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Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.

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Ma forse anche no

Sto pensando. Sto pensando che forse i motivi per cui, nelle ultime settimane, mi stavo trastullando con l’idea di concludere questa esperienza, non sono i motivi giusti.

Da un lato, quello che ho scritto nell’ultimo post è vero: l’esigenza di cambiamento, di provare a mettermi in gioco in modo diverso, la sento, e la sento forte. In questi ultimi tempi lo spazio mentale riservato alle tematiche del blog è cresciuto enormemente nella vita quotidiana e, contemporaneamente, è precipitato sotto l’aspetto del “ma guarda un po’, di questa cosa potrei proprio scrivere“.

Sono cose che capitano.

D’altro lato, ci sono motivazioni sotterranee che poco hanno a che fare con la mia volontà di scrivere, di raccontare, di condividere parti della mia vita che sono straordinariamente comuni e banali e, proprio per questo, universali-o-quasi.

Perché l’ansia di vivere, la paura di restare da soli e, come controparte, il terrore di avere qualcuno e poi perderlo… Siamo tutti nella stessa barca, più o meno, no? Con modalità differenti, con contraddizioni e passetti avanti e indietro, ma siamo tutti, prima o poi, infognati uguale – a dibatterci tra le reti invisibili eppure fin troppo tangibili di un passato che vorremmo e non vorremmo dimenticare, un presente che ci sfugge prima ancora di raggiungere la consapevolezza di averlo vissuto e un futuro che, per un motivo o per l’altro, temiamo non mantenga le promesse.

Ma torniamo alle motivazioni sotterranee. Principalmente, io so che ci sono alcune persone che leggono qui e che mi conoscono: persone che hanno fatto parte della mia vita nel passato e che probabilmente non incontrerò mai più, ma anche persone che potrei rivedere una sera, tra un mese o un anno, le quali… Con le quali non sono così sicura di voler condividere ciò che scrivo qui.

E’ che l’anonimato non è facile da mantenere: una volta rotto un anello, la catena si sfalda inesorabilmente.

Mi domando, dunque: qual è mai la differenza tra raccontare i fatti miei – siano essi pensieri o esperienze – a dei perfetti sconosciuti di cui non sospetto nemmanco l’esistenza (perché scelgono, non commentando, di non palesare la propria presenza) e a dei più-o-meno conosciuti che, zigzagando tra le propaggini della mia volontà cosciente, sono venuti a conoscenza di questa possibilità di far finta di entrare in contatto con me?

Sono coinvolti pudore e ritrosia e imbarazzo e fastidio, nel secondo caso. Almeno credo. Fors’anche un velo di presunzione, se scelgo di essere sincera: dal momento che presumo che codeste persone – lontane da me, ma non quanto vorrei – stiano perpetuando l’intento di fare parte della mia vita con una sorta di atto di forza.

E poi, seguendo il filo aggrovigliato di tutte queste elucubrazioni, mi sono chiesta: me ne frega davvero poi così tanto? Ma forse anche no.

La regola della yes-girl!

Credo fosse uscito un film, tratto da un libro – a sua volta tratto da una storia “vera” – su un uomo che, per un certo periodo di tempo, aveva deciso di dire sempre . Qualsiasi cosa gli chiedessero, qualunque proposta gli venisse fatta, lui sempre e comunque rispondeva sì.

Non ho visto il film su (letto il libro su [vissuto la vita di]) quel tizio. Eppure, da qualche tempo a questa parte, ho naturalmente iniziato a comportarmi allo stesso modo – almeno per quanto riguarda i rapporti con gli  uomini.

Naturalmente: intendo che non è stato deliberato; non si è trattato di una scelta a tavolino né, se proprio devo usare il vocabolo scelta, posso affermare che questa sia stata consapevole.

Eppure. Dopo tutto questo tempo trascorso chiusa in me stessa, impegnata in un’auto-riflessione che, come da commenti al post precedente, cominciava a essere un brodino riscaldato del tutto sterile, ho iniziato a smettere di essere respingente sempre e comunque.

Questo non significa che mi sia lanciata in chissà quale mondo fantastico in cui sono diventata una Odiamore-ricca-di-iniziative. Non esageriamo 🙂

Ho incominciato, tuttavia, a rispondere affermativamente a proposte più o meno impegnative, più o meno esplicite, più o meno implicanti altro.

