Archive for the 'chick-science' Category

Il solito modo

Il modo che uso di solito per affrontare i problemi è completamente inutile, qui.

E mi sa tanto che, complice la stanchezza incredibile che mi accompagna dopo quindici giorni trascorsi sottoevento, qualcosa nel mio solito modo di affrontare la vita potrebbe essere in procinto di cambiare.

Grazie per l’immagine.
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Una parte di me

Con tutti gli sforzi che faccio, secondo dopo secondo, per convincere me stessa di essere una persona buona, generosa e non ego(bari)centrata, mi sono sorpresa non poco nel momento in cui ho preso atto del fatto che vi sono persone che, molto semplicemente, detesto.

Persone a cui, se non proprio auguro ogni male possibile e immaginabile, per lo meno tendo rivolgere sguardi interiori pieni d’odio e, se pertinenti, di rancore e meditata vendetta.

Persone che causano sobbollimenti di pensieri i cui contenuti non sono adatti ai deboli di cuore.

E poi. E poi, riflettendoci con cura. E poi, lasciando che i sentimenti affiorino prima e debordino infine – cosa tanto difficile, per me che sono così impermeabile alle emozioni forti per il terrore di non essere in grado di saperle controllare. E poi.

L’uomo così méchant, così cattivo e prepotente con i colleghi di lavoro; sempre pronto ad approfittarsi delle debolezze degli altri per riuscire a fare emergere i suoi punti di forza di fronte ai superiori – e addirittura, in mancanza di meglio, di fronte ai sottoposti: perché anche quello può essere utile ai suoi scopi.

La donna vittima, tanto abile a sfruttare sotterraneamente i sensi di colpa altrui per il proprio tornaconto. La madre colpevolizzante, che accusa di continuo dolori fisici o morali pur di attirare a sé la compagnia dei figli; l’insegnante più severa del necessario, che fa leva sull’autostima ferita degli allievi nella speranza di ottenere da loro profitti più adeguati alle sue aspettative.

L’isterica (o l’isterico, a seconda dei casi) repressa, che stupisce amici e parenti per i subitanei scoppi d’ira funesta. Il padre esemplare che, per un apparente nonnulla, percuote il portiere undicenne perché non è stato in grado di portare la sua squadra alla vittoria; la fidanzata venerata e invidiata da tutti che fruga dentro le tasche del compagno alla frenetica ricerca di scontrini testimoni di un presunto tradimento.

Riflettendoci con calma e con tutta l’onestà di cui sono capace: queste persone sono, tutte, parti di me.

Come se nel corso del tempo avessi riposto nel cassetti più reconditi del mio intimo alcuni aspetti della mia personalità; anzi: come se avessi cercato di sbarazzarmi di vere e proprie sub-personalità che, non coerenti con la mia personalità principale – e per questo dominante – dovevano essere nascoste in quanto moralmente riprovevoli, associate a ricordi sgradevoli; perché da me ritenute indegne di essere ulteriormente coltivate e affinate.

Ed è per questo, anche se non soprattutto, che odio tanto le persone che incarnano invece tali attributi: perché riconosco ciò che loro hanno come qualcosa che mi appartiene e che ho scelto di rifiutare giorno dopo giorno e mese dopo mese, facendo a volte anche sforzi enormi – come nel caso del controllo della gelosia.

Ed è per questo, tuttavia, che dovrei cercare di moderare l’odio: perché tutta questa acredine, in realtà, la sto rivolgendo nei confronti di me stessa.

E mi chiedo, allora: non potrei fare una grande festa, una grande festa di quelle che sembrano non esistere mai – almeno non a me – una grande festa in cui tutti si divertono e non vedono l’ora di conoscere quella persona apparentemente straordinaria seduta sul divano accanto alla finestra, una grande festa a cui invitare tutte queste parti di me perché si conoscano tra loro?

