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Ma forse anche no

Sto pensando. Sto pensando che forse i motivi per cui, nelle ultime settimane, mi stavo trastullando con l’idea di concludere questa esperienza, non sono i motivi giusti.

Da un lato, quello che ho scritto nell’ultimo post è vero: l’esigenza di cambiamento, di provare a mettermi in gioco in modo diverso, la sento, e la sento forte. In questi ultimi tempi lo spazio mentale riservato alle tematiche del blog è cresciuto enormemente nella vita quotidiana e, contemporaneamente, è precipitato sotto l’aspetto del “ma guarda un po’, di questa cosa potrei proprio scrivere“.

Sono cose che capitano.

D’altro lato, ci sono motivazioni sotterranee che poco hanno a che fare con la mia volontà di scrivere, di raccontare, di condividere parti della mia vita che sono straordinariamente comuni e banali e, proprio per questo, universali-o-quasi.

Perché l’ansia di vivere, la paura di restare da soli e, come controparte, il terrore di avere qualcuno e poi perderlo… Siamo tutti nella stessa barca, più o meno, no? Con modalità differenti, con contraddizioni e passetti avanti e indietro, ma siamo tutti, prima o poi, infognati uguale – a dibatterci tra le reti invisibili eppure fin troppo tangibili di un passato che vorremmo e non vorremmo dimenticare, un presente che ci sfugge prima ancora di raggiungere la consapevolezza di averlo vissuto e un futuro che, per un motivo o per l’altro, temiamo non mantenga le promesse.

Ma torniamo alle motivazioni sotterranee. Principalmente, io so che ci sono alcune persone che leggono qui e che mi conoscono: persone che hanno fatto parte della mia vita nel passato e che probabilmente non incontrerò mai più, ma anche persone che potrei rivedere una sera, tra un mese o un anno, le quali… Con le quali non sono così sicura di voler condividere ciò che scrivo qui.

E’ che l’anonimato non è facile da mantenere: una volta rotto un anello, la catena si sfalda inesorabilmente.

Mi domando, dunque: qual è mai la differenza tra raccontare i fatti miei – siano essi pensieri o esperienze – a dei perfetti sconosciuti di cui non sospetto nemmanco l’esistenza (perché scelgono, non commentando, di non palesare la propria presenza) e a dei più-o-meno conosciuti che, zigzagando tra le propaggini della mia volontà cosciente, sono venuti a conoscenza di questa possibilità di far finta di entrare in contatto con me?

Sono coinvolti pudore e ritrosia e imbarazzo e fastidio, nel secondo caso. Almeno credo. Fors’anche un velo di presunzione, se scelgo di essere sincera: dal momento che presumo che codeste persone – lontane da me, ma non quanto vorrei – stiano perpetuando l’intento di fare parte della mia vita con una sorta di atto di forza.

E poi, seguendo il filo aggrovigliato di tutte queste elucubrazioni, mi sono chiesta: me ne frega davvero poi così tanto? Ma forse anche no.

La regola della yes-girl!

Credo fosse uscito un film, tratto da un libro – a sua volta tratto da una storia “vera” – su un uomo che, per un certo periodo di tempo, aveva deciso di dire sempre . Qualsiasi cosa gli chiedessero, qualunque proposta gli venisse fatta, lui sempre e comunque rispondeva sì.

Non ho visto il film su (letto il libro su [vissuto la vita di]) quel tizio. Eppure, da qualche tempo a questa parte, ho naturalmente iniziato a comportarmi allo stesso modo – almeno per quanto riguarda i rapporti con gli  uomini.

Naturalmente: intendo che non è stato deliberato; non si è trattato di una scelta a tavolino né, se proprio devo usare il vocabolo scelta, posso affermare che questa sia stata consapevole.

Eppure. Dopo tutto questo tempo trascorso chiusa in me stessa, impegnata in un’auto-riflessione che, come da commenti al post precedente, cominciava a essere un brodino riscaldato del tutto sterile, ho iniziato a smettere di essere respingente sempre e comunque.

Questo non significa che mi sia lanciata in chissà quale mondo fantastico in cui sono diventata una Odiamore-ricca-di-iniziative. Non esageriamo 🙂

Ho incominciato, tuttavia, a rispondere affermativamente a proposte più o meno impegnative, più o meno esplicite, più o meno implicanti altro.

