Archive for the 'errori di parallasse' Category

Riassunto delle puntate precedenti

A volte ho l’impressione di aver già scritto tutto. Tutto quello che potrebbe essere interessante da leggere per chi, per un motivo o per l’altro, sceglie più o meno casualmente di passare di qua. Infatti scrivo sempre meno.

Certo, ci sono quelli che arrivano tramite motori di ricerca; la classifica-di-tutti-i-tempi, attualmente, è così composta:

emoticon sesso 3,871
amore non corrisposto 993
odiamore 793
emoticons sesso 643
anobii 449
emoticon porno 372
gatta morta 348
emoticon baci 319
storie a distanza 277
emotion sesso 216
tacchi a spillo 182

Le emoticon(s) giocano un ruolo notevole, come si può osservare dall’immagine. Il post in questione era un esperimento, e se non altro sono contenta del fatto di essere riuscita a costruire uno specchietto per le allodole che attirasse anche qualche altro tipo di volatile che ha poi deciso di ritornare. I tacchi a spillo, invece, sono pericolosamente collegati a loro volta a ricerche fetish che mi causano sempre grande imbarazzo – e dire che non sono neanche andata a scuola dalle suore 😉

L’idea migliore che ho avuto, finora, credo sia stata quella della purittana: l’evoluzione della gatta morta e la concomitante speranza di far sentire meno sole le donne che hanno a che fare con(tro di) lei e meno stupidi gli uomini che cascano più o meno inconsapevolmente nella sua rete.

Per il resto, mi rendo conto che è da ormai un anno e mezzo che, come molti mi fanno notare nei commenti, non faccio altro che girarci intorno: voglio un fidanzato però poi magari anche no; mi sento una povera sfigata se nessuno dà segno di interessarsi a me però mi ostino a rifuggire – se non fisicamente, per lo meno con l’atteggiamento – le occasioni sociali in cui potrei conoscere persone nuove; mi commuovo davanti ai neonati però mi astengo dal sesso quasi fosse, il mio, un credo religioso ai limiti del fondamentalismo.

Perché il fatto è che ho trent’anni, la mia ultima storia è finita una trentina di mesi fa (leggi: quasi due anni e mezzo) e mi sento invece come se di anni ne avessi 13 e mi dovessi affacciare per la prima volta al mondo degli affetti e delle relazioni interpersonali.

E paradossalmente mi rendo conto, allo stesso tempo, di rientrare in quella fascia a rischio in cui, alla domanda “con quante persone sei stata?”, la risposta non può essere vomitata addosso all’interlocutore come farebbe una mamma-pinguino che nutre il suo cucciolo.

Perché il numero è basso per chi si pasce di secsendesiti, però non così basso da non correre il rischio di urtare gli animi di alcuni esponenti del genere maschile. E ce ne sono in giro ancora molti, di soggetti rassicurati dalla mancanza di esperienza sentimental-sessuale della propria potenziale compagna. E forse questi ometti non hanno neanche tutti i torti, chissà. Ho visto in giro donne che voi umani nati ai tempi dei miei genitori non potete neanche immaginare [cit.]

E comunque, tirando le fila del discorso: non mi sono conservata abbastanza da risultare appetibile per quel gruppo di uomini solleticati dall’inesperienza femminile, né sono abbastanza di ennesima mano da poter rientrare appieno nel ruolo della mangiauomini – soprattutto per mancanza di memoria dovuta a protratta inattività d’ogni sorta. Come posso fare la mangiauomini se la mia più grossa preoccupazione al momento è fare in modo che, dovessi mai – puta caso – baciare qualcuno, costui non pensi che io ancora non ho raggiunto la maggiore età anagrafica?

Eccole, dunque, le puntate precedenti: tredici anni trascorsi in coppia – non tutti con la stessa persona, anzi; ma con intervalli tra una persona e l’altra sempre inferiori alle poche settimane. Tredici anni trascorsi tra una coppia e l’altra, dunque, per essere proprio pignoli come piace a me. E poi. Due anni e mezzo trascorsi totalmente da sola – ma proprio da sola-da sola: neanche un corteggiatore fittizio ingaggiato dalla mia migliore amica.

E ora sono qui. Sono qui e ancora una volta una vocina mi sussurra che questo post potevo fare a meno di scriverlo. Anche perché forse a questo punto l’unico soggetto davvero innovativo sarebbe: e nella puntata di oggi, cosa mai succederà?

