Archive for the 'fico strangolatore' Category

Ma forse anche no

Sto pensando. Sto pensando che forse i motivi per cui, nelle ultime settimane, mi stavo trastullando con l’idea di concludere questa esperienza, non sono i motivi giusti.

Da un lato, quello che ho scritto nell’ultimo post è vero: l’esigenza di cambiamento, di provare a mettermi in gioco in modo diverso, la sento, e la sento forte. In questi ultimi tempi lo spazio mentale riservato alle tematiche del blog è cresciuto enormemente nella vita quotidiana e, contemporaneamente, è precipitato sotto l’aspetto del “ma guarda un po’, di questa cosa potrei proprio scrivere“.

Sono cose che capitano.

D’altro lato, ci sono motivazioni sotterranee che poco hanno a che fare con la mia volontà di scrivere, di raccontare, di condividere parti della mia vita che sono straordinariamente comuni e banali e, proprio per questo, universali-o-quasi.

Perché l’ansia di vivere, la paura di restare da soli e, come controparte, il terrore di avere qualcuno e poi perderlo… Siamo tutti nella stessa barca, più o meno, no? Con modalità differenti, con contraddizioni e passetti avanti e indietro, ma siamo tutti, prima o poi, infognati uguale – a dibatterci tra le reti invisibili eppure fin troppo tangibili di un passato che vorremmo e non vorremmo dimenticare, un presente che ci sfugge prima ancora di raggiungere la consapevolezza di averlo vissuto e un futuro che, per un motivo o per l’altro, temiamo non mantenga le promesse.

Ma torniamo alle motivazioni sotterranee. Principalmente, io so che ci sono alcune persone che leggono qui e che mi conoscono: persone che hanno fatto parte della mia vita nel passato e che probabilmente non incontrerò mai più, ma anche persone che potrei rivedere una sera, tra un mese o un anno, le quali… Con le quali non sono così sicura di voler condividere ciò che scrivo qui.

E’ che l’anonimato non è facile da mantenere: una volta rotto un anello, la catena si sfalda inesorabilmente.

Mi domando, dunque: qual è mai la differenza tra raccontare i fatti miei – siano essi pensieri o esperienze – a dei perfetti sconosciuti di cui non sospetto nemmanco l’esistenza (perché scelgono, non commentando, di non palesare la propria presenza) e a dei più-o-meno conosciuti che, zigzagando tra le propaggini della mia volontà cosciente, sono venuti a conoscenza di questa possibilità di far finta di entrare in contatto con me?

Sono coinvolti pudore e ritrosia e imbarazzo e fastidio, nel secondo caso. Almeno credo. Fors’anche un velo di presunzione, se scelgo di essere sincera: dal momento che presumo che codeste persone – lontane da me, ma non quanto vorrei – stiano perpetuando l’intento di fare parte della mia vita con una sorta di atto di forza.

E poi, seguendo il filo aggrovigliato di tutte queste elucubrazioni, mi sono chiesta: me ne frega davvero poi così tanto? Ma forse anche no.

Annunci

Una relazione particolare

Non scrivo. Non scrivo. Nonscrivononscrivononscrivo.

Esattamente, non so bene cosa stia succedendo: è che non mi viene da scrivere, non mi vengono idee, non ho spunti critici.

In parte, forse questo è dovuto al fatto che ho trascorso le ultime settimane tra un viaggio e un trasloco e un carico di lavoro che si preannuncia eccessivo pur non essendolo ancora – ed è peggio, quando è una fatica annunciata. Perché quando sono in ballo le gambe cominciano a muoversi al ritmo dovuto, ma fintanto che sto a bordo pista non faccio altro che guardarmi attorno in preda all’ansia.

