Archive for the 'egofarm' Category

Assenza prolungata. Più o meno

Questo è un cosiddetto post di servizio, scritto perché sto lavorando a un evento che finirà tra una decina di giorni. E nonostante mi fossi ripromessa più e più volte di preparare alcuni post in anticipo, molto semplicemente non ce l’ho fatta.

Ci sono, quindi; ci sono e sto anche piuttosto bene. Perché, tutto il giorno insieme a persone vive e vegete – la maggior parte delle quali sconosciuti da “intrattenere” – anziché davanti al computer… E’ bello. E’ bello e, anche se poi la notte non riesco a dormire perché ho la testa infarcita di pensieri sovrapposti, l’adrenalina che circola vorticosamente è un segno forte del fatto che sono viva.

Se qualcuno passa da Genova io sono qui. Passate a trovarmi e sicuramente vedrete cose e ascolterete persone che – sottoscritta esclusa, magari 😉 – non potranno deludervi.

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Un Genio geniale

Sarà che di questi tempi qualsiasi cosa mi faccia sorridere è vivamente apprezzata, ma questo video (testo della canzone + immagini, nel complesso) di un duo chiamato “il Genio” (qui la pagina su myspace) io lo trovo davvero, per certi aspetti, assolutamente geniale:

Lei assomiglia vagamente a Winona Ryder, lui… non saprei, ma l’espressione caricatissima da pesce lesso è assolutamente impagabile. Potrei affermare che lui ricorda le centinaia di migliaia di persone che, nella mia vita, ho incontrato per strada, sul tram, in metropolitana, in coda al supermercato eccetera eccetera. Sono entrambi strepitosi, a modo loro.

Il titolo è “Pop porno“, e da una breve ricerca su Google ho visto che hanno già fatto il giro del web, e ritorno.

Ma per quanti fossero appena tornati dalle vacanze e se lo fossero fatti sfuggire…

Come scrive Mitì, il 1 settembre – ossia tra poche ore – scatta il vero Capodanno: il momento in cui si fanno i conti con l’estate che scivola via e un autunno che si prospetta denso di lavoro o studio, ricco di incoraggiamenti a iniziare corsi su corsi (dal taglia-e-cuci alla progettazione di stazioni spaziali), lastricato di novità auspicatamente positive.

E io vorrei festeggiare il mio vero Capodanno iscrivendomi a un corso di canto (lo scrivo così mi sento impegnata a farlo davvero, almeno un po’), anche per potermi regalare a volte un paio di minuti da sola o in compagnia intonando:

“Tu sei cattivo con me
perché ti svegli alle tre
per guardare quei film
un po’ porno

Tu sei cattivo con me
perché mi guardi come se
io fossi un’attrice
porno

Porno Pop Porno Pop Porno
Pop Porno Porno Porno

[…]

Ma quando viene sera
tu mi parli d’amore
e guardandomi negli occhi
mi fai sentire davvero
una donna un po’ porno”

Perché mi fa ridere e mi fa riflettere, mi mette allegria senza farmi sentire (troppo) stupida.

E magari è pure di buon augurio, chissà 😉

Il lato buono delle cose

Come si diceva oggi con destynova, in momenti come questo scopri se alcuni rapporti vanno avanti perché sotto c’è Qualcosa oppure se è perché le abitudini svolgono il ruolo solitamente assegnato all’interzia.

E’ come se il mondo degli affetti si dividesse in due: quelli veri e quelli presunti. E la scoperta di quanto inaspettata sia la caduta nell’una o nell’altra categoria può fare male, a volte; ma non tanto quanto il bene che fa venire a sapere che ci sono persone piene di emotività e di calore che non chiedono altro se non di riversarteli addosso sotto forma di delicati rivoletti oppure di cascate scroscianti, soltanto per farti capire che ti sono vicine.

E tra queste persone ci siete voi che avete letto, mi avete scritto, mi avete parlato da dietro un sorriso. E che probabilmente dopo questo post mielato e zuccheroso smetterete per sempre di farlo 😉

Mi rendo conto – e lo sapevo ma ora posso davvero rendermene conto con consapevolezza – che sono una persona davvero fortunata, perché sono arrivata ai trent’anni senza aver mai saputo cosa volesse dire soffrire disperatamente per qualcosa che non fosse una pena d’amore. Ma le cose che sono successe a tanti di quelli a cui voglio bene e che ho sempre assorbito a distanza, come se fosse un libro e non come se fosse vita-vera, “finalmente” sono successe anche a me e ai miei cari. Eppure, nonostante il mio quasi-egoismo incolpevole, i trent’anni che ho trascorso senza soffrire mai per qualcosa di così ineluttabile come una malattia, al momento-del-bisogno sono accorsi così tanti affetti anche da fonti insperate e sconosciute da farmi traboccare il cuore di gioia.

