Come volevasi dimostrare

Non è un periodo molto facile, questo. A parte la solita stanchezza del mese di luglio – per me tra i più lavorativi dell’anno – in famiglia stiamo aspettando che chiamino mio padre per un’operazione un po’ delicata, che avrà una degenza lunga e fastidiosa: rischio di una temporanea deformazione del volto, settimane con pasti da consumare tramite una cannuccia o un biberon… E’ vero che a volte, invecchiando, si ritorna a uno stadio infantile. Soltanto temporaneo, nel caso di mio padre (e sto toccando legno e ferro e sto pure facendo le corna mentre digito sulla tastiera), oppure permanente e a regressione lenta ma instancabile come per la mia nonna cattiva.

E comunque. Non è un periodo facile, eppure sta succedendo qualcosa di bello. Nonostante le apparenze: perché tutto nasce da quando qualche sera fa, per la prima volta dopo tantissimi mesi, mi sono sentita sola.

Sulle prime, non capivo cosa fosse questa non voglia di fare; credevo fosse dovuta alla lunghissima giornata lavorativa, iniziata alle sette con un viaggio in auto, seguita da quasi sette ore di riunioni ininterrotte e conclusasi con un altro viaggio in treno per tornare a casa. Credevo di essere semplicemente stanca.

Il fatto è che, come osservava acutamente una mia amica, ho fatto in modo, a casa, di non avere alcuna distrazione che mi distolga dal passare il tempo a pensare: niente tv, niente telefono, niente connessione a internet. Solo libri e il computer portatile dell’ufficio, che mi devo trascinare su per cinque piani e che pertanto mi porto a casa soltanto quando penso di averne bisogno per scrivere o per guardare un film.

E quella sera avevo appena finito un libro, avevo lasciato il computer in ufficio e non avevo neppure voglia di fare una telefonata. Un senso di vuoto esistenziale, uno scoramento perfino epidermico – la pelle sconsolatamente consapevole che l’unico contatto con un altro essere umano, negli ultimi mesi, era stato con la mia estetista. Desolantemente sola.

Allora, preso atto della situazione, ho fatto l’unica cosa che potesse aiutarmi a tirare le fila della mia esistenza: ho riscritto il curriculum. Carta e penna come ai tempi del liceo, ho elencato le cose che ho fatto, le cose che ho imparato, le cose che mi hanno fatto più schifo come il lavoro al call center e quelle che mi sono piaciute da morire; ho riassaporato l’ebbrezza del primo stipendio e sono tornata indietro ai tempi delle vacanze studio.

Niente di meglio di una serie di fatti concreti riesumati dal passato per distrarsi dalle paturnie del presente.

E il giorno seguente è successa una cosa che per me, ora, ha dell’incredibile.

Sono andata in un negozio per cambiare un telefono acquistato per mia madre senza sapere che l’aveva già comprato lei. Ho fatto una coda di mezzora che mi ha succhiato tutta la pausa pranzo. Ho assistito ai questuanti che cercavano disperatamente un iPhone senza sapere neanche esattamente cosa fosse (“Ma è vero che è anche un telefono?”, “Ma è vero che ti consuma tutto il credito anche se non lo usi?”). Ho aspettato pazientemente che l’unico commesso si destreggiasse tra tutte le persone davanti a me – finché non mi è arrivata accanto, quando ormai era il mio turno, un’americana altissima, biondissima e con gli occhi azzurrissimi, e la faccia da “adesso tocca a me”.

Io so essere tremenda: ero già pronta a uscirmene con qualche battuta a pH sotto zero (in inglese, il che necessitava comunque una preparazione ad hoc) nel caso, molto probabile, in cui avesse iniziato a sbattere le ciglia. E invece.

Invece il ragazzo dietro il bancone mi ha fatto un bellissimo sorriso e mi ha servita con competenza e gentilezza. Finché io, estranea a una parte di me stessa, quando mi ha chiesto nome e cognome per il buono acquisto mi sono trasformata.

Il fatto è che il mio cognome è lungo e vagamente complicato – un po’ come se fosse mangiafuoco, però meno collegato all’immaginario collettivo. Quando lo devo comunicare a qualcuno, pertanto, lo divido in due tranches – tipo “mangia come il verbo mangiare, fuoco come quello del falò”; i miei colleghi, abituati a sentirmi fare questo giochetto al telefono più volte al giorno, mi prendono ormai bonariamente in giro.

Il ragazzo dietro il bancone, al contrario, me lo sentiva fare per la prima volta e, un po’ credo perché distrutto dalla stanchezza, si è messo a ridere di gran gusto. Qualche tempo fa mi sarei… magari non proprio offesa, ma una parte di me si sarebbe sentita un po’ mortificata. E invece, per la seconda volta. Invece ho usato la tecnica più femminile che conosco: abbassare lo sguardo, rialzarlo e sorridere timidamente, per poi abbassarlo ancora non appena il sorriso comincia a perdere di intensità e significato. Aggiungendo una frase tipo “è che se non faccio così non mi capisce mai nessuno…”

Non era la prima volta che andavo in quel negozio, né era la prima volta che ero servita da quel ragazzo, anzi. Però ieri, per la prima volta, dopo tutta questa specie di sceneggiata da parte mia, lui mi ha fatto uno splendido complimento. Che non scriverò, perché a scriverlo risulterebbe banale – come magari è. Ma non è questo il punto.