Essere di nuovo qui, a casa dei miei genitori, è innanzitutto strano. Già, perché la casa nuova che avevo trovato il 10 febbraio mi è stata tolta dalle dita (dalle grinfie?), con un precedente inquilino che ha deciso che in fondo in fondo poteva anche non avere tutta questa voglia di spostarsi altrove. E nonostante un’affannosa ricerca, di conseguenza, ho finito per decidere che un mese o due sotto il tetto familiare, a farmi lavare i vestiti dalla donna di servizio e a cucinare per papà e mamma, a risparmiare i soldi dell’affitto e a bere ottimo vino durante la cena… Forse non mi avrebbero poi rovinato l’esistenza.

Già, perché la mia famiglia è ancora e sempre questa: la coppia che mi ha generato. Ed è bellissimo ed è agghiacciante, perché sono fortunata ad avere un ottimo rapporto con i miei genitori ma, allo stesso tempo, ho un’età – anche se, a quanto pare, forse non un pari grado di maturità – per cui avrei dovuto (voluto?) formarmi una famiglia “mia”, altra rispetto a quella d’origine.

E così ho lentamente preso atto della realtà dei fatti. Da tre anni, ormai, sono invischiata in una relazione molto particolare: una storia piuttosto seria e piuttosto sfilacciata, al contempo. Una storia d’odiamore – come lo sono tutte le storie davvero significative – che non riesco a (non voglio?) concludere. Una relazione a tutti gli effetti, con i momenti di scazzo e i momenti di felicità, intermittenze estatiche che mi fanno pensare, talvolta, che questa sia la condizione migliore possibile.

Una relazione con la mia solitudine.

No, non con me stessa: proprio con la mia solitudine.

Le preparo la colazione e gliela porto a letto la domenica mattina; le faccio dei regali senza motivo – come una passeggiata scandita dalle note delle “nostre canzoni” o il nostro film preferito in dvd avvolte da una coperta soffice. Ho persino la tentazione di tradirla, a volte, nelle rare occasioni in cui esco con un ragazzo sentimentalmente libero e trascorro momenti piacevoli. Ma poi non succede mai: perché lei è per me la cosa più importante.

Non riesco a lasciare la mia solitudine. Pur sapendo che è una storia con data di scadenza, pur sentendo che non potrà mai darmi tutto quello che voglio, non ci riesco proprio.

Sarà che la mia ultima relazione, prima di questa, è stata troppo bella e troppo ricca di cose che ho paura di non trovare in nessun altro che non sia lei – perché lei mi dà tutto o quasi quello che avevo prima… E, accorta com’è, evita con attenzione tutti gli aspetti negativi. Cosa potrei volere di più? Lei mi accompagna in viaggio, mi dà torto quando ce n’è bisogno, si raccomanda di non essere mai troppo autoriferita perché sa bene che è un rischio che corro… La compagna di vita ideale, per certi aspetti.

E’ così strano, avere una storia importante con la propria solitudine. Anzi: è così strano, poi?

Dopo la scoperta dell’acqua calda…

… ecco la mia grande scoperta per quest’autunno 2008: le emozioni fanno male.

Già, le emozioni fanno proprio un male cane. Ed è per questo che nelle ultime settimane non ho scritto più: ero troppo occupata a cullare questo dolore, perché era da un tempo lunghissimo che non provavo più nulla di vagamente somigliante.

Ho accarezzato il nodo alla gola: quella subitanea chiusura della faringe (laringe? fa lo stesso) che ti fa temere di aver perso per sempre la capacità di respirare con regolarità.

Ho ascoltato lo stomaco chiudersi come se avessi ingoiato litri e litri di acido muriatico.

Ho contato le lacrime senza fare alcuno sforzo per fermarle, ma stupendomi quasi del fatto che, dopo tutto quello che ho pianto quest’estate, ci fossero ancora delle riserve così copiose.

Ho seguito con attenzione il cuore pompare sangue sempre più velocemente e poi rallentare all’improvviso.