Quindi ancora grazie, grazie a tutti voi che avete fatto sì che il buio pervicace fosse invaso da piccoli sprazzi di luce – perché la somma delle parti è minore del tutto, almeno in questo caso in cui il tutto è il lato buono delle cose, quello che ti dà la voglia di tuffarti in un ottimismo non del tutto giustificato – ma chissenefrega: dopo la sindrome di Candy Candy, posso farmi carico anche di quella di Candide.

E grazie soprattutto perché alcuni detrattori potrebbero obiettare che non costa molto lasciare due righe di commento alla fine di un post, o mandare un’email a una sconosciuta, o scambiare due parole consapevolmente gentili e opportunamente affettuose. Ma dal momento che alcune delle persone che mi conoscono da anni si sono guardate bene dal farlo… Questi supposti detrattori farebbero bene a rimangiarsi le proprie obiezioni ancora prima di averle esternate.

Colgo dunque l’occasione, presa dall’entusiasmo, di raccogliere la segnalazione di Mitì e promuovere anch’io un nuovo aggregatore di blog, che mi è piaciuto anche perché per arrivare al sito devi fare un giro che non finisce più, dato che (almeno a me) i link non funzionano mai 😉 – e questo ti dà sempre l’opportunità di scoprire cose nuove.

Nel tentativo che possa essere un’altra piccola ma indispensabile goccia in un mare che preferisco mille e mille volte a quello in cui avrei potuto bagnarmi se, 26 giorni fa, avessi scelto l’altra porta e fossi partita per il Brasile.

Pro e contro dell’astinenza – sessuale, ovviamente

Le mie amiche e i miei amici gay, da un po’ di tempo a questa parte, non fanno che insistere che dovrei prendere in considerazione l’idea di riprendere ad avere una vita sessuale – se proprio quella sentimentale la ritengo troppo al di fuori dalla mia portata. Gli amici etero si astengono dall’entrare in argomento, ora che ci penso; non so se per pudore oppure perché anche loro sono in una situazione piuttosto simile alla mia – è risaputo infatti che gli uomini eterosessuali e fidanzati non hanno amiche che siano prive di un fidanzato stemperante le gelosie della propria compagna; gli unici amici etero che mi sono rimasti sono pertanto sostanzialmente da soli e con la tendenza a non voler ricordare innanzitutto a se stessi l’esistenza del problema.

Il fatto è che, forse anche aiutata dall’essere donna, il sesso non mi manca. Non mi manca né tantocome mi mancavano gli alcolici e il cioccolato mentre ero a dieta, per essere più chiara.  Complici gli ormoni e il superamento di una certa fase della vita, credo che per me valga il detto “meno ne fai, meno ne faresti”. Ma magari per la maggior parte degli uomini e anche per diverse donne gli ormoni si comportano diversamente. Ovviamente in questo caso sto generalizzando, senza tra l’altro essere supportata da nessun risultato dal sapore scientifico: mi limito a qualche articolo letto qua e là e alle conversazioni tra amici, dei quali nessuno è un esperto di fisiologia umana. E soprattutto, per quanto mi sforzi di mettermi nei panni degli altri, quando si tratta di bisogni ed esigenze fisiologiche non posso che vedere le cose dal mio punto di vista. Mmm. Non soltanto quando si tratta di fisiologia, ora che ci penso. E’ sempre il mio punto di vista, quando scrivo qui – a meno che non specifichi il contrario con tanto di bibliografia 😉

E comunque. Chiaramente mi sono riferita finora soltanto all’aspetto fisiologico della questione; per quanto riguarda quello psicologico ed emotivo, infatti, il problema si tinge di sfumature ricche quanto controverse. E qui esplode la pluralità di punti di vista – tutti, rigorosamente, miei.

