Archive for the 'alchimia' Category

Un’atipica normalità

Allora: un paio di settimane fa un ragazzo mi ha invitata a uscire. E già questa cosa, di per sé, non capita di frequente.

Negli ultimi anni la mia vita infatti ha incrociato quella di persone di sesso maschile che una volta avrei definito strane: uomini incerti, uomini non particolarmente interessanti forse, uomini-non-uomini – o almeno non del tutto.  Molti di questi tizi hanno risvegliato in me sentimenti vagamente romantici: batticuori, nodi alla bocca dello stomaco, crisi di riso alternate a crisi di pianto, tuffi al cuore. Tutti, dal primo all’ultimo tizio, si sono guardati bene dal farmi alcun tipo di avance. Talmente tanto se ne sono guardati, e talmente tanto questa cosa li ha accomunati pur nelle loro indiscusse diversità, che da un certo punto in poi il fatto che un ragazzo sentimentalmente libero non potesse essere attratto da me è diventato semplicemente un dato di fatto.

D’accordo: non posso piacere a tutti. E in effetti piacere a tutti avrebbe qualche lato negativo, quale ad esempio il fatto di non poter più avere un amico uomo e, non da ultimo, non poter neanche più avere un’amica donna; quale donna, infatti, vorrebbe essere amica di una per cui tutti perdono la testa? Non piacere a tutti, con questa prospettiva, non soltanto non è un delitto, dunque, ma è un vero e proprio toccasana contro la solitudine affettiva.

D’altra parte, non è nemmeno possibile che io non piaccia proprio a nessuno. Sono fisicamente normale, ringraziando la sorte; due braccia, due gambe, due mani, due piedi, ma una sola bocca – anche se non faccio fatica a parlare per due, soprattutto quando bevo più di quanto la mia dietologa approverebbe. Fisicamente normale, pertanto, con qualche pregio e qualche difetto anch’essi del tutto normali. Potrei persino essere banale, nella mia normalità fisica, se non fosse che fortunatamente ho qualche particolare strano anch’io: più precisamente, ho un’orecchia più a sventola dell’altra.

E comunque. Orecchie a parte (anche perché ho astutamente adottato un taglio di capelli che me le nasconde),  statistica vorrebbe che una certa percentuale non troppo prossima allo zero della popolazione maschile eterosessuale mi trovasse  attraente. Lo vorrebbe la statistica, appunto.

Io invece no, a leggere quello che negli ultimi diciotto mesi ho scritto qui sembra proprio che non lo vorrei affatto.

Di conseguenza, quando una decina di giorni fa mi sono preparata per l’appuntamento al (semi)buio, ho scelto di vestirmi come se dovessi andare al lavoro una domenica pomeriggio – quando l’ufficio è chiuso e ci ritroviamo in tre, quattro disperati in ritardo sulla consegna di un progetto; mi sono lavata i capelli e li ho asciugati con dedizione, questo sì, però non mi sono truccata e ho indossato scarpe estranee al concetto di tacco; ho ricordato di spruzzarmi addosso un po’ di profumo, però dopo averli soppesati ho restituito al portagioie sul comodino gli orecchini luccicanti che mi sono regalata per Natale, ripiegando sulle solite perle della nonna.

Vorrei e non vorrei: dovessi definire il mio stile di seduzione per un test da settimanale (o mensile) femminile, il mio profilo potrebbe essere questo.

Vorrei essere attraente, ma non troppo – perché non si sa mai cosa può succedere ad attrarre gli altri, poi magari soffri tu o fai soffrire loro. E non si sa cosa sia peggio, delle due alternative.

Non vorrei essere attraente, però nemmeno talmente sciatta e trascurata da essere guardata con disgusto misto a compassione. Un minimo di amor proprio è riuscito strenuamente a difendere la propria posizione, abbarbicato su una punta di disistima di sé stranamente più bassa delle circostanti – dev’essere quella connessa ai capelli, di cui comunque continuo ad andare abbastanza orgogliosa, nonostante tutto.

E comunque. Sono uscita di casa come se dovessi incontrare un’amica per prendere il solito aperitivo quindicinale. Invece stavo andando verso un semi-appuntamento con un semi-sconosciuto di cui sapevo soltanto che lui sapeva che avrei indossato un cappotto nero, una borsa verde e un paio di occhiali.

