L’estate dei miei trent’anni

Il treno Cisalpino connette il grigio-topo di Milano con il grigio-verde di Zurigo in poco più di tre ore. Ha percorso all’incirca metà della strada quando squilla il telefono tra una galleria e l’altra e sul display, rassicuranti, lampeggiano le cinque lettere familiari che compongono la parola Mamma.

Mi sento bene per la prima volta dopo un tempo indefinito, tanto bene che ho deciso di rischiare la sorte e, dopo la disdetta del viaggio a Salvador de Bahia, ho accettato l’invito di due carissimi amici ad andarli a trovare in Svizzera per cinque giorni. Quella stessa mattina, quando io ero più o meno all’altezza del confine, l’iter ospedaliero di mio padre si è concluso con il ritiro del referto istologico: un’operazione pericolosa, il cui decorso è stato tanto paventato quanto si è invece rivelato facile e tutto sommato quasi indolore, sta per entrare a a far parte del novero dei ricordi.

Quando rispondo al telefono sono gaia e querula: non vedo l’ora di sentire pronunciare le parole attese, quelle che rimuoveranno per sempre anche i timori più reconditi, resi irragionevoli dalle ripetute assicurazioni dei medici eppur difficili da fugare del tutto, per poter finalmente godermi cinque giorni di quest’estate 2008 – l’estate dei miei trent’anni.

Quando rispondo al telefono e sento pronunciare le parole attese, queste non sono le parole attese: sono frasi sconnesse che non riconosco, sono aggettivi accostati a sostantivi il cui fardello non sono in grado di sopportare. Nel momento in cui la voce di mia madre… la voce di mia madre, quella voce che forse è stata la prima a giungere alle mie orecchie nel momento in cui sono venuta al mondo, quella voce che mi ha detto cosa fare e cosa non fare quando avevo tre anni, quella voce che mi ha sgridato e si è rallegrata per me. Quella voce così nota, così parte della mia persona, sta dicendo che “non ci sono buone notizie” e io non riesco a capire cosa questo possa significare pur sapendolo benissimo.

Venire a sapere all’improvviso che mio padre ha una malattia molto grave mentre sono su un treno, mentre sono su un treno circondata di estranei, un treno lanciato a tutta velocità in mezzo alla campagna svizzera così diversa e così uguale a quella di Heidi, in questo momento, è quantomeno strano. Non dovrebbe essere così: non dovrei essere qui in mezzo al nulla, da sola, lontano dai miei cari. Non che ci sia un luogo ideale per ricevere questo genere di notizie ma… insomma. Così è assurdo, non sembra neanche vero.

Il mio corpo non è più costituito di acqua per oltre il 60%: sono prosciugata, tutto quel liquido sta fuoriuscendo sotto forma di lacrime di cui non ho nemmeno la percezione. Entro in bagno perché dopo aver corso avanti e indietro lungo le duecentomila carrozze di questo cazzo di treno non so più dove altro andare; ma tutto ciò che trovo lì è il mio volto riflesso nello specchio: la mia faccia abbronzata, il mio corpo sano e pieno di vita, i capelli puliti, gli orecchini scelti con cura. Sono bella, sono bella nonostante gli occhi gonfi e le guance infradiciate. E mi detesto, perché tale consapevolezza non serve a niente, per questo.

Ci sono parole delle quali non riesco a liberarmi; voci recuperate dai ricordi e dalla fantasia che rimbombano nel cervello sillabando che-mio-te-ra-pia, ciocche di capelli il cui Dna è anche dentro il mio corpo che in un ipotetico futuro mi ricadono sulle mani, calvari in sale d’attesa di ospedali che sto quasi già vivendo ora, come se non fossi ancora bloccata nel cesso di questo stramaledetto treno in mezzo alle stramaledette caprette elvetiche.

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Il resto del viaggio trascorre. Fisso l’uomo seduto alla mia destra mentre il treno scivola e sono sempre più consapevole del fatto che questo sta succedendo. Sta succedendo.

Il viaggio trascorre. Trascorre. Trascorre. Trascorre.

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I miei amici residenti a Zurigo, quando mi abbracciano sui binari che accolgono l’arrivo del treno Cisalpino, mi costringono a non divincolarmi per ripartire subito per l’Italia come sto urlando di voler fare, ma a rimandare almeno di 24 ore.

Un ferragosto diverso da quello che mi sarei aspettata un mese fa, in ogni senso possibile.

Ogni volta in cui sorrido, ogni volta in cui uno scorcio di sole tra le nuvole mi riempie il cuore, in ogni singolo istante che passa senza che mi ricordi del fatto che la mia vita è cambiata mi sento terribilmente in colpa nei confronti di tutti: di mio padre perché sono sana, di mia madre perché non sto piangendo, dei miei amici perché li sto intristendo anche se mi sforzo di far finta di niente, del cane che mi sta passando accanto perché.. perché. Non ha nessun senso, e so che è addirittura sbagliato, eppure succede e non posso fare altro che prenderne atto. Neanche una notizia del genere ha senso, dopotutto. Ma è già tanto non essere più su quello stramaledettissimo treno, comunque.

