa editrice: significa che posso leggere libri gratis e spesso, addirittura, posso scegliere quale farmi mandare. Oltre al fatto, non privo di importanza per quanto riguarda il livello della mia gratificazione professionale, che esistono persone che prendono in considerazione anche la mia opinione quando si tratta di decidere se farlo tradurre o meno.

L’appartenenza a un comitato di lettura è la mia egofarm preferita: lusso allo stato puro. Lo scrivo perché si tratta di un sogno che è diventato realtà – e di questi tempi è raro che i sogni si avverino, quindi vale la pena che lo urli ai quattro venti. Certe cose accadono ancora. La mia fata madrina, per inciso, si chiama… no, non lo scrivo come si chiama, però è una fata madrina un po’ particolare, perché colei la quale mi ha dato accesso al privé dell’egofarm della lettura è stata, allo stesso tempo, la persona con cui, in terza media, tagliai scuola per la prima volta.

(Si dice ancora “tagliare scuola”? Lo chiedo perché tempo fa ho sentito mio padre, ultra-sessantenne, utilizzare il termine “schissare da scuola” e mi è sembrato vetusto. Quanto ci vorrà perché anche il termine che utilizzo io divenga vetusto? Lo è già? Mi legge qualcuno sotto i vent’anni? O forse ventiquattro sono sufficienti perché ci sia un gap generazionale? Yuhuu, ci siete ancora?)

Image of Love and Sex with Robots

Il libro che aspettavo si intitola, come potete vedere dall’immagine a fianco, Love and Sex with Robots. Non l’ho ancora neanche aperto, a dire il vero; preferisco aspettare di aver finito il romanzo e i tre saggi che ho sparsi tra comodino e altrove, tanto per gustarmelo al meglio. Scusate, mentivo: non è vero che non lo ho aperto; l’ho sfogliato un po’ distrattamente, fermandomi a leggere qua e là come faccio sempre quando ho un nuovo libro tra le mani.

Questo mio procastinare, a dire il vero, è parzialmente dovuto al timore di dover alla fine dare ragione a quel mio collega che l’aveva denigrato, sottolineando che tutti i libri che contengono nel titolo parole come “sesso” e “amore” sono noiosi o quanto meno assai banali. Sarà. Intanto, mi interrogo su quello che scoprirò leggendolo; in parte i contenuti li posso immaginare sulla base del comune buonsenso, in parte li posso desumere dal brillante articolo di Regina Lynn da cui mi è venuta l’idea di farmelo spedire. In parte, ancora, mi chiedo cosa davvero il futuro ci stia per portare, come la tecnologia ci stia per plasmare e in quale modo la genetica ci stia per cambiare sotto un aspetto che i mezzi di comunicazione non prendono in grande considerazione in modo esplicito: il fronte emotivo.

Il tema dei sentimenti dei robot(s) (in italiano credo si possa omettere la s, nel plurale 😉 ) è stato oggetto di indagine in libri e film fin dall’avvento del concetto stesso di robot – che, per inciso, viene dal ceco robota ed è stato usato per la prima volta nel 1920 (qui, se vi interessa tutta la storia). Niente di nuovo sotto il sole, dunque; o almeno così pare.

D’altronde, dalla lettura di questo placido (splendido) post risulta evidente che molte persone – compresa la sottoscritta – ogni giorno si innamorano di qualcosa di molto meno tangibile di un robot.

Eppure, stavo pensando a una cosa. Pensavo a quando ero all’università e, al secondo anno, c’era una ragazzo che mi piaceva molto e che conoscevo poco. All’epoca ero molto più sfacciata di quanto non lo sia adesso: ogni mattina, a lezione, mi sedevo programmaticamente nella fila davanti alla sua, in una posizione in cui non avrebbe potuto fare a meno di vedere il mio profilo (o per lo meno i miei capelli) ogni volta in cui avesse voluto guardare in direzione del professore che parlava.