Inviterei la mia parte introversa, quella che dalle feste solitamente mi spinge a fuggire a gambe levate prima ancora che ci sia stato modo di fare il brindisi di buon compleanno, e la farei sedere vicino alla mia parte clownesca, quella che ha ottimi motivi di compiacersi quando qualcuno le suggerisce che, se sul lavoro proprio tutto dovesse andare storto, potrebbe sempre mettere su un numero di cabaret. E inviterei la mia parte vittimistica, sì, anche lei: per farla conversare un po’ con la personalità che si è fortificata nei lunghi giorni di questo orribile mese di agosto, e farle così capire, finalmente, come le cose brutte sia meglio affrontarle – se possibile, con un sorriso – anziché sprecare le proprie energie a lamentarsi.

Se l’idea vi stuzzica almeno un po’, se vi riconoscete in quanto ho scritto e vi piacerebbe organizzare una festa del genere anche per le parti di voi che non fanno altro che schiamazzare dentro il cervello oppure, altro caso tipico, fingono di non essersi mai incontrate prima: sto preparando una serie di post sull’argomento.

Parte del mio lavoro, tra l’altro, consiste anche nell’organizzare eventi a cui partecipano migliaia di visitatori e che mi costringono a coordinare qualche centinaio di persone provenienti da mezzo mondo; cosa mai sarà una festicciola a cui invitare semplicemente sei o sette parti di un’unica persona?

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La coppia intrecciata

Si fa sempre un gran parlare di una supposta persona giusta e, probabilmente, io stessa ho speso in proposito molte parole; potrei aver dato l’impressione che è quello ciò che sto aspettando.

Come se il mio stare ritirata dal mondo, come se il mio sguardo distaccato sulla vita, come se il fatto che l’ultima volta che ho avuto un incontro con un esponente del sesso opposto (eterosessuale e non inequivocabilmente mio amico) sia stato qualcosa come un secolo fa fossero tutti segnali del fatto che, nell’attesa di incontrare il Principe Azzurro, mi conservo e mi riserbo soltanto per lui.

Be’, no. Le cose non stanno così. O almeno, non proprio così.

In effetti, non credo che esista una fantomatica persona giusta, un’altra metà della mela; non credo che da qualche parte, nel mondo, mi media naranja – come dicono gli ispanici – stia soltanto aspettando di incrociare la mia strada. Non lo credo affatto.

Penso piuttosto che, a seconda dei momenti della vita, ci siano diverse persone con le quali potenzialmente si potrebbe costruire un rapporto soddisfacente.

Mi sento di affermare che sinora, nel corso della mia esistenza non lunghissima ma neppure troppo breve, sono stata (quasi) sempre con persone giuste. Persone che, in quel momento, erano proprio ciò di cui avevo bisogno, ciò che volevo e ciò che poteva appagarmi – magari anche in senso distruttivo, perché no.

Come se ci fossero persone giuste per ogni fase della vita – almeno finché non si sceglie più o meno consapevolmente di impegnarsi perché la persona giusta del momento lo sia anche per tutto il resto della propria vita. Perché a un certo momento bisogna scegliere e impegnarsi, questo sì.

Sono dell’idea che i rapporti sentimentali siano come una treccia: ci sono io e c’è l’altro, e finché non vi è un terzo elemento a unirci siamo due individui, indivisibili di nome e di fatto. E, in quanto indivisibili, separati senza possibilità di un vero incontro. Finché non subentra questo terzo elemento.

Affetto, amore, complicità – lo si chiami come si vuole. Io, personalmente, non sono ancora riuscita a trovare un nome soddisfacente; ma il nome conta relativamente poco: ciò che importa è che è questo terzo elemento a tenere unite le persone.

E chiunque abbia provato a fare una treccia con soltanto due pezzi di corda (o di capelli, per le femminucce o i signorini che, almeno una volta, hanno deciso di farsi chiamare capelloni dalle rispettive nonne) sa di cosa sto parlando: è un’impresa improba e, soprattutto, l’intreccio ha vita decisamente breve. Una treccia, per essere bella e duratura, deve essere fatta di tre elementi: io, tu e quella cosa che ci tiene uniti.

