Archive for the 'cuore' Category

Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.

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La regola della yes-girl!

Credo fosse uscito un film, tratto da un libro – a sua volta tratto da una storia “vera” – su un uomo che, per un certo periodo di tempo, aveva deciso di dire sempre . Qualsiasi cosa gli chiedessero, qualunque proposta gli venisse fatta, lui sempre e comunque rispondeva sì.

Non ho visto il film su (letto il libro su [vissuto la vita di]) quel tizio. Eppure, da qualche tempo a questa parte, ho naturalmente iniziato a comportarmi allo stesso modo – almeno per quanto riguarda i rapporti con gli  uomini.

Naturalmente: intendo che non è stato deliberato; non si è trattato di una scelta a tavolino né, se proprio devo usare il vocabolo scelta, posso affermare che questa sia stata consapevole.

Eppure. Dopo tutto questo tempo trascorso chiusa in me stessa, impegnata in un’auto-riflessione che, come da commenti al post precedente, cominciava a essere un brodino riscaldato del tutto sterile, ho iniziato a smettere di essere respingente sempre e comunque.

Questo non significa che mi sia lanciata in chissà quale mondo fantastico in cui sono diventata una Odiamore-ricca-di-iniziative. Non esageriamo 🙂

Ho incominciato, tuttavia, a rispondere affermativamente a proposte più o meno impegnative, più o meno esplicite, più o meno implicanti altro.

Un perfetto sconosciuto mi chiede l’amicizia su facebook? Sì, assolutamente: la accetto. E quando qualche settimana dopo via chat mi attacca un bottone micidiale con contenuti più poveri di un numero di Novella 2000, seguo gentilmente i suoi discorsi – fino a ritrovarmi, sempre perché ho nuovamente risposto “sì, certo“, a parlargli vis à vis davanti a una tazzina di caffè.

Un completo estraneo, con cui durante una festa ho diviso un divano (anche piuttosto largo, a dire il vero) scambiando sì e no cinque minuti di convenevoli, mi invita a pranzo? Sì, grazie, molto volentieri; se sei libero la prossima settimana per me va bene sempre, tranne mercoledì ché ho un impegno di lavoro.

Un ragazzo che non vedo da due anni, che per quanto ne so rispetto a quando mi piaceva potrebbe aver acquistato 10 kg (in grasso corporeo) o averne persi altrettanti (in quanto a capelli), mi scrive su skype a orari improbabili chiedendomi se posso collegarmi con la  webcam nonostante la sua sia rotta (!!!)? Sì, certo. Proprio adesso? Sì, va bene, come vuoi tu. Anche se è una cosa francamente imbarazzante – soprattutto tenendo conto che è l’una di notte e mi sono connessa soltanto per far trascorrere i 45 minuti necessari per  fare agire la maschera ai capelli; lo faccio, e ci rido sopra quando lui mi giura che anche se con un asciugamano in testa sono ancora meglio di quanto ricordasse.

…. e a questo punto preferirei non continuare. Non perché si entri in dettagli più intimi – per carità. I miei sono autentici, ma le domande che mi vengono poste sono pur sempre schermate dalla permissività delle mie armature: primi tentativi, dunque; contatti a distanza e, qualora ravvicinati, avvengono con persone che in qualche modo mi respingono loro per prime. Come quel tizio che, al secondo appuntamento, ha incominciato a dire, alternativamente, che non era pronto per avere una relazione stabile ma nemmeno voleva una storia di una sera perché proprio “non sarebbe da lui”. Ed è riuscito a ripetere entrambi i concetti almeno tre volte nel corso di una cena – tutte e tre le volte riuscendo a essere sorprendentemente fuori contesto.

Anche se poi, a volte, queste stesse persone tornano a farsi vive  negli spazi dei bit e delle fibre ottiche – tanto per non correre rischi.

E comunque. Questo modo di comportarmi – a parte alcuni risvolti tragicomici – mi piace perché mi mette in gioco sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, mi costringe a provare a me stessa di essere ancora in grado di non cadere nella trappola del comportamento da purittana: se dopo avergli detto sì un ragazzo non mi piace, non mi interessa, non mi aggrada, sono costretta a farglielo sapere in qualche modo. E non basta un no, in questo caso: ci vuole un modo più garbato, più costruito e più sensibile.