Un perfetto sconosciuto mi chiede l’amicizia su facebook? Sì, assolutamente: la accetto. E quando qualche settimana dopo via chat mi attacca un bottone micidiale con contenuti più poveri di un numero di Novella 2000, seguo gentilmente i suoi discorsi – fino a ritrovarmi, sempre perché ho nuovamente risposto “sì, certo“, a parlargli vis à vis davanti a una tazzina di caffè.

Un completo estraneo, con cui durante una festa ho diviso un divano (anche piuttosto largo, a dire il vero) scambiando sì e no cinque minuti di convenevoli, mi invita a pranzo? Sì, grazie, molto volentieri; se sei libero la prossima settimana per me va bene sempre, tranne mercoledì ché ho un impegno di lavoro.

Un ragazzo che non vedo da due anni, che per quanto ne so rispetto a quando mi piaceva potrebbe aver acquistato 10 kg (in grasso corporeo) o averne persi altrettanti (in quanto a capelli), mi scrive su skype a orari improbabili chiedendomi se posso collegarmi con la  webcam nonostante la sua sia rotta (!!!)? Sì, certo. Proprio adesso? Sì, va bene, come vuoi tu. Anche se è una cosa francamente imbarazzante – soprattutto tenendo conto che è l’una di notte e mi sono connessa soltanto per far trascorrere i 45 minuti necessari per  fare agire la maschera ai capelli; lo faccio, e ci rido sopra quando lui mi giura che anche se con un asciugamano in testa sono ancora meglio di quanto ricordasse.

…. e a questo punto preferirei non continuare. Non perché si entri in dettagli più intimi – per carità. I miei sono autentici, ma le domande che mi vengono poste sono pur sempre schermate dalla permissività delle mie armature: primi tentativi, dunque; contatti a distanza e, qualora ravvicinati, avvengono con persone che in qualche modo mi respingono loro per prime. Come quel tizio che, al secondo appuntamento, ha incominciato a dire, alternativamente, che non era pronto per avere una relazione stabile ma nemmeno voleva una storia di una sera perché proprio “non sarebbe da lui”. Ed è riuscito a ripetere entrambi i concetti almeno tre volte nel corso di una cena – tutte e tre le volte riuscendo a essere sorprendentemente fuori contesto.

Anche se poi, a volte, queste stesse persone tornano a farsi vive  negli spazi dei bit e delle fibre ottiche – tanto per non correre rischi.

E comunque. Questo modo di comportarmi – a parte alcuni risvolti tragicomici – mi piace perché mi mette in gioco sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, mi costringe a provare a me stessa di essere ancora in grado di non cadere nella trappola del comportamento da purittana: se dopo avergli detto sì un ragazzo non mi piace, non mi interessa, non mi aggrada, sono costretta a farglielo sapere in qualche modo. E non basta un no, in questo caso: ci vuole un modo più garbato, più costruito e più sensibile.

Se, al contrario, un ragazzo mi piace, mi interessa, mi aggrada – tipicamente, perché non soltanto non ha detto (o scritto) cose sbagliate, ma perché ha detto (o scritto) almeno una cosa giusta – sono costretta a prenderne atto. Ne devo prendere atto, contrariamente a prima, quando mi limitavo a scuotere la testa pensando che tanto a lo mejor era fidanzato – gay – pazzo da legare. No: in questo caso, se non altro, è chiaro che c’è una vaga intenzione romantica, a priori; e se un ragazzo mi piace, pertanto, sono legittimata a prenderne atto. E ad agire di conseguenza, ossia: a non agire. O quasi.

Perché, in terzo luogo, la regola della yes-girl! richiede che si debba soltanto dire sì, ma non sia assolutamente permesso prendere alcun tipo di inziativa. E questo, mi auguro, dovrebbe permettere un’ulteriore scrematura: una volta che il mio interlocutore ha preso atto del fatto che  non gli propongo nulla e non sono mai io a cercarlo, tocca a lui decidere il da farsi. E a me resta soltanto la fatica di scegliere, tra tutte, soltanto le cose – e le persone – che più mi aggradano.

Ma perché non ci ho pensato prima?

Odiamato sanvalentino

Anche se in questo periodo sto scrivendo ovunque tranne che nel web, non potevo esimermi dallo scrivere un post al volo il giorno di sanvalentino.