Quando gli ho porto la  mano dicendogli “Ciao, io sono Odiamore!”, siamo scoppiati entrambi a ridere – e questa cosa mi è piaciuta un sacco.

Usciti dal cinema, questo ragazzo e io abbiamo continuato a parlare interrotti di continuo dalle risate di uno o dell’altra; siamo andati a cena e abbiamo mangiato interrotti più e più volte dalle domande dell’uno e dell’altra; usciti dal ristorante, infine, abbiamo passeggiato per più di un’ora – interrotti soltanto, questa volta, dai semafori rossi.

Ho trascorso una bellissima serata: ero tanto leggera, al ritorno a casa, che la notte ho sognato di volare come non mi succedeva dai tempi delle scuole elementari. E al risveglio avevo ancora un leggero intorpidimento alla mascella per il “troppo” ridere.

La mattina dopo, arrivata in ufficio, ho trovato un’email in cui mi questo ragazzo aveva scritto che si era divertito molto e che, quando sarebbe tornato a casa dopo una trasferta di qualche settimana, gli avrebbe fatto piacere rivedermi.

E dopo tutto quello che mi è successo negli ultimi diciotto mesi, questa cosa mi è sembrata talmente strana da essere quasi normale. O forse talmente normale da essere veramente strana.

Un post preso bene

Da qualche giorno ormai Candi non fa altro che chiedermi di scrivere, finalmente, un post “preso bene” – sottolineando tra l’altro il gioco di parole basato sul termine “post”… Come se non fosse più possibile, per me, ormai, essere presa bene.

Abbiamo cercato in ogni modo di delineare dei contenuti allegri e sbarazzini o, se non altro, che non fossero foschi e pieni di pessimismo cosmico. Fallendo miseramente.

Perché non è che non scriva più a causa di un attacco di pigrizia – o almeno, non è soltanto per quello. Il fatto è che, nelle ultime settimane, questo coinvolgimento emotivo forse corrisposto o forse no mi sta prosciugando le energie e, soprattutto, mi fa passare la voglia di mettermi in discussione più di quanto non faccia già nottetempo, quando il sonno tarda ad arrivare.

Però è successa una cosa, una cosa semplice nei gesti e complessa nella portata: ho trascorso una buona mezzora di un sabato pomeriggio con il mio viso completamente affidato alle mani – e ai pennelli – di un truccatore professionista.

C’è stata infatti una lunga fase, nella mia vita, in cui ogni mattina le abluzioni quotidiane davanti allo specchio erano costituite, come coronamento, dal cospargimento di fluidi e creme e polverine colorate su tutto il volto; e di riflesso, ogni giornata si concludeva con un’accurata asportazione di tutte queste sostanze chimiche il cui unico scopo era, si suppone, quello di farmi sembrare più bella.

Da una manciata di anni a questa parte, tuttavia, ho deciso che era diventato intollerabile non riuscire più a riconoscermi se non ero imbellettata di tutto punto; ho deciso del tutto arbitrariamente che il mio riflesso nello specchio – scioccata, probabilmente, dall’esperienza del True Mirror – doveva essere lo stesso al mattino appena sveglia e nel bel mezzo di un evento sociale.

Così ho lasciato che mascara, fondotinta, ombretti e rossetti allineati nel mobiletto del bagno si sgretolassero progressivamente fino a oltrepassare il “best before end”. Be’, no; il mascara no, a dire il vero. Perché ho le ciglia lunghe, che sbattono contro le lenti degli occhiali: e il rimmel incurvante è l’unica cosa che mi permette di piangere senza aver poi bisogno di un tergicristalli, ma soltanto di una buona dose di struccante se proprio non ho avuto l’accortezza di comprare un prodotto waterproof.

E comunque. Marc, il truccatore, mi ha fatto sedere su uno sgabello altissimo di fronte a tre specchi illuminati a giorno e ha iniziato a parlarmi con voce suadente e rassicurante – in francese, soprattutto per un uomo gay, la cosa in effetti avviene abbastanza naturalmente. E mi ha proposto, data la mia inveterata abitudine a rifiutare il trucco, un maquillage nu: il trucco c’è, ma non si vede.

Uscita dallo studio di Marc, effettivamente non sembravo truccata. Ero sempre “io”, ma più… Più bella? Non saprei. Più curata? Sicuramente sì, ma non soltanto quello. Mi sentivo anche un po’ una stupida, la sera, dopo aver cenato con i miei genitori ed essere tornata in hotel alle nove con tutti quei pasticci in faccia e senza uno straccio di prodotto adatto a toglierli.

