Archive for the 'gioia' Category

Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.

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La regola della yes-girl!

Credo fosse uscito un film, tratto da un libro – a sua volta tratto da una storia “vera” – su un uomo che, per un certo periodo di tempo, aveva deciso di dire sempre . Qualsiasi cosa gli chiedessero, qualunque proposta gli venisse fatta, lui sempre e comunque rispondeva sì.

Non ho visto il film su (letto il libro su [vissuto la vita di]) quel tizio. Eppure, da qualche tempo a questa parte, ho naturalmente iniziato a comportarmi allo stesso modo – almeno per quanto riguarda i rapporti con gli  uomini.

Naturalmente: intendo che non è stato deliberato; non si è trattato di una scelta a tavolino né, se proprio devo usare il vocabolo scelta, posso affermare che questa sia stata consapevole.

Eppure. Dopo tutto questo tempo trascorso chiusa in me stessa, impegnata in un’auto-riflessione che, come da commenti al post precedente, cominciava a essere un brodino riscaldato del tutto sterile, ho iniziato a smettere di essere respingente sempre e comunque.

Questo non significa che mi sia lanciata in chissà quale mondo fantastico in cui sono diventata una Odiamore-ricca-di-iniziative. Non esageriamo 🙂

Ho incominciato, tuttavia, a rispondere affermativamente a proposte più o meno impegnative, più o meno esplicite, più o meno implicanti altro.

Un perfetto sconosciuto mi chiede l’amicizia su facebook? Sì, assolutamente: la accetto. E quando qualche settimana dopo via chat mi attacca un bottone micidiale con contenuti più poveri di un numero di Novella 2000, seguo gentilmente i suoi discorsi – fino a ritrovarmi, sempre perché ho nuovamente risposto “sì, certo“, a parlargli vis à vis davanti a una tazzina di caffè.

Un completo estraneo, con cui durante una festa ho diviso un divano (anche piuttosto largo, a dire il vero) scambiando sì e no cinque minuti di convenevoli, mi invita a pranzo? Sì, grazie, molto volentieri; se sei libero la prossima settimana per me va bene sempre, tranne mercoledì ché ho un impegno di lavoro.

Un ragazzo che non vedo da due anni, che per quanto ne so rispetto a quando mi piaceva potrebbe aver acquistato 10 kg (in grasso corporeo) o averne persi altrettanti (in quanto a capelli), mi scrive su skype a orari improbabili chiedendomi se posso collegarmi con la  webcam nonostante la sua sia rotta (!!!)? Sì, certo. Proprio adesso? Sì, va bene, come vuoi tu. Anche se è una cosa francamente imbarazzante – soprattutto tenendo conto che è l’una di notte e mi sono connessa soltanto per far trascorrere i 45 minuti necessari per  fare agire la maschera ai capelli; lo faccio, e ci rido sopra quando lui mi giura che anche se con un asciugamano in testa sono ancora meglio di quanto ricordasse.

…. e a questo punto preferirei non continuare. Non perché si entri in dettagli più intimi – per carità. I miei sono autentici, ma le domande che mi vengono poste sono pur sempre schermate dalla permissività delle mie armature: primi tentativi, dunque; contatti a distanza e, qualora ravvicinati, avvengono con persone che in qualche modo mi respingono loro per prime. Come quel tizio che, al secondo appuntamento, ha incominciato a dire, alternativamente, che non era pronto per avere una relazione stabile ma nemmeno voleva una storia di una sera perché proprio “non sarebbe da lui”. Ed è riuscito a ripetere entrambi i concetti almeno tre volte nel corso di una cena – tutte e tre le volte riuscendo a essere sorprendentemente fuori contesto.

Anche se poi, a volte, queste stesse persone tornano a farsi vive  negli spazi dei bit e delle fibre ottiche – tanto per non correre rischi.

E comunque. Questo modo di comportarmi – a parte alcuni risvolti tragicomici – mi piace perché mi mette in gioco sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, mi costringe a provare a me stessa di essere ancora in grado di non cadere nella trappola del comportamento da purittana: se dopo avergli detto sì un ragazzo non mi piace, non mi interessa, non mi aggrada, sono costretta a farglielo sapere in qualche modo. E non basta un no, in questo caso: ci vuole un modo più garbato, più costruito e più sensibile.