Un perfetto sconosciuto mi chiede l’amicizia su facebook? Sì, assolutamente: la accetto. E quando qualche settimana dopo via chat mi attacca un bottone micidiale con contenuti più poveri di un numero di Novella 2000, seguo gentilmente i suoi discorsi – fino a ritrovarmi, sempre perché ho nuovamente risposto “sì, certo“, a parlargli vis à vis davanti a una tazzina di caffè.

Un completo estraneo, con cui durante una festa ho diviso un divano (anche piuttosto largo, a dire il vero) scambiando sì e no cinque minuti di convenevoli, mi invita a pranzo? Sì, grazie, molto volentieri; se sei libero la prossima settimana per me va bene sempre, tranne mercoledì ché ho un impegno di lavoro.

Un ragazzo che non vedo da due anni, che per quanto ne so rispetto a quando mi piaceva potrebbe aver acquistato 10 kg (in grasso corporeo) o averne persi altrettanti (in quanto a capelli), mi scrive su skype a orari improbabili chiedendomi se posso collegarmi con la  webcam nonostante la sua sia rotta (!!!)? Sì, certo. Proprio adesso? Sì, va bene, come vuoi tu. Anche se è una cosa francamente imbarazzante – soprattutto tenendo conto che è l’una di notte e mi sono connessa soltanto per far trascorrere i 45 minuti necessari per  fare agire la maschera ai capelli; lo faccio, e ci rido sopra quando lui mi giura che anche se con un asciugamano in testa sono ancora meglio di quanto ricordasse.

…. e a questo punto preferirei non continuare. Non perché si entri in dettagli più intimi – per carità. I miei sono autentici, ma le domande che mi vengono poste sono pur sempre schermate dalla permissività delle mie armature: primi tentativi, dunque; contatti a distanza e, qualora ravvicinati, avvengono con persone che in qualche modo mi respingono loro per prime. Come quel tizio che, al secondo appuntamento, ha incominciato a dire, alternativamente, che non era pronto per avere una relazione stabile ma nemmeno voleva una storia di una sera perché proprio “non sarebbe da lui”. Ed è riuscito a ripetere entrambi i concetti almeno tre volte nel corso di una cena – tutte e tre le volte riuscendo a essere sorprendentemente fuori contesto.

Anche se poi, a volte, queste stesse persone tornano a farsi vive  negli spazi dei bit e delle fibre ottiche – tanto per non correre rischi.

E comunque. Questo modo di comportarmi – a parte alcuni risvolti tragicomici – mi piace perché mi mette in gioco sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, mi costringe a provare a me stessa di essere ancora in grado di non cadere nella trappola del comportamento da purittana: se dopo avergli detto sì un ragazzo non mi piace, non mi interessa, non mi aggrada, sono costretta a farglielo sapere in qualche modo. E non basta un no, in questo caso: ci vuole un modo più garbato, più costruito e più sensibile.

Se, al contrario, un ragazzo mi piace, mi interessa, mi aggrada – tipicamente, perché non soltanto non ha detto (o scritto) cose sbagliate, ma perché ha detto (o scritto) almeno una cosa giusta – sono costretta a prenderne atto. Ne devo prendere atto, contrariamente a prima, quando mi limitavo a scuotere la testa pensando che tanto a lo mejor era fidanzato – gay – pazzo da legare. No: in questo caso, se non altro, è chiaro che c’è una vaga intenzione romantica, a priori; e se un ragazzo mi piace, pertanto, sono legittimata a prenderne atto. E ad agire di conseguenza, ossia: a non agire. O quasi.

Perché, in terzo luogo, la regola della yes-girl! richiede che si debba soltanto dire sì, ma non sia assolutamente permesso prendere alcun tipo di inziativa. E questo, mi auguro, dovrebbe permettere un’ulteriore scrematura: una volta che il mio interlocutore ha preso atto del fatto che  non gli propongo nulla e non sono mai io a cercarlo, tocca a lui decidere il da farsi. E a me resta soltanto la fatica di scegliere, tra tutte, soltanto le cose – e le persone – che più mi aggradano.

Ma perché non ci ho pensato prima?

Una relazione particolare

Non scrivo. Non scrivo. Nonscrivononscrivononscrivo.