Se, al contrario, un ragazzo mi piace, mi interessa, mi aggrada – tipicamente, perché non soltanto non ha detto (o scritto) cose sbagliate, ma perché ha detto (o scritto) almeno una cosa giusta – sono costretta a prenderne atto. Ne devo prendere atto, contrariamente a prima, quando mi limitavo a scuotere la testa pensando che tanto a lo mejor era fidanzato – gay – pazzo da legare. No: in questo caso, se non altro, è chiaro che c’è una vaga intenzione romantica, a priori; e se un ragazzo mi piace, pertanto, sono legittimata a prenderne atto. E ad agire di conseguenza, ossia: a non agire. O quasi.

Perché, in terzo luogo, la regola della yes-girl! richiede che si debba soltanto dire sì, ma non sia assolutamente permesso prendere alcun tipo di inziativa. E questo, mi auguro, dovrebbe permettere un’ulteriore scrematura: una volta che il mio interlocutore ha preso atto del fatto che  non gli propongo nulla e non sono mai io a cercarlo, tocca a lui decidere il da farsi. E a me resta soltanto la fatica di scegliere, tra tutte, soltanto le cose – e le persone – che più mi aggradano.

Ma perché non ci ho pensato prima?

Un’atipica normalità

Allora: un paio di settimane fa un ragazzo mi ha invitata a uscire. E già questa cosa, di per sé, non capita di frequente.

Negli ultimi anni la mia vita infatti ha incrociato quella di persone di sesso maschile che una volta avrei definito strane: uomini incerti, uomini non particolarmente interessanti forse, uomini-non-uomini – o almeno non del tutto.  Molti di questi tizi hanno risvegliato in me sentimenti vagamente romantici: batticuori, nodi alla bocca dello stomaco, crisi di riso alternate a crisi di pianto, tuffi al cuore. Tutti, dal primo all’ultimo tizio, si sono guardati bene dal farmi alcun tipo di avance. Talmente tanto se ne sono guardati, e talmente tanto questa cosa li ha accomunati pur nelle loro indiscusse diversità, che da un certo punto in poi il fatto che un ragazzo sentimentalmente libero non potesse essere attratto da me è diventato semplicemente un dato di fatto.

D’accordo: non posso piacere a tutti. E in effetti piacere a tutti avrebbe qualche lato negativo, quale ad esempio il fatto di non poter più avere un amico uomo e, non da ultimo, non poter neanche più avere un’amica donna; quale donna, infatti, vorrebbe essere amica di una per cui tutti perdono la testa? Non piacere a tutti, con questa prospettiva, non soltanto non è un delitto, dunque, ma è un vero e proprio toccasana contro la solitudine affettiva.

D’altra parte, non è nemmeno possibile che io non piaccia proprio a nessuno. Sono fisicamente normale, ringraziando la sorte; due braccia, due gambe, due mani, due piedi, ma una sola bocca – anche se non faccio fatica a parlare per due, soprattutto quando bevo più di quanto la mia dietologa approverebbe. Fisicamente normale, pertanto, con qualche pregio e qualche difetto anch’essi del tutto normali. Potrei persino essere banale, nella mia normalità fisica, se non fosse che fortunatamente ho qualche particolare strano anch’io: più precisamente, ho un’orecchia più a sventola dell’altra.

E comunque. Orecchie a parte (anche perché ho astutamente adottato un taglio di capelli che me le nasconde),  statistica vorrebbe che una certa percentuale non troppo prossima allo zero della popolazione maschile eterosessuale mi trovasse  attraente. Lo vorrebbe la statistica, appunto.

Io invece no, a leggere quello che negli ultimi diciotto mesi ho scritto qui sembra proprio che non lo vorrei affatto.

Di conseguenza, quando una decina di giorni fa mi sono preparata per l’appuntamento al (semi)buio, ho scelto di vestirmi come se dovessi andare al lavoro una domenica pomeriggio – quando l’ufficio è chiuso e ci ritroviamo in tre, quattro disperati in ritardo sulla consegna di un progetto; mi sono lavata i capelli e li ho asciugati con dedizione, questo sì, però non mi sono truccata e ho indossato scarpe estranee al concetto di tacco; ho ricordato di spruzzarmi addosso un po’ di profumo, però dopo averli soppesati ho restituito al portagioie sul comodino gli orecchini luccicanti che mi sono regalata per Natale, ripiegando sulle solite perle della nonna.

Vorrei e non vorrei: dovessi definire il mio stile di seduzione per un test da settimanale (o mensile) femminile, il mio profilo potrebbe essere questo.

