Archive for the 'Generico' Category

Una stanza tutta per me

Per due anni (giorno più, giorno meno), questo è stato uno dei miei spazi più intimi pur essendo al contempo il mio spazio più pubblico.

Qui ho letto soprannomi che mi hanno fatto conoscere persone: alcune con altri mezzi di comunicazione, altre vis à vis. E in tutti i casi, è stato molto bello poter passare dall’uno a molti (io-scrivo, voi-leggete) all’uno a uno. Perché:

(io-parlo + tu-ascolti) + (tu-parli +  io-ascolto) = noi-parliamo.

Qui ho avuto modo di riflettere su alcune cose che capitavano intorno a me. Ma non a me, mai. Ho la tentazione di andare a rileggermi vecchi post; pezzi di vita che ho raccontato – magari stravolgendoli un po’ – mesi e mesi fa e di cui non ho più memoria. Non lo farò, tuttavia. Non ora, se non altro.

Perché adesso vorrei soffermarmi ancora per qualche riga su quanto sia stato bello, avere una stanza tutta per me in cui poter scrivere e scrivere, e anche leggere e replicare – tantissime volte.

E il fatto che io stia usando il passato prossimo, e il fatto che siano trascorse sei settimane dall’ultimo post… mi fa capire, mentre sto digitando queste stesse lettere, che è giunto il momento di traslocare non soltanto nella casa nuova (finalmente!), ma anche in un’altra stanza, più privata forse, e anche più pubblica.

Perché continuo a scrivere, ma vorrei riprendere a farlo per me sola e, allo stesso tempo, vorrei poter iniziare a farlo con il mio nome e non sotto pseudonimo.

Pertanto: se qualcuno che aveva l’abitudine di leggermi quando ancora mi dedicavo al blog con una certa regolarità è capitato qui nonostante i tanti giorni di tacito abbandono, grazie.

Grazie. E’ così bello scoprire di essere in grado di liberarmi di tante inutili se non spesso dannose sovrastrutture con le parole prima, e con i fatti poi.

E certe cose mica si riescono a fare da soli.

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Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

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Come volevasi dimostrare

Non è un periodo molto facile, questo. A parte la solita stanchezza del mese di luglio – per me tra i più lavorativi dell’anno – in famiglia stiamo aspettando che chiamino mio padre per un’operazione un po’ delicata, che avrà una degenza lunga e fastidiosa: rischio di una temporanea deformazione del volto, settimane con pasti da consumare tramite una cannuccia o un biberon… E’ vero che a volte, invecchiando, si ritorna a uno stadio infantile. Soltanto temporaneo, nel caso di mio padre (e sto toccando legno e ferro e sto pure facendo le corna mentre digito sulla tastiera), oppure permanente e a regressione lenta ma instancabile come per la mia nonna cattiva.

E comunque. Non è un periodo facile, eppure sta succedendo qualcosa di bello. Nonostante le apparenze: perché tutto nasce da quando qualche sera fa, per la prima volta dopo tantissimi mesi, mi sono sentita sola.

Sulle prime, non capivo cosa fosse questa non voglia di fare; credevo fosse dovuta alla lunghissima giornata lavorativa, iniziata alle sette con un viaggio in auto, seguita da quasi sette ore di riunioni ininterrotte e conclusasi con un altro viaggio in treno per tornare a casa. Credevo di essere semplicemente stanca.

Il fatto è che, come osservava acutamente una mia amica, ho fatto in modo, a casa, di non avere alcuna distrazione che mi distolga dal passare il tempo a pensare: niente tv, niente telefono, niente connessione a internet. Solo libri e il computer portatile dell’ufficio, che mi devo trascinare su per cinque piani e che pertanto mi porto a casa soltanto quando penso di averne bisogno per scrivere o per guardare un film.

E quella sera avevo appena finito un libro, avevo lasciato il computer in ufficio e non avevo neppure voglia di fare una telefonata. Un senso di vuoto esistenziale, uno scoramento perfino epidermico – la pelle sconsolatamente consapevole che l’unico contatto con un altro essere umano, negli ultimi mesi, era stato con la mia estetista. Desolantemente sola.