Esattamente, non so bene cosa stia succedendo: è che non mi viene da scrivere, non mi vengono idee, non ho spunti critici.

In parte, forse questo è dovuto al fatto che ho trascorso le ultime settimane tra un viaggio e un trasloco e un carico di lavoro che si preannuncia eccessivo pur non essendolo ancora – ed è peggio, quando è una fatica annunciata. Perché quando sono in ballo le gambe cominciano a muoversi al ritmo dovuto, ma fintanto che sto a bordo pista non faccio altro che guardarmi attorno in preda all’ansia.

Essere di nuovo qui, a casa dei miei genitori, è innanzitutto strano. Già, perché la casa nuova che avevo trovato il 10 febbraio mi è stata tolta dalle dita (dalle grinfie?), con un precedente inquilino che ha deciso che in fondo in fondo poteva anche non avere tutta questa voglia di spostarsi altrove. E nonostante un’affannosa ricerca, di conseguenza, ho finito per decidere che un mese o due sotto il tetto familiare, a farmi lavare i vestiti dalla donna di servizio e a cucinare per papà e mamma, a risparmiare i soldi dell’affitto e a bere ottimo vino durante la cena… Forse non mi avrebbero poi rovinato l’esistenza.

Già, perché la mia famiglia è ancora e sempre questa: la coppia che mi ha generato. Ed è bellissimo ed è agghiacciante, perché sono fortunata ad avere un ottimo rapporto con i miei genitori ma, allo stesso tempo, ho un’età – anche se, a quanto pare, forse non un pari grado di maturità – per cui avrei dovuto (voluto?) formarmi una famiglia “mia”, altra rispetto a quella d’origine.

E così ho lentamente preso atto della realtà dei fatti. Da tre anni, ormai, sono invischiata in una relazione molto particolare: una storia piuttosto seria e piuttosto sfilacciata, al contempo. Una storia d’odiamore – come lo sono tutte le storie davvero significative – che non riesco a (non voglio?) concludere. Una relazione a tutti gli effetti, con i momenti di scazzo e i momenti di felicità, intermittenze estatiche che mi fanno pensare, talvolta, che questa sia la condizione migliore possibile.

Una relazione con la mia solitudine.

No, non con me stessa: proprio con la mia solitudine.

Le preparo la colazione e gliela porto a letto la domenica mattina; le faccio dei regali senza motivo – come una passeggiata scandita dalle note delle “nostre canzoni” o il nostro film preferito in dvd avvolte da una coperta soffice. Ho persino la tentazione di tradirla, a volte, nelle rare occasioni in cui esco con un ragazzo sentimentalmente libero e trascorro momenti piacevoli. Ma poi non succede mai: perché lei è per me la cosa più importante.

Non riesco a lasciare la mia solitudine. Pur sapendo che è una storia con data di scadenza, pur sentendo che non potrà mai darmi tutto quello che voglio, non ci riesco proprio.

Sarà che la mia ultima relazione, prima di questa, è stata troppo bella e troppo ricca di cose che ho paura di non trovare in nessun altro che non sia lei – perché lei mi dà tutto o quasi quello che avevo prima… E, accorta com’è, evita con attenzione tutti gli aspetti negativi. Cosa potrei volere di più? Lei mi accompagna in viaggio, mi dà torto quando ce n’è bisogno, si raccomanda di non essere mai troppo autoriferita perché sa bene che è un rischio che corro… La compagna di vita ideale, per certi aspetti.

E’ così strano, avere una storia importante con la propria solitudine. Anzi: è così strano, poi?

Un’atipica normalità

Allora: un paio di settimane fa un ragazzo mi ha invitata a uscire. E già questa cosa, di per sé, non capita di frequente.

Negli ultimi anni la mia vita infatti ha incrociato quella di persone di sesso maschile che una volta avrei definito strane: uomini incerti, uomini non particolarmente interessanti forse, uomini-non-uomini – o almeno non del tutto.  Molti di questi tizi hanno risvegliato in me sentimenti vagamente romantici: batticuori, nodi alla bocca dello stomaco, crisi di riso alternate a crisi di pianto, tuffi al cuore. Tutti, dal primo all’ultimo tizio, si sono guardati bene dal farmi alcun tipo di avance. Talmente tanto se ne sono guardati, e talmente tanto questa cosa li ha accomunati pur nelle loro indiscusse diversità, che da un certo punto in poi il fatto che un ragazzo sentimentalmente libero non potesse essere attratto da me è diventato semplicemente un dato di fatto.

