Archive for the 'dolore' Category

Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.

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Una relazione particolare

Non scrivo. Non scrivo. Nonscrivononscrivononscrivo.

Esattamente, non so bene cosa stia succedendo: è che non mi viene da scrivere, non mi vengono idee, non ho spunti critici.

In parte, forse questo è dovuto al fatto che ho trascorso le ultime settimane tra un viaggio e un trasloco e un carico di lavoro che si preannuncia eccessivo pur non essendolo ancora – ed è peggio, quando è una fatica annunciata. Perché quando sono in ballo le gambe cominciano a muoversi al ritmo dovuto, ma fintanto che sto a bordo pista non faccio altro che guardarmi attorno in preda all’ansia.

Essere di nuovo qui, a casa dei miei genitori, è innanzitutto strano. Già, perché la casa nuova che avevo trovato il 10 febbraio mi è stata tolta dalle dita (dalle grinfie?), con un precedente inquilino che ha deciso che in fondo in fondo poteva anche non avere tutta questa voglia di spostarsi altrove. E nonostante un’affannosa ricerca, di conseguenza, ho finito per decidere che un mese o due sotto il tetto familiare, a farmi lavare i vestiti dalla donna di servizio e a cucinare per papà e mamma, a risparmiare i soldi dell’affitto e a bere ottimo vino durante la cena… Forse non mi avrebbero poi rovinato l’esistenza.

Già, perché la mia famiglia è ancora e sempre questa: la coppia che mi ha generato. Ed è bellissimo ed è agghiacciante, perché sono fortunata ad avere un ottimo rapporto con i miei genitori ma, allo stesso tempo, ho un’età – anche se, a quanto pare, forse non un pari grado di maturità – per cui avrei dovuto (voluto?) formarmi una famiglia “mia”, altra rispetto a quella d’origine.

E così ho lentamente preso atto della realtà dei fatti. Da tre anni, ormai, sono invischiata in una relazione molto particolare: una storia piuttosto seria e piuttosto sfilacciata, al contempo. Una storia d’odiamore – come lo sono tutte le storie davvero significative – che non riesco a (non voglio?) concludere. Una relazione a tutti gli effetti, con i momenti di scazzo e i momenti di felicità, intermittenze estatiche che mi fanno pensare, talvolta, che questa sia la condizione migliore possibile.

Una relazione con la mia solitudine.

No, non con me stessa: proprio con la mia solitudine.

Le preparo la colazione e gliela porto a letto la domenica mattina; le faccio dei regali senza motivo – come una passeggiata scandita dalle note delle “nostre canzoni” o il nostro film preferito in dvd avvolte da una coperta soffice. Ho persino la tentazione di tradirla, a volte, nelle rare occasioni in cui esco con un ragazzo sentimentalmente libero e trascorro momenti piacevoli. Ma poi non succede mai: perché lei è per me la cosa più importante.

Non riesco a lasciare la mia solitudine. Pur sapendo che è una storia con data di scadenza, pur sentendo che non potrà mai darmi tutto quello che voglio, non ci riesco proprio.

Sarà che la mia ultima relazione, prima di questa, è stata troppo bella e troppo ricca di cose che ho paura di non trovare in nessun altro che non sia lei – perché lei mi dà tutto o quasi quello che avevo prima… E, accorta com’è, evita con attenzione tutti gli aspetti negativi. Cosa potrei volere di più? Lei mi accompagna in viaggio, mi dà torto quando ce n’è bisogno, si raccomanda di non essere mai troppo autoriferita perché sa bene che è un rischio che corro… La compagna di vita ideale, per certi aspetti.

E’ così strano, avere una storia importante con la propria solitudine. Anzi: è così strano, poi?

Odiamato sanvalentino

Anche se in questo periodo sto scrivendo ovunque tranne che nel web, non potevo esimermi dallo scrivere un post al volo il giorno di sanvalentino.

L’unica festività che riesce a deprimere chi non è accoppiato così come chi la dolce metà ce l’ha al proprio fianco. L’uno, perché si sente rinfacciare di essere da solo; l’altro, perché fare qualcosa è da sfigati ma a non fare nulla si corre il rischio che la suddetta metà esprima ogni sorta di rimostranza – delle quali, quella non verbale sarebbe sicuramente la più perniciosa.

L‘odiamato sanvalentino. Lo scriverei proprio così, tutto attaccato e con l’iniziale minuscola. Un po’ per spregio, un po’ perché è un’istituzione e, al contempo, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutta la comunità. O quasi.

Perché intanto, per riuscire a trovare un tavolo per due per stasera, ho dovuto telefonare a quattro pizzerie. Ed è vero che oggi è sabato, ma i tempi dal periodo della relativa febbre sono un po’ cambiati, no?