Ma il fatto è che ieri sera ho avuto un secondo appuntamento, se lo vogliamo definire così – come in realtà è, perché c’è stato il primo appuntamento, e quello di ieri era il secondo. Solo che mi fa strano, definirlo così. E comunque. Ieri sera, mentre fingevo che l’orologio del cellulare fosse dieci minuti avanti e mi asciugavo i capelli con la mano che, delle due, non era quella impegnata a cercare di infilare i collant, ho avuto un attimo di esitazione. Ho lasciato vagare lo sguardo alla ricerca di un campione gratuito di fondotinta e, con studiata indifferenza, ho svuotato un po’ di liquido sulle dita. Con in sottofondo la voce di Marc che, scuotendo la testa per l’assenza dell’apposito pennello, ripeteva cadenzatamente parole come “sfumare”, “fondere”, “stendere”.  E un po’ paradossalmente, forse, ho ripetuto coscienziosamente la sequenza classica fondotinta-polvere-mascara-blush-ritocchi con l’asciugacapelli pinzato tra le gambe, una delle quali con una calzamaglia penzolante, pensando che stavo facendo qualcosa per qualcuno.

Pensando che quel trucco non era una maschera che, una volta tolta, avrebbe rivelato il mio orribile vero sé, ma semplicemente un modo come un altro per far capire a qualcuno “guarda, ci tengo a farti vedere che ho impiegato del tempo a prepararmi per te. Perché tu sei importante e meriti tutto questo tempo, e molto di più.”

Ecco, forse è in questo senso che si tratta di un post preso bene. Non perché io stia saltellando di felicità – anzi, piuttosto sono in preda a crisi di pianto piuttosto ingiustificate se non alla luce del dolore che provoca lo sgretolamento delle armature. Quanto perché ho (ri?)scoperto che esistono dei gesti semplici, caricati di significati indicibili e pregnanti, che un giorno senza quasi nessuna ragione diventano qualcosa di diverso. E di bello.

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La coppia intrecciata

Si fa sempre un gran parlare di una supposta persona giusta e, probabilmente, io stessa ho speso in proposito molte parole; potrei aver dato l’impressione che è quello ciò che sto aspettando.

Come se il mio stare ritirata dal mondo, come se il mio sguardo distaccato sulla vita, come se il fatto che l’ultima volta che ho avuto un incontro con un esponente del sesso opposto (eterosessuale e non inequivocabilmente mio amico) sia stato qualcosa come un secolo fa fossero tutti segnali del fatto che, nell’attesa di incontrare il Principe Azzurro, mi conservo e mi riserbo soltanto per lui.

Be’, no. Le cose non stanno così. O almeno, non proprio così.

In effetti, non credo che esista una fantomatica persona giusta, un’altra metà della mela; non credo che da qualche parte, nel mondo, mi media naranja – come dicono gli ispanici – stia soltanto aspettando di incrociare la mia strada. Non lo credo affatto.

Penso piuttosto che, a seconda dei momenti della vita, ci siano diverse persone con le quali potenzialmente si potrebbe costruire un rapporto soddisfacente.

Mi sento di affermare che sinora, nel corso della mia esistenza non lunghissima ma neppure troppo breve, sono stata (quasi) sempre con persone giuste. Persone che, in quel momento, erano proprio ciò di cui avevo bisogno, ciò che volevo e ciò che poteva appagarmi – magari anche in senso distruttivo, perché no.

Come se ci fossero persone giuste per ogni fase della vita – almeno finché non si sceglie più o meno consapevolmente di impegnarsi perché la persona giusta del momento lo sia anche per tutto il resto della propria vita. Perché a un certo momento bisogna scegliere e impegnarsi, questo sì.

Sono dell’idea che i rapporti sentimentali siano come una treccia: ci sono io e c’è l’altro, e finché non vi è un terzo elemento a unirci siamo due individui, indivisibili di nome e di fatto. E, in quanto indivisibili, separati senza possibilità di un vero incontro. Finché non subentra questo terzo elemento.

Affetto, amore, complicità – lo si chiami come si vuole. Io, personalmente, non sono ancora riuscita a trovare un nome soddisfacente; ma il nome conta relativamente poco: ciò che importa è che è questo terzo elemento a tenere unite le persone.