Se, al contrario, un ragazzo mi piace, mi interessa, mi aggrada – tipicamente, perché non soltanto non ha detto (o scritto) cose sbagliate, ma perché ha detto (o scritto) almeno una cosa giusta – sono costretta a prenderne atto. Ne devo prendere atto, contrariamente a prima, quando mi limitavo a scuotere la testa pensando che tanto a lo mejor era fidanzato – gay – pazzo da legare. No: in questo caso, se non altro, è chiaro che c’è una vaga intenzione romantica, a priori; e se un ragazzo mi piace, pertanto, sono legittimata a prenderne atto. E ad agire di conseguenza, ossia: a non agire. O quasi.

Perché, in terzo luogo, la regola della yes-girl! richiede che si debba soltanto dire sì, ma non sia assolutamente permesso prendere alcun tipo di inziativa. E questo, mi auguro, dovrebbe permettere un’ulteriore scrematura: una volta che il mio interlocutore ha preso atto del fatto che  non gli propongo nulla e non sono mai io a cercarlo, tocca a lui decidere il da farsi. E a me resta soltanto la fatica di scegliere, tra tutte, soltanto le cose – e le persone – che più mi aggradano.

Ma perché non ci ho pensato prima?

L’epoca dell’azione

E’ così: questo è un periodo di crisi. Da quasi un mese, ormai, non riesco a scrivere due parole di fila – e la mia assenza da qui si inserisce in un contesto molto più ampio in cui:

– il mio lavoro, di cui ero innamorata, mi ha tradito non tanto perché sono stata costretta ad accettare una consistente riduzione dello stipendio, ma in quanto mi ha aggrovigliata in una rete fatta soltanto più di routine e negazione della creatività;

– il ragazzo con cui sono uscita nelle ultime settimane del dannato 2008, per usare le efficaci parole della fidanzata di Andrea (beati loro che si sono trovati e, per di più, si sono ritrovati dopo notevoli avversità!), “si è cagato sotto” nel momento in cui, tra Natale e Capodanno, ho messo le carte in tavola. E anni fa – molti anni fa, ma certe  cose con il tempo non perdono il loro valore – lui mi aveva amata come avevo il terrore di essere a vent’anni perché ero troppo giovane per quel tipo di rapporto. Con questo, non è che mi aspettassi che, dieci anni dopo, ancora avesse le mie fotografie sul comodino – sarebbe stato un pazzo, in quel caso! – ma confesso che, del tutto ingenuamente, pensavo che chi a vent’anni aveva quel coraggio di esprimersi, dieci anni dopo potesse soltanto essere migliorato, e non divenuto una facile preda del terrore della rinuncia alla propria presunta indipendenza.  E invece, si è arroccato dietro alla presunta presunzione di aver capito cosa io avrei voluto che lui provasse per me e ha usato questa scusa per comunicarmi che non era all’altezza delle mie aspettative. Quindi: andiamo oltre;

– ieri sera ho ricevuto una piacevole telefonata da parte del mio padrone di casa, che mi ha gentilmente sfrattata. Questo significa che ho meno di due mesi di tempo per trovare una casa il cui affitto sia compatibile con la riduzione del mio stipendio. Forse dovrei orientarmi su un posto auto;

– non dovrei scriverlo per scaramanzia, eppure al momento godo di ottima salute. Quindi, almeno una su quattro va tutto sommato abbastanza bene. Non faccio i salti di gioia soltanto perché, dato il periodo, non vorrei sollecitare troppo i legamenti delle mie caviglie già malandate.

Facendo il punto della situazione, e rileggendo i buoni propositi scritti alla fine del 2007… Passi in avanti non è che ne siano stati fatti, almeno in superficie. Tuttavia, ho una strana spinta verso l’ottimismo.

Perché, come scrivevo ieri nei commenti al post precedente, se non altro adesso i problemi dipendono da me; dipendono da azioni concrete che io posso fare. Non è più l’attesa di un referto medico, non è più la paura di confrontarsi con un’alterità misconosciuta; né il susseguirsi di infruttuosi tentativi di scalfire armature dall’interno, senza che alcun’arma stia tentando di perforarle.