Ogni mattina, conclusasi la lezione, andavo nell’aula informatica a controllare la posta e fare le altre cose che all’epoca si facevano su internet (i blog cominciavano appena a prendere forma, e neppure noi studenti della facoltà di Scienze ne avevamo mai sentito parlare). Con altrettanta determinazione, facevo in modo di sedermi sempre allo stesso posto, giungendo a litigare se lo stesso era occupato da qualcun altro, addirittura; non a causa del ragazzo che mi piaceva, però: mentre io avevo un’ora libera lui aveva un altro corso. Era per poter usare sempre lo stesso computer. Perché era il mio computer – o almeno io lo sentivo come tale.

Alla fine, io e quel ragazzo siamo usciti insieme per qualche mese, ed è stata una storia bella ancorché un po’ troppo sofferta, almeno da parte mia; quando lui, una calda mattina d’estate, mi ha lasciata, tuttavia, mi sono limitata a piangere per mezza giornata: alle quattro del pomeriggio, infatti, ero già di ritorno dall’agenzia di viaggi, dove mi ero prenotata una vacanza a Londra di quattro settimane in cui ho avuto modo di perdere la testa per un fumettista svizzero che si chiamava Philipp e si vestiva come se vivesse nella copertina di un disco degli anni ‘70.

Sul mio computer, invece, ho continuato fedelmente a lavorare (e a litigare per averne l’esclusiva) durante tutti gli anni dell’università, sino a scriverci la tesi. Lasciarlo è stato traumatico – e se sono riuscita a farlo è stato soltanto perché, una volta laureata, non avevo più accesso all’account studenti grazie al quale si poteva accedere alla rete dell’aula informatica. Ho continuato a rimpiangerlo anche quando sono ascesa all’empireo della rete per studenti laureati e professori, composta da computer infinitamente più potenti e con dieci volte lo spazio di memoria. E ancora adesso, con il mio Mac non ultimissimo modello ma comunque abbastanza performante (o mio dio, ma cosa scrivo?) da consentirmi di guardare e riguardare i miei film preferiti, ogni tanto sento la mancanza di quel macchinone lentissimo che, nonostante Linux e compagnia bella, si impiantava ogni dieci minuti.

E poi ditemi che questo non è amore

Il sapore amaro del primo bacio

Questa mattina ho comprato On Chesil Beach quasi controvoglia. Perché ho sul comodino una ventina di libri che mi aspettano da parecchie settimane; perché Saturday mi ha riempito di angoscia; perché va bene leggere in inglese, ma così va a finire che non leggo più niente in italiano, e non va bene.

Questo pomeriggio, arrivata a circa trenta pagine dalla fine, ho dovuto farmi forza per strapparmelo dalle mani: perché non volevo smettere di assaporare il piacere amaro dei ricordi che faceva riaffiorare ma, d’altra parte, neppure volevo che quel piacere sottilmente lesivo si esaurisse troppo in fretta. Poi stasera, dopo cena, non ce l’ho più fatta a trattenermi, e l’ho finito.

Non ho assolutamente in mente di “recensire” Mc Ewan – né ho intenzione di addentrarmi nei dettagli della trama; già dalle primissime righe, tuttavia, emerge il fil rouge del romanzo:

Erano giovani, avevano studiato ed erano entrambi vergini, nella loro prima notte di nozze, e vivevano in un’epoca in cui una conversazione sulle difficoltà relative al sesso era semplicemente impossibile. Facile, d’altronde, non lo è mai.

[NdR La traduzione è mia, è una interpretazione più che una traduzione, “tradurre è tradire” eccetera; sono comunque sicura che, se non volete leggerlo in inglese, Susanna Basso abbia fatto un ottimo lavoro :)]

E comunque. Quando avevo circa tredici anni ho scritto un racconto – molto apprezzato da Candi e Peggy, all’epoca le mie lettrici più entusiaste nonché le uniche – sull’esperienza del primo bacio. Esperienza, per inciso, che ancora non avevo provato. Il racconto si concludeva con la frase che ho usato come titolo del post, il che dovrebbe far intuire come, pur non avendo ricevuto un’educazione cattolica, non riponessi nell’esperienza speranze particolarmente rosee. Colpa di tutti i romanzi vittoriani divorati prima dei dodici anni, forse. O forse no – ma ci ritornerò più avanti.

