Archive for the 'Fine' Category

Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

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Avviso a pagamento

Su La Repubblica di oggi, sezione locale, nella pagina affiancata a un articolo su “Quando il design si ispirò a Marylin” corredato dalla fotografia dello (stupendo) divano Bocca dello Studio65, c’è un avviso pubblicitario a pagamento che incomincia con la frase “Cara Bamby, ti amo.”

Non la Babi di 3msc, presumo, bensì Bamby, come il cerbiatto del film della Disney che ha commosso un po’ tutti noi. Be’, alcuni si sono commossi anche leggendo 3msc (per i non addetti, Tre metri sopra al cielo di Federico Moccia) – o guardando il film, o leggendo il seguito del libro o ancora guardando il seguito del film; ma chi si è commosso per Babi probabilmente si commuoverà anche per Bamby, quindi meglio che non vada avanti troppo nella lettura, perché potrebbe riemergerne quantomeno amareggiato.

La frase “Cara Bamby, ti amo.” è scritta in corsivo, ha un colore rosso – garofano – bruciacchiato, e sono stati usati dei caratteri che sottovaluterei a definire semplicemente svolazzanti.

Sotto la frase “Cara Bamby, ti amo.”, sette brevi paragrafi in nero, tipograficamente meno aggressivi e stilisticamente… giudicate voi; io non me la sento (per adesso). Ah, il corsivo è mio e serve per separare il testo dell’avviso a pagamento dal resto del post – di modo che nessuno corra il rischio di confondere ciò che è farina del sacco dell’autore dell’avviso da ciò che non lo è.

Cara Bamby, ti amo.

Sono dispiaciuto per la sofferenza che ho causato a te, alla tua famiglia ed alle persone che ti vogliono bene e ti sono state vicine, in un momento in cui io pensavo a tutto, tranne che a noi, al nostro futuro.

Forse ho gettato al vento la più grande occasione della mia vita, ma forse (lo spero con tutto il cuore) mi rimane una possibilità.

E se questa esiste, intendo giocarmela come il bene più prezioso.

Desidero prima di tutto il tuo benessere e la tua felicità. Nulla conta di più.

E desidero costruire con te una storia d’amore lunga e felice, ridandoti quella gioia e quella fiducia che hai perso per colpa mia.

Solo tu hai il diritto di decidere.

Ma se deciderai di non vivere più con me, potrai in ogni caso contare sempre su di me.

Immaginiamo ora che, frase iniziale a parte, ogni paragrafo sia numerato da 1 a 7. E, come ai vecchi tempi, iniziamo l’esegesi del testo in questione.

Paragrafo 1. Ma non l’ha mai visto Love story questo signore? Non lo sa che amore vuol dire non dover mai dire mi dispiace? A quanto pare, no. Quindi lui è dispiaciuto per qualcosa che ha fatto – probabilmente il “tutto” a cui pensava in realtà era un “tutta” e non soltanto ci pensava, ma se la faceva. O magari era proprio un signor “tutto”? Sia quel che sia, lui non è soltanto dispiaciuto per aver fatto soffrire Bamby, ma anche tutte le persone a cui lei presumibilmente ha rotto le scatole a dismisura andandosi a lamentare del fatto che il suo “lui” non le era più vicino come una volta, che non c’era più nel rapporto la progettualità di un tempo eccetera eccetera. Probabilmente la migliore amica e confidente di Bamby in preda alla disperazione gli ha pure rigato la macchina nuova. O magari la “tutta” che si faceva era proprio la migliore amica di Bamby? Mistero.

Paragrafo 2. “Forse ho gettato al vento la più grande occasione eccetera.” Ma come, forse???? Cretino, non sei neanche sicuro del fatto che avere una storia d’amore con Bamby fosse la fortuna più grande che ti fosse capitata? Forse?!?!?

Paragrafo 3. Mi sembra di capire – il testo è un po’ oscuro, in questo passaggio tra il secondo e il terzo paragrafo – che l’autore intenda: spero con tutto il cuore che tu mi dia la possibilità di stare ancora con te e, se ho questa fortuna, farò di tutto per…” No, è inutile: non capisco. Cosa vuol dire “Intendo giocarmela come il bene più prezioso”? Giocarmi cosa come “il bene più prezioso”? La possibilità? Forse il signore è un calciatore? Non dovrebbe essere Bamby “il bene più prezioso”? Non capisco proprio.