Eccco iniziata, finalmente, l’epoca dell’azione.

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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Un Genio geniale

Sarà che di questi tempi qualsiasi cosa mi faccia sorridere è vivamente apprezzata, ma questo video (testo della canzone + immagini, nel complesso) di un duo chiamato “il Genio” (qui la pagina su myspace) io lo trovo davvero, per certi aspetti, assolutamente geniale:

Lei assomiglia vagamente a Winona Ryder, lui… non saprei, ma l’espressione caricatissima da pesce lesso è assolutamente impagabile. Potrei affermare che lui ricorda le centinaia di migliaia di persone che, nella mia vita, ho incontrato per strada, sul tram, in metropolitana, in coda al supermercato eccetera eccetera. Sono entrambi strepitosi, a modo loro.

Il titolo è “Pop porno“, e da una breve ricerca su Google ho visto che hanno già fatto il giro del web, e ritorno.

Ma per quanti fossero appena tornati dalle vacanze e se lo fossero fatti sfuggire…

Come scrive Mitì, il 1 settembre – ossia tra poche ore – scatta il vero Capodanno: il momento in cui si fanno i conti con l’estate che scivola via e un autunno che si prospetta denso di lavoro o studio, ricco di incoraggiamenti a iniziare corsi su corsi (dal taglia-e-cuci alla progettazione di stazioni spaziali), lastricato di novità auspicatamente positive.

E io vorrei festeggiare il mio vero Capodanno iscrivendomi a un corso di canto (lo scrivo così mi sento impegnata a farlo davvero, almeno un po’), anche per potermi regalare a volte un paio di minuti da sola o in compagnia intonando:

“Tu sei cattivo con me
perché ti svegli alle tre
per guardare quei film
un po’ porno

Tu sei cattivo con me
perché mi guardi come se
io fossi un’attrice
porno

Porno Pop Porno Pop Porno
Pop Porno Porno Porno

[…]

Ma quando viene sera
tu mi parli d’amore
e guardandomi negli occhi
mi fai sentire davvero
una donna un po’ porno”

Perché mi fa ridere e mi fa riflettere, mi mette allegria senza farmi sentire (troppo) stupida.

E magari è pure di buon augurio, chissà 😉

Il lato buono delle cose

Come si diceva oggi con destynova, in momenti come questo scopri se alcuni rapporti vanno avanti perché sotto c’è Qualcosa oppure se è perché le abitudini svolgono il ruolo solitamente assegnato all’interzia.

E’ come se il mondo degli affetti si dividesse in due: quelli veri e quelli presunti. E la scoperta di quanto inaspettata sia la caduta nell’una o nell’altra categoria può fare male, a volte; ma non tanto quanto il bene che fa venire a sapere che ci sono persone piene di emotività e di calore che non chiedono altro se non di riversarteli addosso sotto forma di delicati rivoletti oppure di cascate scroscianti, soltanto per farti capire che ti sono vicine.

E tra queste persone ci siete voi che avete letto, mi avete scritto, mi avete parlato da dietro un sorriso. E che probabilmente dopo questo post mielato e zuccheroso smetterete per sempre di farlo 😉

Mi rendo conto – e lo sapevo ma ora posso davvero rendermene conto con consapevolezza – che sono una persona davvero fortunata, perché sono arrivata ai trent’anni senza aver mai saputo cosa volesse dire soffrire disperatamente per qualcosa che non fosse una pena d’amore. Ma le cose che sono successe a tanti di quelli a cui voglio bene e che ho sempre assorbito a distanza, come se fosse un libro e non come se fosse vita-vera, “finalmente” sono successe anche a me e ai miei cari. Eppure, nonostante il mio quasi-egoismo incolpevole, i trent’anni che ho trascorso senza soffrire mai per qualcosa di così ineluttabile come una malattia, al momento-del-bisogno sono accorsi così tanti affetti anche da fonti insperate e sconosciute da farmi traboccare il cuore di gioia.

Quindi ancora grazie, grazie a tutti voi che avete fatto sì che il buio pervicace fosse invaso da piccoli sprazzi di luce – perché la somma delle parti è minore del tutto, almeno in questo caso in cui il tutto è il lato buono delle cose, quello che ti dà la voglia di tuffarti in un ottimismo non del tutto giustificato – ma chissenefrega: dopo la sindrome di Candy Candy, posso farmi carico anche di quella di Candide.

