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Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.

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Odiamato sanvalentino

Anche se in questo periodo sto scrivendo ovunque tranne che nel web, non potevo esimermi dallo scrivere un post al volo il giorno di sanvalentino.

L’unica festività che riesce a deprimere chi non è accoppiato così come chi la dolce metà ce l’ha al proprio fianco. L’uno, perché si sente rinfacciare di essere da solo; l’altro, perché fare qualcosa è da sfigati ma a non fare nulla si corre il rischio che la suddetta metà esprima ogni sorta di rimostranza – delle quali, quella non verbale sarebbe sicuramente la più perniciosa.

L‘odiamato sanvalentino. Lo scriverei proprio così, tutto attaccato e con l’iniziale minuscola. Un po’ per spregio, un po’ perché è un’istituzione e, al contempo, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutta la comunità. O quasi.

Perché intanto, per riuscire a trovare un tavolo per due per stasera, ho dovuto telefonare a quattro pizzerie. Ed è vero che oggi è sabato, ma i tempi dal periodo della relativa febbre sono un po’ cambiati, no?

Ah. Mi viene il dubbio che, con il fatto che ho scritto di star cercando un tavolo per due, qualcuno potrebbe pensare che sono in procinto di uscire in dolce compagnia. Be’, sì. Esco con la mia amica Sole – che è di una dolcezza incantevole. Esco con una persona a cui voglio bene – e se ben ricordo le letture infantili delle striscie dei Peanuts la festività che ricorre il 14 febbraio serve a quello, a far sapere alle persone a cui vuoi bene che vuoi loro bene. Perché è scontato, ma sentirselo dire è tutt’altra cosa.

E io ho alcuni problemi a dire ti-voglio-bene anche alla mia amica Sole, figurarsi un po’.

Mentre Sole e io eravamo al telefono, questa mattina, mi è scappata la constatazione: “gli unici a essere davvero innamorati sono quelli non corrisposti”. E le mie stesse parole mi hanno profondamente immalinconito.

Però adesso va così. Va che sto lavorando, sto riguardandomi tutte le serie di Friends, sto leggendo un libro sull’asimmetria, sto iniziando a inscatolare cose per l’imminente trasloco.

E sento le emozioni molto lontane. Molto, molto lontane. Tanto lontane che non le “sento” neppure: sono un’entità astratta, qualcosa che so che dovrebbe esserci per sentito dire, per brandelli di memoria.

Quindi, se proprio oggi qualcosa è da festeggiare, vorrei che l’ospite d’onore fossero loro, le emozioni. Perché tornino presto da me.

Pertanto. Buon odiamato sanvalentino, in particolare a chi come me è alla ricerca – più o meno disperata – di qualcosa ancor prima che di qualcuno.

Un’atipica normalità

Allora: un paio di settimane fa un ragazzo mi ha invitata a uscire. E già questa cosa, di per sé, non capita di frequente.

Negli ultimi anni la mia vita infatti ha incrociato quella di persone di sesso maschile che una volta avrei definito strane: uomini incerti, uomini non particolarmente interessanti forse, uomini-non-uomini – o almeno non del tutto.  Molti di questi tizi hanno risvegliato in me sentimenti vagamente romantici: batticuori, nodi alla bocca dello stomaco, crisi di riso alternate a crisi di pianto, tuffi al cuore. Tutti, dal primo all’ultimo tizio, si sono guardati bene dal farmi alcun tipo di avance. Talmente tanto se ne sono guardati, e talmente tanto questa cosa li ha accomunati pur nelle loro indiscusse diversità, che da un certo punto in poi il fatto che un ragazzo sentimentalmente libero non potesse essere attratto da me è diventato semplicemente un dato di fatto.

D’accordo: non posso piacere a tutti. E in effetti piacere a tutti avrebbe qualche lato negativo, quale ad esempio il fatto di non poter più avere un amico uomo e, non da ultimo, non poter neanche più avere un’amica donna; quale donna, infatti, vorrebbe essere amica di una per cui tutti perdono la testa? Non piacere a tutti, con questa prospettiva, non soltanto non è un delitto, dunque, ma è un vero e proprio toccasana contro la solitudine affettiva.