Allora, preso atto della situazione, ho fatto l’unica cosa che potesse aiutarmi a tirare le fila della mia esistenza: ho riscritto il curriculum. Carta e penna come ai tempi del liceo, ho elencato le cose che ho fatto, le cose che ho imparato, le cose che mi hanno fatto più schifo come il lavoro al call center e quelle che mi sono piaciute da morire; ho riassaporato l’ebbrezza del primo stipendio e sono tornata indietro ai tempi delle vacanze studio.

Niente di meglio di una serie di fatti concreti riesumati dal passato per distrarsi dalle paturnie del presente.

E il giorno seguente è successa una cosa che per me, ora, ha dell’incredibile.

Sono andata in un negozio per cambiare un telefono acquistato per mia madre senza sapere che l’aveva già comprato lei. Ho fatto una coda di mezzora che mi ha succhiato tutta la pausa pranzo. Ho assistito ai questuanti che cercavano disperatamente un iPhone senza sapere neanche esattamente cosa fosse (“Ma è vero che è anche un telefono?”, “Ma è vero che ti consuma tutto il credito anche se non lo usi?”). Ho aspettato pazientemente che l’unico commesso si destreggiasse tra tutte le persone davanti a me – finché non mi è arrivata accanto, quando ormai era il mio turno, un’americana altissima, biondissima e con gli occhi azzurrissimi, e la faccia da “adesso tocca a me”.

Io so essere tremenda: ero già pronta a uscirmene con qualche battuta a pH sotto zero (in inglese, il che necessitava comunque una preparazione ad hoc) nel caso, molto probabile, in cui avesse iniziato a sbattere le ciglia. E invece.

Invece il ragazzo dietro il bancone mi ha fatto un bellissimo sorriso e mi ha servita con competenza e gentilezza. Finché io, estranea a una parte di me stessa, quando mi ha chiesto nome e cognome per il buono acquisto mi sono trasformata.

Il fatto è che il mio cognome è lungo e vagamente complicato – un po’ come se fosse mangiafuoco, però meno collegato all’immaginario collettivo. Quando lo devo comunicare a qualcuno, pertanto, lo divido in due tranches – tipo “mangia come il verbo mangiare, fuoco come quello del falò”; i miei colleghi, abituati a sentirmi fare questo giochetto al telefono più volte al giorno, mi prendono ormai bonariamente in giro.

Il ragazzo dietro il bancone, al contrario, me lo sentiva fare per la prima volta e, un po’ credo perché distrutto dalla stanchezza, si è messo a ridere di gran gusto. Qualche tempo fa mi sarei… magari non proprio offesa, ma una parte di me si sarebbe sentita un po’ mortificata. E invece, per la seconda volta. Invece ho usato la tecnica più femminile che conosco: abbassare lo sguardo, rialzarlo e sorridere timidamente, per poi abbassarlo ancora non appena il sorriso comincia a perdere di intensità e significato. Aggiungendo una frase tipo “è che se non faccio così non mi capisce mai nessuno…”

Non era la prima volta che andavo in quel negozio, né era la prima volta che ero servita da quel ragazzo, anzi. Però ieri, per la prima volta, dopo tutta questa specie di sceneggiata da parte mia, lui mi ha fatto uno splendido complimento. Che non scriverò, perché a scriverlo risulterebbe banale – come magari è. Ma non è questo il punto.

Il punto è che è scattato qualcosa: per la prima volta dopo mesi che più che mesi sono ormai anni, mi sento sola; e il giorno seguente, per la prima volta dopo mesi che magari non sono anni ma sono cionondimeno tantissimo tempo, ricevo del tutto inaspettatamente un complimento che mi arriva dritto al cuore.

Non me ne sono accorta, non ne ho ancora preso atto consapevolmente, ma il cartello che poggia sulle mie spalle ha scritte sopra lettere che non sono più quelle che ho impresso io nel momento in cui l’ho indossato per la prima volta. Lettere che il tempo e la memoria e l’elaborazione del passato stanno erodendo e sostituendo con qualcosa d’altro. Perché è così che succede – il mio caso specifico non ha proprio niente di speciale.