E chiunque abbia provato a fare una treccia con soltanto due pezzi di corda (o di capelli, per le femminucce o i signorini che, almeno una volta, hanno deciso di farsi chiamare capelloni dalle rispettive nonne) sa di cosa sto parlando: è un’impresa improba e, soprattutto, l’intreccio ha vita decisamente breve. Una treccia, per essere bella e duratura, deve essere fatta di tre elementi: io, tu e quella cosa che ci tiene uniti.

In fisica, e più precisamente in quella branca della fisica che studia il microcosmo delle particelle elementari (e delle particelle non elementari ma comunque più piccole di quanto la nostra immaginazione sia in grado di arrivare – non voglio essere pignola, per questa volta) che prende il nome di meccanica quantistica, esiste una proprietà che rimanda a un concetto stupendamente adeguato al contesto: l’entanglement.

L’entanglement, termine che può essere reso in italiano con – per l’appunto – accoppiamento intrecciato, si riferisce a due particelle che sono qualcosa in più che indissolubilmente legate tra loro. Tipicamente, tali particelle sono prodotte insieme in conseguenza al decadimento di una particella di partenza; dopo la loro “nascita”, tali particelle tipicamente procedono lungo direzioni opposte per non incontrarsi mai più. Eppure, in linea di principio, se un milione di anni dopo il loro distacco arrivo io e misuro una proprietà della particella che si è diretta a destra, è inevitabile che, noto il risultato della misura su questa particella, io venga a conoscenza anche del valore che quella stessa proprietà ha per l’altra particella – quella che un milione di anni prima se ne è andata a sinistra per la sua strada. C’è una cosa che le tiene unite. E fa sì che non siano soltanto due particelle raminghe che vagolano qua e là per il cosmo sconfinato, ma i due elementi che, grazie a questa terza cosa, sono in grado di formare una treccia.

Affascinante, vero? Be’, io lo trovo molto affascinante – soprattutto considerando tutti i mesi che ho impiegato per appropriarmi davvero del concetto. Se qualcuno fosse tentato di approfondire mi scriva un’email che lo sommergo di parole e di bibliografia 😉

E comunque. Già Platone, nel Simposio, sosteneva – con il mito delle due metà narrato da Aristofane – che uomini e donne non fossero altro che due “prodotti” del decadimento (forzato dall’invidioso Zeus) di un essere primigenio perfetto. Non è che stia dicendo niente di nuovo, dunque. Questa è un po’ la teoria dell’altra metà della mela – nella quale ho già affermato di non credere. Quindi non posso smentirmi proprio ora. O forse sì?

Sicuramente, nel caso dell’entanglement, conta la condizione che entrambe le particelle, nel loro vagolare per il cosmo, non siano mai state sottoposte ad alcuna forza esterna che ne alteri lo stato. Un po’ come un compagno di banco antipatico che, a forza di tirare la treccia, finisce per disfarla.

Ci vuole un accoppiamento intrecciato particolarmente resistente, o comunque impermeabile a tutta una serie di forze esterne. Quali siano esattamente queste forze esterne… Ehm.

E comunque, intanto che cerco di chiarirmi ancora di più le idee in proposito, potrei mettere un annuncio da qualche parte: cercasi uomo desideroso di costruire con me uno stato di accoppiamento intrecciato.

Ha un suo appeal, no?

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Polizza contro i rischi emotivi

Ogni giorno, lo ammetto, mi innamoro decine di volte: del mazzo di fiori freschi che si inchinano di fronte a me dal bancone del bar in cui prendo il caffè al mattino; del bambino in carrozzina che mi guarda fisso e, davanti alle mie smorfie impacciate, esplode in un sorriso; della signora piena di rughe che fatica a scendere il gradino del marciapiedi; del gatto che sonnecchia al sole nel terrazzo che intravedo dalla mia scrivania; di uno strumento per creare cronologie; della cameriera del mio ristorante preferito perché riesce sempre a riempirmi il piatto dei dolci contraddicendo ogni legge della fisica.

Il problema è che non mi innamoro mai di ragazzi sentimentalmente liberi, all’incirca della mia età (mentale, se non anagrafica), possibilmente residenti nei paraggi e che mi amino così come io voglio essere amata. Bum!

