Archive for the 'Alibi Musicali' Category

Un Genio geniale

Sarà che di questi tempi qualsiasi cosa mi faccia sorridere è vivamente apprezzata, ma questo video (testo della canzone + immagini, nel complesso) di un duo chiamato “il Genio” (qui la pagina su myspace) io lo trovo davvero, per certi aspetti, assolutamente geniale:

Lei assomiglia vagamente a Winona Ryder, lui… non saprei, ma l’espressione caricatissima da pesce lesso è assolutamente impagabile. Potrei affermare che lui ricorda le centinaia di migliaia di persone che, nella mia vita, ho incontrato per strada, sul tram, in metropolitana, in coda al supermercato eccetera eccetera. Sono entrambi strepitosi, a modo loro.

Il titolo è “Pop porno“, e da una breve ricerca su Google ho visto che hanno già fatto il giro del web, e ritorno.

Ma per quanti fossero appena tornati dalle vacanze e se lo fossero fatti sfuggire…

Come scrive Mitì, il 1 settembre – ossia tra poche ore – scatta il vero Capodanno: il momento in cui si fanno i conti con l’estate che scivola via e un autunno che si prospetta denso di lavoro o studio, ricco di incoraggiamenti a iniziare corsi su corsi (dal taglia-e-cuci alla progettazione di stazioni spaziali), lastricato di novità auspicatamente positive.

E io vorrei festeggiare il mio vero Capodanno iscrivendomi a un corso di canto (lo scrivo così mi sento impegnata a farlo davvero, almeno un po’), anche per potermi regalare a volte un paio di minuti da sola o in compagnia intonando:

“Tu sei cattivo con me
perché ti svegli alle tre
per guardare quei film
un po’ porno

Tu sei cattivo con me
perché mi guardi come se
io fossi un’attrice
porno

Porno Pop Porno Pop Porno
Pop Porno Porno Porno

[…]

Ma quando viene sera
tu mi parli d’amore
e guardandomi negli occhi
mi fai sentire davvero
una donna un po’ porno”

Perché mi fa ridere e mi fa riflettere, mi mette allegria senza farmi sentire (troppo) stupida.

E magari è pure di buon augurio, chissà 😉

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La solitudine sentimentale

Premetto che non farò riferimento alcuno alla canzone di Laura Pausini – sospendo il giudizio, al proposito, anche se come tante altre cose non posso negare che abbia fatto parte, volente o nolente, della colonna sonora della mia adolescenza.

Il fatto è che è proprio di quello che ho intenzione di scrivere: della solitudine. Anzi, di un tipo particolare di solitudine, che non saprei come definire se non come solitudine sentimentale.

Venerdì pomeriggio, in ufficio, stavo vivendo uno di quei momenti creativi che rendono il mio lavoro degno di portarmi via un tempo eccessivo per uno stipendio che mi sta facendo arrossare il conto in banca e che si è soliti chiamare brainstorming, quando sono stata contattata via Skype da uno sconosciutissimo Valerio.

Io utilizzo molto Skype per lavoro: ciò significa che compaio con il mio Nome e Cognome e ho una foto a figura intera con tanto di cappotto in cui sullo sfondo compare il Colosseo – e a cui tengo tantissimo perché mi ricorda un momento molto felice della mia vita. Niente di particolarmente ammiccante, quindi.

Le rare volte in cui ricevo un tentativo di contatto da sconosciuti mi limito a bloccarne la richiesta. In quel caso, però, davanti al mio computer c’era il mio collega Fotografo (perché è lui che mi ha fatto la foto di cui parlavo), il quale non soltanto ha accettato la richiesta ma ha iniziato a conversare con il suddetto Valerio. Fingendosi me, ça va sans dire.