L’abitudine alla corazza, quell’armatura – armatuta che ho portato addosso per mesi con una sorta di orgoglio mi aveva reso, o così credevo, del tutto invulnerabile. Ogni minuscola cicatrice andava a sommarsi alle preesistenti, ogni piccola insicurezza si depositava nel precipizio dell’autostima. Ed era più facile, rispetto a ora. Era infinitamente più facile sguazzare nel pantano dell’atarassia.

E poi. Poi ho iniziato ad agire. E a reagire.

Ma non sempre le cose vanno nel modo più lineare – anzi, raramente lo fanno; e stupida io a non ricordarmelo. E’ passato talmente tanto tempo da quando partecipavo ai giochi dei rapporti umani, tuttavia, che mi sento quasi di potermi perdonare; almeno un po’.

Cosicché a una cena non ne è seguita un’altra; una telefonata non è stata accompagnata da null’altro che la telefonata stessa. Eppure. Eppure, le emozioni fanno talmente tanto male che qualcosa di buono deve pure esserci.

Perché commetto gesti inconsulti, del tutto incoerenti e scoordinati tra loro. Perché sento non soltanto due, ma centinaia di voci che litigano insistentemente, con alcune, più evolutivamente adatte di altre, che riescono a trovare uno spiraglio per sussurrarmi la loro strategia. Perché ho la testa talmente piena di me, della mia ansia, della mia occasionale felicità, che non riesco a pensare a nient’altro.

Non so se il fatto di non riuscire più a scrivere post dotati di senso e soltanto relativamente egocentrati sia un male o un bene, pertanto. Non lo so proprio. Però so bene che qualcosa sta sotterraneamente strisciando, so che sono diventata vulnerabile e che questo, se non altro, mi rende più umana. Ci vorrà soltanto un altro po’ di pazienza.

Sono voci, soltanto voci

Nonostante l’autostima in caduta libera – rallentata, devo dire, dai bellissimi commenti al mio post precedente: commenti antigravitazionali, li potrei definire. Nonostante il 90% dei vestiti che ho nell’armadio non mi entri oppure mi faccia sembrare un simpatico salsicciotto – il restante 10% è dovuto al fatto che ho sempre un paio di pantaloni di scorta, ossia di un paio di taglie in più rispetto a quella corretta. Nonostante debba attenermi ad abitudini alimentari che vietano tutto quello che si può immaginare ma, d’altra parte, mi impongono di ingerire ogni ora una fetta biscottata. Nonostante tutto, la vita è strana e a volte sorprende: perché questa sera dovrei avere un appuntamento.

Ho scritto dovrei perché, come si suol dire, finché non lo vedo non ci credo. Lui, intendo. A essere sincera, mi basterebbe anche una telefonata di conferma. E a pensarci bene, un sms sarebbe ben più che sufficiente, così come accoglierei con entusiasmo un’email, un messaggio via skype… ci sono così tanti mezzi di comunicazione, insomma! E invece.

Invece sono qui ad arrovellarmi. Perché, insomma: sono stata io a proporre di vederci, quindi forse a rigor di logica toccherebbe a me dare un segno di vita per confermare il tutto e concordare tempi e luoghi… Ecco: mi esprimo come se si trattasse di firmare un contratto, che desolazione emotiva. E’ tutta colpa della mancanza d’abitudine. Spero. Perché ad andare in bicicletta non si dimentica: le attività motorie sono impresse nella memoria indelebilmente, i neuroni sono modificati una volta per tutte già dalla prima volta. Ma non vale per tutto, questo.

Eppure, ho la petulante sensazione che il fatto di essere donna dovrebbe mettermi al riparo da ansie di questo tipo. Dovrei essere già stata rassicurata da ore; avrebbe già dovuto, lui, darmi un cenno di interessamento – magari, addirittura, avrebbe dovuto comunicarmi quando mi sarebbe venuto a prendere e presentarsi poi con un mazzo di fiori.

D’accordo, non esageriamo: non è che mi aspetti tutto questo. Anzi: non sono neanche sicura mi piacerebbe, una persona così dannatamente sicura di sé – perché, per esperienza, tutta questa sicurezza di solito si rivela, più che un segnale di interessamento nei miei confronti, un modo di soddisfare la propria vanità. E credo di aver già speso abbastanza parole, in proposito.