Riflettendo su questa inoppugnabile verità sono giunta a una conclusione: quando ci invaghiamo di qualcuno, tra i tanti candidati possibili scegliamo lui o lei anche sulla base di una scommessa, di una valutazione di rischi e benefici. Un po’ come fanno gli agenti assicurativi quando devono calcolare i dettagli delle polizze, credo.

L’unico rischio in cui incorro innamorandomi della cameriera che spinge il carrello dei dessert è di sentirmi in colpa perché mi sono ingozzata di dolci; ed è evidente che la signora anziana a cui chiedo se ha bisogno di aiuto per trascinare il carrello della spesa non mi farà mai alcun male – al limite mi guarderà di traverso temendo che il carrello della spesa io voglia rubarglielo, ma ancora non mi è successo niente di simile.
Innamorandomi di un ragazzo sentimentalmente libero, all’incirca della mia età eccetera eccetera, invece, chissà cosa potrebbe accadere. Brr, che paura.

Quando mi sono finalmente decisa a chiedere ad Andrea i recapiti del ragazzo conosciuto a Zurigo quest’estate, ho scommesso che, nella peggiore delle ipotesi, lui avrebbe tergiversato per farmi capire che, avendogli parlato, non era il caso di andare oltre. E invece, sono state sufficienti poche ore perché, poco prima che tornassi a casa dall’ufficio, sulla finestra lasciata aperta di Skype comparisse l’indirizzo email con tanto di rassicurazioni sul fatto che una mia iniziativa non soltanto sarebbe giunta inopportuna, ma avrebbe sortito un effetto gradito.

Dopo una notte trascorsa nel dormiveglia, in preda a un’ansia per il lavoro che soltanto l’immagine di me sdraiata su un divano ascoltando lo zurighese suonare il violino mentre il cielo svizzero si scioglieva in fiocchi di neve è riuscita a mitigare un po’, ho scritto un’email breve, spiritosa e leggera. Ed è iniziata l’attesa.

Un’attesa che, a posteriori, mi sarei potuta risparmiare, dal momento che, quelle stesse ore trascorse dal momento in cui sono entrata in possesso di un recapito e ho avuto modo di utilizzarlo, sono state quelle in cui lui ha conosciuto un’altra ragazza con la quale si è felicemente fidanzato.

Pensavo, fatti alla mano, di avere una scarsa probabilità di incorrere in un rifiuto, e invece mi sono trovata ad aspettare per tre settimane prima di venire a sapere, dallo stesso imbarazzatissimo Andrea, quello che era successo mentre io mi giravo i pollici chiedendomi cosa mai avessi scritto di così sbagliato da non meritare nemmeno due righe di replica. Per inciso, croce sopra su chiunque, uscito dalle scuole medie da più di una decade, si faccia assorbire talmente tanto dall’inizio di una nuova storia da non avere neanche la delicatezza di rispondere con poche righe in cui, al limite, raccontare quello che sta succedendo. E comunque. Almeno mi cullo nel pensiero vagamente consolatorio di avergli portato fortuna, se non altro.

Ecco, ho pensato: ho perso la scommessa. Ho fatto male le mie valutazioni tra i rischi e i benefici. E invece no, perché era tanta la distanza chilometrica (e, a posteriori, non solo quella) che, comunque, qualsiasi cosa fosse successa in risposta alla mia email sarebbe stato improbabile avrebbe potuto mettermi davvero in discussione. Le valutazioni, nonostante il caso beffardo, erano state fatte in modo appropriato ed erano corrette.

Ed è per lo stesso motivo, credo, che a volte ci innamoriamo di persone che non ci corrispondono così come vorremmo: perché in realtà le abbiamo scelte proprio in quanto ritenevamo piuttosto improbabile che l’avrebbero fatto e quindi, in momenti di particolare fragilità emotiva, ci fanno sentire al sicuro.

Al sicuro da cosa, esattamente, mi verrebbe da chiedermi. Ma il problema – il vero problema – è proprio che a questa domanda ancora non ho chiara quale sia la risposta giusta.

Ma ci sto lavorando; ci sto lavorando da un po’. A essere sincera, ci sto lavorando da tutta la vita.