Paragrafo 4. In apparenza, ineccepibile. Se non fosse che, continuando, nel…

Paragrafo 5, risulta chiaro che il benessere e la felicità di Bamby, secondo l’autore, dipendono fortemente dal fatto che lui e Bamby ritornino insieme. Be’, in effetti, a che pro tutto ‘sto casino se non lo pensasse? Peccato l’abbia capito soltanto dopo che Bamby l’ha simpaticamente mandato a stendere – non perché impazzita dal giorno alla notte, immagino, ma perché lui l’ha fatta davvero grossa.

Paragrafo 6. In che senso “il diritto” di decidere? Il diritto – dovere, un po’ come il diritto di voto? Il diritto di decidere se tornare insieme a questo signor poeta? Be’, ragazza mia: bon courage.

Paragrafo 7. Peccato, la chiusura doveva essere con il paragrafo 6, secondo me. Nonostante tutto è una frase a effetto, fa molto sedicenne – che – ha -leggiucchiato – i – poeti – francesi. Questa frase qui, invece, è proprio brutta stilisticamente, con questa ridondanza del “me”; come se l’autore fosse, tutto sommato, proprio un bel tipetto egocentrato: vivere con me, contare su di me… ci sono io, prima di tutto.

Io che spendo soldi per mostrarti che a te ci tengo.  Io che probabilmente se posso spendere diecimila euro per comprare una pagina pubblicitaria forse avrei fatto meglio a ingaggiare uno scrittore di professione, invece di limitarmi a scopiazzare, in apertura, una frase di Shakespeare dal diario del liceo della sorella minore (ve l’ho risparmiata, povero Bardo tirato dentro a forza!). Io che sicuramente, qualsiasi cosa abbia fatto o non fatto per ritenere di dover compensare con un gesto del genere, forse farei meglio a spendere i soldi in maniera un po’ più creativa, e non limitarmi a buttare giù due parole in croce e fare un bonifico bancario o una bella strisciata di carta di credito.

Io, che mi limito a fare una strisciata di carta di credito per mostrarti che, nonostante tutto, a te ci tengo davvero.

Chissà se, quando Bamby ancora non era Bamby ma tutti la chiamavano con il suo nome di battesimo, nei primi momenti della loro relazione – quei momenti in cui tutto è rosa, quei momenti in cui palpiti per l’attesa della telefonata, quei momenti… insomma: quei momenti – entrambi avrebbero mai immaginato che sarebbe potuta succedere una cosa del genere. Chissà se, quando incontri qualcuno e incominci ad accettare i suoi inviti a cena, già qualcosa del suo modo di essere e di comportarsi con te può dare adito al sospetto che, un giorno, troverai il tuo soprannome scritto su un quotidiano a lettere cubitali, rossastre e svolazzanti.

Sia benedetta la mia solitudine.

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Qualcosa è cambiato (un po’ di tempo fa)

Quando avevo quindici anni ero innamorata nei seguenti modi: disperatamente, perdutamente e pazzamente. Pazzamente, perché facevo cose pazze tipo: scrivergli lettere-fiume a cui non ho mai avuto risposta, guardarlo con disprezzo quando lo incontravo nei corridoi della scuola sapendo che il sabato precedente si era “beccato” con (= aveva baciato) una . Perdutamente, perché per i 14 lunghissimi mesi successivi alla telefonata di inizio settembre in cui mi aveva scaricata senza troppi complimenti, ho continuato a sperare, contro ogni evidenza, che in realtà lui fosse ancora innamorato di me. Disperatamente, perché dopo i primi mesi in cui ogni sabato era una ragazza diversa a finire contro le sue labbra, venni a sapere e soprattutto vidi con i miei occhi che dopo un certo sabato la ragazza era, settimana dopo settimana, sempre e inequivocabilmente la stessa. Insomma: stavano insieme.

Quando avevo quindici anni i miei amici al solo sentire pronunciare il suo nome fingevano di avere impegni improrogabili dall’altra parte del globo. Poiché, dopo cinque mesi dalla fine di quella che mi ostinavo a definire la nostra storia e in realtà si era trattato semplicemente di uscire insieme per due settimane, non c’era verso alcuno che mi mettessi in testa che lui non soltanto stava “uscendo” con un’altra, ma ci stava proprio insieme e aveva tutta l’intenzione di continuare a stare con lei.