In fisica, e più precisamente in quella branca della fisica che studia il microcosmo delle particelle elementari (e delle particelle non elementari ma comunque più piccole di quanto la nostra immaginazione sia in grado di arrivare – non voglio essere pignola, per questa volta) che prende il nome di meccanica quantistica, esiste una proprietà che rimanda a un concetto stupendamente adeguato al contesto: l’entanglement.

L’entanglement, termine che può essere reso in italiano con – per l’appunto – accoppiamento intrecciato, si riferisce a due particelle che sono qualcosa in più che indissolubilmente legate tra loro. Tipicamente, tali particelle sono prodotte insieme in conseguenza al decadimento di una particella di partenza; dopo la loro “nascita”, tali particelle tipicamente procedono lungo direzioni opposte per non incontrarsi mai più. Eppure, in linea di principio, se un milione di anni dopo il loro distacco arrivo io e misuro una proprietà della particella che si è diretta a destra, è inevitabile che, noto il risultato della misura su questa particella, io venga a conoscenza anche del valore che quella stessa proprietà ha per l’altra particella – quella che un milione di anni prima se ne è andata a sinistra per la sua strada. C’è una cosa che le tiene unite. E fa sì che non siano soltanto due particelle raminghe che vagolano qua e là per il cosmo sconfinato, ma i due elementi che, grazie a questa terza cosa, sono in grado di formare una treccia.

Affascinante, vero? Be’, io lo trovo molto affascinante – soprattutto considerando tutti i mesi che ho impiegato per appropriarmi davvero del concetto. Se qualcuno fosse tentato di approfondire mi scriva un’email che lo sommergo di parole e di bibliografia 😉

E comunque. Già Platone, nel Simposio, sosteneva – con il mito delle due metà narrato da Aristofane – che uomini e donne non fossero altro che due “prodotti” del decadimento (forzato dall’invidioso Zeus) di un essere primigenio perfetto. Non è che stia dicendo niente di nuovo, dunque. Questa è un po’ la teoria dell’altra metà della mela – nella quale ho già affermato di non credere. Quindi non posso smentirmi proprio ora. O forse sì?

Sicuramente, nel caso dell’entanglement, conta la condizione che entrambe le particelle, nel loro vagolare per il cosmo, non siano mai state sottoposte ad alcuna forza esterna che ne alteri lo stato. Un po’ come un compagno di banco antipatico che, a forza di tirare la treccia, finisce per disfarla.

Ci vuole un accoppiamento intrecciato particolarmente resistente, o comunque impermeabile a tutta una serie di forze esterne. Quali siano esattamente queste forze esterne… Ehm.

E comunque, intanto che cerco di chiarirmi ancora di più le idee in proposito, potrei mettere un annuncio da qualche parte: cercasi uomo desideroso di costruire con me uno stato di accoppiamento intrecciato.

Ha un suo appeal, no?

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DisCERNere tra tutto ciò che si dice su LHC

Non è che, soltanto perché ho studiato un po’ di fisica,  pensi di avere chissà quale verità rivelata in tasca. Infatti, nei giorni precedenti, mi sono forzata a non scrivere neanche una virgola su tutto il gran tam tam che è stato creato dai media, tradizionali e non, per l’inaugurazione di LHC – il Large Hadron Collider che, da oggi, è entrato in funzione al CERN di Ginevra (si può dare un’occhiata qui per ulteriori spiegazioni sull’acronimo).

Sarà che ho letto troppe idiozie, troppi commenti idioti a post infarciti di errori, titoloni su giornali e altro. Anche l’editoriale in prima pagina sul mio quotidiano di riferimento era, francamente, piuttosto imbarazzante.

Sarà che è pur vero che esiste una probabilità non nulla che, quando LHC sarà entrato a pieno regime, si crei una specie di buco nero risucchiante tutta la materia. Per quel che può valere, esiste una probabilità non nulla che, in questo preciso istante, il mio corpo riesca per così dire ad attraversare il muro che mi sta di fronte: si chiama effetto tunnel, ed è un fenomeno che a livello subatomico può essere abbastanza frequente. Esiste anche, più prosaicamente, una probabilità non nulla che domattina io esca di casa e trovi sul pianerottolo James McAvoy in ginocchio che, tendendomi un solitario da otto miliardi di carati, mi supplica di trascorrere tutta la mia vita con lui. E con questo credo di aver reso l’idea.

