Archive for the 'corpo corretto' Category

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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Sono voci, soltanto voci

Nonostante l’autostima in caduta libera – rallentata, devo dire, dai bellissimi commenti al mio post precedente: commenti antigravitazionali, li potrei definire. Nonostante il 90% dei vestiti che ho nell’armadio non mi entri oppure mi faccia sembrare un simpatico salsicciotto – il restante 10% è dovuto al fatto che ho sempre un paio di pantaloni di scorta, ossia di un paio di taglie in più rispetto a quella corretta. Nonostante debba attenermi ad abitudini alimentari che vietano tutto quello che si può immaginare ma, d’altra parte, mi impongono di ingerire ogni ora una fetta biscottata. Nonostante tutto, la vita è strana e a volte sorprende: perché questa sera dovrei avere un appuntamento.

Ho scritto dovrei perché, come si suol dire, finché non lo vedo non ci credo. Lui, intendo. A essere sincera, mi basterebbe anche una telefonata di conferma. E a pensarci bene, un sms sarebbe ben più che sufficiente, così come accoglierei con entusiasmo un’email, un messaggio via skype… ci sono così tanti mezzi di comunicazione, insomma! E invece.

Invece sono qui ad arrovellarmi. Perché, insomma: sono stata io a proporre di vederci, quindi forse a rigor di logica toccherebbe a me dare un segno di vita per confermare il tutto e concordare tempi e luoghi… Ecco: mi esprimo come se si trattasse di firmare un contratto, che desolazione emotiva. E’ tutta colpa della mancanza d’abitudine. Spero. Perché ad andare in bicicletta non si dimentica: le attività motorie sono impresse nella memoria indelebilmente, i neuroni sono modificati una volta per tutte già dalla prima volta. Ma non vale per tutto, questo.

Eppure, ho la petulante sensazione che il fatto di essere donna dovrebbe mettermi al riparo da ansie di questo tipo. Dovrei essere già stata rassicurata da ore; avrebbe già dovuto, lui, darmi un cenno di interessamento – magari, addirittura, avrebbe dovuto comunicarmi quando mi sarebbe venuto a prendere e presentarsi poi con un mazzo di fiori.

D’accordo, non esageriamo: non è che mi aspetti tutto questo. Anzi: non sono neanche sicura mi piacerebbe, una persona così dannatamente sicura di sé – perché, per esperienza, tutta questa sicurezza di solito si rivela, più che un segnale di interessamento nei miei confronti, un modo di soddisfare la propria vanità. E credo di aver già speso abbastanza parole, in proposito.

Però, insomma: non dovrebbe valere una sorta di regola implicita in cui tocca una volta per ciascuno? Tu mi chiami, io – con uno sforzo immane e contro natura, sia chiaro – ti propongo di uscire; dopo qualche tempo, io ti confermo il giorno – con un ulteriore sforzo immane, perché compiuto non sull’onda del momento ma dopo ore e ore trascorse a meditare sul da farsi – e tu… non fai più niente? Non dovresti essere tu a inviare un qualche segno? Un modo per farmi capire “Ehi, ho ancora voglia di vederti, non pensare che mi sia dimenticato!” o, in alternativa, anche un “Cara Odiamore, purtroppo questa sera ho avuto un imprevisto. Mi dispiace molto. Possiamo rimandare al giorno X della prossima settimana” sarebbe comunque meglio del silenzio. Perché il silenzio mi dà un brivido che, tradotto in italiano, significa che se io mi ostino a non farmi viva in alcun modo questa sera la trascorrerò a casa, da sola, a immergermi in qualche dvd strappalacrime.

E comunque. Mi chiedo chi me lo faccia fare. Mi chiedo perché ho dato ascolto alla vocina che mi sussurrava “dai, provaci”. E’ una tale fatica: la vocina si fa sempre più flebile e a mano a mano prende il sopravvento la vociona: quella che mi consiglia di vivere la vita ai margini, di non provare a mettermi in discussione perché le discussioni portano alle liti e quindi, pressoché inevitabilmente, alle rotture; una vociona tonante a cui ho dato sempre più spazio, in questi anni, e che, anche per questo, è preponderante e prepotente… Come? Odiamore ha dato retta alla vocina invece di prestare ascolto a me, come fa sempre e avrebbe dovuto fare anche questa volta, a maggior ragione? Povera vociona, l’ho abituata a un ruolo da protagonista: inevitabile che, non appena tentassi di relegarla dietro le quinte, palesasse la propria indignazione e il proprio estremo disappunto con tutta la sua forza.