Colgo l’occasione, per inciso, e ringrazio tutti quelli che, nonostante tutti i fiumi di parole che uscivano dalla mia bocca e gli oceani di lacrime che sgorgavano dai miei occhi anche nelle occasioni più improbabili, non soltanto hanno continuato a sopportarmi, ma mi sopportano anche adesso, quindici anni dopo e alle prese con problemi molto diversi ma non meno tediosi, sotto tanti aspetti. Ringrazio quindi, in ordine puramente casuale: Candi perché mi trattava malissimo ogni volta in cui accennavo a parlarle di lui, Peggy perché mi ha addirittura organizzato una festa di compleanno a sorpresa nel tentativo di farmi uscire dalla depressione, Scassaritratti perché aveva (e a volte ha ancora) modo di darmi notizie su di lui, Mascalzone Latino perché comunque mi stava ad ascoltare anche se con quell’aria un po’ beffarda che fortunatamente ha ancora oggi, Galattica perché.. cavolo, perché se non fosse stato per lei non soltanto non l’avrei mai conosciuto, ma non saremmo mai, mai usciti insieme per la prima volta. E tanti altri, che però non hanno nessun ruolo in questo blog – quindi se non li nomino non si possono offendere 😉

E comunque. Si era fidanzato, e allora? Il fatto che, dopo tutte quelle settimane in cui mi ero sentita ripetere che non voleva impegnarsi in nessun modo, avesse finalmente deciso di “impegnarsi”, cosa voleva dire? Semplicemente, che non voleva impegnarsi con me. Questo, almeno, era quello che tutti avrebbero voluto dirmi se soltanto fossero stati del tutto privi di tatto. Ma non c’era bisogno che lo dicessero a voce alta: sapevo che lo pensavano e, ciononostante, io non ero assolutamente d’accordo con loro. Se lui aveva voluto mettersi insieme a lei, facesse pure. Per me era un complimento: se voleva stare insieme a una persona così… be’, era chiaro, allora, che non poteva voler stare con me. E per certi versi poteva anche andare bene così.

Nel mentre, ossia mentre lui si aggirava con lei per i corridoi della scuola cercando di evitare il mio sguardo giudicante e accusatore – come dargli torto? – sono, in ordine rigorosamente cronologico: uscita con un ragazzo adorabile, di un anno più giovane, per cui ero la prima ragazza che avesse baciato e che, pur tuttavia, accarezzandomi la mano mi faceva provare sensazioni che mi è capitato di ricordare con malinconia quando, anni dopo, mi sono ritrovata a fare “quel” sesso che soltanto sei ore a settimana di danza intensiva possono sostenere dal punto di vista atletico; uscita con un tizio che prima mi ha portato al cinema a vedere un film di Mel Brooks di cui, nonostante siamo rimasti dentro per due spettacoli di fila, ricordo soltanto i titoli di coda, e poi mi ha mollata dopo tre giorni perché era troppo impegnato con lo sport (e poi c’è chi si chiede perché anche soltanto a udire la parola sport mi venga voglia di scappare in Tanzania); finita una notte su una spiaggia con un parrucchiere francese di cui ricordo soltanto che era straordinariamente bello e altrettanto straordinariamente in grado di parlare la propria lingua madre peggio di come la parlassi io. Ero più sveglia a quindici anni che a trenta, lo so. Qualcosa da ridire?

Quattordici mesi dopo il giorno in cui la nostra pseudorelazione era giunta al termine, tuttavia, qualcosa è cambiato. Impercettibilmente. Giorno dopo giorno, i miei sguardi erano sempre meno riprovevoli e i suoi, di rimando, erano sempre più tinti di una sfumatura che potrei definire dapprima carezzevole e, progressivamente, desiderosa di stabilire un contatto che andasse oltre quello non verbale. Finché…

E’ stato il mio primo fidanzato. Siamo stati insieme meno di sei mesi, ma è stato il primo in tantissime cose – non tutte, purtroppo o per fortuna, ma tantissime sì, questo sì. E non potrei essere più felice del fatto che sia stato proprio così.

Quando mi ha lasciato la seconda volta – recidivo, lo so – ho trascorso due settimane a non riuscire mai a trovare abbastanza fazzoletti; ricordo che le persone che mi incrociavano per strada me li offrivano, a volte. Poi la vita è andata avanti, ed è stato tutto bellissimo e tutto orribile – ma mai, mai con l’intensità di quando avevo sedici anni. Perché non era più la prima volta, purtroppo o per fortuna.

Anni dopo mi ha detto che se soltanto ci fossimo conosciuti più tardi io sarei stata la persona con cui avrebbe voluto trascorrere tutto il resto della sua vita. E finora è stato l’unico uomo a dirmi una cosa del genere – pur con questo grande “se” non del tutto trascurabile e che potrebbe farmi riflettere sul fatto che, più tardi, con la ferita cicatrizzata ma non per questo meno tangibile, ho volutamente e inconsapevolmente insieme perso una spontaneità che, quasi quindici anni più tardi, mi fa pensare avesse una parte non irrilevante nei tempi e nei modi in cui qualcuno mi può avvicinare davvero. Ci rifletterò – lo prometto; ma non oggi.