Perché non fare sesso è un male

–    perché non fai sesso. Ovviamente. E il sesso può essere noioso, fastidioso o frustrante – e in quest’ottica essere esentata da certi atti compiuti soltanto per compiacere l’altro, o per abitudine, o per non litigare o per tutti i motivi per cui (soprattutto durante una relazione stabile, ma non soltanto) può essere qualcosa di cui rallegrarsi, come spiegherò meglio più avanti. Però il sesso può essere anche una forma di comunicazione molto bella, divertente e appagante – o almeno così mi pare di ricordare. E secondo alcuni è addirittura un’attività che fa bene alla salute.

–    perché, per l’appunto, dopo un po’ che non lo pratichi il sesso smette di essere un qualcosa di concreto ma scivola dapprima nell’area del cervello deputata alla conservazione dei ricordi, per poi entrare di soppiatto in un’area limitrofa a quella consacrata alle verità di fede: se tutti dicono che il sesso è così e cosà io ci credo sulla fiducia. Perché, a conti fatti, non ne ho più la benché minima idea.

–    perché quando pensi al sesso, quando ne parli, o ancora quando vedi una scena al cinema o leggi qualcosa in un libro, ti trovi in una condizione che soltanto in apparenza è paragonabile a quella che subivi quando ancora di sesso non ne avevi fatto mai in prima persona e ti limitavi a pensarci, a parlarne, a vederlo nei film o leggerlo nei libri. Soltanto in apparenza perché, da un lato, tutto il sesso che, bene o male, hai fatto nella tua vita (anche se non te lo ricordi più) ha lasciato un segno che in un modo o nell’altro condiziona la tua posizione al riguardo; non è più come se ci fosse un intero universo nuovo di zecca da iniziare a esplorare, ma sei portatore di una verginità perduta che è mentale molto più che fisica. E questa perduta verginità mentale toglie al tutto il sapore mitico o addirittura mistico che aveva allora. D’altro lato, nell’epoca pre-sesso tutte o quasi le persone che ti circondavano erano più o meno nella tua situazione: c’era chi ne aveva fatto un po’, chi ne aveva fatto un po’ di più e chi si inventava le cose. Se ne parlava sempre un sacco, ad ogni modo, sia tra donne sia tra uomini sia, in certi casi particolari, addirittura tra uomini e donne – tra uomini e donne che non facevano sesso tra di loro, beninteso; a quell’età l’unica persona con cui non parli di sesso è proprio quella con cui sarebbe meglio parlarne, ossia quella con cui lo fai. E comunque. A trent’anni tutto questo non vale più: a trent’anni la gente fa sesso regolarmente e, tipicamente, o lo fa sempre con la stessa persona da parecchio tempo e non vede perché dovrebbe parlarne a meno che non vi siano dei gravi problemi, oppure lo fa sempre con persone diverse e allora, altrettanto tipicamente, non ne parla con me perché pensa che se lo facesse mi potrebbe mortificare o farmi stare male o non so bene cosa.

Perché non fare un sesso è un bene

–    perché, se non fai sesso, non ne senti la mancanza. D’accordo, sto affermando che uno dei vantaggi del non fare una cosa è che dopo un po’ non ti manca più; non è un ragionamento che fili perfettamente sotto il punto di vista logico. E allora? Questo non lo rende meno vero. Ho passato, in altri momenti della mia vita, brevi periodi in cui non avevo nessuno accanto ma, allo stesso tempo, avevo alle spalle settimane, mesi o addirittura anni di pratiche consolidate da un ritmo cadenzato. Molto peggio, in quel caso: perché l’abitudine è dura da perdere. Un po’ come quando smetti di fumare – ogni giorno è un po’ meglio del precedente, e anche se ci possono essere delle ricadute (io infatti ho ricominciato peggio di prima) a conti fatti più passa il tempo e più, addirittura, l’odore stesso del fumo comincia a infastidire. Mmm. Non pensavo di spingere la metafora così in là, ma ora che l’ho scritto non sarebbe onesto cancellarlo.

–    perché puoi finalmente capire se prenderti cura di te stesso è finalizzato a prenderti cura di te stesso oppure a prenderti cura di un altro attraverso la cura di te. Dato che capita spesso che ti prenda cura di te perché hai il terrore che costui o costei ti abbandoni avendo incontrato qualcuno che, prendendosi ancora più cura di sé, gli o le fa fare più bella figura rassicurando più profondamente il suo ego.