Ciò scritto, consiglierei la lettura di questo post dal blog del direttore di Le Scienze: l’edizione italiana di Scientific American che, quest’anno, compie 40 anni – quindi colgo l’occasione per fare tanti auguri alla rivista e augurarle non soltanto “100 di questi anni” ma, soprattutto, di continuare a raccontare la scienza non tanto evitando i sensazionalismi (quelli possono servire a colpire l’attenzione di chi in principio non sarebbe interessato) quanto, piuttosto, impegnandosi a farlo con precisione e competenza.

Perché raccontare la scienza questo richiede, innanzitutto: precisione e competenza. Tutto lo sforzo comunicativo per rendere argomenti – a volte anche piuttosto ostici – di lettura o ascolto o fruizione gradevole non può, non deve prescindere dalla precisione e dalla competenza.

E se da un lato non posso che rallegrarmi del fatto che negli ultimi tempi paroloni come big bang, buco nero, protoni e compagnia bella siano state un po’ sulla bocca di tutti, dall’altro ogni volta avevo l’impressione di stare origliando chiacchericci da sala d’attesa di un parrucchiere. Mentre su certi argomenti i mezzi di informazione, di massa o meno, dovrebbero proprio compiere un piccolo sforzo e cercare di fare ciò per cui sono nati: informare.

Mi si perdoni lo sfogo. Passo e chiudo.

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Come si cambia

In questi ultimi giorni, in cui avrei dovuto/potuto stare tumulata in casa ad annoiarmi e a rimpiangere le spiagge brasiliane, non ho avuto invece un attimo di respiro: mio padre esce dall’ospedale e si ritrova con una congiuntivite fulminante che ci fa correre al pronto soccorso di un altro ospedale (oftalmico); mia madre entra in bagno e scopre con orrore che il vetro della doccia è esploso nottetempo; io medesima decido di trascorrere il fine settimana in un rifugio montano e devo correre di qua e di là per recuperare scarponi, sacco a pelo, bottiglie vuote da riempire d’acqua cammin facendo eccetera eccetera eccetera.

Nonostante tutto, dopo tanto agire ho trovato una manciata di minuti per pensare; o comunque, se non proprio pensare, per lo meno ripiegarmi su me stessa e prendermi la briga di fare un po’ di autoanalisi.

E così sono tornata su mypersonality, un sito ragionevolmente serio su cui è possibile fare test di personalità un po’ più accurati e “scientifici” rispetto a quelli dei magazine – soprattutto rispetto a quelli pubblicati nei mesi di luglio e agosto. Avevo fatto il test del “tipo di personalità” per la prima volta suppergiù nel mese di marzo 2008: quattro mesi fa all’incirca, dunque. Ovviamente, in un lampo di stupidità ho lasciato che i nuovi risultati (badge nella colonna a destra, per chi fosse interessato) sovrascrivessero i vecchi, di cui non ho più traccia; li ricordo sufficientemente bene da notare, tuttavia, che mentre le prime tre caratteristiche sono rimaste pressoché immutate, la quarta è passata all’estremo opposto.

I risultati del test, che si basa sulla teoria dei tipi psicologici di C.G. Jung, sono tali per cui le risposte a un’ottantina di domande classificano il soggetto in base a otto categorie a due a due contrapposte.

La distinzione di partenza si ha tra estroversione e introversione: nel primo caso, il soggetto è più portato* verso il mondo esterno, i fatti e le persone altre; nel secondo, chiaramente, il soggetto tende a ripiegarsi su di sé e, pur non disdegnando la compagnia, preferisce trascorrere il tempo a pensare oppure a confrontarsi con pochi intimi.

Le dicotomia esistente tra pensiero e sentimento, invece, si riferisce al modo in cui gli individui prendono decisioni: basandosi sulla logica oppure sull’emotività. Per inciso, vedo qui alcuni segnali della distinzione cervello maschile / cervello femminile di Simon Baron Cohen, a cui ho già accennato e di cui, temo, parlerò ancora in futuro.