D’accordo: non posso piacere a tutti. E in effetti piacere a tutti avrebbe qualche lato negativo, quale ad esempio il fatto di non poter più avere un amico uomo e, non da ultimo, non poter neanche più avere un’amica donna; quale donna, infatti, vorrebbe essere amica di una per cui tutti perdono la testa? Non piacere a tutti, con questa prospettiva, non soltanto non è un delitto, dunque, ma è un vero e proprio toccasana contro la solitudine affettiva.

D’altra parte, non è nemmeno possibile che io non piaccia proprio a nessuno. Sono fisicamente normale, ringraziando la sorte; due braccia, due gambe, due mani, due piedi, ma una sola bocca – anche se non faccio fatica a parlare per due, soprattutto quando bevo più di quanto la mia dietologa approverebbe. Fisicamente normale, pertanto, con qualche pregio e qualche difetto anch’essi del tutto normali. Potrei persino essere banale, nella mia normalità fisica, se non fosse che fortunatamente ho qualche particolare strano anch’io: più precisamente, ho un’orecchia più a sventola dell’altra.

E comunque. Orecchie a parte (anche perché ho astutamente adottato un taglio di capelli che me le nasconde),  statistica vorrebbe che una certa percentuale non troppo prossima allo zero della popolazione maschile eterosessuale mi trovasse  attraente. Lo vorrebbe la statistica, appunto.

Io invece no, a leggere quello che negli ultimi diciotto mesi ho scritto qui sembra proprio che non lo vorrei affatto.

Di conseguenza, quando una decina di giorni fa mi sono preparata per l’appuntamento al (semi)buio, ho scelto di vestirmi come se dovessi andare al lavoro una domenica pomeriggio – quando l’ufficio è chiuso e ci ritroviamo in tre, quattro disperati in ritardo sulla consegna di un progetto; mi sono lavata i capelli e li ho asciugati con dedizione, questo sì, però non mi sono truccata e ho indossato scarpe estranee al concetto di tacco; ho ricordato di spruzzarmi addosso un po’ di profumo, però dopo averli soppesati ho restituito al portagioie sul comodino gli orecchini luccicanti che mi sono regalata per Natale, ripiegando sulle solite perle della nonna.

Vorrei e non vorrei: dovessi definire il mio stile di seduzione per un test da settimanale (o mensile) femminile, il mio profilo potrebbe essere questo.

Vorrei essere attraente, ma non troppo – perché non si sa mai cosa può succedere ad attrarre gli altri, poi magari soffri tu o fai soffrire loro. E non si sa cosa sia peggio, delle due alternative.

Non vorrei essere attraente, però nemmeno talmente sciatta e trascurata da essere guardata con disgusto misto a compassione. Un minimo di amor proprio è riuscito strenuamente a difendere la propria posizione, abbarbicato su una punta di disistima di sé stranamente più bassa delle circostanti – dev’essere quella connessa ai capelli, di cui comunque continuo ad andare abbastanza orgogliosa, nonostante tutto.

E comunque. Sono uscita di casa come se dovessi incontrare un’amica per prendere il solito aperitivo quindicinale. Invece stavo andando verso un semi-appuntamento con un semi-sconosciuto di cui sapevo soltanto che lui sapeva che avrei indossato un cappotto nero, una borsa verde e un paio di occhiali.

Quando gli ho porto la  mano dicendogli “Ciao, io sono Odiamore!”, siamo scoppiati entrambi a ridere – e questa cosa mi è piaciuta un sacco.

Usciti dal cinema, questo ragazzo e io abbiamo continuato a parlare interrotti di continuo dalle risate di uno o dell’altra; siamo andati a cena e abbiamo mangiato interrotti più e più volte dalle domande dell’uno e dell’altra; usciti dal ristorante, infine, abbiamo passeggiato per più di un’ora – interrotti soltanto, questa volta, dai semafori rossi.

Ho trascorso una bellissima serata: ero tanto leggera, al ritorno a casa, che la notte ho sognato di volare come non mi succedeva dai tempi delle scuole elementari. E al risveglio avevo ancora un leggero intorpidimento alla mascella per il “troppo” ridere.