D’altra parte, non è nemmeno possibile che io non piaccia proprio a nessuno. Sono fisicamente normale, ringraziando la sorte; due braccia, due gambe, due mani, due piedi, ma una sola bocca – anche se non faccio fatica a parlare per due, soprattutto quando bevo più di quanto la mia dietologa approverebbe. Fisicamente normale, pertanto, con qualche pregio e qualche difetto anch’essi del tutto normali. Potrei persino essere banale, nella mia normalità fisica, se non fosse che fortunatamente ho qualche particolare strano anch’io: più precisamente, ho un’orecchia più a sventola dell’altra.

E comunque. Orecchie a parte (anche perché ho astutamente adottato un taglio di capelli che me le nasconde),  statistica vorrebbe che una certa percentuale non troppo prossima allo zero della popolazione maschile eterosessuale mi trovasse  attraente. Lo vorrebbe la statistica, appunto.

Io invece no, a leggere quello che negli ultimi diciotto mesi ho scritto qui sembra proprio che non lo vorrei affatto.

Di conseguenza, quando una decina di giorni fa mi sono preparata per l’appuntamento al (semi)buio, ho scelto di vestirmi come se dovessi andare al lavoro una domenica pomeriggio – quando l’ufficio è chiuso e ci ritroviamo in tre, quattro disperati in ritardo sulla consegna di un progetto; mi sono lavata i capelli e li ho asciugati con dedizione, questo sì, però non mi sono truccata e ho indossato scarpe estranee al concetto di tacco; ho ricordato di spruzzarmi addosso un po’ di profumo, però dopo averli soppesati ho restituito al portagioie sul comodino gli orecchini luccicanti che mi sono regalata per Natale, ripiegando sulle solite perle della nonna.

Vorrei e non vorrei: dovessi definire il mio stile di seduzione per un test da settimanale (o mensile) femminile, il mio profilo potrebbe essere questo.

Vorrei essere attraente, ma non troppo – perché non si sa mai cosa può succedere ad attrarre gli altri, poi magari soffri tu o fai soffrire loro. E non si sa cosa sia peggio, delle due alternative.

Non vorrei essere attraente, però nemmeno talmente sciatta e trascurata da essere guardata con disgusto misto a compassione. Un minimo di amor proprio è riuscito strenuamente a difendere la propria posizione, abbarbicato su una punta di disistima di sé stranamente più bassa delle circostanti – dev’essere quella connessa ai capelli, di cui comunque continuo ad andare abbastanza orgogliosa, nonostante tutto.

E comunque. Sono uscita di casa come se dovessi incontrare un’amica per prendere il solito aperitivo quindicinale. Invece stavo andando verso un semi-appuntamento con un semi-sconosciuto di cui sapevo soltanto che lui sapeva che avrei indossato un cappotto nero, una borsa verde e un paio di occhiali.

Quando gli ho porto la  mano dicendogli “Ciao, io sono Odiamore!”, siamo scoppiati entrambi a ridere – e questa cosa mi è piaciuta un sacco.

Usciti dal cinema, questo ragazzo e io abbiamo continuato a parlare interrotti di continuo dalle risate di uno o dell’altra; siamo andati a cena e abbiamo mangiato interrotti più e più volte dalle domande dell’uno e dell’altra; usciti dal ristorante, infine, abbiamo passeggiato per più di un’ora – interrotti soltanto, questa volta, dai semafori rossi.

Ho trascorso una bellissima serata: ero tanto leggera, al ritorno a casa, che la notte ho sognato di volare come non mi succedeva dai tempi delle scuole elementari. E al risveglio avevo ancora un leggero intorpidimento alla mascella per il “troppo” ridere.

La mattina dopo, arrivata in ufficio, ho trovato un’email in cui mi questo ragazzo aveva scritto che si era divertito molto e che, quando sarebbe tornato a casa dopo una trasferta di qualche settimana, gli avrebbe fatto piacere rivedermi.

E dopo tutto quello che mi è successo negli ultimi diciotto mesi, questa cosa mi è sembrata talmente strana da essere quasi normale. O forse talmente normale da essere veramente strana.

Il tempo del corteggiamento

Mia nonna conobbe mio nonno quando aveva 14 anni e lui, diciottenne, frequentava il locale in cui faceva la cassiera. Si sposarono sei anni dopo e restarono insieme per tutta la vita (di lui, perlomeno). Non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia nonna quando esattamente si diedero il primo bacio, ma sono sicura che succedette all’incirca un anno prima del matrimonio, quando ebbe cioè inizio il fidanzamento ufficiale con tanto di anello.