Sensazione e intuizione sono, secondo Jung, caratteristiche meno “razionali” delle precedenti (il termine “razionale” qui è fuorviante ma non me ne viene in mente uno migliore), legate a come i soggetti elaborano i dati in loro possesso: la sensazione è collegata al qui e ora, alla concretezza e alla consapevolezza delle condizioni al contorno; l’intuizione è più astratta, è un leggere tra le righe, un susseguirsi di impressioni rivolte al futuro piuttosto che al presente, un continuo chiedersi “cosa succederebbe se”.

Per finire, la tendenza giudicante si differenzia da quella percettiva in un modo che, almeno secondo me, poco ha a che fare con il significato usuale degli aggettivi in esame: la prima indica una preferenza verso l’ordine, la pianificazione, la consequenzialità di azioni e sentimenti; la seconda si riferisce invece alla flessibilità, l’apertura, la possibilità di cambiare anche in corso d’opera.

E pertanto. Rispetto a marzo 2008, in cui la mia tendenza giudicante predominava all’incirca per il 60%, la situazione si è ribaltata: introversione, sentimento e intuizione sono all’incirca rimaste uguali, ma la tendenza percettiva è diventata del 74%!

Si cambia, certo. Si cambia continuamente. Ma come, e quanto? Io sono diventata più percettiva, e sono diventata più percettiva del 34% circa… Il 34% più flessibile, più aperta ai cambiamenti, più rilassata, spontanea; il 34% meno veloce nello svolgere i compiti che mi sono assegnati, al contempo, e il 34% meno disposta a pianificare. E mi è anche venuto il primo capello bianco, proprio al centro della fronte: che sia la volta buona che la gente, quando comunico di aver finito l’università da un pezzo (e meno male, dato che ho trent’anni), cominci a evitare di emettere gridolini di stupore?

Quanto consolatoria può essere, una semplice percentuale. E comunque, ci terrei a sottolineare che da un profilo di personalità uguale a quello di Amélie Poulain sono passata al suo… no, no, scusate ma mi sono confusa: al suo.

Buon fine settimana a chi parte e a chi resta. Io a dire il vero parto per due giorni, quindi non parto né resto. Buon fine settimana anche a chi non parte né resta, pertanto. E non dimenticatevi di loro: personalmente, io ho una lista di desideri che forse neanche il cielo che si vede da 2500 metri slm potrà soddisfare – ma ci provo lo stesso, perché no.

*A orientare la propria energia psichica, secondo la terminologia di Jung – che però tralascio nel seguito, perché non è che sia un campo in cui mi trovi proprio a mio agio – per non dire che mi vanto di avere, al proposito, quella che non saprei come definire se non crassa ignoranza.

Questione di regole

A volte succedono cose strane: come quando mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino soltanto per avere il mio nome su un volantino che domani sarà buono soltanto per foderare le gabbiette degli uccelli. Il fatto è che, come scriveva Mark Twain, “perché un uomo desideri spasmodicamente una cosa basta soltanto rendere questa cosa difficile da ottenere.”

Me la ricordo bene, la storia raccontata da Twain: Tom doveva dipingere per punizione la staccionata della casa della nonna ma, dandosi grandi arie e dicendo che si trattava di una sorta di opera d’arte, riusciva non soltanto nell’intento di far fare il lavoro ad altri ma, addirittura, di farsi pagare per aver loro concesso quel grande privilegio.

Sono le regole del mercato, no? Siamo disposti ad aspettare ore ed ore in piedi per entrare in un locale esclusivo eppure tre minuti di attesa al bar sotto casa sembrano un oltraggio alla nostra persona.

Il fatto è che spesso ci sono in gioco tutte altre regole, che funzionano quasi all’inverso. D’altronde come potrei spiegare altrimenti il fatto che, difficile come sono non dico da ottenere ma anche soltanto da avvicinare, non ci sia un codazzo di pretendenti che mi segue come lo strascico di una sposa? 😉

Si tratta delle regole sociali: se un amico mi invita a cena a casa sua sono sicura che accoglierà con estremo piacere una bottiglia di vino o un mazzo di fiori, ma non reagirà altrettanto bene di fronte a un omaggio di 20 euro.