E come sempre, chiaramente, ogni suggerimento è bene accetto 🙂

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Come volevasi dimostrare

Non è un periodo molto facile, questo. A parte la solita stanchezza del mese di luglio – per me tra i più lavorativi dell’anno – in famiglia stiamo aspettando che chiamino mio padre per un’operazione un po’ delicata, che avrà una degenza lunga e fastidiosa: rischio di una temporanea deformazione del volto, settimane con pasti da consumare tramite una cannuccia o un biberon… E’ vero che a volte, invecchiando, si ritorna a uno stadio infantile. Soltanto temporaneo, nel caso di mio padre (e sto toccando legno e ferro e sto pure facendo le corna mentre digito sulla tastiera), oppure permanente e a regressione lenta ma instancabile come per la mia nonna cattiva.

E comunque. Non è un periodo facile, eppure sta succedendo qualcosa di bello. Nonostante le apparenze: perché tutto nasce da quando qualche sera fa, per la prima volta dopo tantissimi mesi, mi sono sentita sola.

Sulle prime, non capivo cosa fosse questa non voglia di fare; credevo fosse dovuta alla lunghissima giornata lavorativa, iniziata alle sette con un viaggio in auto, seguita da quasi sette ore di riunioni ininterrotte e conclusasi con un altro viaggio in treno per tornare a casa. Credevo di essere semplicemente stanca.

Il fatto è che, come osservava acutamente una mia amica, ho fatto in modo, a casa, di non avere alcuna distrazione che mi distolga dal passare il tempo a pensare: niente tv, niente telefono, niente connessione a internet. Solo libri e il computer portatile dell’ufficio, che mi devo trascinare su per cinque piani e che pertanto mi porto a casa soltanto quando penso di averne bisogno per scrivere o per guardare un film.

E quella sera avevo appena finito un libro, avevo lasciato il computer in ufficio e non avevo neppure voglia di fare una telefonata. Un senso di vuoto esistenziale, uno scoramento perfino epidermico – la pelle sconsolatamente consapevole che l’unico contatto con un altro essere umano, negli ultimi mesi, era stato con la mia estetista. Desolantemente sola.

Allora, preso atto della situazione, ho fatto l’unica cosa che potesse aiutarmi a tirare le fila della mia esistenza: ho riscritto il curriculum. Carta e penna come ai tempi del liceo, ho elencato le cose che ho fatto, le cose che ho imparato, le cose che mi hanno fatto più schifo come il lavoro al call center e quelle che mi sono piaciute da morire; ho riassaporato l’ebbrezza del primo stipendio e sono tornata indietro ai tempi delle vacanze studio.

Niente di meglio di una serie di fatti concreti riesumati dal passato per distrarsi dalle paturnie del presente.

E il giorno seguente è successa una cosa che per me, ora, ha dell’incredibile.

Sono andata in un negozio per cambiare un telefono acquistato per mia madre senza sapere che l’aveva già comprato lei. Ho fatto una coda di mezzora che mi ha succhiato tutta la pausa pranzo. Ho assistito ai questuanti che cercavano disperatamente un iPhone senza sapere neanche esattamente cosa fosse (“Ma è vero che è anche un telefono?”, “Ma è vero che ti consuma tutto il credito anche se non lo usi?”). Ho aspettato pazientemente che l’unico commesso si destreggiasse tra tutte le persone davanti a me – finché non mi è arrivata accanto, quando ormai era il mio turno, un’americana altissima, biondissima e con gli occhi azzurrissimi, e la faccia da “adesso tocca a me”.

Io so essere tremenda: ero già pronta a uscirmene con qualche battuta a pH sotto zero (in inglese, il che necessitava comunque una preparazione ad hoc) nel caso, molto probabile, in cui avesse iniziato a sbattere le ciglia. E invece.

Invece il ragazzo dietro il bancone mi ha fatto un bellissimo sorriso e mi ha servita con competenza e gentilezza. Finché io, estranea a una parte di me stessa, quando mi ha chiesto nome e cognome per il buono acquisto mi sono trasformata.

Il fatto è che il mio cognome è lungo e vagamente complicato – un po’ come se fosse mangiafuoco, però meno collegato all’immaginario collettivo. Quando lo devo comunicare a qualcuno, pertanto, lo divido in due tranches – tipo “mangia come il verbo mangiare, fuoco come quello del falò”; i miei colleghi, abituati a sentirmi fare questo giochetto al telefono più volte al giorno, mi prendono ormai bonariamente in giro.