Vorrei essere attraente, ma non troppo – perché non si sa mai cosa può succedere ad attrarre gli altri, poi magari soffri tu o fai soffrire loro. E non si sa cosa sia peggio, delle due alternative.

Non vorrei essere attraente, però nemmeno talmente sciatta e trascurata da essere guardata con disgusto misto a compassione. Un minimo di amor proprio è riuscito strenuamente a difendere la propria posizione, abbarbicato su una punta di disistima di sé stranamente più bassa delle circostanti – dev’essere quella connessa ai capelli, di cui comunque continuo ad andare abbastanza orgogliosa, nonostante tutto.

E comunque. Sono uscita di casa come se dovessi incontrare un’amica per prendere il solito aperitivo quindicinale. Invece stavo andando verso un semi-appuntamento con un semi-sconosciuto di cui sapevo soltanto che lui sapeva che avrei indossato un cappotto nero, una borsa verde e un paio di occhiali.

Quando gli ho porto la  mano dicendogli “Ciao, io sono Odiamore!”, siamo scoppiati entrambi a ridere – e questa cosa mi è piaciuta un sacco.

Usciti dal cinema, questo ragazzo e io abbiamo continuato a parlare interrotti di continuo dalle risate di uno o dell’altra; siamo andati a cena e abbiamo mangiato interrotti più e più volte dalle domande dell’uno e dell’altra; usciti dal ristorante, infine, abbiamo passeggiato per più di un’ora – interrotti soltanto, questa volta, dai semafori rossi.

Ho trascorso una bellissima serata: ero tanto leggera, al ritorno a casa, che la notte ho sognato di volare come non mi succedeva dai tempi delle scuole elementari. E al risveglio avevo ancora un leggero intorpidimento alla mascella per il “troppo” ridere.

La mattina dopo, arrivata in ufficio, ho trovato un’email in cui mi questo ragazzo aveva scritto che si era divertito molto e che, quando sarebbe tornato a casa dopo una trasferta di qualche settimana, gli avrebbe fatto piacere rivedermi.

E dopo tutto quello che mi è successo negli ultimi diciotto mesi, questa cosa mi è sembrata talmente strana da essere quasi normale. O forse talmente normale da essere veramente strana.

Appuntamento al (semi)buio

In questo preciso istante ho appena finito di mangiare e, mentre aspetto di aver voglia di lavare i piatti, ascolto musica in una casa con data di scadenza a meno di cinque settimane.

E sto bene. Sto bene perché la mia relazione con questa casa era piena di alti e bassi; a volte, addirittura, ho pensato che scegliere un’abitazione in cui ci fosse posto soltanto per un letto a una piazza e che questo letto potesse essere sistemato unicamente sotto un tetto tanto spiovente da non poter essere utilizzato come divano se non da un bambino di cinque anni… Insomma, qualcosa doveva pur significare.

Mi chiedo se forse non sarebbe bello poter dare lo sfratto anche in ambito relazionale: “ehi, con te sto bene ma ormai è finita, godiamoci ancora un paio di mesi insieme ma da fine febbraio non se ne parla più. E dal momento che sono io a lasciarti, mi impegno in questo periodo di otto settimane a trovarti una nuova fidanzata che sia di tuo totale gradimento.”

Proprio bello no, probabilmente; però consentirebbe forse di vivere meglio gli ultimi giorni trascorsi insieme e sarebbe “corretto” nei confronti dell’altro – non ci sarò più io al tuo fianco, però ti garantisco che non resterai solo. Poco romantico, forse; ma  l’ho scritto perché devo, non perché davvero, in questo momento, lo senta come una cosa importante – il romanticismo, intendo. Ammesso e non affatto concesso che ancora io sappia cosa significa, a livello di cuore e di pancia, tutto quello che il termine romanticismo sottende.

E comunque. Questa sera ho una specie di appuntamento al buio con un amico di un amico. Non credo di aver mai avuto un appuntamento al buio in tutta la mia vita, ora che ci penso con un po’ di attenzione. Il buio, in questo caso, dovrebbe essere rischiarato dalle luci dello schermo del cinema – oltre che, fuor di metafora, dal fatto che la contemporaneità permette l’uso di strumenti come le email e le chat per scalfire grossolanamente la superficie e la superficialità, talvolta.