Però, insomma: non dovrebbe valere una sorta di regola implicita in cui tocca una volta per ciascuno? Tu mi chiami, io – con uno sforzo immane e contro natura, sia chiaro – ti propongo di uscire; dopo qualche tempo, io ti confermo il giorno – con un ulteriore sforzo immane, perché compiuto non sull’onda del momento ma dopo ore e ore trascorse a meditare sul da farsi – e tu… non fai più niente? Non dovresti essere tu a inviare un qualche segno? Un modo per farmi capire “Ehi, ho ancora voglia di vederti, non pensare che mi sia dimenticato!” o, in alternativa, anche un “Cara Odiamore, purtroppo questa sera ho avuto un imprevisto. Mi dispiace molto. Possiamo rimandare al giorno X della prossima settimana” sarebbe comunque meglio del silenzio. Perché il silenzio mi dà un brivido che, tradotto in italiano, significa che se io mi ostino a non farmi viva in alcun modo questa sera la trascorrerò a casa, da sola, a immergermi in qualche dvd strappalacrime.

E comunque. Mi chiedo chi me lo faccia fare. Mi chiedo perché ho dato ascolto alla vocina che mi sussurrava “dai, provaci”. E’ una tale fatica: la vocina si fa sempre più flebile e a mano a mano prende il sopravvento la vociona: quella che mi consiglia di vivere la vita ai margini, di non provare a mettermi in discussione perché le discussioni portano alle liti e quindi, pressoché inevitabilmente, alle rotture; una vociona tonante a cui ho dato sempre più spazio, in questi anni, e che, anche per questo, è preponderante e prepotente… Come? Odiamore ha dato retta alla vocina invece di prestare ascolto a me, come fa sempre e avrebbe dovuto fare anche questa volta, a maggior ragione? Povera vociona, l’ho abituata a un ruolo da protagonista: inevitabile che, non appena tentassi di relegarla dietro le quinte, palesasse la propria indignazione e il proprio estremo disappunto con tutta la sua forza.

Sì, lo so: razionalizzo troppo, penso troppo, mi faccio troppe – come dicono alcuni – “pippe mentali”, non mi lascio mai andare – andare dove, tra l’altro? Però non so come smettere: non è come con la dieta – in quel caso basta rivolgersi a un medico e farsi stilare un piano alimentare ad hoc. E seguirlo, d’accordo. Ma almeno c’è un piano da seguire: poi posso decidere di fregarmene, però se mi attengo alle regole so che otterrò dei risultati, in qualche modo. Con la razionalizzazione non va così. Posso tirarmi delle martellate in testa? Sì, potrei. Se servisse a qualcosa lo potrei anche fare, credo. Qualcuno ha mai provato?

Una piccola e lancinante ferita

Ieri sera ho bevuto troppo e mi sono coccolata con più cioccolatini di quanti riesca a ricordare. Perché sapevo che oggi sarebbe incominciata la dieta.

Già, la dieta. Quella cosa che ho fatto qualche mese fa, stupendomi del fatto che otto chili in meno non avessero tutto sommato portato nella mia vita grossi cambiamenti – a parte quelli relativi all’abbigliamento.

E’ che questa estate… insomma, almeno ‘sta volta ho la scusa dell’estate più brutta della mia vita: il mantenimento è durato una manciata scarsa di settimane, e sono risalita lungo la china delle calorie in eccesso fino a un totale di più 6 chilogrammi – “più” sulla bilancia, ovviamente; “meno”, altrettanto ovviamente, sulla scala dell’autostima. Perché l’autostima si può misurare in chilogrammi; e, se non bastasse, anche in centimetri di circonferenza fianchi, in numeri scritti sulle etichette dei vestiti, in rapporto tra la tensione della pelle della fronte oggi rispetto a dieci anni fa, in minuti di jogging oltre l’umana soglia di sopportazione.

