La lotta dei sensi di colpa

Farò una fatica sovrumana a scrivere questo post, è per questo che sto rimandando ormai da qualche giorno. Già, perché in questo preciso istante, anziché di fronte allo schermo di un computer, io

a) avrei dovuto

b) avrei potuto

essere in Brasile – e più precisamente sdraiata su una spiaggia al tramonto nei dintorni di Salvador de Bahia – e scusate se non metto un link con foto esplicative ma fino a questo punto di masochismo ancora non sono arrivata🙂

Giovedì scorso, alle sei del pomeriggio, in preda all’ansia per l’operazione a cui mio padre sarebbe stato sottoposto la mattina successiva, mi ero comunque decisa a fare la valigia per una vacanza di tre settimane nell’emisfero australe. “Io parto”, mi sono detta. “Parto perché ho bisogno di staccare dal lavoro e dalla città; parto perché quest’anno non è stato proprio ai primi posti nella classifica dei migliori anni della mia vita; parto perché ho già pagato il volo intercontinentale e la tratta europea per arrivare a Francoforte e i pernottamenti per diciotto notti e gli spostamenti interni con tanto di tratta in aereo da non so dove a non so dove; parto perché l’operazione di mio padre andrà benissimo e la convalescenza sarà una passeggiata – non un mese di permanenza in ospedale come paventano i medici; parto perché mia madre è una donna forte e non è affatto vero che non sarà in grado di sopportare tutto questo senza la mia presenza.”

Avevo appena finito di imbustare i costumi da bagno e il pareo nuovo (perché io ho fatto gli scout, e da quando avevo sette anni ho preso la sana abitudine di dividere la biancheria in sacchetti quando preparo uno zaino); avevo appena finito di passare in rassegna le creme da sole, le creme doposole, le creme senzasole e altre creme del caso; avevo appena iniziato ad ammirare con soddisfazione l’evocativo contrasto tra l’armadio vuoto e la valigia piena. Quando è squillato il telefono.

Mentre io, maglietta dopo maglietta e paia di calze dopo paia di calze, stavo volontariamente perdendo la lotta contro i sensi di colpa che mi spingevano a mandare la vacanza all’aria, mia nonna stava percorrendo in ambulanza la strada verso l’ospedale.

Un campanello d’allarme potevo far finta di non sentirlo, no? Del tutto lecito far passare avanti i miei bisogni, i miei desideri, le mie necessità se a suonare era soltanto un singolo campanellino flebile. E in fondo mia nonna è ricoverata in ospedale d’urgenza più o meno due volte all’anno da quindici anni a questa parte.

Ma a volte due fonti sonore, quando interferiscono, lo fanno costruttivamente anziché distruttivamente, e il risultato è un campanaccio che ti stordisce. E io, appunto stordita dal rumore di un dolore sordo, ho scelto di restare.

Restando, ho fatto l’unica scelta possibile per essere conforme alla persona che voglio essere. L’unica scelta che non sto rimpiangendo neanche dopo che mio padre è stato dimesso dall’ospedale con venticinque giorni di anticipo rispetto al previsto. Perché significa che è andato tutto bene, e chissà cosa sarebbe successo se invece io fossi partita per l’altro capo del mondo – magari lo stesso, magari no. Mia nonna, intanto, dall’ospedale ancora non è uscita – ma non dispero che anche la sua situazione si riveli a breve molto meno grave di quando si temesse nel momento in cui ho scoperto che per non andare in Brasile sono riuscita a spendere più soldi di quelli che guadagno in un mese.

Ma il fatto è che, una volta che fai una scelta e apri una delle due porte che ti si parano innanzi, è inutile voltarsi indietro per dare una sbirciatina dentro la porta che non hai aperto; anzi, non soltanto è inutile: come dimostra il solito Ariely con i suoi esperimenti, è addirittura controproducente (libro in uscita in autunno, portate pazienza,se potete – e per ora fidatevi di me).