L’unica festività che riesce a deprimere chi non è accoppiato così come chi la dolce metà ce l’ha al proprio fianco. L’uno, perché si sente rinfacciare di essere da solo; l’altro, perché fare qualcosa è da sfigati ma a non fare nulla si corre il rischio che la suddetta metà esprima ogni sorta di rimostranza – delle quali, quella non verbale sarebbe sicuramente la più perniciosa.

L‘odiamato sanvalentino. Lo scriverei proprio così, tutto attaccato e con l’iniziale minuscola. Un po’ per spregio, un po’ perché è un’istituzione e, al contempo, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutta la comunità. O quasi.

Perché intanto, per riuscire a trovare un tavolo per due per stasera, ho dovuto telefonare a quattro pizzerie. Ed è vero che oggi è sabato, ma i tempi dal periodo della relativa febbre sono un po’ cambiati, no?

Ah. Mi viene il dubbio che, con il fatto che ho scritto di star cercando un tavolo per due, qualcuno potrebbe pensare che sono in procinto di uscire in dolce compagnia. Be’, sì. Esco con la mia amica Sole – che è di una dolcezza incantevole. Esco con una persona a cui voglio bene – e se ben ricordo le letture infantili delle striscie dei Peanuts la festività che ricorre il 14 febbraio serve a quello, a far sapere alle persone a cui vuoi bene che vuoi loro bene. Perché è scontato, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa.

E io ho alcuni problemi a dire ti-voglio-bene anche alla mia amica Sole, figurarsi un po’.

Mentre Sole e io eravamo al telefono, questa mattina, mi è scappata la constatazione: “gli unici a essere davvero innamorati sono quelli non corrisposti”. E le mie stesse parole mi hanno profondamente immalinconito.

Però adesso va così. Va che sto lavorando, sto riguardandomi tutte le serie di Friends, sto leggendo un libro sull’asimmetria, sto iniziando a inscatolare cose per l’imminente trasloco.

E sento le emozioni molto lontane. Molto, molto lontane. Tanto lontane che non le “sento” neppure: sono un’entità astratta, qualcosa che so che dovrebbe esserci per sentito dire, per brandelli di memoria.

Quindi, se proprio oggi qualcosa è da festeggiare, vorrei che l’ospite d’onore fossero loro, le emozioni. Perché tornino presto da me.

Pertanto. Buon odiamato sanvalentino, in particolare a chi come me è alla ricerca – più o meno disperata – di qualcosa ancor prima che di qualcuno.

L’epoca dell’azione

E’ così: questo è un periodo di crisi. Da quasi un mese, ormai, non riesco a scrivere due parole di fila – e la mia assenza da qui si inserisce in un contesto molto più ampio in cui:

– il mio lavoro, di cui ero innamorata, mi ha tradito non tanto perché sono stata costretta ad accettare una consistente riduzione dello stipendio, ma in quanto mi ha aggrovigliata in una rete fatta soltanto più di routine e negazione della creatività;

– il ragazzo con cui sono uscita nelle ultime settimane del dannato 2008, per usare le efficaci parole della fidanzata di Andrea (beati loro che si sono trovati e, per di più, si sono ritrovati dopo notevoli avversità!), “si è cagato sotto” nel momento in cui, tra Natale e Capodanno, ho messo le carte in tavola. E anni fa – molti anni fa, ma certe  cose con il tempo non perdono il loro valore – lui mi aveva amata come avevo il terrore di essere a vent’anni perché ero troppo giovane per quel tipo di rapporto. Con questo, non è che mi aspettassi che, dieci anni dopo, ancora avesse le mie fotografie sul comodino – sarebbe stato un pazzo, in quel caso! – ma confesso che, del tutto ingenuamente, pensavo che chi a vent’anni aveva quel coraggio di esprimersi, dieci anni dopo potesse soltanto essere migliorato, e non divenuto una facile preda del terrore della rinuncia alla propria presunta indipendenza.  E invece, si è arroccato dietro alla presunta presunzione di aver capito cosa io avrei voluto che lui provasse per me e ha usato questa scusa per comunicarmi che non era all’altezza delle mie aspettative. Quindi: andiamo oltre;

– ieri sera ho ricevuto una piacevole telefonata da parte del mio padrone di casa, che mi ha gentilmente sfrattata. Questo significa che ho meno di due mesi di tempo per trovare una casa il cui affitto sia compatibile con la riduzione del mio stipendio. Forse dovrei orientarmi su un posto auto;

– non dovrei scriverlo per scaramanzia, eppure al momento godo di ottima salute. Quindi, almeno una su quattro va tutto sommato abbastanza bene. Non faccio i salti di gioia soltanto perché, dato il periodo, non vorrei sollecitare troppo i legamenti delle mie caviglie già malandate.