Ero in quarta ginnasio, tuttavia, ed ero quasi l’unica, nella classe, a non aver ancora baciato nessuno. E se da un lato mi giustificava il fatto di avere genitori convinti che mandarmi alle elementari a cinque anni fosse stata una scelta opportuna, dall’altro le uniche ragazze nella mia situazione (a parte un paio di eccezioni) erano… come dire… ma sì, sarò esplicita: delle sfigate – ai tempi si usava questo termine, ora non saprei 😉 – o come tale erano percepite, al di là di baci che, per quanto ne so, potevano aver dato e ricevuto a destra e a manca all’insaputa di tutti [una di queste, in particolare, si rivelò essere una purittana calzata e vestita, soprattutto per quanto riguardava il provarci con il mio fidanzato].

All’epoca, lo confesso, in matematica ero un vero disastro, né ancora mi ero avvicinata alla logica grazie a un illuminato professore di filosofia; ciò nonostante, sui sillogismi a tema sentimentale avevo le idee ben chiare:

a. quelle che non han mai baciato nessuno sono le più sfigate della mia classe;

b. io non ho mai baciato nessuno;

ergo: io sono una sfigata.

Argh. Gulp. Gasp. Sob. [Poi ne sono uscita egregiamente, un po’ ammaccata e senza grandi ricordi, ma sono riuscita perlomeno a non essere l’unica sfigata della classe a non avere ancora baciato nessuno. Grande conquista, vero?]

Non so come sia, per gli uomini. Né a dire il vero posso affermare di sapere come sia per le donne, a parte quel microcosmo femminile costituito da me, le mie compagne di allora e le mie amiche di sempre. Nella mia esperienza, tra donne se ne parla molto, anzi moltissimo – di sesso, intendo. E a quattordici anni, nel mio ambiente di liceo prestigioso nel centro città, tutto il sesso a cui potevi pensare era lì, in un bacio – o al limite qualche… come si diceva? pomiciata? palpatina? non ricordo, comunque il concetto è chiaro a tutti, credo. E se ne parlava davvero molto.

Parlarne prima che sia successo, tuttavia, non serve ad altro che ad alimentare le aspettative e ingigantire le paure. E a farti sentire una sfigata.

Tremendo, anche perché il primo bacio è soltanto l’inizio: non è che la prima di innumerevoli prime volte nei rapporti fisici con l’altro sesso (o lo stesso sesso, per alcuni. Insomma, i rapporti fisici con le persone che ci piacciono può andare bene??). Se non lo fai, sei una sfigata. Quando lo fai ti senti, per un motivo o per l’altro, del tutto inadeguata – ed è perfettamente “normale”, all’inizio. Nei ricordi di dieci, quindici anni dopo è anzi proprio quell’impaccio, quell’inadeguatezza di entrambi a farti traboccare il cuore di tenerezza.

Però una conversazione sulle difficoltà relative al sesso non è mai facile – soprattutto quando l’interlocutore è la persona con cui dovresti “fare” e non “parlare”. E’ importante, fondamentale, basilare nella costruzione di un rapporto, eccetera eccetera eccetera. Può essere anche molto bello e arricchente e addirittura eccitante, in alcuni casi. Però non è, mai, facile.

Secondo me gran parte della colpa si può fare cadere sui corsi di educazione sessuale che ci furono impartiti in terza media. Con il “ci” intendo: noi che abbiamo fatto le scuole medie in Italia tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Porterò tre testimonianze di vita vissuta:

Scuola media in un convitto di preti gesuiti: sequela di immagini degne di un congresso di ginecologia, accompagnate da discorsi di natura medica in un ambiente talmente asettico che nessuno osava pronunciare una parola. E per far sì che seicento tredicenni maschi se ne stiano in silenzio davanti a una donna nuda… insomma, ci siamo capiti.