Ora. E’ un periodo, questo, in cui la solitudine è la condizione che preferisco. Sono una persona molto socievole e, in genere, e una grande amante della socialità; una persona alla quale non mancano le occasioni per uscire e che anzi spesso si trova a dover scegliere tra più alternative. Da qualche settimana, invece, il mio telefono non squilla quasi mai in orario preserale e la cosa mi rende estremamente felice; almeno non mi trovo più, come qualche tempo fa, a dover inventare scuse improbabili per giustificare il mio continuo diniego a mettere il naso fuori dalla porta di casa.

Ormai mi telefonano soltanto più Candi (che soffre di periodici attacchi di misantropia ed esce soltanto con il proprio fidanzato), Scassaritratti (che vive in un’altra città) e Sole e Andrea (che vivono in un’altra nazione). Gli altri hanno avuto il buon gusto di desistere o di chiamarmi la sera alle dieci, quando sanno di trovarmi già in tenuta da notte (ché a scrivere pigiama passo da sfigata, invece così può restare il dubbio che sia languidamente avvolta da una vestaglia di seta e sorseggi champagne).

Per riassumere, dopo una giornata passata in un ufficio con decine di persone intorno e stimoli comunicativi di ogni genere, trascorro la maggior parte delle mie serate da sola leggendo o guardando film; se proprio ho voglia di parlare con qualcuno, in fondo, c’è sempre il telefono.

E sono – per adesso – estremamente soddisfatta della situazione; altrimenti farei qualcosa per cambiarla, no?

Dopotutto, nel corso degli ultimi quindici anni – e mi fa un grande effetto scriverlo, ma è proprio così – non ho mai saltato né un venerdì né un sabato sera se non per gravi motivi di salute (come per le assenze a scuola); per non parlare degli anni dell’università, in cui era un continuo litigio con i miei genitori perché erano più le serate che trascorrevo fuori di quelle passate all’interno delle mura di casa. Una volta, addirittura, mia madre se ne è venuta fuori nel bel mezzo di una furiosa litigata con la mitica frase “Questa casa non è un albergo!“; tempo tre secondi e, vista la mia espressione a metà tra lo sconcertato e l’esilarato, è scoppiata a ridere come una matta.

E, sempre nel corso degli ultimi quindici anni, non sono passati mai più di quaranta, cinquanta giorni senza che uscissi con un ragazzo in maniera più o meno seria e continuativa. Ciò considerato (e dalla sottoscritta assaporato in tutta la sua portata), forse risulta più chiaro perché abbia faticato tanto per liberarmi delle frequentazioni superflue, tenendo care soltanto le persone che davvero lo sono.

Tutto questo per sottolineare che la solitudine la conosco; la conosco molto bene e ne sto esplorando sfumature e sfaccettature.

Immagino, tornando al discorso iniziale, che un Valerio che il venerdì pomeriggio si mette in cerca di ragazze con cui dialogare via Skype sia una persona che si sente sola. Magari mi sbaglio e non lo è; magari è sposato, magari è pieno zeppo di amici e ha una vita sociale estremamente appagante. Sembrava un tipo simpatico, dopotutto, ed era anche piuttosto cortese – il che di questi tempi è una dote estremamente apprezzabile.

Pur tuttavia, almeno un po’ solo si sarà dovuto sentire, sant’uomo, se è stato per quaranta minuti a digitare sulla tastiera di un computer frasi che tra l’altro, a leggerne l’ortografia, doveva anche costargli una certa fatica comporre con la rapidità richiesta dal contesto. Sentimentalmente solo, se non altro.

Lo ammetto: essendo cresciuta a pane e Jane Austen, non sono particolarmente rappresentativa del campione “giovani sui trent’anni che cercano di fare nuovi incontri via internet”. La penso, al proposito, un po’ come Sherry Turkle, che nel suo The Second Self scriveva:

“Come Narciso e il suo riflesso, le persone che lavorano con i computer possono facilmente innamorarsi di mondi che loro stessi hanno costruito o, anche, di proprie azioni compiute in mondi che altri hanno creato per loro.”

Chissà cosa cercava, Valerio. Chissà di quali altri metodi dispone, oltre a Skype, per provare a riempire il suo baratro sentimentale.