La mattina dopo, arrivata in ufficio, ho trovato un’email in cui mi questo ragazzo aveva scritto che si era divertito molto e che, quando sarebbe tornato a casa dopo una trasferta di qualche settimana, gli avrebbe fatto piacere rivedermi.

E dopo tutto quello che mi è successo negli ultimi diciotto mesi, questa cosa mi è sembrata talmente strana da essere quasi normale. O forse talmente normale da essere veramente strana.

Appuntamento al (semi)buio

In questo preciso istante ho appena finito di mangiare e, mentre aspetto di aver voglia di lavare i piatti, ascolto musica in una casa con data di scadenza a meno di cinque settimane.

E sto bene. Sto bene perché la mia relazione con questa casa era piena di alti e bassi; a volte, addirittura, ho pensato che scegliere un’abitazione in cui ci fosse posto soltanto per un letto a una piazza e che questo letto potesse essere sistemato unicamente sotto un tetto tanto spiovente da non poter essere utilizzato come divano se non da un bambino di cinque anni… Insomma, qualcosa doveva pur significare.

Mi chiedo se forse non sarebbe bello poter dare lo sfratto anche in ambito relazionale: “ehi, con te sto bene ma ormai è finita, godiamoci ancora un paio di mesi insieme ma da fine febbraio non se ne parla più. E dal momento che sono io a lasciarti, mi impegno in questo periodo di otto settimane a trovarti una nuova fidanzata che sia di tuo totale gradimento.”

Proprio bello no, probabilmente; però consentirebbe forse di vivere meglio gli ultimi giorni trascorsi insieme e sarebbe “corretto” nei confronti dell’altro – non ci sarò più io al tuo fianco, però ti garantisco che non resterai solo. Poco romantico, forse; ma  l’ho scritto perché devo, non perché davvero, in questo momento, lo senta come una cosa importante – il romanticismo, intendo. Ammesso e non affatto concesso che ancora io sappia cosa significa, a livello di cuore e di pancia, tutto quello che il termine romanticismo sottende.

E comunque. Questa sera ho una specie di appuntamento al buio con un amico di un amico. Non credo di aver mai avuto un appuntamento al buio in tutta la mia vita, ora che ci penso con un po’ di attenzione. Il buio, in questo caso, dovrebbe essere rischiarato dalle luci dello schermo del cinema – oltre che, fuor di metafora, dal fatto che la contemporaneità permette l’uso di strumenti come le email e le chat per scalfire grossolanamente la superficie e la superficialità, talvolta.

Perché mi rendo conto che, così come da adolescente preferivo scrivere lettere e bigliettini su brandelli di quaderni ad amici e amanti, a trent’anni non mi dispiace affatto usare le dita come filtro per comunicare a distanza. Non ne vado fiera, ma neppure me ne vergogno; probabilmente troverei più strano uscire con qualcuno che ho incontrato in un locale e con cui non ho scambiato più di qualche parola resa inintelligibile da una musica che, invece di essere di sottofondo, era l’indiscussa quanto irrespingibile protagonista della peraltro zoppicante nostra parvenza di conversazione.

Di questo ragazzo mi ha colpito l’ironia, in assenza della quale mi sarei sicuramente limitata a una conversazione su temi lavorativi, così come in partenza avrebbe dovuto essere. E invece, quando mi si risponde con battute che avrei voluto essere stata io a fare, l’interesse nasce spontaneo e, a seguire, la curiosità mi porta a perseverare; mi chiedo perché, soprattutto stante il fatto che non è certo l’ironia al confine col sarcasmo la caratteristica che, del mio modo di fare con le persone, mi piace di più.

Un appuntamento al semibuio, quindi. Che significa incontrarsi con qualcuno con cui ho scambiato idee e opinioni per un periodo più o meno lungo ma che non ho mai visto in carne e ossa; cosa che, sul lavoro, mi capita d’altronde piuttosto frequentemente. Niente di particolarmente strano, allora – o sì? Insomma: non si tratta neppure di un appuntamento galante, o almeno non credo. E mentre lo scrivo mi viene il sospetto che, negli ultimi due o tre anni, questa mia incertezza sul fatto che incontri con persone dell’altro sesso siano galanti o meno si presenti con una frequenza ai limiti del preoccupante: sono questi uomini a essere poco chiari, sono io ad aver bisogno di etichettare ogni cosa, sono le circostanze esterne a essere cambiate provocando una rivoluzione nei costumi?