–    perché sei controcorrente. E dà una certa soddisfazione, di questi tempi in cui fare sesso è obiettivamente più facile che avere una relazione stabile e, al contempo, la società preme perché tu, donna liberata grazie alla rivoluzione (per l’appunto) sessuale, faccia abbastanza sesso da ricompensare la mancanza dello stesso di tutte le donne che dalla notte dei tempi sono state assoggettate alla volontà del proprio consorte.

–    perché almeno ti risparmi tutte le complicazioni causa o effetto del sesso o della mancanza dello stesso all’interno di una coppia: tu vuoi e l’altro no; l’altro vuole e tu vuoi continuare a leggere l’appassionante recensione dell’ultimo libro sul collezionismo di teiere; entrambi non ne avete assolutamente voglia ma è passato troppo tempo dall’ultima volta e vi sentite in obbligo; e tutte le altre variazioni sul tema.

Ma soprattutto, per quanto mi riguarda, non fare mai sesso neanche per sbaglio può essere un bene perché tutte le energie – fisiche e mentali – che investiresti nel sesso le devi incanalare in qualche modo alternativo. Il sesso infatti è anche, se non soprattutto, creatività.

Basta pensare che – nonostante a volte tentiamo a ogni costo di dimenticarcene – il sesso altro non è che l’escamotage trovato dalla natura per spingerci a perpetuare la nostra specie; detto in termini dal sapore un po’ rétro, il sesso porta alla creazione della vita. Ed esistono forse altri costrutti umani che sono forme di creatività più sublimi, però.. insomma… Vista così, in effetti, l’espressione “creare la vita“ mi riempie di timore reverenziale e mi fa anche ridacchiare un po’. Però è di questo che si tratta.

E comunque. Il sesso come forma di creatività. Tutta questa creatività che non confluisce in un atto sessuale, di conseguenza, dovrà pur andare da qualche parte. Per alcuni c’è lo sport, ma non per me, purtroppo o per fortuna. E’ vero che Picasso, artista incredibilmente fertile e versatile, univa le due cose producendo innumerevoli manufatti con i materiali e le tecniche più disparate e, al contempo, mettendo al mondo quattro figli con tre donne diverse.

Tuttavia, io non sono Picasso, né mi passa per l’anticamera del cervello l’idea di mettermi a fare sport. Quindi leggo quei libri che non avevo mai avuto il tempo di aprire, guardo film anche di una stupidità imbarazzante, ascolto musica che non conoscevo, esco con persone improbabili semplicemente perché non ho altre alternative – e a volte mi diverto un mondo.

Ma soprattutto, da quando ho smesso di fare sesso ho ricominciato a scrivere dopo quasi quindici anni di parole che si limitavano a svolazzare qua e là.

E, in attesa di scoprire se ho qualcosa in comune con Picasso, per il momento questo è un prezzo che sono disposta a pagare molto volentieri.

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Come volevasi dimostrare

Non è un periodo molto facile, questo. A parte la solita stanchezza del mese di luglio – per me tra i più lavorativi dell’anno – in famiglia stiamo aspettando che chiamino mio padre per un’operazione un po’ delicata, che avrà una degenza lunga e fastidiosa: rischio di una temporanea deformazione del volto, settimane con pasti da consumare tramite una cannuccia o un biberon… E’ vero che a volte, invecchiando, si ritorna a uno stadio infantile. Soltanto temporaneo, nel caso di mio padre (e sto toccando legno e ferro e sto pure facendo le corna mentre digito sulla tastiera), oppure permanente e a regressione lenta ma instancabile come per la mia nonna cattiva.

E comunque. Non è un periodo facile, eppure sta succedendo qualcosa di bello. Nonostante le apparenze: perché tutto nasce da quando qualche sera fa, per la prima volta dopo tantissimi mesi, mi sono sentita sola.

Sulle prime, non capivo cosa fosse questa non voglia di fare; credevo fosse dovuta alla lunghissima giornata lavorativa, iniziata alle sette con un viaggio in auto, seguita da quasi sette ore di riunioni ininterrotte e conclusasi con un altro viaggio in treno per tornare a casa. Credevo di essere semplicemente stanca.

Il fatto è che, come osservava acutamente una mia amica, ho fatto in modo, a casa, di non avere alcuna distrazione che mi distolga dal passare il tempo a pensare: niente tv, niente telefono, niente connessione a internet. Solo libri e il computer portatile dell’ufficio, che mi devo trascinare su per cinque piani e che pertanto mi porto a casa soltanto quando penso di averne bisogno per scrivere o per guardare un film.