Dove sta la differenza? Voglio dire, 20 euro sono 20 euro e possono servire per comprare una bottiglia di vino che piace più di quella che io ho scelto per lui, oppure gli danno la possibilità di comprarsi un cd, una manciata di pacchetti di sigarette, dei biglietti per il cinema. Invece: il regalo , i soldi no.

Come dimostrano gli esperimenti condotti da Dan Ariely, descritti in un suo libro che sarà tradotto in italiano in autunno[*], il confine tra quando si applicano le regole sociali e quando invece quelle della domanda e dell’offerta può essere molto labile.

Prendiamo il lavoro: io sono una cosiddetta lavoratrice flessibile, con un contratto a progetto che mi qualifica come libera professionista nonostante in realtà abbia un unico committente – anche perché traduzioni a parte non mi resta il tempo di fare molto altro se voglio continuare ad avere una vita privata quantunque in forma ridotta.

Chi dà lavoro ai tipi come me deve, in qualche modo, far sì che il lavoro sia abbastanza gratificante e strutturato in maniera tale da lasciare un po’ di spazio all’ingerenza delle regole sociali; dovessi basare il mio impegno soltanto sulla legge della domanda e dell’offerta, nel caso in cui attaccassi questo terribile morbo ai miei vicini di scrivania credo che la società per cui lavoriamo sarebbe costretta a chiudere nel giro di poco perché non più in grado di portare a termine i lavori per cui lei stessa è pagata.

Allora succede (o dovrebbe succedere, se non altro) che la staccionata da dipingere diventi agli occhi di tutti una grande avventura da vivere insieme: non un lavoro vero e proprio ma un’esperienza arricchente ed entusiasmante, in cui la fatica è ripagata dall’appagamento umano ancora prima che professionale. E io mi ritrovo a lavorare fino alle due del mattino perché avere il nome su quel volantino mi riempie sempre di gioia e soddisfazione personale.

Però a volte Tom non la passa del tutto liscia; a volte basta che un passante qualsiasi sussurri: “ehi, ma il re è nudo” – o se si vuole, tanto per non confondere una storia con un’altra, “ehi, ma dipingere la staccionata non è altro che una noiosa punizione”. E cosa succede a quel punto? Cosa succede quando ti si continua a chiedere di fare parte di una squadra, di una grande famiglia che più che lavorare vive insieme, fa esperienza insieme per il benessere e il piacere reciproco – e un passante qualsiasi sussurra “ehi, guarda che chi ti sta chiedendo di sacrificare il terzo week end di fila è pagato all’incirca il doppio di te”?

Succede che entra in gioco il denaro – che alcuni si ostinano a definire vile mentre io, in tutta sincerità, preferisco non denotare affatto e limitarmi a considerarlo un mezzo per poter acquistare beni o servizi, mi si passi il cinismo. E quando entra in gioco il denaro le regole sociali non funzionano più: cadono, precipitano, si disintegrano e, sempre come mostrano gli esperimenti di Ariely, non possono più essere reintegrate all’interno del gruppo in questione. Vigono più soltanto le leggi della domanda e dell’offerta: quanto vale il mio fine settimana trascorso a lavorare, monetariamente? E in molti casi la risposta è “Molto più di questo, quindi: no, grazie. Piuttosto sto sabato e domenica tappata in casa ad ascoltare canzoni di Julio Iglesias.”

E qui vorrei concludere con un riferimento al mio tema preferito.