Sì, lo so: razionalizzo troppo, penso troppo, mi faccio troppe – come dicono alcuni – “pippe mentali”, non mi lascio mai andare – andare dove, tra l’altro? Però non so come smettere: non è come con la dieta – in quel caso basta rivolgersi a un medico e farsi stilare un piano alimentare ad hoc. E seguirlo, d’accordo. Ma almeno c’è un piano da seguire: poi posso decidere di fregarmene, però se mi attengo alle regole so che otterrò dei risultati, in qualche modo. Con la razionalizzazione non va così. Posso tirarmi delle martellate in testa? Sì, potrei. Se servisse a qualcosa lo potrei anche fare, credo. Qualcuno ha mai provato?

Una piccola e lancinante ferita

Ieri sera ho bevuto troppo e mi sono coccolata con più cioccolatini di quanti riesca a ricordare. Perché sapevo che oggi sarebbe incominciata la dieta.

Già, la dieta. Quella cosa che ho fatto qualche mese fa, stupendomi del fatto che otto chili in meno non avessero tutto sommato portato nella mia vita grossi cambiamenti – a parte quelli relativi all’abbigliamento.

E’ che questa estate… insomma, almeno ‘sta volta ho la scusa dell’estate più brutta della mia vita: il mantenimento è durato una manciata scarsa di settimane, e sono risalita lungo la china delle calorie in eccesso fino a un totale di più 6 chilogrammi – “più” sulla bilancia, ovviamente; “meno”, altrettanto ovviamente, sulla scala dell’autostima. Perché l’autostima si può misurare in chilogrammi; e, se non bastasse, anche in centimetri di circonferenza fianchi, in numeri scritti sulle etichette dei vestiti, in rapporto tra la tensione della pelle della fronte oggi rispetto a dieci anni fa, in minuti di jogging oltre l’umana soglia di sopportazione.

Per quanto i vestiti tirino da tutte le parti; per quanto i pantaloni del pigiama si scuciano e le magliette aderenti tendano ad arrotolarsi sul ventre ogni giorno di più; per quanto ormai sia un’esperta di perdita e recupero peso e riperdita e rirecupero – ma cos’è la teoria degli universi ciclici di cui parla Paul Steinhardt, al confronto? Per quanto e per come, sapere di avere, ancora una volta, perpetuato un danno a me stessa, di aver vanificato gli sforzi fatti, di non essere, nemmeno a trent’anni suonati, in grado di regolare continuativamente il mio rapporto con l’inserimento di cibo e alcolici nella mia cavità orale… Insomma, la consapevolezza di tutte queste verità, soprattutto dopo le settimane trascorse a negare l’evidenza o anche soltanto ad accantonarla come fosse irrilevante ai fini della mia vita, non è proprio piacevole.

Eppure ieri sono entrata dalla dietologa a testa alta, più alta forse di quando vi andai l’ultima volta per mostrarle, bilancia sotto i piedi, che ce l’avevo fatta: perché avevo la scusa dell’estate più brutta della mia vita a proteggermi dal senso di sconfitta. A giustificarmi per aver fallito – e so di stare scegliendo termini forti, in un certo senso, ma di fatto aver perso dieci chili per poi riprenderne sei nel giro di cinque mesi… proprio una vittoria non la definirei. E comunque. Ero talmente compiaciuta di me stessa che, a momenti, mi sarei quasi aspettata che la dottoressa mi facesse una carezza sulla testa sussurrando con voce suadente: “Povera Odiamore, certo che sei ingrassata: non fai un giorno di vacanza da otto mesi, hai scoperto che tuo papà ha un cancro e ancora oggi dopo tutto questo tempo non si sa ancora bene come evolverà la situazione… Sei chili in più sono addirittura pochi, in una situazione del genere!”

E invece. Sarà che con quello che si fa pagare – ebbene sì: bisogna pagare perché una dieta sia degna di questo nome e ci sia qualche (vaga, nel mio caso) speranza di migliorare il proprio rapporto con il cibo – la signora si è formata per bene; sarà che sono sette anni che, bene o male, sono sua paziente e in tutto questo tempo ha contemplato esterrefatta le mie oscillazioni di dieci chili in dieci chili; sarà quel che sarà, mi ha fatto una ramanzina da fare invidia a quelle di mia madre quando prima di avere l’età per votare le telefonavo a mezzanotte per comunicarle che avrei dormito fuori casa.