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Polizza contro i rischi emotivi

Ogni giorno, lo ammetto, mi innamoro decine di volte: del mazzo di fiori freschi che si inchinano di fronte a me dal bancone del bar in cui prendo il caffè al mattino; del bambino in carrozzina che mi guarda fisso e, davanti alle mie smorfie impacciate, esplode in un sorriso; della signora piena di rughe che fatica a scendere il gradino del marciapiedi; del gatto che sonnecchia al sole nel terrazzo che intravedo dalla mia scrivania; di uno strumento per creare cronologie; della cameriera del mio ristorante preferito perché riesce sempre a riempirmi il piatto dei dolci contraddicendo ogni legge della fisica.

Il problema è che non mi innamoro mai di ragazzi sentimentalmente liberi, all’incirca della mia età (mentale, se non anagrafica), possibilmente residenti nei paraggi e che mi amino così come io voglio essere amata. Bum!

Riflettendo su questa inoppugnabile verità sono giunta a una conclusione: quando ci invaghiamo di qualcuno, tra i tanti candidati possibili scegliamo lui o lei anche sulla base di una scommessa, di una valutazione di rischi e benefici. Un po’ come fanno gli agenti assicurativi quando devono calcolare i dettagli delle polizze, credo.

L’unico rischio in cui incorro innamorandomi della cameriera che spinge il carrello dei dessert è di sentirmi in colpa perché mi sono ingozzata di dolci; ed è evidente che la signora anziana a cui chiedo se ha bisogno di aiuto per trascinare il carrello della spesa non mi farà mai alcun male – al limite mi guarderà di traverso temendo che il carrello della spesa io voglia rubarglielo, ma ancora non mi è successo niente di simile.
Innamorandomi di un ragazzo sentimentalmente libero, all’incirca della mia età eccetera eccetera, invece, chissà cosa potrebbe accadere. Brr, che paura.

Quando mi sono finalmente decisa a chiedere ad Andrea i recapiti del ragazzo conosciuto a Zurigo quest’estate, ho scommesso che, nella peggiore delle ipotesi, lui avrebbe tergiversato per farmi capire che, avendogli parlato, non era il caso di andare oltre. E invece, sono state sufficienti poche ore perché, poco prima che tornassi a casa dall’ufficio, sulla finestra lasciata aperta di Skype comparisse l’indirizzo email con tanto di rassicurazioni sul fatto che una mia iniziativa non soltanto sarebbe giunta inopportuna, ma avrebbe sortito un effetto gradito.

Dopo una notte trascorsa nel dormiveglia, in preda a un’ansia per il lavoro che soltanto l’immagine di me sdraiata su un divano ascoltando lo zurighese suonare il violino mentre il cielo svizzero si scioglieva in fiocchi di neve è riuscita a mitigare un po’, ho scritto un’email breve, spiritosa e leggera. Ed è iniziata l’attesa.

Un’attesa che, a posteriori, mi sarei potuta risparmiare, dal momento che, quelle stesse ore trascorse dal momento in cui sono entrata in possesso di un recapito e ho avuto modo di utilizzarlo, sono state quelle in cui lui ha conosciuto un’altra ragazza con la quale si è felicemente fidanzato.

Pensavo, fatti alla mano, di avere una scarsa probabilità di incorrere in un rifiuto, e invece mi sono trovata ad aspettare per tre settimane prima di venire a sapere, dallo stesso imbarazzatissimo Andrea, quello che era successo mentre io mi giravo i pollici chiedendomi cosa mai avessi scritto di così sbagliato da non meritare nemmeno due righe di replica. Per inciso, croce sopra su chiunque, uscito dalle scuole medie da più di una decade, si faccia assorbire talmente tanto dall’inizio di una nuova storia da non avere neanche la delicatezza di rispondere con poche righe in cui, al limite, raccontare quello che sta succedendo. E comunque. Almeno mi cullo nel pensiero vagamente consolatorio di avergli portato fortuna, se non altro.

Ecco, ho pensato: ho perso la scommessa. Ho fatto male le mie valutazioni tra i rischi e i benefici. E invece no, perché era tanta la distanza chilometrica (e, a posteriori, non solo quella) che, comunque, qualsiasi cosa fosse successa in risposta alla mia email sarebbe stato improbabile avrebbe potuto mettermi davvero in discussione. Le valutazioni, nonostante il caso beffardo, erano state fatte in modo appropriato ed erano corrette.

Ed è per lo stesso motivo, credo, che a volte ci innamoriamo di persone che non ci corrispondono così come vorremmo: perché in realtà le abbiamo scelte proprio in quanto ritenevamo piuttosto improbabile che l’avrebbero fatto e quindi, in momenti di particolare fragilità emotiva, ci fanno sentire al sicuro.