E quella sera avevo appena finito un libro, avevo lasciato il computer in ufficio e non avevo neppure voglia di fare una telefonata. Un senso di vuoto esistenziale, uno scoramento perfino epidermico – la pelle sconsolatamente consapevole che l’unico contatto con un altro essere umano, negli ultimi mesi, era stato con la mia estetista. Desolantemente sola.

Allora, preso atto della situazione, ho fatto l’unica cosa che potesse aiutarmi a tirare le fila della mia esistenza: ho riscritto il curriculum. Carta e penna come ai tempi del liceo, ho elencato le cose che ho fatto, le cose che ho imparato, le cose che mi hanno fatto più schifo come il lavoro al call center e quelle che mi sono piaciute da morire; ho riassaporato l’ebbrezza del primo stipendio e sono tornata indietro ai tempi delle vacanze studio.

Niente di meglio di una serie di fatti concreti riesumati dal passato per distrarsi dalle paturnie del presente.

E il giorno seguente è successa una cosa che per me, ora, ha dell’incredibile.

Sono andata in un negozio per cambiare un telefono acquistato per mia madre senza sapere che l’aveva già comprato lei. Ho fatto una coda di mezzora che mi ha succhiato tutta la pausa pranzo. Ho assistito ai questuanti che cercavano disperatamente un iPhone senza sapere neanche esattamente cosa fosse (“Ma è vero che è anche un telefono?”, “Ma è vero che ti consuma tutto il credito anche se non lo usi?”). Ho aspettato pazientemente che l’unico commesso si destreggiasse tra tutte le persone davanti a me – finché non mi è arrivata accanto, quando ormai era il mio turno, un’americana altissima, biondissima e con gli occhi azzurrissimi, e la faccia da “adesso tocca a me”.

Io so essere tremenda: ero già pronta a uscirmene con qualche battuta a pH sotto zero (in inglese, il che necessitava comunque una preparazione ad hoc) nel caso, molto probabile, in cui avesse iniziato a sbattere le ciglia. E invece.

Invece il ragazzo dietro il bancone mi ha fatto un bellissimo sorriso e mi ha servita con competenza e gentilezza. Finché io, estranea a una parte di me stessa, quando mi ha chiesto nome e cognome per il buono acquisto mi sono trasformata.

Il fatto è che il mio cognome è lungo e vagamente complicato – un po’ come se fosse mangiafuoco, però meno collegato all’immaginario collettivo. Quando lo devo comunicare a qualcuno, pertanto, lo divido in due tranches – tipo “mangia come il verbo mangiare, fuoco come quello del falò”; i miei colleghi, abituati a sentirmi fare questo giochetto al telefono più volte al giorno, mi prendono ormai bonariamente in giro.

Il ragazzo dietro il bancone, al contrario, me lo sentiva fare per la prima volta e, un po’ credo perché distrutto dalla stanchezza, si è messo a ridere di gran gusto. Qualche tempo fa mi sarei… magari non proprio offesa, ma una parte di me si sarebbe sentita un po’ mortificata. E invece, per la seconda volta. Invece ho usato la tecnica più femminile che conosco: abbassare lo sguardo, rialzarlo e sorridere timidamente, per poi abbassarlo ancora non appena il sorriso comincia a perdere di intensità e significato. Aggiungendo una frase tipo “è che se non faccio così non mi capisce mai nessuno…”

Non era la prima volta che andavo in quel negozio, né era la prima volta che ero servita da quel ragazzo, anzi. Però ieri, per la prima volta, dopo tutta questa specie di sceneggiata da parte mia, lui mi ha fatto uno splendido complimento. Che non scriverò, perché a scriverlo risulterebbe banale – come magari è. Ma non è questo il punto.

Il punto è che è scattato qualcosa: per la prima volta dopo mesi che più che mesi sono ormai anni, mi sento sola; e il giorno seguente, per la prima volta dopo mesi che magari non sono anni ma sono cionondimeno tantissimo tempo, ricevo del tutto inaspettatamente un complimento che mi arriva dritto al cuore.