Una piccola e lancinante ferita al bisogno della mia parte bambina di essere rassicurata che comunque va tutto bene. Perché non va tutto bene. Perché almeno quello che dipende da me, e da me soltanto, deve – imperativo categorico di sapore kantiano, proprio così – andare bene. Almeno quello. Altrimenti, con che fiducia posso guardarmi allo specchio e ripetermi che ce la posso fare da sola?

Il giardino dell’erba Voglio

In questi giorni di inizio settembre caratterizzati da un cielo novembrino e una temperatura equatoriale mi sono trovata a rileggere un vecchio post e le reazioni suscitate in chi aveva deciso di commentare – non potendo ovviamente conoscere quelle di chi ha deciso di non farlo. Oppure non ha deciso di farlo, il che è un po’ diverso – ma se continuo lungo questa strada non solo non arrivo al punto, ma non finisco neppure l’introduzione, tutto sommato meno pretestuosa del solito.

Il fatto è che ieri ne ho parlato un po’ con Scassaritratti a cena, dopo essere andata con lei e il futuro marito a comprare le fedi nuziali che regaleremo loro io e ML, l’altro testimone della sposa.

Non ho mai fatto da testimone, prima d’ora; e a dirla tutta lei è la prima, tra le mie amiche, ad aver deciso di sposarsi – dopo un periodo di convivenza, sia chiaro: altrimenti non so se avrei accettato di farle da testimone 😉 Ieri ero un po’ emozionata, in quella minuscola gioielleria fredda come l’interno di un igloo, mentre lei e il futuro marito provavano anelli su anelli sotto gli occhi miei e di ML – scapolone incallito per il dispiacere di innumerevoli e persistenti ammiratrici.

Ed ero ancora più emozionata quando, dopo cena, avevo sotto gli occhi una persona che conosco da più di dieci anni e la vedevo splendere, letteralmente splendere per un appagamento che non era “l’attesa della felicità che è essa stessa felicità” [cit.], era proprio hic et nunc senza possibilità d’appello.

Oggi, pertanto, sono velatamente triste per me stessa, per il fatto che io “quella roba lì” non ce l’ho. Punto. La vorrei e non ce l’ho. E in parte dipende da me, sicuramente; ma non essendo io onnipotente posso ancora dare un po’ di colpa al destino avverso ed evitare di sprofondare nella disperazione. Galleggio su un mare di velata tristezza, pertanto, cercando di farmi un po’ di esami di coscienza.

Quel post sui pro e contro dell’astinenza sessuale era una risposta al fatto che, in quel periodo, non appena dicevo a qualcuno che sarei dovuta / avrei potuto stare per (cfr.) partire per venti giorni nel nord del Brasile, costui o costei cominciava a tirarmi grandi pacche sulle spalle spesso non soltanto figurate e a farmi occhiolini d’intesa: “eh, chissà come ti divertirai, senza un fidanzato e con tutti quei brasiliani belli e disponibili” e ogni variazione sul tema.

Lo so che può sembrare assurdo, ma così come l’anno scorso tre settimane a Cuba nelle medesime condizioni non mi avevano spinto a voler imbastire nessun tipo di relazione sessuale occasionale, all’epoca ero sicura che la discesa nell’emisfero australe non avrebbe portato cambiamenti nel mio atteggiamento.

E anche la salita verso Zurigo, a parte tutto quello che si è trascinata dietro e soprattutto dentro, mi ha regalato – è vero – un incontro con un ragazzo gentile e galante che mi ha offerto non soltanto il caffè ma anche uno squisito biscotto al cioccolato (10% cacao, 90% burro: una delizia). Però… insomma, siamo onesti. Forse avrei potuto spingere le cose un più in là – scambiarsi gli indirizzi email, ad esempio, non sarebbe stata una cattiva idea. Forse avrei dovuto spingere le cose un po’ più in là, non saprei: e il non averlo fatto, il non essere stata una volta tanto respingente ma neppure attraente, almeno in senso “meccanico”, è possibile sia soltanto un altro sintomo delle mie innumerevoli resistenze a non si sa bene cosa (anche se in fondo lo so benissimo). Ma tanto Zurigo se ne sta lì buona buona – e con la città anche quel suo particolare abitante, almeno secondo gli amici comuni.