Perché mi rendo conto che, così come da adolescente preferivo scrivere lettere e bigliettini su brandelli di quaderni ad amici e amanti, a trent’anni non mi dispiace affatto usare le dita come filtro per comunicare a distanza. Non ne vado fiera, ma neppure me ne vergogno; probabilmente troverei più strano uscire con qualcuno che ho incontrato in un locale e con cui non ho scambiato più di qualche parola resa inintelligibile da una musica che, invece di essere di sottofondo, era l’indiscussa quanto irrespingibile protagonista della peraltro zoppicante nostra parvenza di conversazione.

Di questo ragazzo mi ha colpito l’ironia, in assenza della quale mi sarei sicuramente limitata a una conversazione su temi lavorativi, così come in partenza avrebbe dovuto essere. E invece, quando mi si risponde con battute che avrei voluto essere stata io a fare, l’interesse nasce spontaneo e, a seguire, la curiosità mi porta a perseverare; mi chiedo perché, soprattutto stante il fatto che non è certo l’ironia al confine col sarcasmo la caratteristica che, del mio modo di fare con le persone, mi piace di più.

Un appuntamento al semibuio, quindi. Che significa incontrarsi con qualcuno con cui ho scambiato idee e opinioni per un periodo più o meno lungo ma che non ho mai visto in carne e ossa; cosa che, sul lavoro, mi capita d’altronde piuttosto frequentemente. Niente di particolarmente strano, allora – o sì? Insomma: non si tratta neppure di un appuntamento galante, o almeno non credo. E mentre lo scrivo mi viene il sospetto che, negli ultimi due o tre anni, questa mia incertezza sul fatto che incontri con persone dell’altro sesso siano galanti o meno si presenti con una frequenza ai limiti del preoccupante: sono questi uomini a essere poco chiari, sono io ad aver bisogno di etichettare ogni cosa, sono le circostanze esterne a essere cambiate provocando una rivoluzione nei costumi?

Chissà. Anche se, lo confesso, mi piacerebbe sentire pronunciare una frase semplice eppure inequivocabile tipo “mi farebbe piacere vederti, qualche volta; sei libera il giorno tale?”

Ma forse non si usa più.

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Il tempo del corteggiamento

Mia nonna conobbe mio nonno quando aveva 14 anni e lui, diciottenne, frequentava il locale in cui faceva la cassiera. Si sposarono sei anni dopo e restarono insieme per tutta la vita (di lui, perlomeno). Non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia nonna quando esattamente si diedero il primo bacio, ma sono sicura che succedette all’incirca un anno prima del matrimonio, quando ebbe cioè inizio il fidanzamento ufficiale con tanto di anello.

Quando parlo con la gente del fatto che, in circa quaranta giorni, sono riuscita a strappare, a quest’uomo a cui mi ostino a non assegnare un nome, qualche lunga telefonata e tre appuntamenti, la suddetta gente mi guarda di traverso, scuote il capo distogliendo lo sguardo e assume poi un’espressione di circostanza. Dove la circostanza è lampante: “Povera scema: ecco che senza neanche rendersene conto si è calata nel ruolo dell’amica che si ritroverà a essere la spalla a cui appoggiarsi non appena lui troverà qualcuna che saprà calarsi nel ruolo di donna-che-si-fa-desiderare-com’è-giusto-che-sia; o anche, a seconda dei casi, ecco che si ritroverà a non essere più nulla non appena lui troverà qualcuno con cui farà qualcosa d’altro rispetto a parlare, parlare e parlare.”

I miei nonni si erano conosciuti e poi fidanzati durante gli anni del fascismo, in effetti. Forse non ha tanto senso fare un paragone. O sì?

Ma vorrei prima fare un passo un po’ indietro rispetto al presente – e un po’ avanti rispetto agli anni trenta.

Una volta conobbi un ragazzo che si chiamava Arcangelo e fu l’unica persona, in tutta la mia vita, a cercare di baciarmi senza che io avessi dato alcun segno di incoraggiamento. Al mio girare la testa dall’altra parte con aria imbarazzata lui rispose inviandomi il suo messaggio: “tu sei sempre stata abituata a essere corteggiata, vero?”

Vero. Anzi: verissimo. Peccato che, fino a quel momento, non ci avessi mai neppure pensato. Mi sono anche chiesta, a posteriori, se il mio provare interesse a partire dall’interesse dimostrato dall’altro non fosse altro che il segno di una scarsa autostima: come se non potessi neppure concepire di potermi invaghire di qualcuno senza che costui, per primo, mi avesse mostrato, con i suoi atteggiamenti corteggianti, una sorta di polizza assicurativa contro le delusioni e le illusioni.