Facendo il punto della situazione, e rileggendo i buoni propositi scritti alla fine del 2007… Passi in avanti non è che ne siano stati fatti, almeno in superficie. Tuttavia, ho una strana spinta verso l’ottimismo.

Perché, come scrivevo ieri nei commenti al post precedente, se non altro adesso i problemi dipendono da me; dipendono da azioni concrete che io posso fare. Non è più l’attesa di un referto medico, non è più la paura di confrontarsi con un’alterità misconosciuta; né il susseguirsi di infruttuosi tentativi di scalfire armature dall’interno, senza che alcun’arma stia tentando di perforarle.

Eccco iniziata, finalmente, l’epoca dell’azione.

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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Dopo la scoperta dell’acqua calda…

… ecco la mia grande scoperta per quest’autunno 2008: le emozioni fanno male.

Già, le emozioni fanno proprio un male cane. Ed è per questo che nelle ultime settimane non ho scritto più: ero troppo occupata a cullare questo dolore, perché era da un tempo lunghissimo che non provavo più nulla di vagamente somigliante.

Ho accarezzato il nodo alla gola: quella subitanea chiusura della faringe (laringe? fa lo stesso) che ti fa temere di aver perso per sempre la capacità di respirare con regolarità.

Ho ascoltato lo stomaco chiudersi come se avessi ingoiato litri e litri di acido muriatico.

Ho contato le lacrime senza fare alcuno sforzo per fermarle, ma stupendomi quasi del fatto che, dopo tutto quello che ho pianto quest’estate, ci fossero ancora delle riserve così copiose.

Ho seguito con attenzione il cuore pompare sangue sempre più velocemente e poi rallentare all’improvviso.

L’abitudine alla corazza, quell’armatura – armatuta che ho portato addosso per mesi con una sorta di orgoglio mi aveva reso, o così credevo, del tutto invulnerabile. Ogni minuscola cicatrice andava a sommarsi alle preesistenti, ogni piccola insicurezza si depositava nel precipizio dell’autostima. Ed era più facile, rispetto a ora. Era infinitamente più facile sguazzare nel pantano dell’atarassia.

E poi. Poi ho iniziato ad agire. E a reagire.

Ma non sempre le cose vanno nel modo più lineare – anzi, raramente lo fanno; e stupida io a non ricordarmelo. E’ passato talmente tanto tempo da quando partecipavo ai giochi dei rapporti umani, tuttavia, che mi sento quasi di potermi perdonare; almeno un po’.

Cosicché a una cena non ne è seguita un’altra; una telefonata non è stata accompagnata da null’altro che la telefonata stessa. Eppure. Eppure, le emozioni fanno talmente tanto male che qualcosa di buono deve pure esserci.

Perché commetto gesti inconsulti, del tutto incoerenti e scoordinati tra loro. Perché sento non soltanto due, ma centinaia di voci che litigano insistentemente, con alcune, più evolutivamente adatte di altre, che riescono a trovare uno spiraglio per sussurrarmi la loro strategia. Perché ho la testa talmente piena di me, della mia ansia, della mia occasionale felicità, che non riesco a pensare a nient’altro.

Non so se il fatto di non riuscire più a scrivere post dotati di senso e soltanto relativamente egocentrati sia un male o un bene, pertanto. Non lo so proprio. Però so bene che qualcosa sta sotterraneamente strisciando, so che sono diventata vulnerabile e che questo, se non altro, mi rende più umana. Ci vorrà soltanto un altro po’ di pazienza.

Una parte di me

Con tutti gli sforzi che faccio, secondo dopo secondo, per convincere me stessa di essere una persona buona, generosa e non ego(bari)centrata, mi sono sorpresa non poco nel momento in cui ho preso atto del fatto che vi sono persone che, molto semplicemente, detesto.

Persone a cui, se non proprio auguro ogni male possibile e immaginabile, per lo meno tendo rivolgere sguardi interiori pieni d’odio e, se pertinenti, di rancore e meditata vendetta.