Al sicuro da cosa, esattamente, mi verrebbe da chiedermi. Ma il problema – il vero problema – è proprio che a questa domanda ancora non ho chiara quale sia la risposta giusta.

Ma ci sto lavorando; ci sto lavorando da un po’. A essere sincera, ci sto lavorando da tutta la vita.

E come sempre, chiaramente, ogni suggerimento è bene accetto 🙂

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DisCERNere tra tutto ciò che si dice su LHC

Non è che, soltanto perché ho studiato un po’ di fisica,  pensi di avere chissà quale verità rivelata in tasca. Infatti, nei giorni precedenti, mi sono forzata a non scrivere neanche una virgola su tutto il gran tam tam che è stato creato dai media, tradizionali e non, per l’inaugurazione di LHC – il Large Hadron Collider che, da oggi, è entrato in funzione al CERN di Ginevra (si può dare un’occhiata qui per ulteriori spiegazioni sull’acronimo).

Sarà che ho letto troppe idiozie, troppi commenti idioti a post infarciti di errori, titoloni su giornali e altro. Anche l’editoriale in prima pagina sul mio quotidiano di riferimento era, francamente, piuttosto imbarazzante.

Sarà che è pur vero che esiste una probabilità non nulla che, quando LHC sarà entrato a pieno regime, si crei una specie di buco nero risucchiante tutta la materia. Per quel che può valere, esiste una probabilità non nulla che, in questo preciso istante, il mio corpo riesca per così dire ad attraversare il muro che mi sta di fronte: si chiama effetto tunnel, ed è un fenomeno che a livello subatomico può essere abbastanza frequente. Esiste anche, più prosaicamente, una probabilità non nulla che domattina io esca di casa e trovi sul pianerottolo James McAvoy in ginocchio che, tendendomi un solitario da otto miliardi di carati, mi supplica di trascorrere tutta la mia vita con lui. E con questo credo di aver reso l’idea.

Ciò scritto, consiglierei la lettura di questo post dal blog del direttore di Le Scienze: l’edizione italiana di Scientific American che, quest’anno, compie 40 anni – quindi colgo l’occasione per fare tanti auguri alla rivista e augurarle non soltanto “100 di questi anni” ma, soprattutto, di continuare a raccontare la scienza non tanto evitando i sensazionalismi (quelli possono servire a colpire l’attenzione di chi in principio non sarebbe interessato) quanto, piuttosto, impegnandosi a farlo con precisione e competenza.

Perché raccontare la scienza questo richiede, innanzitutto: precisione e competenza. Tutto lo sforzo comunicativo per rendere argomenti – a volte anche piuttosto ostici – di lettura o ascolto o fruizione gradevole non può, non deve prescindere dalla precisione e dalla competenza.

E se da un lato non posso che rallegrarmi del fatto che negli ultimi tempi paroloni come big bang, buco nero, protoni e compagnia bella siano state un po’ sulla bocca di tutti, dall’altro ogni volta avevo l’impressione di stare origliando chiacchericci da sala d’attesa di un parrucchiere. Mentre su certi argomenti i mezzi di informazione, di massa o meno, dovrebbero proprio compiere un piccolo sforzo e cercare di fare ciò per cui sono nati: informare.

Mi si perdoni lo sfogo. Passo e chiudo.

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Questione di regole

A volte succedono cose strane: come quando mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino soltanto per avere il mio nome su un volantino che domani sarà buono soltanto per foderare le gabbiette degli uccelli. Il fatto è che, come scriveva Mark Twain, “perché un uomo desideri spasmodicamente una cosa basta soltanto rendere questa cosa difficile da ottenere.”

Me la ricordo bene, la storia raccontata da Twain: Tom doveva dipingere per punizione la staccionata della casa della nonna ma, dandosi grandi arie e dicendo che si trattava di una sorta di opera d’arte, riusciva non soltanto nell’intento di far fare il lavoro ad altri ma, addirittura, di farsi pagare per aver loro concesso quel grande privilegio.

Sono le regole del mercato, no? Siamo disposti ad aspettare ore ed ore in piedi per entrare in un locale esclusivo eppure tre minuti di attesa al bar sotto casa sembrano un oltraggio alla nostra persona.