Perché oggi è il suo compleanno. Il giorno in cui mi ha lasciata definitivamente, ma anche il giorno in cui ci siamo conosciuti per la prima volta. Tanti auguri, quindi. Ovunque tu sia. E per inciso, sappi che a differenza di tante altre volte precedenti, adesso sono davvero completamente, assolutamente e consapevolmente libera, quindi…

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Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo – mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza – nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi – azzurri – verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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Il ritorno dei primi 4 minuti

Ed eccoci arrivati finalmente alla terza e ultima puntata della serie dei 4 minuti, dedicata ad argomenti che variano dai pettegolezzi sulla vita sentimentale dei presidenti della repubblica (1) al ruolo dello speed date nella società contemporanea (2). Non l’avevo promesso, ma l’ho fatto comunque: sono andata a cercare la puntata dei Simpson in cui Marge partecipa a uno speed date e ho caricato la manciata di minuti “incriminata” su Vimeo.

Due brevi considerazioni a latere, anzi tre: in primis, parrebbe quasi che io sia in grado di mantenere soltanto le promesse che NON ho fatto. E comunque. E’ in inglese, lo so; chi non avesse la voglia o la possibilità di decifrare i testi ma fosse interessato a capire più in dettaglio mi mandi un’email a odiamore@gmail.com: spedirò a chi ne farà richiesta la trascrizione in italiano. E questo mi porta all’ultima considerazione: sono proprio alla frutta, se ho trascorso un’intera serata a tagliuzzare video (con MPEG Streamclip per Mac, se interessa) anziché finire di leggere un libro su materia ed energia oscura che sarà tradotto in italiano oppure no a seconda della valutazione espressa nella mia recensione.

Mmm. Forse già soltanto il fatto che le mie due alternative per la serata fossero “tagliuzza video dei Simpson e trascrivi i dialoghi fingendo con te stessa che sia un’utile esercizio linguistico” oppure “leggi altre trenta o quaranta pagine fitte fitte di termini come CBR, WIMP e altri acronimi dall’aspetto inquietante” è indice di essere non alla frutta, ma ben oltre l’ammazza caffè.

Ispirata da Marge e, in particolar modo, dalla battuta finale di una delle sue sorelle (un intraducibile “go suck a rat, arsanova“), ho fatto poi alcune riflessioni sorseggiando una tisana che avrei tanto voluto sostituire con del rum cubano – ma nell’ultima settimana non ho perso nemmeno mezz’etto, quindi niente di fatto.

In primo luogo, è, se non certo, quantomeno altamente probabile che un individuo sentimentalmente libero ogni volta in cui si trova in una situazione sociale ricca di persone dell’altro stesso sia, anche inconsapevolmente, attento a valutare chi lo attornia (anche) come possibile persona-con-cui-uscire. Se non altro.

Capita addirittura a me, pertanto mi sento autorizzata a indurre valga per la maggior parte degli esseri umani.

La prossimità fisica è condizione necessaria per essere attratti da qualcuno – non sufficiente, è chiaro; e nemmeno mi sentirei di considerarla una regola ferrea (cfr. innamoramenti vari per star del cinema / musica / spettacolo ecc.). Pur tuttavia, è quantomeno plausibile affermare che, istintivamente, cerchiamo i possibili partner in ambienti fisicamente accessibili.

Di conseguenza, immagino che anche in un’atmosfera artefatta come potrebbe essere quella che avvolge uno speed date venga naturale, almeno alla maggior parte delle persone, compiere quell’azione che a volte si definisce eufemisticamente “guardarsi intorno”. Insomma, capita persino a quel modello di virtù che è Marge Simpson!

Nei paesi anglosassoni, infatti, lo speed date è diventato ormai da alcuni anni un modo come un altro per conoscere persone nuove, coinvolgendo anche persone che mai si sarebbero sognate di rivolgersi all’antenata agenzia matrimoniale (forse anche perché non è il matrimonio, ciò che cercano – non in prima battuta, se non altro).

In secondo luogo, ci perseguitano ormai da diversi lustri studi psicologici che asseriscono che le donne cercano un uomo ricco oppure, a seconda dell’età, con ottime prospettive di diventarlo; gli uomini, al contrario, cercano donne belle, ossia con un certo rapporto vita-fianchi e una pelle priva di difetti.