E grazie soprattutto perché alcuni detrattori potrebbero obiettare che non costa molto lasciare due righe di commento alla fine di un post, o mandare un’email a una sconosciuta, o scambiare due parole consapevolmente gentili e opportunamente affettuose. Ma dal momento che alcune delle persone che mi conoscono da anni si sono guardate bene dal farlo… Questi supposti detrattori farebbero bene a rimangiarsi le proprie obiezioni ancora prima di averle esternate.

Colgo dunque l’occasione, presa dall’entusiasmo, di raccogliere la segnalazione di Mitì e promuovere anch’io un nuovo aggregatore di blog, che mi è piaciuto anche perché per arrivare al sito devi fare un giro che non finisce più, dato che (almeno a me) i link non funzionano mai 😉 – e questo ti dà sempre l’opportunità di scoprire cose nuove.

Nel tentativo che possa essere un’altra piccola ma indispensabile goccia in un mare che preferisco mille e mille volte a quello in cui avrei potuto bagnarmi se, 26 giorni fa, avessi scelto l’altra porta e fossi partita per il Brasile.

Qualcosa è cambiato (un po’ di tempo fa)

Quando avevo quindici anni ero innamorata nei seguenti modi: disperatamente, perdutamente e pazzamente. Pazzamente, perché facevo cose pazze tipo: scrivergli lettere-fiume a cui non ho mai avuto risposta, guardarlo con disprezzo quando lo incontravo nei corridoi della scuola sapendo che il sabato precedente si era “beccato” con (= aveva baciato) una . Perdutamente, perché per i 14 lunghissimi mesi successivi alla telefonata di inizio settembre in cui mi aveva scaricata senza troppi complimenti, ho continuato a sperare, contro ogni evidenza, che in realtà lui fosse ancora innamorato di me. Disperatamente, perché dopo i primi mesi in cui ogni sabato era una ragazza diversa a finire contro le sue labbra, venni a sapere e soprattutto vidi con i miei occhi che dopo un certo sabato la ragazza era, settimana dopo settimana, sempre e inequivocabilmente la stessa. Insomma: stavano insieme.

Quando avevo quindici anni i miei amici al solo sentire pronunciare il suo nome fingevano di avere impegni improrogabili dall’altra parte del globo. Poiché, dopo cinque mesi dalla fine di quella che mi ostinavo a definire la nostra storia e in realtà si era trattato semplicemente di uscire insieme per due settimane, non c’era verso alcuno che mi mettessi in testa che lui non soltanto stava “uscendo” con un’altra, ma ci stava proprio insieme e aveva tutta l’intenzione di continuare a stare con lei.

Colgo l’occasione, per inciso, e ringrazio tutti quelli che, nonostante tutti i fiumi di parole che uscivano dalla mia bocca e gli oceani di lacrime che sgorgavano dai miei occhi anche nelle occasioni più improbabili, non soltanto hanno continuato a sopportarmi, ma mi sopportano anche adesso, quindici anni dopo e alle prese con problemi molto diversi ma non meno tediosi, sotto tanti aspetti. Ringrazio quindi, in ordine puramente casuale: Candi perché mi trattava malissimo ogni volta in cui accennavo a parlarle di lui, Peggy perché mi ha addirittura organizzato una festa di compleanno a sorpresa nel tentativo di farmi uscire dalla depressione, Scassaritratti perché aveva (e a volte ha ancora) modo di darmi notizie su di lui, Mascalzone Latino perché comunque mi stava ad ascoltare anche se con quell’aria un po’ beffarda che fortunatamente ha ancora oggi, Galattica perché.. cavolo, perché se non fosse stato per lei non soltanto non l’avrei mai conosciuto, ma non saremmo mai, mai usciti insieme per la prima volta. E tanti altri, che però non hanno nessun ruolo in questo blog – quindi se non li nomino non si possono offendere 😉