Il fatto è che spesso ci sono in gioco tutte altre regole, che funzionano quasi all’inverso. D’altronde come potrei spiegare altrimenti il fatto che, difficile come sono non dico da ottenere ma anche soltanto da avvicinare, non ci sia un codazzo di pretendenti che mi segue come lo strascico di una sposa? 😉

Si tratta delle regole sociali: se un amico mi invita a cena a casa sua sono sicura che accoglierà con estremo piacere una bottiglia di vino o un mazzo di fiori, ma non reagirà altrettanto bene di fronte a un omaggio di 20 euro.

Dove sta la differenza? Voglio dire, 20 euro sono 20 euro e possono servire per comprare una bottiglia di vino che piace più di quella che io ho scelto per lui, oppure gli danno la possibilità di comprarsi un cd, una manciata di pacchetti di sigarette, dei biglietti per il cinema. Invece: il regalo , i soldi no.

Come dimostrano gli esperimenti condotti da Dan Ariely, descritti in un suo libro che sarà tradotto in italiano in autunno[*], il confine tra quando si applicano le regole sociali e quando invece quelle della domanda e dell’offerta può essere molto labile.

Prendiamo il lavoro: io sono una cosiddetta lavoratrice flessibile, con un contratto a progetto che mi qualifica come libera professionista nonostante in realtà abbia un unico committente – anche perché traduzioni a parte non mi resta il tempo di fare molto altro se voglio continuare ad avere una vita privata quantunque in forma ridotta.

Chi dà lavoro ai tipi come me deve, in qualche modo, far sì che il lavoro sia abbastanza gratificante e strutturato in maniera tale da lasciare un po’ di spazio all’ingerenza delle regole sociali; dovessi basare il mio impegno soltanto sulla legge della domanda e dell’offerta, nel caso in cui attaccassi questo terribile morbo ai miei vicini di scrivania credo che la società per cui lavoriamo sarebbe costretta a chiudere nel giro di poco perché non più in grado di portare a termine i lavori per cui lei stessa è pagata.

Allora succede (o dovrebbe succedere, se non altro) che la staccionata da dipingere diventi agli occhi di tutti una grande avventura da vivere insieme: non un lavoro vero e proprio ma un’esperienza arricchente ed entusiasmante, in cui la fatica è ripagata dall’appagamento umano ancora prima che professionale. E io mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino perché avere il nome su quel volantino mi riempie sempre di gioia e soddisfazione personale.

Però a volte Tom non la passa del tutto liscia; a volte basta che un passante qualsiasi sussurri: “ehi, ma il re è nudo” – o se si vuole, tanto per non confondere una storia con un’altra, “ehi, ma dipingere la staccionata non è altro che una noiosa punizione”. E cosa succede a quel punto? Cosa succede quando ti si continua a chiedere di fare parte di una squadra, di una grande famiglia che più che lavorare vive insieme, fa esperienza insieme per il benessere e il piacere reciproco – e un passante qualsiasi sussurra “ehi, guarda che chi ti sta chiedendo di sacrificare il terzo week end di fila è pagato all’incirca il doppio di te”?

Succede che entra in gioco il denaro – che alcuni si ostinano a definire vile mentre io, in tutta sincerità, preferisco non denotare affatto e limitarmi a considerarlo un mezzo per poter acquistare beni o servizi, mi si passi il cinismo. E quando entra in gioco il denaro le regole sociali non funzionano più: cadono, precipitano, si disintegrano e, sempre come mostrano gli esperimenti di Ariely, non possono più essere reintegrate all’interno del gruppo in questione. Vigono più soltanto le leggi della domanda e dell’offerta: quanto vale il mio fine settimana trascorso a lavorare, monetariamente? E in molti casi la risposta è “Molto più di questo, quindi: no, grazie. Piuttosto sto sabato e domenica tappata in casa ad ascoltare canzoni di Julio Iglesias.”

E qui vorrei concludere con un riferimento al mio tema preferito.

Alcuni uomini (non che ne siano rimasti molti, per la verità, soprattutto in questi tempi di crisi; ma la mentalità è dura a morire) ritengono che il modo più adeguato di conquistare una donna consista nel portarla fuori a cena / al cinema / al bar / a teatro / alla partita di curling. Pagando il conto o il biglietto, ovviamente. Ecco: non si rendono conto, costoro, che in questo modo stanno lasciando il campo libero alle regole della domanda e dell’offerta? Non capiscono che la donna così avvicinata sarà portata a valutare ogni mossa successiva in termini monetari? Più esplicitamente, non si interrogano sul fatto che pagando di tasca loro stanno in un certo senso firmando con il sangue un documento in cui nelle colonne di sinistra ci sono i soldi spesi e in quella destra il corrispettivo delle varie concessioni che si aspettano in cambio? E che sta iniziando in questo modo il circolo (vizioso o virtuoso a seconda dei risultati) conto – bacio sulla guancia – conto – appuntamento successivo – conto – eccetera eccetera?