Ah. Mi viene il dubbio che, con il fatto che ho scritto di star cercando un tavolo per due, qualcuno potrebbe pensare che sono in procinto di uscire in dolce compagnia. Be’, sì. Esco con la mia amica Sole – che è di una dolcezza incantevole. Esco con una persona a cui voglio bene – e se ben ricordo le letture infantili delle striscie dei Peanuts la festività che ricorre il 14 febbraio serve a quello, a far sapere alle persone a cui vuoi bene che vuoi loro bene. Perché è scontato, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa.

E io ho alcuni problemi a dire ti-voglio-bene anche alla mia amica Sole, figurarsi un po’.

Mentre Sole e io eravamo al telefono, questa mattina, mi è scappata la constatazione: “gli unici a essere davvero innamorati sono quelli non corrisposti”. E le mie stesse parole mi hanno profondamente immalinconito.

Però adesso va così. Va che sto lavorando, sto riguardandomi tutte le serie di Friends, sto leggendo un libro sull’asimmetria, sto iniziando a inscatolare cose per l’imminente trasloco.

E sento le emozioni molto lontane. Molto, molto lontane. Tanto lontane che non le “sento” neppure: sono un’entità astratta, qualcosa che so che dovrebbe esserci per sentito dire, per brandelli di memoria.

Quindi, se proprio oggi qualcosa è da festeggiare, vorrei che l’ospite d’onore fossero loro, le emozioni. Perché tornino presto da me.

Pertanto. Buon odiamato sanvalentino, in particolare a chi come me è alla ricerca – più o meno disperata – di qualcosa ancor prima che di qualcuno.

Il tempo del corteggiamento

Mia nonna conobbe mio nonno quando aveva 14 anni e lui, diciottenne, frequentava il locale in cui faceva la cassiera. Si sposarono sei anni dopo e restarono insieme per tutta la vita (di lui, perlomeno). Non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia nonna quando esattamente si diedero il primo bacio, ma sono sicura che succedette all’incirca un anno prima del matrimonio, quando ebbe cioè inizio il fidanzamento ufficiale con tanto di anello.

Quando parlo con la gente del fatto che, in circa quaranta giorni, sono riuscita a strappare, a quest’uomo a cui mi ostino a non assegnare un nome, qualche lunga telefonata e tre appuntamenti, la suddetta gente mi guarda di traverso, scuote il capo distogliendo lo sguardo e assume poi un’espressione di circostanza. Dove la circostanza è lampante: “Povera scema: ecco che senza neanche rendersene conto si è calata nel ruolo dell’amica che si ritroverà a essere la spalla a cui appoggiarsi non appena lui troverà qualcuna che saprà calarsi nel ruolo di donna-che-si-fa-desiderare-com’è-giusto-che-sia; o anche, a seconda dei casi, ecco che si ritroverà a non essere più nulla non appena lui troverà qualcuno con cui farà qualcosa d’altro rispetto a parlare, parlare e parlare.”

I miei nonni si erano conosciuti e poi fidanzati durante gli anni del fascismo, in effetti. Forse non ha tanto senso fare un paragone. O sì?

Ma vorrei prima fare un passo un po’ indietro rispetto al presente – e un po’ avanti rispetto agli anni trenta.

Una volta conobbi un ragazzo che si chiamava Arcangelo e fu l’unica persona, in tutta la mia vita, a cercare di baciarmi senza che io avessi dato alcun segno di incoraggiamento. Al mio girare la testa dall’altra parte con aria imbarazzata lui rispose inviandomi il suo messaggio: “tu sei sempre stata abituata a essere corteggiata, vero?”

Vero. Anzi: verissimo. Peccato che, fino a quel momento, non ci avessi mai neppure pensato. Mi sono anche chiesta, a posteriori, se il mio provare interesse a partire dall’interesse dimostrato dall’altro non fosse altro che il segno di una scarsa autostima: come se non potessi neppure concepire di potermi invaghire di qualcuno senza che costui, per primo, mi avesse mostrato, con i suoi atteggiamenti corteggianti, una sorta di polizza assicurativa contro le delusioni e le illusioni.

E’ vero che, fortunatamente, rispetto ai tempi delle medie qualcosa ho imparato; all’epoca, infatti, il più chiaro sintomo di interesse da parte di un uomo si manifestava tramite l’ignoramento assoluto. Oggi, a trent’anni suonati, non è più così: l’ignoramento è un segno di disinteresse cortese ed educato e comunque, anche nel caso in cui non lo fosse, sarebbe comunque indice di un grado di maturazione affettiva non molto diverso da quello di un tredicenne. Quindi no, grazie.