E comunque, siamo sinceri: io sono convinta del fatto che non soltanto, contrariamente a quanto cantava il buon vecchio Venditti, “c’è sesso senza amore”, ma che addirittura c’è amore senza sesso e le due cose possono essere totalmente disgiunte. O anche, come mi è successo in passato, convivere in uno stesso soggetto ma concretizzarsi con due persone diverse nel medesimo lasso temporale (non spaziale, almeno nel mio caso; nonostante esistano di questo svariati esempi letterari anche di un certo pregio). Ossia, giusto per non dare adito a fraintendimenti: è possibile, nello stesso periodo della vita, amare o comunque provare un profondissimo affetto per qualcuno dal quale non si è attratti fisicamente manco fosse un palo della luce arrugginito e, al contempo, essere invece attratti fisicamente  da un altro essere umano per il quale si prova meno affetto che per il ragno che da due settimane popola l’angolo tra la finestra e l’armadio. Può succedere.

Come ho scritto non ricordo quando (forse sempre nel famigerato post, che però non ho più voglia di rileggere), il sesso è, tra tutte le n cose, anche una forma di comunicazione tra due individui; così come è possibile comunicare verbalmente con una persona ed essere emotivamente coinvolti pur senza essere innamorati (questi individui si chiamano amici, di solito), così è possibile fare sesso, fare del buon sesso con qualcuno ed essere appagati non provando niente di lontanamente simile all’affetto.

Il fatto è che non è quello a interessarmi, ora. Perché amici ne ho tanti e sono persone straordinarie che hanno avuto modo, in un momento brutto come questo, di dimostrarmelo nei modi più svariati. E comunque. Non è quello, non è fare del buon sesso ciò che voglio. Voglio quello stato di necessità per cui la passione sessuale non è disgiunta da tutto il resto.

In queste settimane in cui sono stata, per la prima volta della mia vita, a contatto ravvicinato con la paura della malattia e dalla morte, me ne sono accorta con una vividezza sbalorditiva e a tratti inquietante: io voglio tutto, amore e sesso e amore e sesso e anche qualsiasi altra cosa che sfugga da questo binomio e che al momento mi sono dimenticata; e lo voglio tutto insieme, nello stesso tempo, nello stesso luogo e nella stessa persona. E perché mai dovrei vergognarmi di urlarlo con tutta la voce che ho?

Pro e contro dell’astinenza – sessuale, ovviamente

Le mie amiche e i miei amici gay, da un po’ di tempo a questa parte, non fanno che insistere che dovrei prendere in considerazione l’idea di riprendere ad avere una vita sessuale – se proprio quella sentimentale la ritengo troppo al di fuori dalla mia portata. Gli amici etero si astengono dall’entrare in argomento, ora che ci penso; non so se per pudore oppure perché anche loro sono in una situazione piuttosto simile alla mia – è risaputo infatti che gli uomini eterosessuali e fidanzati non hanno amiche che siano prive di un fidanzato stemperante le gelosie della propria compagna; gli unici amici etero che mi sono rimasti sono pertanto sostanzialmente da soli e con la tendenza a non voler ricordare innanzitutto a se stessi l’esistenza del problema.

Il fatto è che, forse anche aiutata dall’essere donna, il sesso non mi manca. Non mi manca né tantocome mi mancavano gli alcolici e il cioccolato mentre ero a dieta, per essere più chiara.  Complici gli ormoni e il superamento di una certa fase della vita, credo che per me valga il detto “meno ne fai, meno ne faresti”. Ma magari per la maggior parte degli uomini e anche per diverse donne gli ormoni si comportano diversamente. Ovviamente in questo caso sto generalizzando, senza tra l’altro essere supportata da nessun risultato dal sapore scientifico: mi limito a qualche articolo letto qua e là e alle conversazioni tra amici, dei quali nessuno è un esperto di fisiologia umana. E soprattutto, per quanto mi sforzi di mettermi nei panni degli altri, quando si tratta di bisogni ed esigenze fisiologiche non posso che vedere le cose dal mio punto di vista. Mmm. Non soltanto quando si tratta di fisiologia, ora che ci penso. E’ sempre il mio punto di vista, quando scrivo qui – a meno che non specifichi il contrario con tanto di bibliografia 😉

E comunque. Chiaramente mi sono riferita finora soltanto all’aspetto fisiologico della questione; per quanto riguarda quello psicologico ed emotivo, infatti, il problema si tinge di sfumature ricche quanto controverse. E qui esplode la pluralità di punti di vista – tutti, rigorosamente, miei.

Perché non fare sesso è un male

–    perché non fai sesso. Ovviamente. E il sesso può essere noioso, fastidioso o frustrante – e in quest’ottica essere esentata da certi atti compiuti soltanto per compiacere l’altro, o per abitudine, o per non litigare o per tutti i motivi per cui (soprattutto durante una relazione stabile, ma non soltanto) può essere qualcosa di cui rallegrarsi, come spiegherò meglio più avanti. Però il sesso può essere anche una forma di comunicazione molto bella, divertente e appagante – o almeno così mi pare di ricordare. E secondo alcuni è addirittura un’attività che fa bene alla salute.