Una delle spiegazioni che di solito si danno a tale cliché è che dal punto di vista evolutivo le donne necessitino di un compagno in grado di garantire la sopravvivenza della prole, mentre gli uomini ricerchino, per la madre dei propri figli, caratteristiche che siano indice di ottima salute e, sostanzialmente, di geni buoni da trasmettere ai propri discendenti.

L’esperimento di Paul Eastwick ed Eli Finkel descritto nell’ormai famigerato articolo di Nature era strutturato in maniera molto semplice. Prima dello speed date, i partecipanti (studenti o ragazzi appena laureati, chiaramente privi di un compagno fisso) dovevano riempire un questionario in cui indicavano le proprie aspettative nei confronti di un potenziale partner: i requisiti sine qua non, le qualità più importanti, i gusti, l’aspetto fisico, il tipo di lavoro, il reddito e simili. Dopo l’incontro (monitorato dai ricercatori grazie a telecamere e registratori), come da prassi quanti si piacevano reciprocamente potevano ottenere i recapiti dell’altro e decidere di incontrarsi nuovamente; gli incontri successivi, riservati e non oggetto di osservazione, erano comunque “sorvegliati” da Easwick e Finkel grazie a interviste fatte, in forma privata, con i singoli soggetti coinvolti.

I questionari sottoposti prima che lo speed date avesse luogo hanno rispecchiato il cliché con una precisione sbalorditiva: la maggior(issima) parte delle donne indicava che, tra le caratteristiche più importanti del partner ideale, la ricchezza o la prospettiva di un buon guadagno futuro era al primo posto. La maggior(issima) parte degli uomini, parallelamente, sembrava dar ragione ai cosiddetti esperti di marketing convinti che, per vendere una rivista o un’automobile o un vasetto di yogurt con proprietà lassative sia necessario associare al prodotto una ragazza giovane, molto photoshoppata e pochissimo vestita.

Peccato che, già dopo il primo giro di speed-incontri, le coppie che si erano formate prescindessero da entrambi i supposti desiderata: ragazze non ancora liberatesi dell’acne adolescenziale e con un rapporto vita-fianchi pericolosamente vicino all’unità (leggasi: busto a forma di tronco) avevano riscosso notevole successo anche presso più di un giovanotto. Allo stesso modo, un trombonista in erba e con il conto perennemente in rosso era in più di un caso passato davanti, come preferenza, a un quartetto di promettenti avvocati.

E allora? Che conclusioni si possono trarre, anche alla luce dei risultati ottenuti da Nalin Ambadi con i video muti lunghi soltanto una manciata di secondi?

Da un certo punto di vista, per quanto possiamo pensare di avere ben chiare le nostre esigenze e aspettative nei confronti di un partner, la vita di tutti noi è costellata di controesempi; personalmente, resto convinta di aver vissuto la storia più bella della mia vita con una persona che non leggeva romanzi neanche sotto tortura mentre, a priori, sarei portata a dire che requisito essenziale per un ipotetico partner sia proprio l’essere un divoratore di libri.

Io la vedo così: le impressioni “a pelle” sono quelle che, alla lunga, costituiranno il modo in cui vediamo e, soprattutto sentiamo una persona dopo mesi o anni di frequentazione. Ci sono, nel corso del tempo, delle fluttuazioni intermedie, che incidono però soltanto minimamente sulla valutazione nel lungo periodo. La persona, per esempio, che ci colpisce fin da subito per la sua aria sfuggente e inarrivabile che fa tanto bello e impossibile, potrà essere un compagno affidabile per un certo lasso di tempo; arriverà però il giorno in cui, mentre laviamo i piatti, gli o le butteremo addosso il fatidico rimprovero: “Quando ho bisogno di te, tu non ci sei mai.”

Ci sono dei momenti in cui pensiamo “cambierà” o, addirittura, ci convinciamo del fatto che noi riusciremo “a farlo cambiare“. Peccato, però, che non succeda mai.

O forse invece è, rassicurantemente, una fortuna. Chissà.

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Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire – colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo – posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto – quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

Buoni propositi per il 2008 – e per tutti gli anni a venire

Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?

Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità – o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero – ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.

Buona lettura e buon anno a tutti 🙂

Cose che non devono più succedere

Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.

Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.

Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.

Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.

Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”

E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze – non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”

Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.

Cose che invece dovrebbero succedere più spesso

Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta 🙂 è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona – tanto per scongiurare eventuali colpi della strega 😉

Qualcuno che ti porta la colazione a letto – anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle – da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente 😉

Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.

Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.

Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.

D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.


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