Alcuni uomini (non che ne siano rimasti molti, per la verità, soprattutto in questi tempi di crisi; ma la mentalità è dura a morire) ritengono che il modo più adeguato di conquistare una donna consista nel portarla fuori a cena / al cinema / al bar / a teatro / alla partita di curling. Pagando il conto o il biglietto, ovviamente. Ecco: non si rendono conto, costoro, che in questo modo stanno lasciando il campo libero alle regole della domanda e dell’offerta? Non capiscono che la donna così avvicinata sarà portata a valutare ogni mossa successiva in termini monetari? Più esplicitamente, non si interrogano sul fatto che pagando di tasca loro stanno in un certo senso firmando con il sangue un documento in cui nelle colonne di sinistra ci sono i soldi spesi e in quella destra il corrispettivo delle varie concessioni che si aspettano in cambio? E che sta iniziando in questo modo il circolo (vizioso o virtuoso a seconda dei risultati) conto – bacio sulla guancia – conto – appuntamento successivo – conto – eccetera eccetera?

Ecco perché io mi entusiasmo molto di più per chi si ferma per aprirmi una porta, per chi mi aiuta a dare il bianco in casa, per chi mi fa una telefonata inaspettata quando proprio ne ho più bisogno, o anche per chi mi dà il midollo del suo ossobuco. Mmm, questa non so da dove mi è uscita; probabilmente è un retaggio infantile 😛

Soprattutto nelle questioni di cuore. Anche perché quanti decidono di aprire il portafogli per pagare cene o quant’altro farebbero meglio a non dimenticare le parole di quella vecchia volpe di Woody Allen:

“il sesso non-a-pagamento è, in realtà, proprio il sesso più costoso di tutti”.

[*] Dan Ariely è un personaggio incredibilmente interessante, che firma le sue email con la sigla “Irrationally yours, Dan”. Chi volesse approfondire, in attesa del libro può dare un’occhiata al suo sito personale.

La caccia all’Uomo

Oramai la mia vita sociale è troppo ricca: esco troppo spesso, vado in locali con troppe persone e torno a casa troppo tardi. E soprattutto, dopo ogni volta, penso troppo.

Venerdì sera sono stata in un locale all’aperto, in un luogo particolarmente fresco che amo molto perché ho legati a esso tanti bei ricordi; la musica era piuttosto bella e le lunghissime code al bar venivano fatte da altri per conto mio – soprattutto dal fidanzato di Candi, il quale, dal momento che anche questa estate andrà in vacanza con tre donne, si sta progressivamente abituando (rassegnando?) all’idea – uscendo in gruppi in cui lui è l’unico uomo.

Mentre aspettavo che qualcun altro si occupasse di procacciarmi da bere – e non c’è niente di meglio del fidanzato di un’amica, per questo genere di compiti – passavo il tempo osservando cosa accadeva intorno a me. Bene: gente che parlava, gente che ballava, gente che si divertiva oppure faceva finta, gente che a stento si reggeva in piedi e gente che si guardava attorno come la sottoscritta. In tutto questo pullulare di corpi, dopo qualche minuto (la coda al bar era davvero interminabile) mi si è palesato uno schema: uomini che guardano donne, donne che guardano uomini. Uomini che stanno fermi e donne che si muovono. Uomini che aspettano e donne che vanno loro incontro.

Ora. Io non sono né sono mai stata niente di simile a una femminista (e so di stare usando un termine improprio ma fa caldo quindi sono giustificata): non mi è mai piaciuto usare il termine “uguaglianza” quando ci si riferisce ai due sessi, preferendo a esso “parità” anche se è più svenevolmente politicamente corretto; mi fa soltanto piacere se un ragazzo mi cede il passo prima di una porta e, addirittura, vado in sollucchero se qualcuno che lo fa sempre entra invece per primo in un locale pubblico – perché è così che si fa, l’uomo entra per primo a meno che la porta del locale non sia trasparente, di modo da consentire di vedere all’interno e di conseguenza permettere all’uomo di verificare che il locale non nasconda chissà quali insidie.

Non sono né sono mai stata, d’altra parte, neppure niente di simile a una donna all’antica: non mi aspetto che sia l’uomo a pagare il conto – e se succede casco dalle nuvole, anche perché ormai è un evento rarissimo, e mi imbarazzo anche un po’; non mi è mai passato per la testa di contare il numero di uscite o di tempo trascorso insieme prima di concedere, a seconda dell’età, il primo bacio oppure un primo qualcos’altro; preferirei un uomo che sa cucinare bene a uno che sa costruire una libreria (anche perché quest’ultima cosa la posso fare anche da sola, nonostante l’ultima l’abbia montata un po’ storta). E per ultimo, ma non da ultimo: non ho mai stirato le camicie di nessuno, anche perché non so stirare.