E comunque. Si era fidanzato, e allora? Il fatto che, dopo tutte quelle settimane in cui mi ero sentita ripetere che non voleva impegnarsi in nessun modo, avesse finalmente deciso di “impegnarsi”, cosa voleva dire? Semplicemente, che non voleva impegnarsi con me. Questo, almeno, era quello che tutti avrebbero voluto dirmi se soltanto fossero stati del tutto privi di tatto. Ma non c’era bisogno che lo dicessero a voce alta: sapevo che lo pensavano e, ciononostante, io non ero assolutamente d’accordo con loro. Se lui aveva voluto mettersi insieme a lei, facesse pure. Per me era un complimento: se voleva stare insieme a una persona così… be’, era chiaro, allora, che non poteva voler stare con me. E per certi versi poteva anche andare bene così.

Nel mentre, ossia mentre lui si aggirava con lei per i corridoi della scuola cercando di evitare il mio sguardo giudicante e accusatore – come dargli torto? – sono, in ordine rigorosamente cronologico: uscita con un ragazzo adorabile, di un anno più giovane, per cui ero la prima ragazza che avesse baciato e che, pur tuttavia, accarezzandomi la mano mi faceva provare sensazioni che mi è capitato di ricordare con malinconia quando, anni dopo, mi sono ritrovata a fare “quel” sesso che soltanto sei ore a settimana di danza intensiva possono sostenere dal punto di vista atletico; uscita con un tizio che prima mi ha portato al cinema a vedere un film di Mel Brooks di cui, nonostante siamo rimasti dentro per due spettacoli di fila, ricordo soltanto i titoli di coda, e poi mi ha mollata dopo tre giorni perché era troppo impegnato con lo sport (e poi c’è chi si chiede perché anche soltanto a udire la parola sport mi venga voglia di scappare in Tanzania); finita una notte su una spiaggia con un parrucchiere francese di cui ricordo soltanto che era straordinariamente bello e altrettanto straordinariamente in grado di parlare la propria lingua madre peggio di come la parlassi io. Ero più sveglia a quindici anni che a trenta, lo so. Qualcosa da ridire?

Quattordici mesi dopo il giorno in cui la nostra pseudorelazione era giunta al termine, tuttavia, qualcosa è cambiato. Impercettibilmente. Giorno dopo giorno, i miei sguardi erano sempre meno riprovevoli e i suoi, di rimando, erano sempre più tinti di una sfumatura che potrei definire dapprima carezzevole e, progressivamente, desiderosa di stabilire un contatto che andasse oltre quello non verbale. Finché…

E’ stato il mio primo fidanzato. Siamo stati insieme meno di sei mesi, ma è stato il primo in tantissime cose – non tutte, purtroppo o per fortuna, ma tantissime sì, questo sì. E non potrei essere più felice del fatto che sia stato proprio così.

Quando mi ha lasciato la seconda volta – recidivo, lo so – ho trascorso due settimane a non riuscire mai a trovare abbastanza fazzoletti; ricordo che le persone che mi incrociavano per strada me li offrivano, a volte. Poi la vita è andata avanti, ed è stato tutto bellissimo e tutto orribile – ma mai, mai con l’intensità di quando avevo sedici anni. Perché non era più la prima volta, purtroppo o per fortuna.

Anni dopo mi ha detto che se soltanto ci fossimo conosciuti più tardi io sarei stata la persona con cui avrebbe voluto trascorrere tutto il resto della sua vita. E finora è stato l’unico uomo a dirmi una cosa del genere – pur con questo grande “se” non del tutto trascurabile e che potrebbe farmi riflettere sul fatto che, più tardi, con la ferita cicatrizzata ma non per questo meno tangibile, ho volutamente e inconsapevolmente insieme perso una spontaneità che, quasi quindici anni più tardi, mi fa pensare avesse una parte non irrilevante nei tempi e nei modi in cui qualcuno mi può avvicinare davvero. Ci rifletterò – lo prometto; ma non oggi.

Perché oggi è il suo compleanno. Il giorno in cui mi ha lasciata definitivamente, ma anche il giorno in cui ci siamo conosciuti per la prima volta. Tanti auguri, quindi. Ovunque tu sia. E per inciso, sappi che a differenza di tante altre volte precedenti, adesso sono davvero completamente, assolutamente e consapevolmente libera, quindi…

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