Ecco perché io mi entusiasmo molto di più per chi si ferma per aprirmi una porta, per chi mi aiuta a dare il bianco in casa, per chi mi fa una telefonata inaspettata quando proprio ne ho più bisogno, o anche per chi mi dà il midollo del suo ossobuco. Mmm, questa non so da dove mi è uscita; probabilmente è un retaggio infantile 😛

Soprattutto nelle questioni di cuore. Anche perché quanti decidono di aprire il portafogli per pagare cene o quant’altro farebbero meglio a non dimenticare le parole di quella vecchia volpe di Woody Allen:

“il sesso non-a-pagamento è, in realtà, proprio il sesso più costoso di tutti”.

[*] Dan Ariely è un personaggio incredibilmente interessante, che firma le sue email con la sigla “Irrationally yours, Dan”. Chi volesse approfondire, in attesa del libro può dare un’occhiata al suo sito personale.

La caccia all’Uomo

Oramai la mia vita sociale è troppo ricca: esco troppo spesso, vado in locali con troppe persone e torno a casa troppo tardi. E soprattutto, dopo ogni volta, penso troppo.

Venerdì sera sono stata in un locale all’aperto, in un luogo particolarmente fresco che amo molto perché ho legati a esso tanti bei ricordi; la musica era piuttosto bella e le lunghissime code al bar venivano fatte da altri per conto mio – soprattutto dal fidanzato di Candi, il quale, dal momento che anche questa estate andrà in vacanza con tre donne, si sta progressivamente abituando (rassegnando?) all’idea – uscendo in gruppi in cui lui è l’unico uomo.

Mentre aspettavo che qualcun altro si occupasse di procacciarmi da bere – e non c’è niente di meglio del fidanzato di un’amica, per questo genere di compiti – passavo il tempo osservando cosa accadeva intorno a me. Bene: gente che parlava, gente che ballava, gente che si divertiva oppure faceva finta, gente che a stento si reggeva in piedi e gente che si guardava attorno come la sottoscritta. In tutto questo pullulare di corpi, dopo qualche minuto (la coda al bar era davvero interminabile) mi si è palesato uno schema: uomini che guardano donne, donne che guardano uomini. Uomini che stanno fermi e donne che si muovono. Uomini che aspettano e donne che vanno loro incontro.

Ora. Io non sono né sono mai stata niente di simile a una femminista (e so di stare usando un termine improprio ma fa caldo quindi sono giustificata): non mi è mai piaciuto usare il termine “uguaglianza” quando ci si riferisce ai due sessi, preferendo a esso “parità” anche se è più svenevolmente politicamente corretto; mi fa soltanto piacere se un ragazzo mi cede il passo prima di una porta e, addirittura, vado in sollucchero se qualcuno che lo fa sempre entra invece per primo in un locale pubblico – perché è così che si fa, l’uomo entra per primo a meno che la porta del locale non sia trasparente, di modo da consentire di vedere all’interno e di conseguenza permettere all’uomo di verificare che il locale non nasconda chissà quali insidie.

Non sono né sono mai stata, d’altra parte, neppure niente di simile a una donna all’antica: non mi aspetto che sia l’uomo a pagare il conto – e se succede casco dalle nuvole, anche perché ormai è un evento rarissimo, e mi imbarazzo anche un po’; non mi è mai passato per la testa di contare il numero di uscite o di tempo trascorso insieme prima di concedere, a seconda dell’età, il primo bacio oppure un primo qualcos’altro; preferirei un uomo che sa cucinare bene a uno che sa costruire una libreria (anche perché quest’ultima cosa la posso fare anche da sola, nonostante l’ultima l’abbia montata un po’ storta). E per ultimo, ma non da ultimo: non ho mai stirato le camicie di nessuno, anche perché non so stirare.

Però sono cresciuta con l’idea che, se proprio si deve usare la metafora della caccia, l’uomo sia il cacciatore e la donna la preda. Sono convinta che in fondo in fondo ci si scelga a vicenda, però non mi dispiace neanche troppo la teoria secondo cui siano le donne a scegliere, in realtà, e gli uomini si limitino a fare il primo passo e diventino cacciatori sotto l’effetto di una malìa da parte della donna che li ha stregati.