Chissà. Anche se, lo confesso, mi piacerebbe sentire pronunciare una frase semplice eppure inequivocabile tipo “mi farebbe piacere vederti, qualche volta; sei libera il giorno tale?”

Ma forse non si usa più.

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Home sweet home

Casa non è un luogo – è una persona. O anche, in alcune fasi della vita, possono essere due persone, o tre, o quattro, o n.

Tornare a casa, oggi, per me significa tornare a essere sola con me stessa. Quindi non dovrebbe contare molto, il luogo fisico in cui la mia solitudine è racchiusa.

Invece, dopo soltanto un giorno, già mi ritrovo a essere dannatamente affaticata dalla ricerca di questo luogo: una “mansarda bellissima” che, come potevo intuire dal prezzo, era una stanza ingentilita soltanto dai mobili dell’attuale inquilina a metà strada tra la topaia e la soffitta resa decente dall’assenza di (evidenti) buchi nel pavimento di linoleum. Un’altra mansarda, poi, avrebbe avuto una splendida vista, se non fosse che stanno costruendole davanti un palazzo di otto piani; e comunque, dato che la metratura del “piccolo attico” era pari a quella della scrivania su cui sto lavorando, non credo proprio sarebbe stata la scelta giusta.

E per la prossima settimana – dal momento che, in questi giorni frenetici, ho una trasferta di lavoro – c’è in previsione un’ennesima mansarda, questa volta di 80 metri quadri ma… divisa in due: zona giorno a destra e, dall’altro lato del pianerottolo (condiviso con altri appartamenti), la zona notte. Tipo che se alle tre del mattino mi venisse un attacco di fame, per andare in cucina dovrei premunirmi di, che so, una bella vestaglia in pile rosa. Magari però i vicini potrebbero anche “meritare” l’acquisto, per l’occasione, di un kimono di seta, chi può saperlo; meglio che la vada comunque a vedere, questa casa spezzata.

Ora. Non è che io sia in mezzo a una strada. Continuo a vivere nella stessa città in cui abitano i miei genitori, i quali sono comunque stati preventivamente avvisati del fatto che potrebbe essere necessario, in extremis, liberare da libri e vestiti la mia vecchia stanza da letto per riaccogliermi sotto il loro tetto. Eppure, nonostante sia consapevole del fatto che, soprattutto nella mia situazione di donna-dallo-stipendio-ridotto, non sarebbe poi un’idea così stupida quella di evitare di pagare un affitto se non altro per una manciata di mesi, l’idea di dover rifare al contrario quel trasloco che, due anni fa, fu per me un gesto così liberatorio e maturo e simbolico… Mi si stringe un po’ il cuore – e il mio cuore è già abbastanza ristretto, in questi tempi, da nutrire una forte paura che un ulteriore lavaggio in acqua bollente rischierebbe di causare danni irreversibili.

Casa è una persona: e ritornare a vivere con i miei genitori, lo so, comporterebbe rinunciare alla mia solitudine, che a volte non è una cosa facile da sopportare, ma al contempo dichiarare a me stessa che la mia famiglia è, oggi come allora, ancora e sempre quella d’origine. Come se non fossi stata in grado, in ventiquattro mesi, di crearmene una mia.

E non è che far parte di un nucleo monofamigliare (iome) corrisponda alle aspettative di quando decidetti, contro l’immaginario ma non per questo meno concreto parere del mio consulente finanziario di fiducia, di sacrificare metà del mio stipendio per 35 metri quadri al quinto piano senza ascensore. Pur tuttavia, era comunque un passo avanti rispetto all’essere figlia, figlia e soltanto figlia. Che è una cosa bellissima e preziosa e commovente, ma a quasi trentun anni vorrei potermi guardare allo specchio e vedere una donna, prima di tutto.

Ho ancora più di un mese di tempo, eppure. E in un mese chissà quante cose possono ancora succedere. Cose positive, si spera. Non per piangermi addosso, per carità, ma potrebbe anche essere ora di una piccola rivincita su alcune lillipuziane malignità del caso, no?


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