Quando parlo con la gente del fatto che, in circa quaranta giorni, sono riuscita a strappare, a quest’uomo a cui mi ostino a non assegnare un nome, qualche lunga telefonata e tre appuntamenti, la suddetta gente mi guarda di traverso, scuote il capo distogliendo lo sguardo e assume poi un’espressione di circostanza. Dove la circostanza è lampante: “Povera scema: ecco che senza neanche rendersene conto si è calata nel ruolo dell’amica che si ritroverà a essere la spalla a cui appoggiarsi non appena lui troverà qualcuna che saprà calarsi nel ruolo di donna-che-si-fa-desiderare-com’è-giusto-che-sia; o anche, a seconda dei casi, ecco che si ritroverà a non essere più nulla non appena lui troverà qualcuno con cui farà qualcosa d’altro rispetto a parlare, parlare e parlare.”

I miei nonni si erano conosciuti e poi fidanzati durante gli anni del fascismo, in effetti. Forse non ha tanto senso fare un paragone. O sì?

Ma vorrei prima fare un passo un po’ indietro rispetto al presente – e un po’ avanti rispetto agli anni trenta.

Una volta conobbi un ragazzo che si chiamava Arcangelo e fu l’unica persona, in tutta la mia vita, a cercare di baciarmi senza che io avessi dato alcun segno di incoraggiamento. Al mio girare la testa dall’altra parte con aria imbarazzata lui rispose inviandomi il suo messaggio: “tu sei sempre stata abituata a essere corteggiata, vero?”

Vero. Anzi: verissimo. Peccato che, fino a quel momento, non ci avessi mai neppure pensato. Mi sono anche chiesta, a posteriori, se il mio provare interesse a partire dall’interesse dimostrato dall’altro non fosse altro che il segno di una scarsa autostima: come se non potessi neppure concepire di potermi invaghire di qualcuno senza che costui, per primo, mi avesse mostrato, con i suoi atteggiamenti corteggianti, una sorta di polizza assicurativa contro le delusioni e le illusioni.

E’ vero che, fortunatamente, rispetto ai tempi delle medie qualcosa ho imparato; all’epoca, infatti, il più chiaro sintomo di interesse da parte di un uomo si manifestava tramite l’ignoramento assoluto. Oggi, a trent’anni suonati, non è più così: l’ignoramento è un segno di disinteresse cortese ed educato e comunque, anche nel caso in cui non lo fosse, sarebbe comunque indice di un grado di maturazione affettiva non molto diverso da quello di un tredicenne. Quindi no, grazie.

Ma io non sono ignorata, in questa situazione. Piuttosto, non sono cercata quanto vorrei; non sono inseguita ai limiti della persecuzione; non sono omaggiata di regali, lettere, fiori, messaggi o quant’altro. A volte non mi si risponde, altre sì; e quando non c’è risposta irrompe il terrore, e quando c’è risposta subentra l’analisi dei segni di punteggiatura.

E’ quando c’è una piccola iniziativa, un semplice gesto spontaneo non sollecitato che il cuore mi si spalanca pur restando incapace di accogliere tutta la gioia che arriva.

Il fatto è che, quando lo racconto alla gente, nessuno si capacita della mia fiducia incrollabile dopo poco più di un mese in cui i contatti telefonici sono stati settimanali, quelli visivi sono stati men che quindicinali e quelli fisici non ci sono stati del tutto – a meno che conti qualcosa, in questo senso, l’avermi sfiorato la spalla quando mi aiutava a togliere il cappotto…

Però, insomma: sono trascorsi meno di due mesi da quando ci siamo rivisti per la prima volta dopo tanto tempo. Due mesi. Non due anni. I miei nonni hanno avuto sei anni per conoscersi, innamorarsi, e decidere di sposarsi.

Ed è vero che settant’anni fa le cose erano diverse, è vero che settant’anni fa la persona scelta era la persona che nel bene e nel male sarebbe stata vita natural durante. E’ vero questo ed è vero quello.

Eppure non riesco a non pensare che forse i film, la televisione, la letteratura e quant’altro, negli ultimi tempi, ci abbiano influenzato nel ritenere che, proprio perché c’è la possibilità di ottenere tutto e subito, se non lo si ottiene sia per forza un segnale negativo.

Come se il fatto di non saltarsi addosso famelici dopo il primo quarto d’ora del primo appuntamento dovesse implicare che non c’è interesse a farlo: se non è ora, significa mai.