Il ragazzo dietro il bancone, al contrario, me lo sentiva fare per la prima volta e, un po’ credo perché distrutto dalla stanchezza, si è messo a ridere di gran gusto. Qualche tempo fa mi sarei… magari non proprio offesa, ma una parte di me si sarebbe sentita un po’ mortificata. E invece, per la seconda volta. Invece ho usato la tecnica più femminile che conosco: abbassare lo sguardo, rialzarlo e sorridere timidamente, per poi abbassarlo ancora non appena il sorriso comincia a perdere di intensità e significato. Aggiungendo una frase tipo “è che se non faccio così non mi capisce mai nessuno…”

Non era la prima volta che andavo in quel negozio, né era la prima volta che ero servita da quel ragazzo, anzi. Però ieri, per la prima volta, dopo tutta questa specie di sceneggiata da parte mia, lui mi ha fatto uno splendido complimento. Che non scriverò, perché a scriverlo risulterebbe banale – come magari è. Ma non è questo il punto.

Il punto è che è scattato qualcosa: per la prima volta dopo mesi che più che mesi sono ormai anni, mi sento sola; e il giorno seguente, per la prima volta dopo mesi che magari non sono anni ma sono cionondimeno tantissimo tempo, ricevo del tutto inaspettatamente un complimento che mi arriva dritto al cuore.

Non me ne sono accorta, non ne ho ancora preso atto consapevolmente, ma il cartello che poggia sulle mie spalle ha scritte sopra lettere che non sono più quelle che ho impresso io nel momento in cui l’ho indossato per la prima volta. Lettere che il tempo e la memoria e l’elaborazione del passato stanno erodendo e sostituendo con qualcosa d’altro. Perché è così che succede – il mio caso specifico non ha proprio niente di speciale.

Perché è sempre vero che ad azione corrisponde reazione, come volevasi dimostrare.

Qualcosa è cambiato (un po’ di tempo fa)

Quando avevo quindici anni ero innamorata nei seguenti modi: disperatamente, perdutamente e pazzamente. Pazzamente, perché facevo cose pazze tipo: scrivergli lettere-fiume a cui non ho mai avuto risposta, guardarlo con disprezzo quando lo incontravo nei corridoi della scuola sapendo che il sabato precedente si era “beccato” con (= aveva baciato) una . Perdutamente, perché per i 14 lunghissimi mesi successivi alla telefonata di inizio settembre in cui mi aveva scaricata senza troppi complimenti, ho continuato a sperare, contro ogni evidenza, che in realtà lui fosse ancora innamorato di me. Disperatamente, perché dopo i primi mesi in cui ogni sabato era una ragazza diversa a finire contro le sue labbra, venni a sapere e soprattutto vidi con i miei occhi che dopo un certo sabato la ragazza era, settimana dopo settimana, sempre e inequivocabilmente la stessa. Insomma: stavano insieme.

Quando avevo quindici anni i miei amici al solo sentire pronunciare il suo nome fingevano di avere impegni improrogabili dall’altra parte del globo. Poiché, dopo cinque mesi dalla fine di quella che mi ostinavo a definire la nostra storia e in realtà si era trattato semplicemente di uscire insieme per due settimane, non c’era verso alcuno che mi mettessi in testa che lui non soltanto stava “uscendo” con un’altra, ma ci stava proprio insieme e aveva tutta l’intenzione di continuare a stare con lei.

Colgo l’occasione, per inciso, e ringrazio tutti quelli che, nonostante tutti i fiumi di parole che uscivano dalla mia bocca e gli oceani di lacrime che sgorgavano dai miei occhi anche nelle occasioni più improbabili, non soltanto hanno continuato a sopportarmi, ma mi sopportano anche adesso, quindici anni dopo e alle prese con problemi molto diversi ma non meno tediosi, sotto tanti aspetti. Ringrazio quindi, in ordine puramente casuale: Candi perché mi trattava malissimo ogni volta in cui accennavo a parlarle di lui, Peggy perché mi ha addirittura organizzato una festa di compleanno a sorpresa nel tentativo di farmi uscire dalla depressione, Scassaritratti perché aveva (e a volte ha ancora) modo di darmi notizie su di lui, Mascalzone Latino perché comunque mi stava ad ascoltare anche se con quell’aria un po’ beffarda che fortunatamente ha ancora oggi, Galattica perché.. cavolo, perché se non fosse stato per lei non soltanto non l’avrei mai conosciuto, ma non saremmo mai, mai usciti insieme per la prima volta. E tanti altri, che però non hanno nessun ruolo in questo blog – quindi se non li nomino non si possono offendere 😉