Forse ha ragione il collega Fotografo, che mi incitava tra le risate a suon di “Dai, fallo anche tu, scrivigli, controbatti, dai corpo alla sua fantasia!” Non ci sarebbe niente di male, in fondo, a creare per uno sconosciuto un mondo nel quale si possa sentire desiderabile e desiderato.

O forse sì? Forse c’è qualcosa di male, o comunque di sbagliato, di storto, di estremamente fastidioso nell’accorgersi che chissà quante persone, proprio in questo momento, stanno cercando del tutto alla cieca qualcuno del sesso opposto (o medesimo, a seconda dei gusti) che creino per loro mondi in cui si possano specchiare e rimirare compiaciuti; mentre in un qualsiasi luogo pubblico mai nessun ragazzo mi avvicinerebbe anche soltanto per dirmi “bah”.

E questo non perché io soffra di qualche strana deformità fisica che mi rende ripugnante agli occhi dei più: statisticamente, credo di poter risultare anche soltanto vagamente attraente almeno per una persona su cento. Oddio, cosa ho scritto? Sarò punita per la mia ὐβρις (grazie 🙂 ), la mia tracotanza.

E comunque. Fossi anche, facendo sfoggio di maggior modestia, vagamente attraente per una persona su mille, vigessero per strada le stesse regole che valgono in rete, almeno una volta al mese¹ qualcuno dovrebbe fermarmi per dirmi “Ehi, ciao, hai voglia di parlare un po’ con me?”. Invece non succede mai. I commenti di muratori / manovali et similia non contano, anche se sto notando che negli ultimi anni anche loro sono molto meno attivi in quel senso.

Non che lo voglia, anzi; ho già scritto che di questi tempi raggiungo la serenità completa soltanto quando avvolta nel mio bozzolo di 30 metri quadri che tutti si ostinano a chiamare “casa”.

Semplicemente, mi chiedo perché chi sente il bisogno di un contatto anche soltanto verbale con altri esseri umani, al contrario di me che alla solitudine anelo, se ne stia rintanato davanti a uno schermo invece di scendere in strada e cominciare a guardare in faccia chi gli passa accanto.

Chissà, Valerio: forse varrebbe la pena provare.

Sempre meglio che trascorrere quaranta minuti a conversare con un uomo alto quasi due metri credendo sia una ragazza con il cappotto grigio il cui viso appena si intravede contro lo sfondo del Colosseo. Almeno credo.

1. Nell’ipotesi, del tutto ragionevole, che ogni giorno incontri per strada una trentina di sconosciuti del sesso opposto, ogni mese “incontro” circa 1000 persone nuove. Ho fatto un’ipotesi ulteriore, forse non condivisibile da tutti: che ogni persona che mi trova vagamente attraente decida di farmelo sapere e di “farsi avanti”. Ma ho come l’impressione che in rete succeda proprio questo.

Nomen omen

Le citazioni latine vanno bene praticamente per tutte le occasioni. Anche se il latino, in realtà, non l’hai mai studiato – oppure lo hai studiato per sette anni sudando le proverbiali sette camicie e, ciononostante, una mattina di gennaio ti trovi nella biblioteca Piccolomini del Duomo di Siena e stordita dalla meraviglia in cui sei immersa ti chiedi perché mai il Pinturicchio l’abbia dovuta scrivere proprio in latino, la storia di Papa Pio II rappresentata nei suoi affreschi, se nel ‘500 l’italiano era già lingua autonoma e ampiamente diffusa.

Tempo fa ho regalato a mia madre un grazioso libretto intitolato La saggezza degli antichi: lei ne è stata talmente entusiasta che l’ha perso nel giro di una settimana. E non sono sarcastica: era davvero così contenta di poter finalmente insultare la gente dicendo “perle ai porci” in greco antico che la sua connaturata bontà le ha impedito di avere il libro tra le mani per il tempo sufficiente a imparare a memoria tutta la frase.