Non me ne sono accorta, non ne ho ancora preso atto consapevolmente, ma il cartello che poggia sulle mie spalle ha scritte sopra lettere che non sono più quelle che ho impresso io nel momento in cui l’ho indossato per la prima volta. Lettere che il tempo e la memoria e l’elaborazione del passato stanno erodendo e sostituendo con qualcosa d’altro. Perché è così che succede – il mio caso specifico non ha proprio niente di speciale.

Perché è sempre vero che ad azione corrisponde reazione, come volevasi dimostrare.

L’infinita vanità del tutto

La donna angelicata – per chi, come la sottoscritta, non fosse proprio fresco di studi, una piccola rinfrescata qui – più che una donna era un’idea, o anche in alcuni casi un ideale: una donna con le sembianze di un angelo, dunque presumibilmente asessuata, ossia priva di attributi sessuali. Quindi amabile liberamente e senza remore, perché l’amore per lei metterebbe al riparo dal peccato (ovviamente).

Un’idea, perché come sostengono alcuni critici la donna angelicata è un mero strumento letterario e in un certo senso anche filosofico; ma anche un’ideale, dal momento che un essere del genere non esiste se non nella nostra fantasia.

La nostra mente soltanto può partorire un essere oggetto di amore assoluto, buono, giusto e puro (o anche carnale, a seconda dei gusti), cristallizzato in un momento atemporale, non soggetto a cambiamenti se non secondo la nostra volontà. Le persone sono vere, tangibili, annusabili – come giustamente fa notare catepol in un commento al post precedente. Le persone sono mutevoli e inesplicabili, incomprensibili e anche un po’ stronze, a volte.

Dopo che per oltre un anno ho continuato a scrivere in forma anonima e aniconica, mi è stato chiesto se una mia foto poteva essere pubblicata on line e, in caso affermativo, se preferivo comparire come OdiAmore o con il mio nome proprio – che per chiarezza definirei “di battesimo”, se soltanto fossi stata battezzata. D’impulso, con la condizione che non comparissero entrambi né fossero messi in relazione diretta, ho risposto che davo completa libertà di scelta.

Vanitas è il nome del genere a cui appartengono moltissime nature morte dipinte da fiamminghi nel XVI e soprattutto nel XVII secolo; se vi interessa la pittura, tra l’altro, consiglio un bellissimo sito ungherese (the web gallery of art) per visualizzare quadri ad alta risoluzione con descrizioni molto puntuali e curate. E comunque. Questi dipinti splendidi, di cui purtroppo nessuna riproduzione potrà mai rendere la vividezza dei colori o i giochi di luce e di riflessi, a un occhio attento rivelano, anche su carta o sullo schermo, piccoli o grandi particolari (mosche, fiori recisi, orologi, teschi, ossicini) che indicano tutti un’unica cosa: memento mori – ricordati che devi morire, caso mai per qualche strano motivo te ne fossi dimenticato.

Vanità è il primo concetto che mi è balenato davanti nel momento in cui qualche giorno fa ho visto che il numero di visite al blog, già superiore rispetto al solito a causa di uno dei temi dell’esame di maturità – quello sul nuovo modo di convogliare le emozioni tramite sms e email (se soltanto, ai miei tempi, avessi avuto una traccia simile!) – era esploso a causa della suddetta foto e del relativo collegamento.

Vanità coccolata e vanità ferita – speranza dell’una e timore dell’altra, ovviamente. E poi: come sempre capita, successe entrambe le cose sono ben presto tornata alla mia normale condizione di equilibrio.

Nel corso di uno dei miei primi innamoramenti non corrisposti, più o meno nel periodo delle scuole medie, a qualche appassionata lettera anonima un bel giorno avevo fatto seguire una lettera dello stesso tenore, ma firmata con il mio nome scritto a lettere maiuscole: ero proprio io, inequivocabilmente. La supposta vergogna, nelle settimane successive, è stata incredibilmente minore di quanto avessi temuto. E dopo pochi mesi, lentamente ma inesorabilmente, ho incominciato a non temere più di essere l’unica persona al mondo responsabile delle mie azioni.

Mi è tornato in mente questo episodio, oggi. E ho deciso che dopo un anno di anonimato e aniconicità era proprio giunta l’ora di farmi avanti e firmarmi non con il mio nome, che in fondo conta davvero poco perché sono una signora nessuno (non nel senso che sono Penelope, chiaramente 😉 ), ma con il mio viso cristallizzato in una foto. Perché a che pro un’identità segreta? E’ vero che posso volare, ma non sono mica un supereroe!

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E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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