Scuola media in un convitto di suore: il sesso non si fa. Quindi non c’è alcun bisogno di parlarne. All’obiezione: “E dopo il matrimonio?”, una risposta chiara e concisa: ne parlerete a tempo debito con il vostro confessore o durante il corso prematrimoniale. Ecco tutto.

Scuola media laica: diapositive con la storia fotografica di un ragazzo e una ragazza (un po’ stile fotoromanzo, ma a tinte beige e marroncine) e un commento a latere da parte di una psicologa del tutto insignificante. La storia è questa. Da bambini i due protagonisti giocano con amici dello stesso sesso e non si degnano di uno sguardo; da adolescenti si guardano e, al limite, camminano mano nella mano in strade particolarmente affollate; da adulti giacciono nello stesso letto (sempre a tinte beige e marroncine) coperti da una specie di lenzuolino triste e probabilmente bucherellato e con entrambe le braccia rigorosamente allo scoperto. Il letto, per inciso, era sormontato da un bel crocifisso. E le mani di entrambi i ragazzi, sempre per inciso, erano caratterizzate dalla presenza di anelli d’oro proprio sull’anulare.

No comment, almeno da parte mia. Per i commenti, sotto a chi tocca…

L’inquadratura mancante

Sabato notte, nonostante fossero le tre e una lunga conversazione mi avesse in qualche modo stremata, ho puntato la sveglia alle dieci della mattina dopo. Così fu che, per la prima volta dopo tantissimo tempo, alle undici meno un quarto di domenica ero per strada – tutto per andare a sentire la presentazione di un libro.

Si consideri che parte del mio lavoro consiste anche nell’organizzare cose di questo tipo – e fino a quel momento avevo pensato che le undici di domenica mattina fosse tutto sommato un buon orario per chi vuole sedersi in una sala e ascoltare persone dire cose che si presume, o quanto meno si spera siano interessanti. Forse è così – fatto sta che avevo sonno e, intirizzita dal freddo, ero anche un po’ sulla difensiva.

Il mio brandello di conversazione con chi conoscevo nella libreria, pertanto, è stato imbarazzante per me stessa e (ottimisticamente) noioso per gli interlocutori. E mi ha fatto ricordare che negli ultimi giorni in ben tre occasioni mi era capitato di incontrare persone inaspettate – e in tutte e tre le occasioni non ero stata in grado di portare avanti i discorsi per più di uno, due minuti prima di accampare improbabili scuse di ritardi per impegni improrogabili: esaurite le domande sullo stato di salute, non sapevo assolutamente cosa dire.

Però i libri sono libri – soprattutto quando chi li ha scritti del tutto inconsapevolmente ha avuto un ruolo talmente decisivo nella mia vita che, non fosse stato per lui, non sarei mai entrata in possesso del computer sul quale sto scrivendo; con tutto ciò che questo significa e comporta.

L’autore, a un certo punto, ha raccontato che un regista italiano di sua conoscenza, esaurito il budget per girare un documento sull’Albania, si era comunque trovato a ripartire per Tirana con tutta la troupe, viaggiando sul ponte di una nave cargo o qualcosa di simile. Perché, ritornato in Italia, si era accorto che gli mancava un’inquadratura.

A volte capita proprio così: manca un pezzo per completare l’insieme. Come in un puzzle. E chi si è mai dilettato con i puzzle (come è successo a me l’ultima volta che ho passato più di due mesi senza un fidanzato ma con una gamba ingessata), conosce il senso di frustrazione che si accompagna quando manca un pezzo. Indipendentemente dalla sua posizione e dal suo ruolo. Può essere il punto di incontro tra gli indici di Adamo e di Dio nel Giudizio Universale, oppure un pezzettino di cielo proprio lì nell’angolo di una foto del Colosseo in un pomeriggio estivo, dove non se ne accorgerà mai nessuno.