Però sono cresciuta con l’idea che, se proprio si deve usare la metafora della caccia, l’uomo sia il cacciatore e la donna la preda. Sono convinta che in fondo in fondo ci si scelga a vicenda, però non mi dispiace neanche troppo la teoria secondo cui siano le donne a scegliere, in realtà, e gli uomini si limitino a fare il primo passo e diventino cacciatori sotto l’effetto di una malìa da parte della donna che li ha stregati.

A fare il primo passo, ho scritto. Proprio così. Invece venerdì sera ho osservato donne che abbordavano uomini e, senza farsi troppi problemi, facevano loro il primo passo.

Ora. Personalmente trovo sia una cosa buona e giusta che le nipoti di donne nate in periodi in cui era usuale organizzare matrimoni combinati possano, al contrario delle loro nonne, prendere in mano la propria vita e non soltanto decidere da sé quale uomo vogliono accanto, ma proprio andarselo a prendere. Un piccolo passo per la donna ma un grande passo per l’umanità, se si vuole vederla così.

Ma c’è un aspetto che mi perplime® [NdR Il verbo perplimere non esiste, ma me ne infischio e lo uso lo stesso…]. Il fatto che tutti questi uomini si stiano progressivamente abituando a essere oggetto, e non più soggetto, della ricerca da parte delle donne, pone un problema per quelle che, tra queste ultime, non vogliono / possono / riescono ad andarsi a prendere gli uomini che interessano loro. E la sottoscritta, per indole ma anche un po’ per convinzione, già non è proprio buona a interpretare il ruolo della preda – figurarsi quello del cacciatore!

Anche perché prede e cacciatori, a forza di adempiere alle proprie funzioni, si sono evoluti diversamente. Il cacciatore deve essere infatti bravo a valutare le distanze: per questo motivo, ha gli occhi in posizione frontale. La preda, al contrario, deve poter avere un campo visivo il più ampio possibile: ecco che saltano fuori gli occhi in posizione laterale.

Io, per di più, porto gli occhiali, quindi sono svantaggiata in partenza per entrambi i ruoli! Ma sono nondimeno sicura che una soluzione si possa trovare.

Potrei fare anch’io come questa capra, che è arrivata sull’isola di Maiorca in cui non c’erano predatori interessati a lei e, grazie a questa assenza, ha potuto mantenere gli occhi in posizione frontale. A parte il fatto che la capra in questione si è estinta circa 50 milioni di anni fa (quella della foto è una ricostruzione) – significa forse che l’unico modo di poter rientrare anch’io nel novero delle donne – che – si – prendono – l’uomo – che – vogliono consiste nell’emigrare su un’isola in cui gli uomini sono assenti – per poi estinguermi?!?!

C’è qualcosa che non funziona. Penso che continuerò a stare seduta ad aspettare con un sorriso sulle labbra. Il mio unico timore – ora più fondato che mai – è che ormai gli uomini, disabituati a interpretare il ruolo del cacciatore, che immagino essere divertente ma anche piuttosto faticoso, siano ben contenti di abbandonare la visione frontale per quella laterale – e di sedersi comodamente, in attesa che una amazzone del XXI secolo se li prenda e se li porti via.

Oggi però mi sono alzata alle sei per accompagnare un amico in aeroporto – e la mancanza di sonno mi rende incredibilmente propensa all’ottimismo. Il mio ruolo di preda, accompagnato com’è da una visione laterale ancestrale, combinato con la visione laterale maschile di recente acquisizione potrebbe facilitare il processo di scegliersi a vicenda: se hai gli occhi al posto delle tempie, infatti, e sei seduto contro un muro ad aspettare che passi Qualcuno, la persona che riesci a vedere meglio è proprio quella seduta accanto a te.

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