–    perché, per l’appunto, dopo un po’ che non lo pratichi il sesso smette di essere un qualcosa di concreto ma scivola dapprima nell’area del cervello deputata alla conservazione dei ricordi, per poi entrare di soppiatto in un’area limitrofa a quella consacrata alle verità di fede: se tutti dicono che il sesso è così e cosà io ci credo sulla fiducia. Perché, a conti fatti, non ne ho più la benché minima idea.

–    perché quando pensi al sesso, quando ne parli, o ancora quando vedi una scena al cinema o leggi qualcosa in un libro, ti trovi in una condizione che soltanto in apparenza è paragonabile a quella che subivi quando ancora di sesso non ne avevi fatto mai in prima persona e ti limitavi a pensarci, a parlarne, a vederlo nei film o leggerlo nei libri. Soltanto in apparenza perché, da un lato, tutto il sesso che, bene o male, hai fatto nella tua vita (anche se non te lo ricordi più) ha lasciato un segno che in un modo o nell’altro condiziona la tua posizione al riguardo; non è più come se ci fosse un intero universo nuovo di zecca da iniziare a esplorare, ma sei portatore di una verginità perduta che è mentale molto più che fisica. E questa perduta verginità mentale toglie al tutto il sapore mitico o addirittura mistico che aveva allora. D’altro lato, nell’epoca pre-sesso tutte o quasi le persone che ti circondavano erano più o meno nella tua situazione: c’era chi ne aveva fatto un po’, chi ne aveva fatto un po’ di più e chi si inventava le cose. Se ne parlava sempre un sacco, ad ogni modo, sia tra donne sia tra uomini sia, in certi casi particolari, addirittura tra uomini e donne – tra uomini e donne che non facevano sesso tra di loro, beninteso; a quell’età l’unica persona con cui non parli di sesso è proprio quella con cui sarebbe meglio parlarne, ossia quella con cui lo fai. E comunque. A trent’anni tutto questo non vale più: a trent’anni la gente fa sesso regolarmente e, tipicamente, o lo fa sempre con la stessa persona da parecchio tempo e non vede perché dovrebbe parlarne a meno che non vi siano dei gravi problemi, oppure lo fa sempre con persone diverse e allora, altrettanto tipicamente, non ne parla con me perché pensa che se lo facesse mi potrebbe mortificare o farmi stare male o non so bene cosa.

Perché non fare un sesso è un bene

–    perché, se non fai sesso, non ne senti la mancanza. D’accordo, sto affermando che uno dei vantaggi del non fare una cosa è che dopo un po’ non ti manca più; non è un ragionamento che fili perfettamente sotto il punto di vista logico. E allora? Questo non lo rende meno vero. Ho passato, in altri momenti della mia vita, brevi periodi in cui non avevo nessuno accanto ma, allo stesso tempo, avevo alle spalle settimane, mesi o addirittura anni di pratiche consolidate da un ritmo cadenzato. Molto peggio, in quel caso: perché l’abitudine è dura da perdere. Un po’ come quando smetti di fumare – ogni giorno è un po’ meglio del precedente, e anche se ci possono essere delle ricadute (io infatti ho ricominciato peggio di prima) a conti fatti più passa il tempo e più, addirittura, l’odore stesso del fumo comincia a infastidire. Mmm. Non pensavo di spingere la metafora così in là, ma ora che l’ho scritto non sarebbe onesto cancellarlo.

–    perché puoi finalmente capire se prenderti cura di te stesso è finalizzato a prenderti cura di te stesso oppure a prenderti cura di un altro attraverso la cura di te. Dato che capita spesso che ti prenda cura di te perché hai il terrore che costui o costei ti abbandoni avendo incontrato qualcuno che, prendendosi ancora più cura di sé, gli o le fa fare più bella figura rassicurando più profondamente il suo ego.

–    perché sei controcorrente. E dà una certa soddisfazione, di questi tempi in cui fare sesso è obiettivamente più facile che avere una relazione stabile e, al contempo, la società preme perché tu, donna liberata grazie alla rivoluzione (per l’appunto) sessuale, faccia abbastanza sesso da ricompensare la mancanza dello stesso di tutte le donne che dalla notte dei tempi sono state assoggettate alla volontà del proprio consorte.