Il fatto è che a un certo punto capisci che manca qualcosa. Io oggi l’ho capito. Non so ancora bene cosa, però. Ma neanche il regista lo sapeva, quando è partito per Tirana sulla nave cargo – però deve averlo scoperto, perché poi il documentario l’ha finito; quindi sono piena di speranza e di giacche pesanti, dal momento che sull’Adriatico, d’inverno e di notte, fa un freddo cane.

Però quante stelle…

milkyway_hi.jpg

Ojalà la ciencia fuese femenina

Forse è una questione di autostima, come sostengono alcuni. Ma dopo aver letto qualche post sull’argomento e aver riflettuto, mi sono risposta: io scrivo per me stessa. Come tanti, d’altronde – non c’è niente di strano, in questo.

Questa “cosa” del blog. Del Web 2.0. Della socialità, o com’è che si dice. Mi interessa, e molto, in quanto aspetto del mondo in cui vivo che non soltanto non ritengo secondario, ma che mi tocca anche dal punto di vista professionale sotto diversi aspetti. Technorati, il numero di lettori quotidiano piuttosto che la media settimanale, la quantità dei commenti – sono cose a cui mi sono avvicinata lentamente, perché mi è stato suggerito o perché mi ci sono imbattuta strada facendo. Dell’esistenza di Blogbabel e della sua classifica, ad esempio, sono venuta a conoscenza soltanto ieri; e chissà quante altre sono le cose che non so e che mi divertirò a scoprire.

Pur tuttavia, ho iniziato a scrivere pubblicamente per vedere, in prima istanza, come io stessa avrei reagito al fatto di essere “pubblica”. E ho iniziato a linkare chi mi commentasse o chi mi linkasse (e continuo a non sopportarla, questa anglici-verbalizzazione) per “sim-patia”, come quando una persona appena conosciuta ti fa la prima telefonata e tu, abbastanza naturalmente, ti trovi a fare la seconda, e poi la quarta, e poi, semplicemente, smetti di contare.

Ora. Io, oggi come da più di un anno a questa parte, posso entrare in una libreria e comprare (o per lo meno ordinare, sempre che non sia andato esaurito dopo la prima edizione) un libro in cui il mio nome e cognome compaiono sulla copertina – per la precisione, è il primo nome a comparire a causa dell’ordine alfabetico e dell’estrema correttezza degli altri autori. Non si tratta di un libro che c’entri nulla con questo blog, anzi. Totalmente impersonale nei contenuti e nello stile, è però stato il mio primo ritorno alla scrittura dopo tanti anni. Però lì non si tratta di essere pubblici, bensì pubblicati.

Una volta mi è stato detto che non ho bisogno di andarmi a studiare la storia della letteratura perché la conosco già, dal momento che, per vari motivi, conosco la storia della scienza – anche se questo non è proprio del tutto vero, anzi. E’ però assolutamente vero che i motivi che mi hanno spinto a voler scrivere il libro che è stato pubblicato (e che di “scienza” tratta) sono motivi squisitamente maschili: la logica, la sistematizzazione, il voler spiegare qualcosa a qualcuno in modo coerente e lineare. Mentre questo blog è, nelle intenzioni e credo anche nei fatti, deliziosamente e stucchevolmente femminile: egocentrato, narcisistico, sentimentale, autoconsistente eppure desideroso di riscontri dall’esterno; altrimenti mi limiterei al diario segreto scritto con la bic e nascosto in un cassetto sotto i calzini – come se in casa mia entrassero chissà quante persone desiderose di scoprire i miei presunti segreti!

brainmalefemale.gifIn spagnolo esiste un’espressione molto efficace che non ho ancora capito se abbia un vero e proprio corrispettivo in italiano: Ojalà. Più o meno, si può rendere con “ah, che bello sarebbe se”. E dunque. Ah, che bello sarebbe se finalmente, dopo tanti anni, la parte maschile e quella femminile si riunissero.