Ma io non sono ignorata, in questa situazione. Piuttosto, non sono cercata quanto vorrei; non sono inseguita ai limiti della persecuzione; non sono omaggiata di regali, lettere, fiori, messaggi o quant’altro. A volte non mi si risponde, altre sì; e quando non c’è risposta irrompe il terrore, e quando c’è risposta subentra l’analisi dei segni di punteggiatura.

E’ quando c’è una piccola iniziativa, un semplice gesto spontaneo non sollecitato che il cuore mi si spalanca pur restando incapace di accogliere tutta la gioia che arriva.

Il fatto è che, quando lo racconto alla gente, nessuno si capacita della mia fiducia incrollabile dopo poco più di un mese in cui i contatti telefonici sono stati settimanali, quelli visivi sono stati men che quindicinali e quelli fisici non ci sono stati del tutto – a meno che conti qualcosa, in questo senso, l’avermi sfiorato la spalla quando mi aiutava a togliere il cappotto…

Però, insomma: sono trascorsi meno di due mesi da quando ci siamo rivisti per la prima volta dopo tanto tempo. Due mesi. Non due anni. I miei nonni hanno avuto sei anni per conoscersi, innamorarsi, e decidere di sposarsi.

Ed è vero che settant’anni fa le cose erano diverse, è vero che settant’anni fa la persona scelta era la persona che nel bene e nel male sarebbe stata vita natural durante. E’ vero questo ed è vero quello.

Eppure non riesco a non pensare che forse i film, la televisione, la letteratura e quant’altro, negli ultimi tempi, ci abbiano influenzato nel ritenere che, proprio perché c’è la possibilità di ottenere tutto e subito, se non lo si ottiene sia per forza un segnale negativo.

Come se il fatto di non saltarsi addosso famelici dopo il primo quarto d’ora del primo appuntamento dovesse implicare che non c’è interesse a farlo: se non è ora, significa mai.

Ma io non sono sicura di volermi conformare: è possibile che le cose importanti richiedano un minimo di sacrificio, un pizzico di frustrazione, una certa dose di pazienza e di impegno. E’ possibile che le cose importanti lo siano anche perché non sono capitate all’improvviso, ma sono state cercate con dedizione e sono state accettate gradualmente, contrastando le paure e le armature.

E’ possibile, non affermo che sia certo. Pur tuttavia, vorrei provare a crederci.

Una piccola e lancinante ferita

Ieri sera ho bevuto troppo e mi sono coccolata con più cioccolatini di quanti riesca a ricordare. Perché sapevo che oggi sarebbe incominciata la dieta.

Già, la dieta. Quella cosa che ho fatto qualche mese fa, stupendomi del fatto che otto chili in meno non avessero tutto sommato portato nella mia vita grossi cambiamenti – a parte quelli relativi all’abbigliamento.

E’ che questa estate… insomma, almeno ‘sta volta ho la scusa dell’estate più brutta della mia vita: il mantenimento è durato una manciata scarsa di settimane, e sono risalita lungo la china delle calorie in eccesso fino a un totale di più 6 chilogrammi – “più” sulla bilancia, ovviamente; “meno”, altrettanto ovviamente, sulla scala dell’autostima. Perché l’autostima si può misurare in chilogrammi; e, se non bastasse, anche in centimetri di circonferenza fianchi, in numeri scritti sulle etichette dei vestiti, in rapporto tra la tensione della pelle della fronte oggi rispetto a dieci anni fa, in minuti di jogging oltre l’umana soglia di sopportazione.

Per quanto i vestiti tirino da tutte le parti; per quanto i pantaloni del pigiama si scuciano e le magliette aderenti tendano ad arrotolarsi sul ventre ogni giorno di più; per quanto ormai sia un’esperta di perdita e recupero peso e riperdita e rirecupero – ma cos’è la teoria degli universi ciclici di cui parla Paul Steinhardt, al confronto? Per quanto e per come, sapere di avere, ancora una volta, perpetuato un danno a me stessa, di aver vanificato gli sforzi fatti, di non essere, nemmeno a trent’anni suonati, in grado di regolare continuativamente il mio rapporto con l’inserimento di cibo e alcolici nella mia cavità orale… Insomma, la consapevolezza di tutte queste verità, soprattutto dopo le settimane trascorse a negare l’evidenza o anche soltanto ad accantonarla come fosse irrilevante ai fini della mia vita, non è proprio piacevole.

