Sforzo numero uno: alla ricerca del dolore

Mi è stato fatto notare che uno dei pregi di questo blog è anche uno dei suoi difetti: semplificando un po’, si tratterebbe dello sguardo distaccato e disincantato sul mondo e sui suoi attori, un po’ “da telefilm anni ’90“.

E ho promesso che avrei fatto qualche sforzo per superare questo stadio un po’ stagnante, con la speranza neanche troppo sotterranea che il potere della scrittura sia tale e tanto da lasciare che le parole abbiano ricadute sui moti dell’animo – espressione rétro che mi è sempre piaciuta da impazzire.

Mi sto interrogando, in questi giorni, su quanto e come vi sia di me del personaggio che ho creato e ho modellato un po’ più rifinitamente ogni volta in cui scrivevo una parola con l’intento di pubblicarla qui.
Perché in fondo in fondo so benissimo che negli ultimi anni ho a mano a mano abbandonato il ruolo da protagonista e, lentamente ma inesorabilmente, ho sceso uno a uno i gradini che dal palcoscenico portano in platea, fino a diventare nulla più che una spettatrice della mia vita. Un’osservatrice acuta e divertita, una narratrice ironica e brillante; pur sempre una spettatrice, tuttavia.

E’ inevitabile, credo, che con l’aumentare delle responsabilità e delle situazioni difficili e dolorose a cui il trascorrere degli anni condanna gli esseri umani, questi ultimi siano costretti a costruire barriere emotive sperando di riuscire a sopravvivere con la dose minima di serenità che consente di non lasciarsi sopraffare dall’ansia, dalla paura o dalla disperazione. E’ però pur vero che tutte queste fortificazioni impediscono l’ingresso del dolore eppure, proprio come una diga, non lo eliminano del tutto ma si limitano a tenerlo fuori. O per meglio dire a ricacciarlo sempre dentro nel cantuccio più riposto: perché il dolore, l’ansia e la paura sono già dentro di noi e aspettano soltanto l’occasione giusta per uscire, per farsi spazio ed esplodere in tutta la loro potenza. Distruttiva e salvifica insieme.

Una diga al contrario, quasi: una diga che conserva questo dolore liquido per ipotetici tempi di siccità ma gli impedisce, al contempo, di scorrere placidamente e rendere fertili tutti gli altri territori che costituiscono la geografia della mia emotività.

Quando parlo al telefono con mia madre e discutiamo i termini dell’operazione di mio padre (che avrà luogo venerdì) ad esempio, sento emergere la mia parte più forte, più saggia, più rassicurante: la donna adulta, indipendente, rassicurante – perché – emotivamente – stabile che sa stare al fianco dei propri genitori al momento del bisogno.

E nel momento stesso in cui lo sto scrivendo mi si riempiono gli occhi di lacrime minuscole e perniciose come punture di api in un assolato pomeriggio di primavera. Perché il terrore che vada tutto male è sotto la pelle, mi avvolge come una pellicola vischiosa che da lungo tempo ha imprigionato tutte le altre paure e tutte le altre insicurezze. E sarebbe troppo pericoloso lasciarlo traspirare da sotto l’epidermide; troppo rischioso consentire alle lacrime di sgorgare con la pienezza che sarebbe loro propria.

Troppa la paura di una reazione che non sarei assolutamente in grado di controllare: un fiume in piena impossibile da incanalare in alcun modo.

Troppo radicata l’abitudine di non voler mai perdere il controllo di me stessa per la consapevolezza che, se mai mi dovessi rompere, non ci sarebbe nessuno accanto ad aiutarmi a rimettere insieme i pezzi.

5 Responses to “Sforzo numero uno: alla ricerca del dolore”


  1. 1 xlthlx 21 luglio 2008 alle 10:40 pm

    capisco quello che dici, ma a differenza di te ho avuto il coraggio di lasciare che il fiume in piena sgorgasse libero.
    quando lo fai, ti rendi conto che non hai bisogno di rimettere insieme i pezzi, ma che anzi, ti senti meglio. e che non devi avere nessuna paura, perche’ sotto sotto hai una gran forza che aspetta solo di venire fuori; quella stessa forza che tutti i giorni usi per tenere tutto sotto controllo.

  2. 2 pietroizzo 21 luglio 2008 alle 10:41 pm

    la tua angoscia arriva fino a me… posso solo dirti che non ti fa bene fare così. Ti crei una corazza che non faccia passare nulla dentro e non lasci trasparire nulla fuori. Questa corazza devi lasciare che sia permeabile, nei due sensi. Avere qualcuno accanto in questi casi è fondamentale, ma anche senza, vedrai che i pezzi si rimettono insieme lo stesso, è solo che si riuniscono in un puzzle diverso. La crisi è cambiamento, poi sei una persona diversa. Non una non-persona. Un abbraccio

  3. 3 Mr.Tambourine 21 luglio 2008 alle 11:16 pm

    A me piacciono un sacco gli scritti di questo tipo, introspettivi e personali, sguardi [NOME SENSAZIONE] sul mondo.

    Tanto più che in politica, attualità, calcio e kutsi vari abbiamo già un folto gruppo di signorsotuttoio.

    Un saluto,
    C.

  4. 4 Mitì 22 luglio 2008 alle 12:52 am

    Questo per me non è un post, ma uno specchio.
    Mi scrivi, ninìn? Lo farei io, ma non trovo più la tua mail. Bacio.

  5. 5 odiamore 23 luglio 2008 alle 4:59 pm

    Grazie a tutti🙂 di cuore. Sto riflettendo e devo dire che mi avete dato un sacco di spunti…


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