Per quanto i vestiti tirino da tutte le parti; per quanto i pantaloni del pigiama si scuciano e le magliette aderenti tendano ad arrotolarsi sul ventre ogni giorno di più; per quanto ormai sia un’esperta di perdita e recupero peso e riperdita e rirecupero – ma cos’è la teoria degli universi ciclici di cui parla Paul Steinhardt, al confronto? Per quanto e per come, sapere di avere, ancora una volta, perpetuato un danno a me stessa, di aver vanificato gli sforzi fatti, di non essere, nemmeno a trent’anni suonati, in grado di regolare continuativamente il mio rapporto con l’inserimento di cibo e alcolici nella mia cavità orale… Insomma, la consapevolezza di tutte queste verità, soprattutto dopo le settimane trascorse a negare l’evidenza o anche soltanto ad accantonarla come fosse irrilevante ai fini della mia vita, non è proprio piacevole.

Eppure ieri sono entrata dalla dietologa a testa alta, più alta forse di quando vi andai l’ultima volta per mostrarle, bilancia sotto i piedi, che ce l’avevo fatta: perché avevo la scusa dell’estate più brutta della mia vita a proteggermi dal senso di sconfitta. A giustificarmi per aver fallito – e so di stare scegliendo termini forti, in un certo senso, ma di fatto aver perso dieci chili per poi riprenderne sei nel giro di cinque mesi… proprio una vittoria non la definirei. E comunque. Ero talmente compiaciuta di me stessa che, a momenti, mi sarei quasi aspettata che la dottoressa mi facesse una carezza sulla testa sussurrando con voce suadente: “Povera Odiamore, certo che sei ingrassata: non fai un giorno di vacanza da otto mesi, hai scoperto che tuo papà ha un cancro e ancora oggi dopo tutto questo tempo non si sa ancora bene come evolverà la situazione… Sei chili in più sono addirittura pochi, in una situazione del genere!”

E invece. Sarà che con quello che si fa pagare – ebbene sì: bisogna pagare perché una dieta sia degna di questo nome e ci sia qualche (vaga, nel mio caso) speranza di migliorare il proprio rapporto con il cibo – la signora si è formata per bene; sarà che sono sette anni che, bene o male, sono sua paziente e in tutto questo tempo ha contemplato esterrefatta le mie oscillazioni di dieci chili in dieci chili; sarà quel che sarà, mi ha fatto una ramanzina da fare invidia a quelle di mia madre quando prima di avere l’età per votare le telefonavo a mezzanotte per comunicarle che avrei dormito fuori casa.

Una piccola e lancinante ferita al bisogno della mia parte bambina di essere rassicurata che comunque va tutto bene. Perché non va tutto bene. Perché almeno quello che dipende da me, e da me soltanto, deve – imperativo categorico di sapore kantiano, proprio così – andare bene. Almeno quello. Altrimenti, con che fiducia posso guardarmi allo specchio e ripetermi che ce la posso fare da sola?

Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail »

Riassunto delle puntate precedenti

A volte ho l’impressione di aver già scritto tutto. Tutto quello che potrebbe essere interessante da leggere per chi, per un motivo o per l’altro, sceglie più o meno casualmente di passare di qua. Infatti scrivo sempre meno.

Certo, ci sono quelli che arrivano tramite motori di ricerca; la classifica-di-tutti-i-tempi, attualmente, è così composta:

emoticon sesso 3,871
amore non corrisposto 993
odiamore 793
emoticons sesso 643
anobii 449
emoticon porno 372
gatta morta 348
emoticon baci 319
storie a distanza 277
emotion sesso 216
tacchi a spillo 182

Le emoticon(s) giocano un ruolo notevole, come si può osservare dall’immagine. Il post in questione era un esperimento, e se non altro sono contenta del fatto di essere riuscita a costruire uno specchietto per le allodole che attirasse anche qualche altro tipo di volatile che ha poi deciso di ritornare. I tacchi a spillo, invece, sono pericolosamente collegati a loro volta a ricerche fetish che mi causano sempre grande imbarazzo – e dire che non sono neanche andata a scuola dalle suore 😉

L’idea migliore che ho avuto, finora, credo sia stata quella della purittana: l’evoluzione della gatta morta e la concomitante speranza di far sentire meno sole le donne che hanno a che fare con(tro di) lei e meno stupidi gli uomini che cascano più o meno inconsapevolmente nella sua rete.