–    perché almeno ti risparmi tutte le complicazioni causa o effetto del sesso o della mancanza dello stesso all’interno di una coppia: tu vuoi e l’altro no; l’altro vuole e tu vuoi continuare a leggere l’appassionante recensione dell’ultimo libro sul collezionismo di teiere; entrambi non ne avete assolutamente voglia ma è passato troppo tempo dall’ultima volta e vi sentite in obbligo; e tutte le altre variazioni sul tema.

Ma soprattutto, per quanto mi riguarda, non fare mai sesso neanche per sbaglio può essere un bene perché tutte le energie – fisiche e mentali – che investiresti nel sesso le devi incanalare in qualche modo alternativo. Il sesso infatti è anche, se non soprattutto, creatività.

Basta pensare che – nonostante a volte tentiamo a ogni costo di dimenticarcene – il sesso altro non è che l’escamotage trovato dalla natura per spingerci a perpetuare la nostra specie; detto in termini dal sapore un po’ rétro, il sesso porta alla creazione della vita. Ed esistono forse altri costrutti umani che sono forme di creatività più sublimi, però.. insomma… Vista così, in effetti, l’espressione “creare la vita“ mi riempie di timore reverenziale e mi fa anche ridacchiare un po’. Però è di questo che si tratta.

E comunque. Il sesso come forma di creatività. Tutta questa creatività che non confluisce in un atto sessuale, di conseguenza, dovrà pur andare da qualche parte. Per alcuni c’è lo sport, ma non per me, purtroppo o per fortuna. E’ vero che Picasso, artista incredibilmente fertile e versatile, univa le due cose producendo innumerevoli manufatti con i materiali e le tecniche più disparate e, al contempo, mettendo al mondo quattro figli con tre donne diverse.

Tuttavia, io non sono Picasso, né mi passa per l’anticamera del cervello l’idea di mettermi a fare sport. Quindi leggo quei libri che non avevo mai avuto il tempo di aprire, guardo film anche di una stupidità imbarazzante, ascolto musica che non conoscevo, esco con persone improbabili semplicemente perché non ho altre alternative – e a volte mi diverto un mondo.

Ma soprattutto, da quando ho smesso di fare sesso ho ricominciato a scrivere dopo quasi quindici anni di parole che si limitavano a svolazzare qua e là.

E, in attesa di scoprire se ho qualcosa in comune con Picasso, per il momento questo è un prezzo che sono disposta a pagare molto volentieri.

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Fèsta: sf. le cerimonie, gli apparati, gli atti che si fanno […] per manifestare esultanza o divertimento

Sabato, ore 21.30
E’ un sabato sera di fine giugno e sto per andare a una fèsta, ossia a una “cerimonia, un apparato, o un atto che si fa per dimostrare esultanza o per divertimento”. Ambè. Già comincio a sentirmi sotto pressione.

Ora: sono una giovane donna “single” che non perde occasione di lamentarsi che non conosce mai persone nuove. Quale migliore occasione che andare a una fèsta (di compleanno, presumo) di un’amica di un’amica di un’amica (ossia di una semisconosciuta che ho visto una volta otto anni fa)? Apparentemente, nessuna.

Il fatto è che, innanzitutto, avrei dovuto trascorrere la giornata a fare acquisti, sorseggiare succhi di frutta senza zucchero e girovagare tra un massaggio riposante e una messa in piega dal parrucchiere. Al contrario, mi sono svegliata significativamente prima del solito, ho fatto tre ore di macchina all’andata e tre al ritorno per andare al ristorante con le mie due nonne: quella brava, che ha 92 anni ed è in ottima forma ma è imbarazzantemente sorda, e quella cattiva, che ormai non è neanche più cattiva ma soltanto tanto, tanto triste e  con reazioni impossibili da “gestire” in un luogo pubblico.

Quindi mi trovo qui, con un caldo che addirittura i miei cactus stanno implorando pietà, e un sonno che sto cercando di combattere scrivendo questo post sperimentale. Perché mi riprometto, domani, di non toccare nulla di quanto scritto ora, raccontare il seguito – qualunque esso sia – e lunedì pubblicare il tutto.

Andare alla fèsta di una semisconosciuta, di per sé, non dovrebbe causarmi alcuno sconvolgimento emotivo: arriverò con persone che conosco da tempo e, una volta entrata, ci saranno tanti sconosciuti o semisconosciuti che – se fossi una giornalista di un mensile per sole donne – potrei quasi definire potenzialmente interessanti dal punto di vista sessual-romantico. Dovrei essere, se non euforica a causa della difficile giornata appena trascorsa, per lo meno contenta.