Nomen omen è, tra le pochissime frasi fatte latine che ricordo a memoria, tra le mie preferite; di quelle in greco nemmeno a parlarne, se mi ricordo l’alfabeto è soltanto perché in fisica e in matematica si ha bisogno di talmente tante lettere per etichettare le grandezze che nemmeno il greco basta, a volte, e si deve ricorrere a lingue ancora meno note in Italia come ad esempio l’ebraico.

Nella top ten delle citazioni (più che altro una top five, se devo proporzionare la classifica al numero complessivo) ci sono anche homo homini lupus e mutatis mutandis – quest’ultima perché mia nonna, quand’ero bambina, la usava per insegnarmi che la biancheria intima va cambiata tutti i giorni. Non scherzo. Nonna a parte, anche la solita, affidabile alea iacta est non è malaccio, se devo proprio dirla tutta.

Nomen significa nome; e fin qui ci era facile. Omen, invece, significa presagio. Pertanto: un nome, un presagio.

E tutta questa saggezza compressa in nove lettere più uno spazio mi porta a pensare due cose.

In primo luogo, che ha ragione chi dà ai titoli l’importanza che meritano. Perché è vero che, come scriveva Fleur Jaeggy, “non basta dimenticare un nome per dimenticare l’essere”; e per certi versi posso addirittura essere d’accordo con chi, un po’ di tempo prima scriveva in un sonetto che “that which we call a rose, by any other name would smell as sweet” (“ciò a cui diamo il nome di rosa avrebbe lo stesso dolce profumo con qualsiasi altro nome”, più o meno – sto citando Shakespeare, non pretendo mica di tradurlo correttamente!).

Eppure un titolo, forse ancora più di un nome anche grazie alla sua maggiore estensione nello spazio, racchiude in sé l’essenza di ciò che verrà.

Facciamo alcuni esempi.

C’è un quadro di Magritte che non posso guardare senza provare un profondissimo senso di repulsione – e l’aggettivo superlativo non è stato messo lì a casaccio: il senso di repulsione è talmente profondo che, non tanti anni fa, mi ha portato a spendere un terzo di stipendio per sviscerarlo in tutte le sue sfumature più recondite con quello che era il mio psicologo. Più di tre ore (escluse quelle poi trascorse in solitudine, che si pagano con una moneta diversa dal denaro) per cercare di capire come mai la rappresentazione su tela del contorno di un volto di donna con, al posto dei lineamenti del viso, gli attributi del suo busto e del basso ventre mi provocassero un tale sconvolgimento interiore. Il segreto è nel titolo: l’avevo letto la prima volta in cui l’immagine mi era capitata sotto gli occhi e mi aveva talmente tanto scossa da “costringermi” a cancellarlo dalla memoria – azione che, purtroppo o per fortuna, non ero riuscita a ripetere con la declinazione del concetto in chiave figurativa. Il titolo di quel quadro è Le viole, ossia Lo stupro – e vi chiedo scusa se non metto il link ma nonostante tutto ancora non riesco a guardarlo senza esserne turbata. Se vi interessa vedere l’immagine, sono sicura che potrete trovarla autonomamente.

Giusto perché siamo in tema e alcune coincidenze vanno perlomeno citate: la canzone che sto ascoltando adesso è di Tori Amos e si intitola Me and a gun. Non lascia presagire (per l’appunto) nulla di buono, vero? Infatti descrive, con parole così toccanti da non aver bisogno di essere accompagnate dalla musica, il giorno in cui la cantante fu violentata da un suo cosiddetto fan.

Avevo iniziato dichiarando che l’accostamento Nomen omen mi fa pensare due cose. La seconda idea, tuttavia, si sarebbe concretizzata uno sproloquio sul significato del nick che ho scelto, dal momento che in questi ultimi giorni me l’hanno chiesto in tanti. La domanda ha un senso, per carità; “What’s in a name?”, per l’appunto, era proprio la frase d’attacco del sonetto citato poc’anzi.