Dovrei aprire un blog di scienza al femminile. Dovrei scrivere di scienza in maniera intima, egocentrata, narcisistica, sentimentale. Dovrei lasciare spazio al chocolate centre e all’indecision nucleus dell’immagine a lato [N.d.R. mi spiace, l’ho sempre vista soltanto in inglese, mi perdoni chi non dovesse capire proprio tutto – e poi non è così importante, anche se a me una piccola risata riesce sempre a strapparmela].

Nell’attesa di ciò che non saprei come definire se non ispir-azione, continuo qui. Con l’autoreferenzialità e l’ossessione per i numeri di contatti giornalieri. Con la pretesa di oggettività e, d’altro canto, l’ansia di essermi esposta troppo.

Lo trovo fantastico, dopotutto. Una scoperta continua di persone nuove e un riscoprire persone vecchie sotto una luce completamente diversa.

Ok, ok, basta: torno a lavorare.

Apertura straordinaria – solo per oggi

Scherzetto, non parto più 😉

No, non è vero; tra meno di dodici ore dovrei essere su un aereo. E’ che ho un’ora buca e sono a casa dei miei genitori a raccattare quei pezzi della mia vita che non avevo mai ritenuto necessario portarmi dietro – l’adattatore universale (che comunque non ho trovato), lo zainetto di quando facevo il liceo (che mi servirà per stipare le creme da sole) e un filo per stendere la biancheria.

Già, preparare una valigia è sempre un’esperienza interessante. Ti soffermi a riflettere su quali oggetti sono essenziali / importanti /superflui per il tuo benessere quotidiano – o, almeno, io mi sono soffermata diverse volte oggi, complice anche il fatto che con 35 gradi ogni azione fisica (e mentale) richiede una fatica spropositata.

La prima cosa che ho scelto sono stati i libri – sempre e comunque. Vado in un paese dove parlerò spagnolo: quindi un libro in spagnolo; vado in un paese dove spero di passare la maggior parte del tempo in spiaggia a dividermi tra sole e ombra: quindi un libro lungo, di almeno 500 pagine. E poi, e poi. Altri tre afferrati un po’ a caso dallo scaffale in lista d’attesa, perché non si sa mai, poi magari litigo con i miei compagni di viaggio e mi tocca passare un sacco di tempo da sola. Ecco, in effetti ora che ci penso la prima cosa che ho scelto non sono stati i libri, ma gli amici con i quali partire. Però, la prima cosa a cui mi sono dedicata dopo aver posizionato lo zaino ai piedi del letto è stata la selezione dei libri che mi accompagneranno.

Vado in un paese in cui nessuno di noi è mai stato, e sono emozionata. Sono stanca, e sono felice che un po’ mi dispiaccia di abbandonare la quotidianità. Oddio: non vedo l’ora di rosolarmi al sole / bere mojito al tramonto / stare immersa nell’oceano atlantico fino a farmi screpolare le mani. Non mi si fraintenda. Però mi accompagna una leggera malinconia, segno del fatto che tutto sommato le cose non vanno poi così storte, qui e ora.

Questo non significa che non muoia dalla voglia di partire, anzi. Ecco perché, dopo aver eliminato magliette che tanto è dal 2003 che non indosso e probabilmente non mi stanno più, scarpe che mi fanno male ai piedi soltanto a guardarle, un balsamo-maschera per i capelli che vale quasi metà stipendio e tutto quello che Candi mi ha detto che si è portata lei (ossia mezza casa!), sono tornata ai libri. Perché tra qualche settimana, quando sarò tornata, e tra qualche mese o qualche anno, quando sarò chissà dove, succederà: sposterò un libro da uno scaffale e se ne paleserà un altro di cui non avrò memoria, lo aprirò ed ecco che risentirò i profumi di cibo e i suoni del vento e le voci delle persone che ho conosciuto…


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