Perché è sempre vero che ad azione corrisponde reazione, come volevasi dimostrare.

Chiuso per lavoro in corso

Chi volesse avere idea di quello che sto vivendo, può leggere qui o qui. Altrimenti, mi sa che fino al sette di novembre – almeno – non avrò fisicamente il tempo di pensare a null’altro che non sia risolvere problemi altrui. Di cui preferirei non sapere niente. Ma proprio niente. Però mi pagano per questo…

Non dimenticare le conseguenze dell’amore

Post scritto da lamponcina

Dentro la musica trance vengono comprese tutte quelle sonorità, di stampo quieto e riflessivo, in grado di indurre, attraverso artifici psicoacustici, appunto uno stato di trance nell’ascoltatore.

I drones invece sono suoni con minime variazioni tonali che si ripetono, lunghi ma mai uguali a se stessi, forse più inquieti del trance. La distinzione è sottile.

Così la mia vita in questo momento: come i drones, i miei giorni si ripetono con delle minime variazioni che fanno sì che non siano mai uguali a se stessi.
E sono fortunatamente un po’ più inquieti della piatta quotidianità immobile e ripetitiva.
Nel film Le conseguenze dell’amore Titta Di Girolamo, il protagonista, non vive. Meglio, vive in una specie di trance, in cui ogni giorno si ripete uguale a se stesso, senza variazioni. Finché a un certo punto lui si appunta sul suo block notes “non dimenticare le conseguenze dell’amore“.

E da lì la sua vita cambia. O forse semplicemente inizia. Non si trasforma in un drones, ma in un’improvvisazione jazzistica.
Mi chiedo cosa serva a dare la spinta necessaria a decidere di uscire dalla trance (che al momento per me significa una vita che mi permetta di avere sicurezze e di non mettermi in gioco più di tanto, se non a livello mentale) e provare a improvvisare a cuor leggero, sapendo che in un’improvvisazione l’importante forse è l’intenzionalità, non esclusivamente il risultato.

Una persona che si autodefinisce come ormai “appartenente al limbo degli affetti” (e quindi inoffensivo) mi ha detto un paio di giorni fa, tra il serio e il faceto, che avrei dovuto “occupare più spazio nel mondo”.

Forse non si è reso conto di quanto vere fossero queste parole (o forse sì, se no non me le avrebbe dette!)…ma come si fa ad occupare più spazio nel mondo se si è abituati a vivere in una vita volutamente a formato mignon?

Purittaneggiando…

Ebbene sì, ci sono cascata.

Ieri, durante una trasferta di lavoro massacrante, ho totalizzato quindici ore di viaggio tra andata e ritorno. A metà giornata, mi sono ritrovata in una città a me nota come turista appiedata ma non come automobilista – soprattutto non come automobilista alla guida di una station wagon francese affittata per l’occasione dal mio Capo e da lui guidata fino al momento in cui si è accorto che era in ritardo per il suo prossimo appuntamento.

Bene: mi sono dapprima trovata ferma a un incrocio con un’auto che non ero in grado di accendere. Non c’era la chiave, almeno non nel solito posto – quella parte che collega il volante alla plancia (?) in cui ci sono i comandi per il tergicristallo, almeno sull’auto di mia madre. Ovviamente, quando poche ore prima avevamo affittato l’auto e l’omino dell’autonoleggio aveva spiegato al Capo tutte le cose da sapere, io ero fuori a fumare. Sono sempre “fuori a fumare” nei momenti in cui invece dovrei stare “dentro ad ascoltare”. Ma tant’è.

Ero dunque in mezzo all’incrocio, con un’auto che non sapevo come far partire. In momenti come questo, contrariamente a cosa potrebbe pensare chi mi conosce, non soltanto non perdo la calma, ma divento più fredda di un serial killer.