Ma io non sono sicura di volermi conformare: è possibile che le cose importanti richiedano un minimo di sacrificio, un pizzico di frustrazione, una certa dose di pazienza e di impegno. E’ possibile che le cose importanti lo siano anche perché non sono capitate all’improvviso, ma sono state cercate con dedizione e sono state accettate gradualmente, contrastando le paure e le armature.

E’ possibile, non affermo che sia certo. Pur tuttavia, vorrei provare a crederci.

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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Dopo la scoperta dell’acqua calda…

… ecco la mia grande scoperta per quest’autunno 2008: le emozioni fanno male.

Già, le emozioni fanno proprio un male cane. Ed è per questo che nelle ultime settimane non ho scritto più: ero troppo occupata a cullare questo dolore, perché era da un tempo lunghissimo che non provavo più nulla di vagamente somigliante.

Ho accarezzato il nodo alla gola: quella subitanea chiusura della faringe (laringe? fa lo stesso) che ti fa temere di aver perso per sempre la capacità di respirare con regolarità.

Ho ascoltato lo stomaco chiudersi come se avessi ingoiato litri e litri di acido muriatico.

Ho contato le lacrime senza fare alcuno sforzo per fermarle, ma stupendomi quasi del fatto che, dopo tutto quello che ho pianto quest’estate, ci fossero ancora delle riserve così copiose.

Ho seguito con attenzione il cuore pompare sangue sempre più velocemente e poi rallentare all’improvviso.

L’abitudine alla corazza, quell’armatura – armatuta che ho portato addosso per mesi con una sorta di orgoglio mi aveva reso, o così credevo, del tutto invulnerabile. Ogni minuscola cicatrice andava a sommarsi alle preesistenti, ogni piccola insicurezza si depositava nel precipizio dell’autostima. Ed era più facile, rispetto a ora. Era infinitamente più facile sguazzare nel pantano dell’atarassia.

E poi. Poi ho iniziato ad agire. E a reagire.

Ma non sempre le cose vanno nel modo più lineare – anzi, raramente lo fanno; e stupida io a non ricordarmelo. E’ passato talmente tanto tempo da quando partecipavo ai giochi dei rapporti umani, tuttavia, che mi sento quasi di potermi perdonare; almeno un po’.

Cosicché a una cena non ne è seguita un’altra; una telefonata non è stata accompagnata da null’altro che la telefonata stessa. Eppure. Eppure, le emozioni fanno talmente tanto male che qualcosa di buono deve pure esserci.

Perché commetto gesti inconsulti, del tutto incoerenti e scoordinati tra loro. Perché sento non soltanto due, ma centinaia di voci che litigano insistentemente, con alcune, più evolutivamente adatte di altre, che riescono a trovare uno spiraglio per sussurrarmi la loro strategia. Perché ho la testa talmente piena di me, della mia ansia, della mia occasionale felicità, che non riesco a pensare a nient’altro.

Non so se il fatto di non riuscire più a scrivere post dotati di senso e soltanto relativamente egocentrati sia un male o un bene, pertanto. Non lo so proprio. Però so bene che qualcosa sta sotterraneamente strisciando, so che sono diventata vulnerabile e che questo, se non altro, mi rende più umana. Ci vorrà soltanto un altro po’ di pazienza.

La coppia intrecciata

Si fa sempre un gran parlare di una supposta persona giusta e, probabilmente, io stessa ho speso in proposito molte parole; potrei aver dato l’impressione che è quello ciò che sto aspettando.

Come se il mio stare ritirata dal mondo, come se il mio sguardo distaccato sulla vita, come se il fatto che l’ultima volta che ho avuto un incontro con un esponente del sesso opposto (eterosessuale e non inequivocabilmente mio amico) sia stato qualcosa come un secolo fa fossero tutti segnali del fatto che, nell’attesa di incontrare il Principe Azzurro, mi conservo e mi riserbo soltanto per lui.

Be’, no. Le cose non stanno così. O almeno, non proprio così.

In effetti, non credo che esista una fantomatica persona giusta, un’altra metà della mela; non credo che da qualche parte, nel mondo, mi media naranja – come dicono gli ispanici – stia soltanto aspettando di incrociare la mia strada. Non lo credo affatto.

Penso piuttosto che, a seconda dei momenti della vita, ci siano diverse persone con le quali potenzialmente si potrebbe costruire un rapporto soddisfacente.