E comunque. Si era fidanzato, e allora? Il fatto che, dopo tutte quelle settimane in cui mi ero sentita ripetere che non voleva impegnarsi in nessun modo, avesse finalmente deciso di “impegnarsi”, cosa voleva dire? Semplicemente, che non voleva impegnarsi con me. Questo, almeno, era quello che tutti avrebbero voluto dirmi se soltanto fossero stati del tutto privi di tatto. Ma non c’era bisogno che lo dicessero a voce alta: sapevo che lo pensavano e, ciononostante, io non ero assolutamente d’accordo con loro. Se lui aveva voluto mettersi insieme a lei, facesse pure. Per me era un complimento: se voleva stare insieme a una persona così… be’, era chiaro, allora, che non poteva voler stare con me. E per certi versi poteva anche andare bene così.

Nel mentre, ossia mentre lui si aggirava con lei per i corridoi della scuola cercando di evitare il mio sguardo giudicante e accusatore – come dargli torto? – sono, in ordine rigorosamente cronologico: uscita con un ragazzo adorabile, di un anno più giovane, per cui ero la prima ragazza che avesse baciato e che, pur tuttavia, accarezzandomi la mano mi faceva provare sensazioni che mi è capitato di ricordare con malinconia quando, anni dopo, mi sono ritrovata a fare “quel” sesso che soltanto sei ore a settimana di danza intensiva possono sostenere dal punto di vista atletico; uscita con un tizio che prima mi ha portato al cinema a vedere un film di Mel Brooks di cui, nonostante siamo rimasti dentro per due spettacoli di fila, ricordo soltanto i titoli di coda, e poi mi ha mollata dopo tre giorni perché era troppo impegnato con lo sport (e poi c’è chi si chiede perché anche soltanto a udire la parola sport mi venga voglia di scappare in Tanzania); finita una notte su una spiaggia con un parrucchiere francese di cui ricordo soltanto che era straordinariamente bello e altrettanto straordinariamente in grado di parlare la propria lingua madre peggio di come la parlassi io. Ero più sveglia a quindici anni che a trenta, lo so. Qualcosa da ridire?

Quattordici mesi dopo il giorno in cui la nostra pseudorelazione era giunta al termine, tuttavia, qualcosa è cambiato. Impercettibilmente. Giorno dopo giorno, i miei sguardi erano sempre meno riprovevoli e i suoi, di rimando, erano sempre più tinti di una sfumatura che potrei definire dapprima carezzevole e, progressivamente, desiderosa di stabilire un contatto che andasse oltre quello non verbale. Finché…

E’ stato il mio primo fidanzato. Siamo stati insieme meno di sei mesi, ma è stato il primo in tantissime cose – non tutte, purtroppo o per fortuna, ma tantissime sì, questo sì. E non potrei essere più felice del fatto che sia stato proprio così.

Quando mi ha lasciato la seconda volta – recidivo, lo so – ho trascorso due settimane a non riuscire mai a trovare abbastanza fazzoletti; ricordo che le persone che mi incrociavano per strada me li offrivano, a volte. Poi la vita è andata avanti, ed è stato tutto bellissimo e tutto orribile – ma mai, mai con l’intensità di quando avevo sedici anni. Perché non era più la prima volta, purtroppo o per fortuna.

Anni dopo mi ha detto che se soltanto ci fossimo conosciuti più tardi io sarei stata la persona con cui avrebbe voluto trascorrere tutto il resto della sua vita. E finora è stato l’unico uomo a dirmi una cosa del genere – pur con questo grande “se” non del tutto trascurabile e che potrebbe farmi riflettere sul fatto che, più tardi, con la ferita cicatrizzata ma non per questo meno tangibile, ho volutamente e inconsapevolmente insieme perso una spontaneità che, quasi quindici anni più tardi, mi fa pensare avesse una parte non irrilevante nei tempi e nei modi in cui qualcuno mi può avvicinare davvero. Ci rifletterò – lo prometto; ma non oggi.

Perché oggi è il suo compleanno. Il giorno in cui mi ha lasciata definitivamente, ma anche il giorno in cui ci siamo conosciuti per la prima volta. Tanti auguri, quindi. Ovunque tu sia. E per inciso, sappi che a differenza di tante altre volte precedenti, adesso sono davvero completamente, assolutamente e consapevolmente libera, quindi…

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E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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