Perché a ben pensarci il fatto di essere stata lì quando mio padre ha riaperto gli occhi dopo l’anestesia e si è capito che tutti i rischi più pericolosi (leggi: devastanti deformazioni permanenti) erano stati scongiurati… valeva di gran lunga tutte le numerose ore trascorse in ufficio e in riunioni tediose non soltanto nel mese di luglio, ma pure in quello di giugno, di maggio e di aprile.

Per il mese di marzo, invece, sto ancora aspettando di sapere come evolve la situazione di mia nonna😉

Ah, dimenticavo: i risultati del micro-test di inizio post. Da prendere cum grano salis, ovviamente – soprattutto da parte della sottoscritta.

Avrei dovuto: “se soltanto le cose fossero andate diversamente e non fossi stata perseguitata dalla sfiga”. Il soggetto soffre di manie di persecuzione e di egocentrismo ipertrofico. Si consiglia di rileggere Come diventare buoni, dell’indimenticato Nick Hornby, e rifletterci un po’ su come, evidentemente, non si aveva avuto modo o voglia di fare durante la prima lettura. Anche Emma di Jane Austen potrebbe aiutare, così come investire 150 euro in un paio di scarponcini e accettare l’invito di amici ad andare a camminare in montagna proprio perché è da vent’anni che il soggetto si rifiuta di muovere un passo su una pendenza superiore a un centesimo di grado.

Avrei potuto: “se soltanto le cose fossero andate diversamente e non avessi deciso che più di tutto voglio essere una persona buona”. Il soggetto soffre di tendenze depressive e autodistruttive e di egocentrismo ipertrofico, ma se non altro tutto questo si ripercuote positivamente sulle persone che lo circondano, almeno in alcuni casi. Si consiglia di trascorrere parte del tempo a fantasticare sul concretizzarsi di tutte le possibili ricompense che il soggetto ritiene di essersi meritato – vincere alla lotteria, innamorarsi ricambiata del medico di turno in ospedale, essere invitata a Bora Bora da qualche anima pia eccetera – e di trascorrere la restante parte del tempo a rileggere “Come diventare buoni” di Nick Hornby.

Perché certe scelte non si fanno per essere ricompensati ma soltanto perché dovrebbero essere, di per sé, una ricompensa. Altrimenti tanto vale.

11 Responses to “La lotta dei sensi di colpa”


  1. 1 pietroizzo 6 agosto 2008 alle 9:20 am

    solidarietà. io fui poco lungimirante e partii per cuba ugualmente, pensando che tutto andasse bene ancora per un po’. Sono tornato da cuba di corsa con una settimana di anticipo, per testimoniare la morte di mio padre prima e di mia nonna poco dopo… Da allora non riesco a pensare a cuba senza angoscia.

  2. 2 Elena - Velas 6 agosto 2008 alle 12:06 pm

    Le cose preziose della vita, non è sempre così semplice saperle distinguere. Sei stata grande :*

  3. 3 Davjdek 6 agosto 2008 alle 1:03 pm

    Cara Odiamore,
    hai dimostrato di possedere due caratteristiche che al giorno d’oggi sono reputate come gravi difetti: la saggezza e la vicinanza verso le persone care. A volte essere difettosi fa bene all’anima… molto più di una vacanza in Brasile. Ti ammiro molto per questo.

  4. 4 skip 6 agosto 2008 alle 6:37 pm

    Non importa se abbiano concorso il senso del dovere o un eventuale senso di colpa; resta il fatto che hai scelto ascoltando istintivamente il cuore e privilegiando gli affetti… non è da tutti🙂

  5. 5 Mitì 6 agosto 2008 alle 7:32 pm

    Nì, come sai cose così le vivo da quando ho 25 anni. Però, nonostante il senso di frustrazione che si sente pungente soprattutto quando si è giovani come te, sono arrivata a pensare che “un motivo ci sarà” e “forse non era il momento per”.
    Come diceva il saggio Qoelet?
    C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
    un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
    Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
    un tempo per demolire e un tempo per costruire.
    Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
    un tempo per gemere e un tempo per ballare.
    Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
    un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
    Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
    un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
    Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
    un tempo per tacere e un tempo per parlare.
    Un tempo per amare e un tempo per odiare,
    un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