Invece sono due ore che mi aggiro per casa evitando di entrare nella doccia, evitando di prepararmi da mangiare, evitando di scegliere come vestirmi e limitandomi ad accendere sigarette che non ho voglia di fumare; sperando di inocularmi un po’ di voglia di vivere ho messo la selezione casuale sulla playlist “le più ascoltate” di Itunes: destino volle che abbiano risuonato cupamente le note della Canzone di Marinella – brano sicuramente tra i più ascoltati, ma in momenti… insomma… di struggimento romantico, di malinconico torpore, di crogiolamento nei ricordi. Non è esattamente quello che ci sarebbe voluto per farmi reinnamorare della vita.

E comunque. Parlo le solite quattro lingue, ho girato tutta Europa (a parte la Norvegia, ora che ci penso; devo provvedere al più presto), ho iniziato a viaggiare da sola a tredici anni, ho intrattenuto piacevoli conversazioni con premi Nobel: perché dovrei essere così ansiosa all’idea di andare a una fèsta insieme a tre mie compagne del liceo?

In parte, mi chiedo se non c’entri qualcosa il fatto di essere accompagnata. Come se l’agire da soli in qualche modo ti permettesse di liberarti di stereotipi che hai relativamente a te stesso e che chi ti conosce, pur non avendone magari la minima intenzione, non fa che rimandarti indietro.

E inoltre, mi chiedo che senso abbia conoscere persone nuove se tanto non ho “bisogno” di amiche e, per quanto riguarda gli uomini, mi attraversano la testa pensieri tipo “con questo stato d’animo è come se stessi sventolando il cartello con su scritto chiaramente alla larga”, “tanto non ci sarà nessuno che mi piace e, se mai dovesse esserci, sarà sicuramente fidanzato / sposato / gay e comunque disinteressato a me”, “se anche ci fosse qualcuno che mi piace e a cui io (non sia mai!) piaccio, non avrei mai la forza di gestire una situazione di corteggiamento”…

Ecco, lo sapevo: sono entrata nel mood marinella, maledizione! Quello in cui sospiri guardando un punto all’infinito e pensi che se le cose non vanno male è soltanto perché stanno andando peggio.

Sabato, ore 22.40
Presa da un improbabile quanto inspiegabile slancio di ottimismo, ho ripensato a tutti i saggi consigli degli articoli di Cosmopolitan, Glamour e addirittura Men’s Health e ho cercato di seguirli pedissequamente:

1.    ho fatto una lunga doccia bollente – perché in primo luogo sono di quelli che sostengono che, quando fa caldo, bisogna mantenere la temperatura corporea costante (costringendomi a bere tè bollente con 50° all’ombra, ispirata dalle abitudini dei berberi) e, in secondo luogo, perché la mia è una caldaia digitale e non analogica (nel senso che passa dallo stato “acqua gelata” a quello “acqua pronta per buttare la pasta” con sconcertante discontinuità);

2.    mi sono regalata, come scrivono su Cosmopolitan e su Glamour (forse su Men’s Health no, dovrei controllare), una bella maschera ai capelli – peccato che nel tentativo di fare uscire le ultime gocce di liquido dal tubetto (con quel che costa, non sia mai che ne sprechi qualcosa!) mi sono quasi storta la spalla;

3.    mentre aspettavo che la maschera facesse il suo lavoro, mi sono regalata anche un generoso gommage – leggi: mi sono strofinata con un guanto di crine come se stessi strigliando un cavallo afflitto da una forma inguaribile di scabbia;

4.    ho tirato fuori da un cassetto la crema per il corpo con l’aroma del mio profumo preferito – soltanto che, a furia di conservarla per le occasioni speciali, mi sono accorta che l’avevo comprata nel lontano 2006; sperando che, data la sua ottima qualità, non fosse soggetta a qualcosa di simile a una data di scadenza, me la sono spalmata addosso come se fosse crema pasticcera su una torta nuziale;

5.    cercando di non scivolare sulla mia stessa pelle incremata, mi sono religiosamente data lo smalto sulle unghie dei piedi – esagerando un po’ sull’alluce del piede destro, ma tanto è sera e non se ne accorgerà mai nessuno; non ho ancora deciso, tuttavia, se optare per le paperine con cui mi sento molto a mio agio ma che fanno assomigliare i miei polpacci a quelli di un terzino della Nazionale, o se ripiegare invece sui sandali azzurri, che hanno un bel tacco spesso e comodo ma che, proprio in quanto corredate di tacco spesso e comodo anziché a spillo e importabile, fanno tanto vorrei ma non posso;

6.    non mi sono truccata – perché da più di due anni ho smesso di truccarmi e so già che se l’avessi fatto avrei automaticamente lasciato troppo spazio alla vocina “arrivano soltanto le cose che non ti aspetti”, oppure a quella, ancora più subdola, che sussurra compiaciuta “ma tanto, a che pro agghindarsi? a chi la vuoi dare a bere?”;

7.    ho mangiato un etto di pasta al pesto – perché potrei aver voglia di bere o anche, molto semplicemente, visto il mio stato potrei averne un disperato bisogno.