E’ come se tutte le barriere emotive che ho costruito nel corso degli ultimi anni stessero facendo resistenza prima di un crollo imminente quanto devastante. Perché non ero pronta per niente del genere – mi limitavo a resistere alla spinta a innamorarmi di nuovo, non mi stavo certo preparando per affrontare questo.

E comunque. Per quanto assurdo possa sembrare, l’unica persona, a parte chi mi ospitava, che ho conosciuto e frequentato per poche ore durante la mia fulminea permanenza in Svizzera è stato un ragazzo che, senza tanti mezzi termini, mi ha fatto garbatamente capire che gli piacevo.

Ironia della sorte. O forse no.

Forse la spinta vitale è ciò che più conta. Forse il crollo di certe barriere porta alla costruzione di altre fortificazioni più funzionali, più utili, più positive. Per me e soprattutto per i miei cari.

Insomma: qui ci si attacca a tutto, quindi se di segno si deve trattare sono intenzionata a interpretarlo come un messaggio estremamente positivo e ottimista. Perché di ‘sti tempi ce n’è un grande, grandissimo bisogno.

Perché questi appena trascorsi sono i giorni più brutti della mia vita, e se mi è concesso ancora un desiderio è che possano restarlo ancora per molto, molto tempo.

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11 Responses to “L’estate dei miei trent’anni”


  1. 1 xlthlx 21 agosto 2008 alle 9:39 am

    mi arrivo’ una notizia simile a luglio del 2006.
    la mia e-mail ce l’hai, si? me le scriveresti due righe?

  2. 2 RedPill 21 agosto 2008 alle 10:03 am

    Un abbraccio e un pensiero per te…

  3. 3 Alessandro 21 agosto 2008 alle 1:56 pm

    Mi dispiace. Cerca di essere forte, anche se immagino non sia per niente facile.

    Alessandro

  4. 4 Davjdek 21 agosto 2008 alle 4:57 pm

    Cara Odiamore,
    sono certo che non hai bisogno di consigli, perché hai già in te le risorse per superare qualunque momento brutto, e sai come usarle. Mi sento di dirti solo questo: il tuo papà in questo momento ha bisogno di sentirsi circondato di quella “spinta vitale” di cui tu stessa parli. Il regalo più grande che tu possa fargli adesso è vivere con gioia e trasmettere la tua gioia anche a lui. Non limitare la tua vita, cogli tutte le occasioni per essere felice (anche quelle offerte da un ragazzo che ti fa capire che gli piaci), e sciogli i tuoi sensi di colpa, che davvero non hanno motivo di esistere. La gioia di vivere è la medicina più potente che ci sia, e farà tanto bene sia a te che al tuo papà.
    Un abbraccio
    Davide

  5. 5 skip 21 agosto 2008 alle 7:04 pm

    Mi dispiace per il tuo papà… a certe cose non si è mai preparati e forse si può fare appello solo alle risorse interiori per reagire e andare avanti. Un abbraccio a te e ai tuoi.

  6. 6 odiamore 22 agosto 2008 alle 10:33 pm

    Ragazzi, grazie a tutti 🙂 Fortunatamente oggi c’è stata una buona notizia, che esclude l’opzione più pessimistica di un male diffuso in tutto quanto il corpo – e non soltanto è già qualcosa, ma è un regalo stupendo e mi manca il fiato a pensarci.
    Grazie ancora a tutti voi, è così bello leggervi e sapere che ci siete – e scusate se scivolo nella melensaggine ma quando ce vo’ ce vo’ 😉

  7. 7 sismorphine 25 agosto 2008 alle 4:01 pm

    Non so quanto serva dirti “coraggio”, perchè te lo dicono tutti scommetto e perchè sono una sconosciuta che passa per la prima volta di qua.
    Però fidati devi avere CORAGGIO, perchè se ce l’hai tu ce l’ha anche qualcun altro e allora magari sorriderai ancora una volta insieme a qualcun altro. Nessuno può dire come andrà ma magari andrà bene, tu spera sempre che vada come vuoi che magari qualcuno ti ascolta 🙂
    Ti abbraccio e ti dico che posso capire anche se non sai chi sono
    ciao 🙂

  8. 8 odiamore 25 agosto 2008 alle 4:16 pm

    Sismorphine: serve, serve – e grazie di essere passata di qua e di avermi scritto. Soprattutto perché ti ricorda che, anche se talvolta ne hai l’impressione, non sei da solo 🙂

  9. 9 Elena - Velas 26 agosto 2008 alle 11:03 am

    Attaccati al mio abbraccio …

  10. 10 Mitì 26 agosto 2008 alle 4:27 pm

    Mi fai rivivere il passato…Però tutto si supera. E quell’ultima notizia buona che ti hanno dato, è buona davvero per quel tipo di male. Ricorda che ti aspettiamo sempre qui a braccia aperte (poco più di un’ora di treno, dà più sicurezza no? ;-***)

  11. 11 riffraff 28 agosto 2008 alle 2:09 pm

    in ritardo, e non sono bravo a tirare su le persone, ma tra gli abbracci che ti hanno dato poco sopra aggiungi anche il mio, forte forte.


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