E’ vero che, fortunatamente, rispetto ai tempi delle medie qualcosa ho imparato; all’epoca, infatti, il più chiaro sintomo di interesse da parte di un uomo si manifestava tramite l’ignoramento assoluto. Oggi, a trent’anni suonati, non è più così: l’ignoramento è un segno di disinteresse cortese ed educato e comunque, anche nel caso in cui non lo fosse, sarebbe comunque indice di un grado di maturazione affettiva non molto diverso da quello di un tredicenne. Quindi no, grazie.

Ma io non sono ignorata, in questa situazione. Piuttosto, non sono cercata quanto vorrei; non sono inseguita ai limiti della persecuzione; non sono omaggiata di regali, lettere, fiori, messaggi o quant’altro. A volte non mi si risponde, altre sì; e quando non c’è risposta irrompe il terrore, e quando c’è risposta subentra l’analisi dei segni di punteggiatura.

E’ quando c’è una piccola iniziativa, un semplice gesto spontaneo non sollecitato che il cuore mi si spalanca pur restando incapace di accogliere tutta la gioia che arriva.

Il fatto è che, quando lo racconto alla gente, nessuno si capacita della mia fiducia incrollabile dopo poco più di un mese in cui i contatti telefonici sono stati settimanali, quelli visivi sono stati men che quindicinali e quelli fisici non ci sono stati del tutto – a meno che conti qualcosa, in questo senso, l’avermi sfiorato la spalla quando mi aiutava a togliere il cappotto…

Però, insomma: sono trascorsi meno di due mesi da quando ci siamo rivisti per la prima volta dopo tanto tempo. Due mesi. Non due anni. I miei nonni hanno avuto sei anni per conoscersi, innamorarsi, e decidere di sposarsi.

Ed è vero che settant’anni fa le cose erano diverse, è vero che settant’anni fa la persona scelta era la persona che nel bene e nel male sarebbe stata vita natural durante. E’ vero questo ed è vero quello.

Eppure non riesco a non pensare che forse i film, la televisione, la letteratura e quant’altro, negli ultimi tempi, ci abbiano influenzato nel ritenere che, proprio perché c’è la possibilità di ottenere tutto e subito, se non lo si ottiene sia per forza un segnale negativo.

Come se il fatto di non saltarsi addosso famelici dopo il primo quarto d’ora del primo appuntamento dovesse implicare che non c’è interesse a farlo: se non è ora, significa mai.

Ma io non sono sicura di volermi conformare: è possibile che le cose importanti richiedano un minimo di sacrificio, un pizzico di frustrazione, una certa dose di pazienza e di impegno. E’ possibile che le cose importanti lo siano anche perché non sono capitate all’improvviso, ma sono state cercate con dedizione e sono state accettate gradualmente, contrastando le paure e le armature.

E’ possibile, non affermo che sia certo. Pur tuttavia, vorrei provare a crederci.

Sono voci, soltanto voci

Nonostante l’autostima in caduta libera – rallentata, devo dire, dai bellissimi commenti al mio post precedente: commenti antigravitazionali, li potrei definire. Nonostante il 90% dei vestiti che ho nell’armadio non mi entri oppure mi faccia sembrare un simpatico salsicciotto – il restante 10% è dovuto al fatto che ho sempre un paio di pantaloni di scorta, ossia di un paio di taglie in più rispetto a quella corretta. Nonostante debba attenermi ad abitudini alimentari che vietano tutto quello che si può immaginare ma, d’altra parte, mi impongono di ingerire ogni ora una fetta biscottata. Nonostante tutto, la vita è strana e a volte sorprende: perché questa sera dovrei avere un appuntamento.

Ho scritto dovrei perché, come si suol dire, finché non lo vedo non ci credo. Lui, intendo. A essere sincera, mi basterebbe anche una telefonata di conferma. E a pensarci bene, un sms sarebbe ben più che sufficiente, così come accoglierei con entusiasmo un’email, un messaggio via skype… ci sono così tanti mezzi di comunicazione, insomma! E invece.