(continua…)

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L’infinita vanità del tutto

La donna angelicata – per chi, come la sottoscritta, non fosse proprio fresco di studi, una piccola rinfrescata qui – più che una donna era un’idea, o anche in alcuni casi un ideale: una donna con le sembianze di un angelo, dunque presumibilmente asessuata, ossia priva di attributi sessuali. Quindi amabile liberamente e senza remore, perché l’amore per lei metterebbe al riparo dal peccato (ovviamente).

Un’idea, perché come sostengono alcuni critici la donna angelicata è un mero strumento letterario e in un certo senso anche filosofico; ma anche un’ideale, dal momento che un essere del genere non esiste se non nella nostra fantasia.

La nostra mente soltanto può partorire un essere oggetto di amore assoluto, buono, giusto e puro (o anche carnale, a seconda dei gusti), cristallizzato in un momento atemporale, non soggetto a cambiamenti se non secondo la nostra volontà. Le persone sono vere, tangibili, annusabili – come giustamente fa notare catepol in un commento al post precedente. Le persone sono mutevoli e inesplicabili, incomprensibili e anche un po’ stronze, a volte.

Dopo che per oltre un anno ho continuato a scrivere in forma anonima e aniconica, mi è stato chiesto se una mia foto poteva essere pubblicata on line e, in caso affermativo, se preferivo comparire come OdiAmore o con il mio nome proprio – che per chiarezza definirei “di battesimo”, se soltanto fossi stata battezzata. D’impulso, con la condizione che non comparissero entrambi né fossero messi in relazione diretta, ho risposto che davo completa libertà di scelta.

Vanitas è il nome del genere a cui appartengono moltissime nature morte dipinte da fiamminghi nel XVI e soprattutto nel XVII secolo; se vi interessa la pittura, tra l’altro, consiglio un bellissimo sito ungherese (the web gallery of art) per visualizzare quadri ad alta risoluzione con descrizioni molto puntuali e curate. E comunque. Questi dipinti splendidi, di cui purtroppo nessuna riproduzione potrà mai rendere la vividezza dei colori o i giochi di luce e di riflessi, a un occhio attento rivelano, anche su carta o sullo schermo, piccoli o grandi particolari (mosche, fiori recisi, orologi, teschi, ossicini) che indicano tutti un’unica cosa: memento mori – ricordati che devi morire, caso mai per qualche strano motivo te ne fossi dimenticato.

Vanità è il primo concetto che mi è balenato davanti nel momento in cui qualche giorno fa ho visto che il numero di visite al blog, già superiore rispetto al solito a causa di uno dei temi dell’esame di maturità – quello sul nuovo modo di convogliare le emozioni tramite sms e email (se soltanto, ai miei tempi, avessi avuto una traccia simile!) – era esploso a causa della suddetta foto e del relativo collegamento.

Vanità coccolata e vanità ferita – speranza dell’una e timore dell’altra, ovviamente. E poi: come sempre capita, successe entrambe le cose sono ben presto tornata alla mia normale condizione di equilibrio.

Nel corso di uno dei miei primi innamoramenti non corrisposti, più o meno nel periodo delle scuole medie, a qualche appassionata lettera anonima un bel giorno avevo fatto seguire una lettera dello stesso tenore, ma firmata con il mio nome scritto a lettere maiuscole: ero proprio io, inequivocabilmente. La supposta vergogna, nelle settimane successive, è stata incredibilmente minore di quanto avessi temuto. E dopo pochi mesi, lentamente ma inesorabilmente, ho incominciato a non temere più di essere l’unica persona al mondo responsabile delle mie azioni.

Mi è tornato in mente questo episodio, oggi. E ho deciso che dopo un anno di anonimato e aniconicità era proprio giunta l’ora di farmi avanti e firmarmi non con il mio nome, che in fondo conta davvero poco perché sono una signora nessuno (non nel senso che sono Penelope, chiaramente 😉 ), ma con il mio viso cristallizzato in una foto. Perché a che pro un’identità segreta? E’ vero che posso volare, ma non sono mica un supereroe!

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