    Ed è vero, sai? Ci vuole solo tanta, tanta pazienza.
    Ma poi quel tempo arriva.
    Ti abbraccio forte forte forte :-***

  6. 6 odiamore 6 agosto 2008 alle 9:50 pm

    Pietro: solidarietà molto benvenuta e ricambiata. Forse non di poca lungimiranza si tratto’, ma di sempreverde speranza🙂

    Elena: ecco che il mio egocentrismo ipertrofico si gonfia ancora un po’😉

    Davjdek: “a volte essere difettosi fa bene all’anima” – che bella frase🙂 A volte pero’ sono un po’ stufa di essere saggia, e’ cosi’ noioso😀

    Mitì: nonostante tutti i tuoi ottimi consigli e i miei ottimi propositi, la vita ha scelto per me. E ha scelto bene, credo, proprio come suggerisce il buon vecchio Qoelet. Un abbraccio a te e a Fabs e buone vacanze-non-vacanze🙂

  7. 7 odiamore 8 agosto 2008 alle 11:44 pm

    Skip: diamine, Akismet ha deciso che i tuoi commenti sono spam e non capisco perché; nonostante tutte le volte li riporti al rango di commenti autorizzati(ssimi nonché bene accolti), il filtro persevera nell’errore. E comunque. Spero tu abbia ragione, e davvero non importino i motivi che mi hanno spinto ad agire così. E’ vero anche, d’altra parte, che i primi giorni soprattutto ogni volta in cui mi vedevo riflessa in uno specchio non riuscivo a fare a meno di rivolgermi un sorrisetto d’approvazione… e subito dopo a sentirmi estremamente patetica… e ora che l’ho scritto mi sento ancora più patetica… ;( Va be’, mi rassegno. Alla fine, dopo più di una settimana, i fatti mi confermano di aver fatto la scelta giusta. Ed è questo che conta – spero🙂

  8. 8 skip 9 agosto 2008 alle 1:26 am

    Al problema dei miei commenti che finiscono in spam sta cercando un rimedio il mio webmaster . Grazie per averli recuperati.

  9. 9 g.so 13 agosto 2008 alle 4:51 pm

    Cara odiamore,

    è la prima volta che commento un blog. In questo caso non saprei neanche se si possa chiamare “commento” in senso stretto.

    Riesco a capire perfettamente la tua situazione, analoga alla mia.
    Io ho un fardello in più: una storia di otto anni terminata di colpo.
    Quando avevo deciso di riprendere possesso della mia vita volando in Belgio, per chiudere la dolorosa parentesi e riprendere possesso della mia vita, mio padre entra in ospedale.

    Hai sicuramente fatto la scelta più corretta, il Brasile può aspettare… come so per certo che Bruxelles sarà più autentica, fredda e piovosa verso Settembre od Ottobre.

    Nel frattempo vago per Roma e mi dissocio leggendo Pavese e Burroughs.

    Un abbraccio da un visitatore occasionale,
    g

  10. 10 odiamore 18 agosto 2008 alle 5:35 pm

    G: scusa se ci ho messo tanto a rispondere ma sono giorni difficili. Anch’io ho comprato Burroughs (il primo, Correndo con le forbici in mano), ma ancora non l’ho iniziato – mi chiedevo se fosse adatto alla situazione😉 Bruxelles e’ una citta’ a cui sono legata da ricordi splendidi, il mio primo inter rail e l’ultima, commoventemente bella vacanza con il mio ex fidanzato. E pur essendoci andata entrambe le volte in agosto, sono sicura anch’io che sarà piu’ autentica in autunno. Un abbraccio anche a te, giusto nel caso in cui ti ricapitasse, occasionalmente, di passare di qui. E un grande in bocca al lupo🙂


  1. 1 xlthlx » Blog Archives Trackback su 6 agosto 2008 alle 8:59 am

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