A fare il primo passo, ho scritto. Proprio così. Invece venerdì sera ho osservato donne che abbordavano uomini e, senza farsi troppi problemi, facevano loro il primo passo.

Ora. Personalmente trovo sia una cosa buona e giusta che le nipoti di donne nate in periodi in cui era usuale organizzare matrimoni combinati possano, al contrario delle loro nonne, prendere in mano la propria vita e non soltanto decidere da sé quale uomo vogliono accanto, ma proprio andarselo a prendere. Un piccolo passo per la donna ma un grande passo per l’umanità, se si vuole vederla così.

Ma c’è un aspetto che mi perplime® [NdR Il verbo perplimere non esiste, ma me ne infischio e lo uso lo stesso…]. Il fatto che tutti questi uomini si stiano progressivamente abituando a essere oggetto, e non più soggetto, della ricerca da parte delle donne, pone un problema per quelle che, tra queste ultime, non vogliono / possono / riescono ad andarsi a prendere gli uomini che interessano loro. E la sottoscritta, per indole ma anche un po’ per convinzione, già non è proprio buona a interpretare il ruolo della preda – figurarsi quello del cacciatore!

Anche perché prede e cacciatori, a forza di adempiere alle proprie funzioni, si sono evoluti diversamente. Il cacciatore deve essere infatti bravo a valutare le distanze: per questo motivo, ha gli occhi in posizione frontale. La preda, al contrario, deve poter avere un campo visivo il più ampio possibile: ecco che saltano fuori gli occhi in posizione laterale.

Io, per di più, porto gli occhiali, quindi sono svantaggiata in partenza per entrambi i ruoli! Ma sono nondimeno sicura che una soluzione si possa trovare.

Potrei fare anch’io come questa capra, che è arrivata sull’isola di Maiorca in cui non c’erano predatori interessati a lei e, grazie a questa assenza, ha potuto mantenere gli occhi in posizione frontale. A parte il fatto che la capra in questione si è estinta circa 50 milioni di anni fa (quella della foto è una ricostruzione) – significa forse che l’unico modo di poter rientrare anch’io nel novero delle donne – che – si – prendono – l’uomo – che – vogliono consiste nell’emigrare su un’isola in cui gli uomini sono assenti – per poi estinguermi?!?!

C’è qualcosa che non funziona. Penso che continuerò a stare seduta ad aspettare con un sorriso sulle labbra. Il mio unico timore – ora più fondato che mai – è che ormai gli uomini, disabituati a interpretare il ruolo del cacciatore, che immagino essere divertente ma anche piuttosto faticoso, siano ben contenti di abbandonare la visione frontale per quella laterale – e di sedersi comodamente, in attesa che una amazzone del XXI secolo se li prenda e se li porti via.

Oggi però mi sono alzata alle sei per accompagnare un amico in aeroporto – e la mancanza di sonno mi rende incredibilmente propensa all’ottimismo. Il mio ruolo di preda, accompagnato com’è da una visione laterale ancestrale, combinato con la visione laterale maschile di recente acquisizione potrebbe facilitare il processo di scegliersi a vicenda: se hai gli occhi al posto delle tempie, infatti, e sei seduto contro un muro ad aspettare che passi Qualcuno, la persona che riesci a vedere meglio è proprio quella seduta accanto a te.

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Non esattamente il primo che capita

Qui da me, sabato mattina, iniziano i saldi. E dal momento che ho recentemente deciso di investire l’equivalente di più di due stipendi nelle mie vacanze estive da un lato non ho più soldi ma, dall’altro, non potendo partire in costume da bagno devo assolutamente comprare un paio di pantaloni. Potere della dieta: i pantaloni dell’anno scorso mi stanno piacevolmente larghi e al contempo mi scivolano spiacevolmente giù per i fianchi lasciandomi il dubbio che non riescano più a fermarsi.

Il problema, con i saldi, è che non ci si può permettere di tentennare troppo tra un abito provato e l’altro: corri il rischio che nel giro di tre minuti quello che avevi indossato e non eri sicura ti stesse proprio bene-bene-bene ma che, in confronto al seguente tentativo, è diventato semplicemente fatto su misura per te se lo sia appena comprato la tua vicina di camerino. E resti a mani vuote, con la paura, tipicamente femminile, che non riuscirai mai più a trovare un indumento che ti sta così bene.

Date le disponibilità economiche limitate e una mia personale avversione allo shopping compulsivo quando i negozi sono più affollati di una spiaggia il giorno di ferragosto, ho deciso di affrontare il problema “scientificamente”.