Persone che causano sobbollimenti di pensieri i cui contenuti non sono adatti ai deboli di cuore.

E poi. E poi, riflettendoci con cura. E poi, lasciando che i sentimenti affiorino prima e debordino infine – cosa tanto difficile, per me che sono così impermeabile alle emozioni forti per il terrore di non essere in grado di saperle controllare. E poi.

L’uomo così méchant, così cattivo e prepotente con i colleghi di lavoro; sempre pronto ad approfittarsi delle debolezze degli altri per riuscire a fare emergere i suoi punti di forza di fronte ai superiori – e addirittura, in mancanza di meglio, di fronte ai sottoposti: perché anche quello può essere utile ai suoi scopi.

La donna vittima, tanto abile a sfruttare sotterraneamente i sensi di colpa altrui per il proprio tornaconto. La madre colpevolizzante, che accusa di continuo dolori fisici o morali pur di attirare a sé la compagnia dei figli; l’insegnante più severa del necessario, che fa leva sull’autostima ferita degli allievi nella speranza di ottenere da loro profitti più adeguati alle sue aspettative.

L’isterica (o l’isterico, a seconda dei casi) repressa, che stupisce amici e parenti per i subitanei scoppi d’ira funesta. Il padre esemplare che, per un apparente nonnulla, percuote il portiere undicenne perché non è stato in grado di portare la sua squadra alla vittoria; la fidanzata venerata e invidiata da tutti che fruga dentro le tasche del compagno alla frenetica ricerca di scontrini testimoni di un presunto tradimento.

Riflettendoci con calma e con tutta l’onestà di cui sono capace: queste persone sono, tutte, parti di me.

Come se nel corso del tempo avessi riposto nel cassetti più reconditi del mio intimo alcuni aspetti della mia personalità; anzi: come se avessi cercato di sbarazzarmi di vere e proprie sub-personalità che, non coerenti con la mia personalità principale – e per questo dominante – dovevano essere nascoste in quanto moralmente riprovevoli, associate a ricordi sgradevoli; perché da me ritenute indegne di essere ulteriormente coltivate e affinate.

Ed è per questo, anche se non soprattutto, che odio tanto le persone che incarnano invece tali attributi: perché riconosco ciò che loro hanno come qualcosa che mi appartiene e che ho scelto di rifiutare giorno dopo giorno e mese dopo mese, facendo a volte anche sforzi enormi – come nel caso del controllo della gelosia.

Ed è per questo, tuttavia, che dovrei cercare di moderare l’odio: perché tutta questa acredine, in realtà, la sto rivolgendo nei confronti di me stessa.

E mi chiedo, allora: non potrei fare una grande festa, una grande festa di quelle che sembrano non esistere mai – almeno non a me – una grande festa in cui tutti si divertono e non vedono l’ora di conoscere quella persona apparentemente straordinaria seduta sul divano accanto alla finestra, una grande festa a cui invitare tutte queste parti di me perché si conoscano tra loro?

Inviterei la mia parte introversa, quella che dalle feste solitamente mi spinge a fuggire a gambe levate prima ancora che ci sia stato modo di fare il brindisi di buon compleanno, e la farei sedere vicino alla mia parte clownesca, quella che ha ottimi motivi di compiacersi quando qualcuno le suggerisce che, se sul lavoro proprio tutto dovesse andare storto, potrebbe sempre mettere su un numero di cabaret. E inviterei la mia parte vittimistica, sì, anche lei: per farla conversare un po’ con la personalità che si è fortificata nei lunghi giorni di questo orribile mese di agosto, e farle così capire, finalmente, come le cose brutte sia meglio affrontarle – se possibile, con un sorriso – anziché sprecare le proprie energie a lamentarsi.

Se l’idea vi stuzzica almeno un po’, se vi riconoscete in quanto ho scritto e vi piacerebbe organizzare una festa del genere anche per le parti di voi che non fanno altro che schiamazzare dentro il cervello oppure, altro caso tipico, fingono di non essersi mai incontrate prima: sto preparando una serie di post sull’argomento.

Parte del mio lavoro, tra l’altro, consiste anche nell’organizzare eventi a cui partecipano migliaia di visitatori e che mi costringono a coordinare qualche centinaio di persone provenienti da mezzo mondo; cosa mai sarà una festicciola a cui invitare semplicemente sei o sette parti di un’unica persona?

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