Mi sento di affermare che sinora, nel corso della mia esistenza non lunghissima ma neppure troppo breve, sono stata (quasi) sempre con persone giuste. Persone che, in quel momento, erano proprio ciò di cui avevo bisogno, ciò che volevo e ciò che poteva appagarmi – magari anche in senso distruttivo, perché no.

Come se ci fossero persone giuste per ogni fase della vita – almeno finché non si sceglie più o meno consapevolmente di impegnarsi perché la persona giusta del momento lo sia anche per tutto il resto della propria vita. Perché a un certo momento bisogna scegliere e impegnarsi, questo sì.

Sono dell’idea che i rapporti sentimentali siano come una treccia: ci sono io e c’è l’altro, e finché non vi è un terzo elemento a unirci siamo due individui, indivisibili di nome e di fatto. E, in quanto indivisibili, separati senza possibilità di un vero incontro. Finché non subentra questo terzo elemento.

Affetto, amore, complicità – lo si chiami come si vuole. Io, personalmente, non sono ancora riuscita a trovare un nome soddisfacente; ma il nome conta relativamente poco: ciò che importa è che è questo terzo elemento a tenere unite le persone.

E chiunque abbia provato a fare una treccia con soltanto due pezzi di corda (o di capelli, per le femminucce o i signorini che, almeno una volta, hanno deciso di farsi chiamare capelloni dalle rispettive nonne) sa di cosa sto parlando: è un’impresa improba e, soprattutto, l’intreccio ha vita decisamente breve. Una treccia, per essere bella e duratura, deve essere fatta di tre elementi: io, tu e quella cosa che ci tiene uniti.

In fisica, e più precisamente in quella branca della fisica che studia il microcosmo delle particelle elementari (e delle particelle non elementari ma comunque più piccole di quanto la nostra immaginazione sia in grado di arrivare – non voglio essere pignola, per questa volta) che prende il nome di meccanica quantistica, esiste una proprietà che rimanda a un concetto stupendamente adeguato al contesto: l’entanglement.

L’entanglement, termine che può essere reso in italiano con – per l’appunto – accoppiamento intrecciato, si riferisce a due particelle che sono qualcosa in più che indissolubilmente legate tra loro. Tipicamente, tali particelle sono prodotte insieme in conseguenza al decadimento di una particella di partenza; dopo la loro “nascita”, tali particelle tipicamente procedono lungo direzioni opposte per non incontrarsi mai più. Eppure, in linea di principio, se un milione di anni dopo il loro distacco arrivo io e misuro una proprietà della particella che si è diretta a destra, è inevitabile che, noto il risultato della misura su questa particella, io venga a conoscenza anche del valore che quella stessa proprietà ha per l’altra particella – quella che un milione di anni prima se ne è andata a sinistra per la sua strada. C’è una cosa che le tiene unite. E fa sì che non siano soltanto due particelle raminghe che vagolano qua e là per il cosmo sconfinato, ma i due elementi che, grazie a questa terza cosa, sono in grado di formare una treccia.

Affascinante, vero? Be’, io lo trovo molto affascinante – soprattutto considerando tutti i mesi che ho impiegato per appropriarmi davvero del concetto. Se qualcuno fosse tentato di approfondire mi scriva un’email che lo sommergo di parole e di bibliografia 😉

E comunque. Già Platone, nel Simposio, sosteneva – con il mito delle due metà narrato da Aristofane – che uomini e donne non fossero altro che due “prodotti” del decadimento (forzato dall’invidioso Zeus) di un essere primigenio perfetto. Non è che stia dicendo niente di nuovo, dunque. Questa è un po’ la teoria dell’altra metà della mela – nella quale ho già affermato di non credere. Quindi non posso smentirmi proprio ora. O forse sì?

Sicuramente, nel caso dell’entanglement, conta la condizione che entrambe le particelle, nel loro vagolare per il cosmo, non siano mai state sottoposte ad alcuna forza esterna che ne alteri lo stato. Un po’ come un compagno di banco antipatico che, a forza di tirare la treccia, finisce per disfarla.

Ci vuole un accoppiamento intrecciato particolarmente resistente, o comunque impermeabile a tutta una serie di forze esterne. Quali siano esattamente queste forze esterne… Ehm.

E comunque, intanto che cerco di chiarirmi ancora di più le idee in proposito, potrei mettere un annuncio da qualche parte: cercasi uomo desideroso di costruire con me uno stato di accoppiamento intrecciato.

Ha un suo appeal, no?

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