Archivio per giugno 2009

Un po’ ne scrivo. Un po’ no. Per scaramanzia

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che ha preso atto dello status quo: io mi porto dietro trent’anni (trentuno, per essere precisi) di vita, con tutte le poche o tante esperienze del caso in ambito sentimentale, relazionale, lavorativo, intellettuale, fisico e quant’altro. Mi porto dietro trent’anni di vita, e cerco di non trincerarmi più dietro la paura di stare ancora più male di quanto non sia stata fintanto che da quella stessa paura ero soffocata.

Intorno a me vedo persone che stanno iniziando un percorso insieme, decidendo di sposarsi, convivere, provare ad avere un figlio. E vedo, allo stesso tempo, persone che perseverano nel proprio isolamento – come ho fatto io fino a una manciata di settimane fa. Non so cosa mi sia successo, esattamente. Penso si tratti più che altro di una presa di coscienza di un processo di crescita che era iniziato da molto tempo e che tutt’a un tratto è venuto alla luce.

Capita spesso: come quando ai tempi dell’università rimuginavo sempre sulle stesse dieci pagine senza riuscire a capire un tubo e poi, quasi all’improvviso, mi rendevo conto di aver compreso tutto. Be’, tutto forse è una parola un po’ grossa, ma insomma: era per dare l’idea 🙂

Tutto quello che vorrei, ora, è una persona che mi stia vicino in un modo il più possibile in sintonia con il modo in cui ho voglia e ho bisogno che qualcuno mi stia vicino: non troppo, perché non corra il rischio di sentire che c’è troppo spazio per lui e troppo poco per me. Ma neppure troppo poco, ovviamente: perché non corra il rischio, lui, di uscire dal mio campo gravitazionale.

Chiedo poco 🙂

Per scaramanzia, ho aspettato quasi due mesi prima di scriverne. Sempre per scaramanzia, tanto per dare l’idea di quanto posso essere scaramantica, ancora non sono riuscita a togliere il cognome dalla rubrica del cellulare: perché quando ho salvato il suo numero, due mesi fa, l’ho fatto soltanto nell’ipotesi in cui dovessi disdire l’appuntamento che mi aveva chiesto. Non mi aspettavo che quel numero, e quella coppia nome-cognome, avrebbero iniziato, slowly but surely, a fare parte della mia quotidianità.

E’ per questo che ne scrivo e non ne scrivo allo stesso tempo: per scaramanzia.

Dopo un tempo lungo e sofferto e goduto in cui ho preso l’abitudine della mia solitudine, mi trovo adesso quasi mio malgrado a… A fare cosa? Qual è la differenza, tra essere soli ed essere parte di una coppia? Una coppia… mah, chissà se posso definirla tale. Per scaramanzia, forse farei meglio a evitare.

E comunque. Mi trovo a decidere le cose insieme a qualcun altro, ad avere i fine settimana in qualche modo scanditi da problemi logistici tipo “a cena fuori, da me, da te?” oppure “usciamo con i miei amici o con i tuoi?”. Un io e un tu che non è un noi – né avrebbe senso lo fosse, dopo così poco tempo. E scriverei “non è ancora un noi“, se non fosse che chissà, magari poi porta sfortuna 🙂

Che non è neanche così poco, tuttavia: perché basta un istante ad avere qualcosa di condiviso, una manciata di ricordi; fosse anche un pranzo al bar, un gelato sulla stessa panchina, una canzone alla radio ascoltata in auto mentre si va insieme da qualche parte. Insieme.

E poi ci sono le cose più profonde – i ricordi che non potranno mai essere condivisi perché legati al passato ma che, nonostante questo, vogliono essere comunicati all’altro per chissà quale strana, recondita ragione. Le lacrime versate per un presente che non è dato, le foto scattate durante la prima vacanza senza i genitori, la prima bicicletta, il primo bacio, il primo sesso, il primo questo e il primo quello. Come se fosse la prima volta che facciamo qualcosa a segnarci per sempre, e fosse necessario questo, e quasi soltanto questo, da comunicare all’altro per farci conoscere nella nostra più intima essenza.

E’ tutto strano. Tutto strano ma anche bello, non mi si fraintenda. E’ che è un po’ difficile scriverne, perché sono dannatamente scaramantica e ogni volta che squilla il telefono, e vedo comparire sul display un nome-cognome che ho paura a far diventare un Nome, penso sia per l’ultima volta.

La solitudine è una bella compagna, ma è anche una gran brutta bestia: ti si attacca alle viscere e ti sussurra dentro l’orecchio cose che non vorresti sentire perché sono l’espressione delle tue più paurose inquietudini.

Non chiedo poco, chiedo molto. Lo so. Ma va bene così, non voglio più accontentarmi di sacrificare l’essenziale per un superfluo che è apparentemente più facile da ottenere.


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