Poi però mi sono ricordata che ne ho già scritto e che in realtà mi piacerebbe piuttosto rivolgere la stessa domanda a chi passa di qua; se mi si perdona la blasfemia: “What’s in a nickname?

Una scusa per rompere il ghiaccio e commentare per la prima volta, magari. Ma magari anche no 🙂

Carta d’identità musicale

Post scritto da lamponcina

Parto dal post di Suzukimaruti per riproporre questo simpatico giochetto che ho impiegato tipo 2 ore a finire..
Il fatto è che inizi tanto per, e poi ti ritrovi a pensare a tutte le canzoni che hai ascoltato per cercare di piazzarle in una delle categorie…

Ecco qui il mio sudato risultato… 🙂

IL PRIMO DISCO ACQUISTATO
33 giri “Lio” di Wanda Maria Ribeiro Furtado Tavares de Vasconcelos, alias Lio

L’ULTIMO ASCOLTATO
Unkle -War Stories

LA TUA COPERTINA PREFERITA
The cosmic game – Thievery Corporation

IL PEGGIOR CANTANTE DI TUTTI I TEMPI
Povia o Dj Francesco?

IL PEGGIOR GRUPPO DI TUTTI I TEMPI
Mr. Big

IL MIGLIOR CANTANTE DI SEMPRE
Marvin Gaye

LA MIGLIORE CANTANTE DI SEMPRE
Janis Joplin

MIGLIOR GRUPPO DI SEMPRE
Bob Marley and the wailers

LA CANZONE CHE VORRESTI FOSSE STATA SCRITTA PER TE Aint’ no sunshine when she’s gone di Bill Withers
Don’t explain di Billie Holiday

LA CANZONE CHE TI FA VENIRE IN MENTE L’INFANZIA
La canzone di Marinella di De Andrè
Il Bolero di Ravel

LA CANZONE CHE RIASSUME LA TUA ADOLESCENZA
Smell like teen spirits – Nirvana

LA CANZONE CON CUI VORRESTI ADDORMENTARTI
Ainda – Madredeus

LA CANZONE CHE VORRESTI PER UN TRAMONTO
The sea – Morcheeba

LA CANZONE PIU’ BRUTTA DI TUTTI I TEMPI
Quando i bambini fanno ooh

LA CANZONE CHE NON VORRESTI SENTIRE MAI PIU’
Quando i bambini fanno ooh

LA CANZONE CHE TI TRASMETTE OTTIMISMO
Sénégal Fastfood di Amadou e Mariam –
Ombre elle degli Gnawa Diffusion,
Sunday Morning dei Velvet Underground

LA CANZONE CHE VORRESTI AL TUO MATRIMONIO
Sunday Morning dei Velvet Underground

LA CANZONE CHE VORRESTI AL TUO FUNERALE
Angel – Massive Attack

LA CANZONE CHE DESCRIVE UN MOMENTO DELLA TUA VITA
Glory Box, Portishead

LA CANZONE CHE PIU’ TI PIACE NELLA COLLEZIONE DEI TUOI GENITORI
Tutto George Brassen

CANZONE CHE PIACE AI TUOI GENITORI DELLA TUA COLLEZIONE
Yann Tiersen

LA CANZONE CHE TI FA VENIRE IN MENTE LA TUA PRIMA COTTA
Glory Box – Portishead

LA CANZONE CHE NON CONOSCERESTI SE NON FOSSE PER UN AMICO
Good Bye Sweet Pops di Archie Shepp

LA CANZONE CHE TI FA PENSARE AL SESSO
Protection e Karmakoma dei Massive Attack

LA CANZONE CHE TI FA PENSARE ALLA SOLITUDINE
Ne me quitte pas di Brel.

LA CANZONE PIU’ TRISTE
Ne me quitte pas di Brel.