Esiste in matematica un ramo che si occupa di decisioni sequenziali. Per chi non si sentisse toccato da saldi, pantaloni e portafogli semivuoto, un esempio più adeguato per capire di cosa si occupa questa disciplina potrebbe essere legato alle automobili. Donne e motori, quale meraviglioso cliché! E comunque.

E’ venerdì sera, stai arrivando in prossimità della tua destinazione e si libera un parcheggio: che fare, a parte chiederti perché sei uscito in auto anziché in scooter, moto, bici, triciclo? E’ possibile che ce ne sia un altro più vicino al luogo in cui devi andare, certo; ma sicuramente l’unica cosa sicura è che, se non occupi subito questo qui, ci penserà qualcun altro.

La probabilità che la prima cosa scelta sia la migliore è, nell’ipotesi di poter provare dieci paia di pantaloni (oh mio dio che noia!) oppure di poter trovare dieci parcheggi nel lasso di tempo sufficiente per non arrivare (troppo) in ritardo, del 10%. Non male. Scegliendo però la prima cosa che ci piace più di quella scartata, tuttavia, la probabilità che questa seconda scelta sia la migliore tra tutte quelle potenzialmente possibili sale al 20%. E’ però sempre possibile che in realtà la scelta migliore fosse proprio la prima e che dunque, persa quell’occasione, abbiamo anche perso per sempre la nostra chance di essere il più soddisfatti che mai. Ma tanto non c’è niente da fare, al proposito, quindi è inutile preoccuparsi troppo.

In realtà, se il numero N di oggetti è abbastanza alto, la cosa migliore consiste nello scegliere l’oggetto che, nell’ordine, compare al posto N/e. Dove e è un numero meravigliosamente intrigante, presente un po’ dappertutto nella natura; ma anche, come mi piace pensare e come mi sembra di aver mostrato, nella cultura. e vale 2,718 eccetera eccetera e, se N è abbastanza grande si può dimostrare che la scelta andrebbe fatta dopo aver esaminato 1/e ossia circa il 37% dei possibili candidati al premio per il parcheggio più comodo o il paio di pantaloni che più mi fanno assomigliare a una gazzella e meno a un’otaria. In altri termini, si può dimostrare che, su cento possibilità, la scelta migliore è proprio lì, dopo la possibilità numero 37 – ma non troppo.

D’accordo, lo ammetto. Non ho l’auto quindi se non vado a piedi prendo un taxi – e il problema dei parcheggi, ovviamente, non mi tocca. E i pantaloni li ho già acquistati ieri a prezzo pieno, perché tanto compro talmente pochi vestiti che potevo anche permettermi di spendere dieci euro in più.

Tutto questo altro non era che un patetico escamotage per cercare di non finire sempre – a quella che, per chi mi legge, sembra quasi la ricerca del Sacro Graal.

Supponendo di incontrare, nell’arco di tutta la mia vita, quaranta persone potenzialmente adatte a stare bene con me e viceversa… Sì, quaranta mi sembra un numero ragionevole: ho dei gusti difficili, è vero, ma neanche poi troppo. E soprattutto ho come l’impressione che il bacino da cui ho interesse ad attingere non sia perfettamente coincidente con quello da cui si rifornisce la maggior parte delle donne – il che rende non so esattamente cosa c’entri, ma ho l’impressione sia una considerazione che ha il suo peso. Forse relativamente al fatto che, rispetto agli esempi dei vestiti e dei parcheggi, posso prendermi un po’ di tempo per pensare prima che qualcuno me lo strappi via di mano senza che neanche me ne accorga.

Supponendo, pertanto, di incontrare nell’arco di tutta la mia vita quaranta partner potenzialmente adatti a me, dovrei fermarmi al quattordicesimo e, da allora, scegliere il primo che soddisfa la mie aspettative.

Ecco. Lo sapevo. E se lo dice anche la matematica, non riesco proprio più a trovare una ragione valida per non farlo: devo darmi una mossa.

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Ciò che non sai di me

Eccola, l’ultima arrivata che si mette a dissertare su parallelismi e differenze tra la vita in rete e la vita fuori. Che è talmente ultima arrivata da non sapere neanche come chiamarle, come distiguerle, le due vite.

E comunque, come al solito sto divagando. Ho riflettuto su alcune implicazioni sollevate nei commenti a un vecchio post, tipo la classificazione di internet come nonluogo à la Marc Augé o anche “una fuga dalla realtà”, un “luogo come un altro per”… Per fare un sacco di cose, ovviamente – a parte il tentativo di riempire supposte voragini di solitudine, come da me ipotizzato, il semplice fatto che mi ostini a scrivere sul blog, ad aspettare con ansia che i blog che seguo mi inviino via feed i contenuti dell’ultimo post e a lasciare commenti un po’ ovunque è la dimostrazione del fatto che io, nel web 2.0, “credo” fermamente.