Invece sono qui ad arrovellarmi. Perché, insomma: sono stata io a proporre di vederci, quindi forse a rigor di logica toccherebbe a me dare un segno di vita per confermare il tutto e concordare tempi e luoghi… Ecco: mi esprimo come se si trattasse di firmare un contratto, che desolazione emotiva. E’ tutta colpa della mancanza d’abitudine. Spero. Perché ad andare in bicicletta non si dimentica: le attività motorie sono impresse nella memoria indelebilmente, i neuroni sono modificati una volta per tutte già dalla prima volta. Ma non vale per tutto, questo.

Eppure, ho la petulante sensazione che il fatto di essere donna dovrebbe mettermi al riparo da ansie di questo tipo. Dovrei essere già stata rassicurata da ore; avrebbe già dovuto, lui, darmi un cenno di interessamento – magari, addirittura, avrebbe dovuto comunicarmi quando mi sarebbe venuto a prendere e presentarsi poi con un mazzo di fiori.

D’accordo, non esageriamo: non è che mi aspetti tutto questo. Anzi: non sono neanche sicura mi piacerebbe, una persona così dannatamente sicura di sé – perché, per esperienza, tutta questa sicurezza di solito si rivela, più che un segnale di interessamento nei miei confronti, un modo di soddisfare la propria vanità. E credo di aver già speso abbastanza parole, in proposito.

Però, insomma: non dovrebbe valere una sorta di regola implicita in cui tocca una volta per ciascuno? Tu mi chiami, io – con uno sforzo immane e contro natura, sia chiaro – ti propongo di uscire; dopo qualche tempo, io ti confermo il giorno – con un ulteriore sforzo immane, perché compiuto non sull’onda del momento ma dopo ore e ore trascorse a meditare sul da farsi – e tu… non fai più niente? Non dovresti essere tu a inviare un qualche segno? Un modo per farmi capire “Ehi, ho ancora voglia di vederti, non pensare che mi sia dimenticato!” o, in alternativa, anche un “Cara Odiamore, purtroppo questa sera ho avuto un imprevisto. Mi dispiace molto. Possiamo rimandare al giorno X della prossima settimana” sarebbe comunque meglio del silenzio. Perché il silenzio mi dà un brivido che, tradotto in italiano, significa che se io mi ostino a non farmi viva in alcun modo questa sera la trascorrerò a casa, da sola, a immergermi in qualche dvd strappalacrime.

E comunque. Mi chiedo chi me lo faccia fare. Mi chiedo perché ho dato ascolto alla vocina che mi sussurrava “dai, provaci”. E’ una tale fatica: la vocina si fa sempre più flebile e a mano a mano prende il sopravvento la vociona: quella che mi consiglia di vivere la vita ai margini, di non provare a mettermi in discussione perché le discussioni portano alle liti e quindi, pressoché inevitabilmente, alle rotture; una vociona tonante a cui ho dato sempre più spazio, in questi anni, e che, anche per questo, è preponderante e prepotente… Come? Odiamore ha dato retta alla vocina invece di prestare ascolto a me, come fa sempre e avrebbe dovuto fare anche questa volta, a maggior ragione? Povera vociona, l’ho abituata a un ruolo da protagonista: inevitabile che, non appena tentassi di relegarla dietro le quinte, palesasse la propria indignazione e il proprio estremo disappunto con tutta la sua forza.

Sì, lo so: razionalizzo troppo, penso troppo, mi faccio troppe – come dicono alcuni – “pippe mentali”, non mi lascio mai andare – andare dove, tra l’altro? Però non so come smettere: non è come con la dieta – in quel caso basta rivolgersi a un medico e farsi stilare un piano alimentare ad hoc. E seguirlo, d’accordo. Ma almeno c’è un piano da seguire: poi posso decidere di fregarmene, però se mi attengo alle regole so che otterrò dei risultati, in qualche modo. Con la razionalizzazione non va così. Posso tirarmi delle martellate in testa? Sì, potrei. Se servisse a qualcosa lo potrei anche fare, credo. Qualcuno ha mai provato?

Il fine è diverso dai mezzi

Sarebbe bello, almeno per me, se nelle ultime settimane mi fossi astenuta dallo scrivere perché troppo occupata dal vivere qualcosa di nuovo. E invece no: non ho più scritto perché, banalmente, mi è mancata l’ispirazione e, allo stesso tempo, la forza di volontà che avrebbe potuto supplire, per quanto debolmente, se ne è andata in vacanza – come anch’io vorrei ma non ho la possibilità di fare.

E comunque. Qualche sera fa, durante una telefonata con Sole, ho capito una cosa.