LA CANZONE PER QUANDO SEI INCAZZATO
Hedonism (Just Because You Feel Good) degli Skunk Anansie,
Io sto bene, dei CCCP

LA CANZONE CON IL MIGLIORE INIZIO
Aquarius, colonna sonora del musical Hair

LA CANZONE CON IL MIGLIOR FINALE
Anna di Lucio Battisti

LA CANZONE DA ASCOLTARE CON GLI AMICI
Jammin’ di Bob Marley

LA CANZONE DA CANTARE SOTTO LA DOCCIA
Satellite of love, Lou Reed, chiaramente urlata e avendo cura di cantare anche i pezzi strumentali…”pom pom pom”

LA CANZONE CHE TI FA VENIRE VOGLIA DI BALLARE
Innocence e Space Intrudres di Bjork

LA CANZONE CON IL TESTO PIU’ ORIGINALE
—vuoto totale —mi verrà in mente a un certo punto!

LA CANZONE CHE E’ UN’OTTIMA COVER
Rock El Casbah di Rachid Taha
Tutto Radio Dread degli Easy Star All-Stars

LA CANZONE SU CUI FARE L’AMORE
Karmakoma dei Massive Attack

LA CANZONE PIU’ NOSTALGICA
Infedelity degli Skunk Anansie

LA CANZONE COL TITOLO PIU’ BELLO
Amarti m’affatica – CCCP

LA CANZONE DA SAPERE A MEMORIA
Our House, Crosby, Stills, Nash and Young

LE CANZONI SU UN VERO AMORE
Annarella dei CCCP
By your side di Sade

LA CANZONE STORICA PER ECCELLENZA
La Marsigliese…

LA CANZONE CHE TI E’ STATA DEDICATA
She really got me 🙂

LA CANZONE PIU’ INQUIETANTE
Aphex Twin

LA CANZONE CHE ASCOLTERESTI NELLO SPAZIO MENTRE SI ROMPE IL CORDONE CHE TI LEGA ALLA NAVICELLA

Bachelorette di Bjork
Gabriel dei Lamb
Satellite of love, Lou Reed ( ma la cover nella colonna sonora di The Million Dollar Hotel)

LA CANZONE CHE PRIMA ODIAVI MA ADESSO AMI
Nuntereggaepiù di Rino Gaetano

LA CANZONE CHE PIU’ TI ESTRANIA DALLA REALTA’
Angel e Karmakoma dei Massive Attack…me ne sono accorta dopo che è la stessa canzone che mi fa venire in mente il sesso (!?!)
John Surman, il brano che c’è anche nella colonna sonora di Respiro di Crialese, di cui non mi ricordo assolutamente il titolo.

LA CANZONE DA ASCOLTARE MENTRE GUIDI
non guido!! però la volta che mi deciderò ascolterò Summer in the City di Quincy Jones

LA CANZONE CHE TI FA PIU’ PAURA DEL BUIO
Aphex Twin

IL MIGLIOR DUETTO
P.J. Harvey con Tom York – This Mess We’re In

E SE FOSSE UN TERZETTO?
io!! …o Patty Smith?

LA CANZONE DA DEDICARE A CHI NON LA PENSA COME TE MUSICALMENTE
Sunday Morning dei Velvet Underground!!

Cosa dovrei fare?

Oddio, una sfida! Numero 6 é “sicuro” che la canzone “What’s a girl to do?” mi fornirà materiale per un post.

Ho guardato il video e mi sono religiosamente andata a leggere il testo – nonostante tutti i soldi che i miei genitori hanno speso per mandarmi a fare vacanze studio in paesi anglosassoni, e nonostante il fatto che utilizzi quotidianamente l’inglese per lavoro, ancora non riesco a capire un accidenti dei testi delle canzoni.

Risultato di tutta questa fervente attività: una tristezza inconsolabile. E un altro alibi musicale da tenere nel cassetto per la prossima occasione, sperando che non debba mai presentarsi ma sapendo che in qualche modo è inevitabile; sperando che la prossima volta sia “quella buona” ma confidando nel fatto che, a volte, gli alibi musicali fanno bene al cuore quasi quanto la panna montata mangiata a ditate insieme a una compagna di liceo.