Eppure ieri sono entrata dalla dietologa a testa alta, più alta forse di quando vi andai l’ultima volta per mostrarle, bilancia sotto i piedi, che ce l’avevo fatta: perché avevo la scusa dell’estate più brutta della mia vita a proteggermi dal senso di sconfitta. A giustificarmi per aver fallito – e so di stare scegliendo termini forti, in un certo senso, ma di fatto aver perso dieci chili per poi riprenderne sei nel giro di cinque mesi… proprio una vittoria non la definirei. E comunque. Ero talmente compiaciuta di me stessa che, a momenti, mi sarei quasi aspettata che la dottoressa mi facesse una carezza sulla testa sussurrando con voce suadente: “Povera Odiamore, certo che sei ingrassata: non fai un giorno di vacanza da otto mesi, hai scoperto che tuo papà ha un cancro e ancora oggi dopo tutto questo tempo non si sa ancora bene come evolverà la situazione… Sei chili in più sono addirittura pochi, in una situazione del genere!”

E invece. Sarà che con quello che si fa pagare – ebbene sì: bisogna pagare perché una dieta sia degna di questo nome e ci sia qualche (vaga, nel mio caso) speranza di migliorare il proprio rapporto con il cibo – la signora si è formata per bene; sarà che sono sette anni che, bene o male, sono sua paziente e in tutto questo tempo ha contemplato esterrefatta le mie oscillazioni di dieci chili in dieci chili; sarà quel che sarà, mi ha fatto una ramanzina da fare invidia a quelle di mia madre quando prima di avere l’età per votare le telefonavo a mezzanotte per comunicarle che avrei dormito fuori casa.

Una piccola e lancinante ferita al bisogno della mia parte bambina di essere rassicurata che comunque va tutto bene. Perché non va tutto bene. Perché almeno quello che dipende da me, e da me soltanto, deve – imperativo categorico di sapore kantiano, proprio così – andare bene. Almeno quello. Altrimenti, con che fiducia posso guardarmi allo specchio e ripetermi che ce la posso fare da sola?

Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

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DisCERNere tra tutto ciò che si dice su LHC

Non è che, soltanto perché ho studiato un po’ di fisica,  pensi di avere chissà quale verità rivelata in tasca. Infatti, nei giorni precedenti, mi sono forzata a non scrivere neanche una virgola su tutto il gran tam tam che è stato creato dai media, tradizionali e non, per l’inaugurazione di LHC – il Large Hadron Collider che, da oggi, è entrato in funzione al CERN di Ginevra (si può dare un’occhiata qui per ulteriori spiegazioni sull’acronimo).

Sarà che ho letto troppe idiozie, troppi commenti idioti a post infarciti di errori, titoloni su giornali e altro. Anche l’editoriale in prima pagina sul mio quotidiano di riferimento era, francamente, piuttosto imbarazzante.

Sarà che è pur vero che esiste una probabilità non nulla che, quando LHC sarà entrato a pieno regime, si crei una specie di buco nero risucchiante tutta la materia. Per quel che può valere, esiste una probabilità non nulla che, in questo preciso istante, il mio corpo riesca per così dire ad attraversare il muro che mi sta di fronte: si chiama effetto tunnel, ed è un fenomeno che a livello subatomico può essere abbastanza frequente. Esiste anche, più prosaicamente, una probabilità non nulla che domattina io esca di casa e trovi sul pianerottolo James McAvoy in ginocchio che, tendendomi un solitario da otto miliardi di carati, mi supplica di trascorrere tutta la mia vita con lui. E con questo credo di aver reso l’idea.

Ciò scritto, consiglierei la lettura di questo post dal blog del direttore di Le Scienze: l’edizione italiana di Scientific American che, quest’anno, compie 40 anni – quindi colgo l’occasione per fare tanti auguri alla rivista e augurarle non soltanto “100 di questi anni” ma, soprattutto, di continuare a raccontare la scienza non tanto evitando i sensazionalismi (quelli possono servire a colpire l’attenzione di chi in principio non sarebbe interessato) quanto, piuttosto, impegnandosi a farlo con precisione e competenza.

Perché raccontare la scienza questo richiede, innanzitutto: precisione e competenza. Tutto lo sforzo comunicativo per rendere argomenti – a volte anche piuttosto ostici – di lettura o ascolto o fruizione gradevole non può, non deve prescindere dalla precisione e dalla competenza.

E se da un lato non posso che rallegrarmi del fatto che negli ultimi tempi paroloni come big bang, buco nero, protoni e compagnia bella siano state un po’ sulla bocca di tutti, dall’altro ogni volta avevo l’impressione di stare origliando chiacchericci da sala d’attesa di un parrucchiere. Mentre su certi argomenti i mezzi di informazione, di massa o meno, dovrebbero proprio compiere un piccolo sforzo e cercare di fare ciò per cui sono nati: informare.

Mi si perdoni lo sfogo. Passo e chiudo.

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