Per il resto, mi rendo conto che è da ormai un anno e mezzo che, come molti mi fanno notare nei commenti, non faccio altro che girarci intorno: voglio un fidanzato però poi magari anche no; mi sento una povera sfigata se nessuno dà segno di interessarsi a me però mi ostino a rifuggire – se non fisicamente, per lo meno con l’atteggiamento – le occasioni sociali in cui potrei conoscere persone nuove; mi commuovo davanti ai neonati però mi astengo dal sesso quasi fosse, il mio, un credo religioso ai limiti del fondamentalismo.

Perché il fatto è che ho trent’anni, la mia ultima storia è finita una trentina di mesi fa (leggi: quasi due anni e mezzo) e mi sento invece come se di anni ne avessi 13 e mi dovessi affacciare per la prima volta al mondo degli affetti e delle relazioni interpersonali.

E paradossalmente mi rendo conto, allo stesso tempo, di rientrare in quella fascia a rischio in cui, alla domanda “con quante persone sei stata?”, la risposta non può essere vomitata addosso all’interlocutore come farebbe una mamma-pinguino che nutre il suo cucciolo.

Perché il numero è basso per chi si pasce di secsendesiti, però non così basso da non correre il rischio di urtare gli animi di alcuni esponenti del genere maschile. E ce ne sono in giro ancora molti, di soggetti rassicurati dalla mancanza di esperienza sentimental-sessuale della propria potenziale compagna. E forse questi ometti non hanno neanche tutti i torti, chissà. Ho visto in giro donne che voi umani nati ai tempi dei miei genitori non potete neanche immaginare [cit.]

E comunque, tirando le fila del discorso: non mi sono conservata abbastanza da risultare appetibile per quel gruppo di uomini solleticati dall’inesperienza femminile, né sono abbastanza di ennesima mano da poter rientrare appieno nel ruolo della mangiauomini – soprattutto per mancanza di memoria dovuta a protratta inattività d’ogni sorta. Come posso fare la mangiauomini se la mia più grossa preoccupazione al momento è fare in modo che, dovessi mai – puta caso – baciare qualcuno, costui non pensi che io ancora non ho raggiunto la maggiore età anagrafica?

Eccole, dunque, le puntate precedenti: tredici anni trascorsi in coppia – non tutti con la stessa persona, anzi; ma con intervalli tra una persona e l’altra sempre inferiori alle poche settimane. Tredici anni trascorsi tra una coppia e l’altra, dunque, per essere proprio pignoli come piace a me. E poi. Due anni e mezzo trascorsi totalmente da sola – ma proprio da sola-da sola: neanche un corteggiatore fittizio ingaggiato dalla mia migliore amica.

E ora sono qui. Sono qui e ancora una volta una vocina mi sussurra che questo post potevo fare a meno di scriverlo. Anche perché forse a questo punto l’unico soggetto davvero innovativo sarebbe: e nella puntata di oggi, cosa mai succederà?


Feed RSS

Non conto un cazzo

Cosa ho scritto fino a ieri

Quanti sono passati di qui

  • 80,668 hits

Creative Commons License
Se avessi voluto tenermi tutto per me avrei continuato a scrivere un diario segreto chiudendolo con un lucchetto. Quanto scritto nel blog, tuttavia, è protetto da una Licenza Creative Commons.

click analytics

Costellazioni

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

novembre: 2017
L M M G V S D
« Giu    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930