Nonostante i coniglioni in bicicletta che compaiono nel video, e nonostante il fatto che oggi sembra che abbia una predilezione per le proposizioni concessive :-), le Bat For Lashes si chiedono cosa dovrebbe fare una ragazza quando capisce che l’amore è finito. Over. Terminé. Geendet.

Non posso che struggermi ancora un po’, perché in realtà la domanda non ha risposta – o, almeno, io ancora non l’ho trovata. La fine dell’amore è un lutto vero e proprio, e come tale va trattato, come tale va considerato e rispettato. In attesa di quella che Lucìa Etxebarrìa, in un libro che non potevo non aver letto (di cui esiste anche la versione italiana, credo di Guanda), definisce una delle innumerevoli resurrecciones emocionales a cui andiamo incontro nel corso della nostra esistenza.

E non posso che concludere con una nota di speranza:

l’ammetto!… per non avere più alibi musicali

Post scritto da awhile

ho pianto molto. questo agosto. per un storia finita 6 mesi prima.
ho pianto molto. quando nella macchina andavo a prendere il fidanzato qualsiasi.
ho pianto molto. e sappiatelo. non lo avrei mai detto.
ho pianto molto. e ancora di più quando nella macchina alla radio davano Mister Ferro con “Ero contentissimo”.

a risentirla piango ancora.

ps.
piango molto anche per una più nobile replay di s. bersani senza pensare a nessuno ma per quelle note che mi toccano corde profonde.

io l’ho ammesso e ulteriori alibi cadranno.
a voi ora la sfida, miei fidi piagnoni!

ALIBI MUSICALI

Post scritto da lamponcina

Eh si perché ci sono quelle canzoni che ti fanno inaspettatamente scoppiare in lacrime.
E magari tu sei in una situazione tranquilla con gli amici al bar che bevi un caffé, e alla radio parte una canzone e tu senti un calore partire alla nuca e inesorabilmente salire agli occhi che si inumidiscono. I tuoi amici ti guardano e ti chiedono cosa succede.

Tu hai un attimo di esitazione e balbettando dici…”è l’allergia”. Nel migliore dei casi i tuoi amici ti fanno notare che tu non sei mai stato allergico a nulla, oppure che è inverno e non ci sono pollini in giro.

Può essere imbarazzante scoppiare a piangere sentendo una canzone che dice “ Dimmi tre parole: sole, cuore e amore”, ma, si sa, può succedere.

Si chiama “potere evocativo” della musica.
Agisce sulla memoria, e tira fuori emozioni che si pensava fossero ormai sepolte nel passato, o per lo meno elaborate e superate. Le note evocano ricordi o momenti vissuti ed è in realtà il rivivere gli stati d’animo di quei momenti che provoca il tracollo emotivo.

In questi casi, l’alibi musicale che può salvare dalle imbarazzanti spiegazioni del tipo “allergia” e/o affini, è l’affermare con una certa disinvoltura che:

“le-note-hanno-agito-su-una-parte-della-memoria-legata-a -momenti-personali-ad-alto-impatto-emotivo.”

Per inciso, la mia canzone della vergogna, alla quale sono peraltro molto affezionata ormai, è Crazy di Patsy Cline, una cantante americana di musica country, legata ad un momento di grande confusione e grandi emozioni della mia vita.

Mi sono ritrovata anni dopo a guardare alla televisione un film sulla vita della cantante (eh si…) con una bottiglia di birra in una mano e un pacco di kleenex nell’altra.
Poi per culo, o per esperienza, chi lo sa, ho imparato a non ascoltare più canzoni tragicamente patetiche in momenti “ad-alto- impatto-emotivo”.

Ma chi di voi non ha una canzone della vergogna da confessare? Un alibi musicale dietro cui nascondere le proprie emozioni?


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