La prenderò un po’ alla lontana. Mio padre, che nel proprio lavoro in cui carta e penna sono più che sufficienti sa il fatto suo, in quanto a tecnologia ancora si chiede come sia possibile che una persona (la sottoscritta) in grado di collegargli il computer a internet senza bisogno di un cavo sia il risultato di un incrocio tra il proprio DNA e quello di sua moglie.

Pur tuttavia, mio padre pochi giorni fa ha espresso in tema di new media un concetto oltremodo interessante: secondo lui, infatti, la rete è il nostro nuovo corpo. Nel suo discorso, a dire il vero, non era soltanto la rete a essere oggetto di indagine, quanto più in generale tutte le cosiddette “nuove tecnologie” – che lui stesso conosce a malapena e utilizza soltanto perché gli strateghi del marketing sanno il fatto loro. Mi parlava infatti di cellulari (che per lui sono superflui, a parte quando va a camminare in montagna – ma tanto in cima ai monti tipicamente non c’è campo, quindi alla fine anche l’ultimo modello serve a ben poco), connessione ADSL wi-fi (la cui installazione per me invece è stata una vera rogna, soprattutto con la consapevolezza del fatto che per leggere la posta elettronica una volta ogni due giorni il buon vecchio modem a 56k era più che sufficiente) e via discorrendo.

La rete è il nostro nuovo corpo, pertanto. Perché cellulari, “ahi-pod”, “blecberri” e compagnia bella sono degli strumenti – non molto diversi da protesi che possono ampliare i nostri sensi e facilitarci la comunicazione con gli altri. Internet, tuttavia, è non soltanto una protesi del corpo di carne e sangue, ma può diventare un vero e proprio corpo alternativo, e in alcuni casi più reale dell’involucro che ci portiamo dietro dal momento in cui apriamo gli occhi al mattino. Più reale, davvero: più consono ai nostri desideri, più aderente al modo in cui percepiamo noi stessi e in cui vorremmo essere percepiti dagli altri, più “nostro”.

E, d’altro lato, la rete stessa mi pare stia subendo un processo di antropomorfizzazione (mi si passi il termine), o comunque si sta dotando di strumenti che rendano l’esperienza multisensoriale; un esempio per tutti, la possibilità di ascoltare gli articoli del nostro blog preferito “attraverso la riproduzione vocale assistita”. Sono soltanto fino a un certo punto d’accordo con l’idea di John Suler che “il cyberspazio sia uno spazio psicologico” (via): secondo me siamo ben oltre questa prospettiva.

Tuttavia, esiste un limite – invalicabile – alla nostra costruzione di un sé alternativo, un sé più “reale” in quanto più “nostro”: l’esistenza di persone che conoscono il nostro corpo fisico, la nostra vita 0.0, come vorrei definirla (e come forse l’ha già definita qualcun altro prima di me?).

Persone che, per quanto ci nascondiamo dietro soprannomi, false verità e bugie veritiere, (gr)avatar evocativi, possono una mattina lasciare un commento – o un tweet, un plurk o quello che vi pare – con la dichiarazione: “ehi, ciao a tutti, ma lo sapete che odiamore in realtà si chiama pinco pallina, ha cinquant’anni e non xx come sostiene lei, e a dirla proprio tutta non è neanche una lei ma un lui?”

E a ben pensarci non sarebbe neanche necessario un gesto del genere, così eclatante, ma basterebbe molto meno perché il nostro corpo fisico prendesse il sopravvento sul nostro corpo nuovo. Basterebbe una parola di uno qualsiasi tra gli Amici citati nel blogroll; qualcuno che mi conosce personalmente potrebbe del tutto inavvertitamente scrivere in un commento, che ne so, “Ciao biondona!”, quando magari io ci tenevo particolarmente al fatto che fosse impossibile connotarmi fisicamente in alcun modo.

Mmm. Non sono bionda. Non sono neanche bruna. Né, ora che ci penso, rossa. Non vi ho dato nessuna informazione su di me, cosa credevate?

PS Se siete arrivati qui grazie a “una certa foto“, invece… sapete di che colore ho i capelli – e se vi piace come stanno i riccioli scrivetemi un’email, che vi dico la marca dello shampoo 😉


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