Non è qualcosa che, temo, mi aiuterà a raggiungere l’obiettivo che mi sono proposta (e a cui ho accennato nell’ultimo post): smettere di sollecitare sempre e comunque la mia parte razionale, soprattutto quando essa non è per nulla pertinente come nel caso dei rapporti sentimentali con esseri umani del sesso opposto. Non ha a che fare con questo particolare problema, eppure è forse ancora più importante.

Ho catturato col pensiero la seguente immagine: vi sono persone che considerano una relazione un mezzo, e non un fine.

Un amico di Sole, un pomeriggio in cui si sono trovati l’uno di fronte all’altro a sorseggiare un caffè – frase inutile, questa: ma come ho spiegato all’inizio in questo periodo la scrittura mi scivola tra le dita senza che riesca a trattenerla come vorrei – ha incominciato a raccontarle di quanto sia stufo di bere troppo, fumare troppo, uscire con troppe ragazze diverse che sono tutte troppo giovani o troppo impegnate con altri uomini.

“Perché io in realtà sono un uomo serio e responsabile, Sole: se soltanto incontrassi la donna giusta non avrei più bisogno di bere, non avrei più bisogno di ammazzarmi di canne [si può scrivere? beneficio del dubbio], non avrei più bisogno di andare a scopare in giro [questo invece sono sicura si possa scrivere, stranamente]. Se soltanto incontrassi una ragazza seria, una ragazza a cui non va giù che io beva, fumi e scopi con altre; se soltanto incontrassi finalmente una ragazza con la quale sto bene e che sta bene con me: so per certo che metterei la testa a posto.”

Magari è vero: magari, un giorno non troppo lontano, l’amico di Sole incontrerà una donna (che non sia la stessa Sole, ovviamente!) e smetterà di bere, fumare e saltare di letto in letto. Una donna che gli farà mettere “la testa a posto”, per usare le sue parole. Ma poi? Dopo un anno, due anni, tre anni: se la relazione continua, e all’entusiasmo dell’inizio subentrano quei piccoli-grandi-enormi-insormontabili problemi che caratterizzano ogni rapporto umano? Non è forse possibile che un bel giorno, all’amico di Sole, dopo l’ennesima litigata al telefono su chi si occupa di fare la spesa all’uscita dal lavoro, non venga voglia, sulla strada per il supermercato, di fermarsi in un locale per farsi una bella bevuta in santa pace? E poi un’altra, e poi un’altra ancora?

La mia immagine, il mio pensiero-lucido – che a differenza dei pensieri felici di Peter Pan non soltanto non mi consente di volare ma mi getta un po’ nello sconforto esistenziale – è costruito così: una relazione non dovrebbe essere un mezzo per ottenere qualcos’altro che non sia la relazione stessa. Una storia d’amore dovrebbe essere fine a se stessa: non un palliativo, non un’alternativa a una seduta presso gli alcolisti anonimi – il centro antifumo – il centro pseudo-hollywoodiano dove curano vere o presunte dipendenze dal sesso.

Perché poi i problemi, quelli veri e squisitamente personali, ritornano. Perché già innumerevoli sono le difficoltà che, com’è giusto, si incontreranno man mano che il rapporto procederà per la sua strada; non è neppure sensato da un punto di vista logico – ed ecco che la razionalità ritorna, maledizione a lei! – pensare di poter curare un male con un rimedio che di medicamentoso non ha né deve avere assolutamente nulla. Perché cercare una donna, mi verrebbe da ribattere all’amico di Sole, quando invece tanto più vantaggioso sarebbe lavorare su te stesso, prima?

Ecco, tutto qui. Ripensavo al pochissimo Machiavelli che ho avuto occasione di leggere durante gli anni del liceo: un leit motiv che suonava come “il fine giustifica i mezzi”. In certi casi potrà anche essere vero e moralmente accettabile, non saprei; ricordo che la moralità era per Il Principe uno dei fattori di preoccupazione tenuti in minore considerazione, d’altronde. Eppure: i mezzi non sono da confondersi con i fini, e soprattutto, se confusione dev’essere, almeno averla chiara in testa. Fare finta che una storia sia un riempitivo, un palliativo, un ritardante di un male che è lì lì per esplodere non è certo la vita che io voglio vivere; pur tuttavia, ancora potrebbe avere un senso, in certe fasi dell’esistenza. Però bisogna essere consapevoli, altrimenti… sciagura a noi!

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