Del tutto incurante – anche se un po’ dispiaciuta – dell’aumento dell’inquinamento acustico collegato alla mia condizione [NdR clacson impazziti e variegati insulti indirizzati alla mia persona], ho esaminato la situazione e mi sono resa conto di una realtà: nel luogo solitamente deputato all’accendisigari, o tutt’al più all’alter ego dell’accendisigari – che oggi è meglio noto come “attacco per il caricabatterie del cellulare”, ho visto un pulsante con su scritto start/stop. Come in una macchinetta per fare il caffé. Come nel distributore di acqua che, per una quindicina di giorni, ha fatto sentire i miei colleghi e me facenti parte di una sitcom americana. E, analogamente a quanto succede per i liquidi alimentari, anche i liquidi che alimentavano la station wagon sono stati attivati, togliendomi dall’impasse.

Fin qui, sono stata bravissima: non ho fatto una piega, non ho chiesto aiuto ai vigili dall’altra parte dell’incrocio, ho sorriso a chi mi affiancava per rivolgermi epiteti che mi facevano ringraziare di provenire da un’altra regione.

Sono dunque partita in direzione dell’autonoleggio – non prima di essermi accuratamente studiata la cartina. Ora, so che alcuni anni fa era uscito un libro dal titolo piuttosto eloquente: Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere informazioni? – o qualcosa del genere. Io di solito le cartine le so leggere molto bene: ho fatto gli scout nella prima infanzia, ho un senso dell’orientamento superiore alla media e nonostante la timidezza innata non ho problemi a fermarmi a chiedere se non ho una cartina o se non ho voglia di guardarla.

Il problema è che, quando sei alla guida di un’auto gigantesca in una città che non conosci, nonostante tu abbia una cartina, se su quest’ultima non sono segnalati i sensi unici orientarsi diventa un po’ difficile. E, sempre date le dimensioni dell’auto, fermarsi a chiedere informazioni non è semplicissimo, soprattutto se tutte le strade sono dissestate da lavori in corso che, tra l’altro, impediscono il transito di passanti da interpellare.

E’ così che mi sono ritrovata, dopo quindici minuti trascorsi a girare in tondo, a guidare contromano in un parcheggio. Ed è così che mi sono ritrovata a scendere dall’auto, sfoderando un sorriso smagliante nonostante il caldo, la rabbia, la stanchezza e il profondo senso di impotenza, ad abbordare – letteralmente! – il parcheggiatore, chiedendogli di ridisegnarmi la cartina con i sensi unici e le indicazioni dei lavori in corso.

Arrivata nello spazio dell’autonoleggio, ho mollato l’auto in mezzo all’autorimessa dicendo che non riuscivo a manovrarla e mi sono pure fatta chiamare un taxi per andare in stazione, dove miracolosamente, grazie ad audaci manovre di un tassista spericolato, ho preso il treno al volo.

Ora: il parcheggiatore, il personale dell’autonoleggio e il tassista erano uomini. E io, anche se sfatta dalla fatica, con i capelli appiccicosi dal caldo e i leggins sotto la gonna, sono pur sempre una persona di sesso femminile.

E’ la purittanità. Una volta entrata in te, non te la togli di dosso facilmente.

Il baccaglio tramite skype è possibile?

Post scritto da lamponcina

Sono appena stata contattata via skype da tal Beppe 23enne di Milano.
Alla domanda ” ma scusa perchè vuoi avermi tra i contatti?” mi ha risposto “così tanto per fare una chiacchiera”.

La mia reazione è stata forse non proprio carina, ma quello che mi fa pensare è…ma perchè una persona di 23 anni per chiacchierare con qualcuno non esce di casa, va in un bar e parla con qualcuno?
perchè non va ad un concerto e parla con qualcuno?
perchè non va in piscina e parla con qualcuno?
Insomma, perchè non parla e si riduce ivece a chattare con sconosciuti pescando a caso un indirizzo da skype?

Sono io che ho delle difficoltà a capire ed entrare nella comunicazione multimediale dell’ultima generazione? oppure c’è qualcosa di malsano in tutto ciò?


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