Il punto è che è scattato qualcosa: per la prima volta dopo mesi che più che mesi sono ormai anni, mi sento sola; e il giorno seguente, per la prima volta dopo mesi che magari non sono anni ma sono cionondimeno tantissimo tempo, ricevo del tutto inaspettatamente un complimento che mi arriva dritto al cuore.

Non me ne sono accorta, non ne ho ancora preso atto consapevolmente, ma il cartello che poggia sulle mie spalle ha scritte sopra lettere che non sono più quelle che ho impresso io nel momento in cui l’ho indossato per la prima volta. Lettere che il tempo e la memoria e l’elaborazione del passato stanno erodendo e sostituendo con qualcosa d’altro. Perché è così che succede – il mio caso specifico non ha proprio niente di speciale.

Perché è sempre vero che ad azione corrisponde reazione, come volevasi dimostrare.

14 Responses to “Come volevasi dimostrare”


  1. 1 Mitì 13 luglio 2008 alle 7:11 pm

    Tesora, a volte non è semplice solitudine, ma fondamentalmente “insicurezza” in noi stessi. Forse l’aver riscritto quel curriculum è stato una sorta di filtro magico che (inconsciamente) ti ha rafforzato “dentro”, cementando tutte le tue esperienze di lavoro e vita come tanti mattoncini, creando così una base solidissima che dimostra quello che chi ti conosce già sa; ossia quanto tu sia in gamba, valida e anche speciale.

    Un abbraccio fortissimo al papà, e un bacio grande a te.

  2. 2 skip 14 luglio 2008 alle 12:06 am

    Il senso di solitudine è una dimensione interiore; talvolta assale in momenti in cui ci si sente disorientati di fronte a qualcosa di ignoto,imprevedibile, difficile da affrontare o da accettare. Quindi si sente il bisogno inconscio di raccogliersi non solo per leggersi dentro, ma anche per fare un bilancio, per avere conferma delle tante cose belle che si è riusciti a fare per poi andare avanti.
    Ti auguro che il mondo ti sorrida sempre e che tutto si risolva bene per il tuo papà.

  3. 3 Alexiel 14 luglio 2008 alle 9:34 am

    Qualche tempo fa, hai scritto un post molto lungo sul quanto fossi contenta di essere – in quel momento la parola che usasti era – ‘single’, libera, indipendente, non ‘sola’.
    Lo lessi tutto e lentamente per capirne tutto il senso e alla fine quello che mi dissi era: sono esattamente nella sua stessa situazione ma io non mi sento affatto così, a volte anche io mi fermo a pensare e mi racconto le stesse frasi che lei ha scritto qui, ma lo faccio consapevole di prendere una pillola che addormenta il fastidio, non lo guarisce. Il mio cartello era segnato con un grosso punto interrogativo.
    E’ stato uno dei pochissimi post in cui la forza delle tue parole mi ha lasciato l’amaro in bocca. E forse ti ho un pò invidiato, ma ero anche un pò perplessa perchè era forte il senso di rifiuto che le tue parole mi rimandavano.
    Naturalmente, forse quello che ho percepito io non c’entra niente con il messaggio che volevi dare tu, ma sono contenta delle tue parole oggi; come hai detto, la scritta sul cartello sta cambiando. La sensazione di rifiuto si è allontanata.

    In bocca al lupo per il tuo papà.
    Alexiel

  4. 4 ilredeire 14 luglio 2008 alle 9:52 am

    Mi fa piacere ascoltare che l’estate per te si sta incanalando sui binari giusti, continua così e occhio a non deragliare!
    Un abbraccio!

  5. 5 Fabioletterario 14 luglio 2008 alle 11:19 am

    Azione e reazione è un concetto affermato da sempre, anche se le reazioni sono sempre imponderabili… Non credi?

  6. 6 Simone 14 luglio 2008 alle 10:30 pm

    Ciao.
    Tralasciando come sono arrivato su questo tuo blog (a dire il vero neanche me lo ricordo bene … forse ero su googlemaps e vedevo le foto di non so che zona, qualche click a caso e forse un paio di ricerche per connessione di idee e sono finito su un archivio foto di non ricordo chi dove e ho trovato un tuo primo piano con il link a questo blog) ho deciso si investire un pò di tempo per leggere alcuni dei tuoi interventi.
    Ti posso dire che in parte mi sento come te: tornato a casa dopo una giornata di lavoro ed ora davanti al computer pensando a quello che è ho fatto oggi e a quello che mi aspetterà domani.
    Magari prima non mi dava fastidio: ora mi viene da pensare a persone che conosci da una vita e si collegano su msn senza salutarti … sembra che dopo aver ricevuto un saluto ti rispondano controvoglia. Perchè non mi salutano? Avrò sbagliato qualcosa io, sarò antipatico.
    A differenza di te, forse io ancora non mi sono reso conto di questa situazione. Magari un giorno … forse … farò qualcosa.
    Buona fortuna a te e a tuo padre per l’intervento.
    Notte.

  7. 7 odiamore 15 luglio 2008 alle 9:24 am

    Signore e signori, grazie a tutti per gli auguri, gli “in bocca al lupo” eccetera eccetera per mio papà – il quale intanto, la settimana prima dell’operazione, se ne è (sacrosantemente) andato al mare con mia mamma🙂

    Mitì: in parte è insicurezza, ti do ragione. Il cv soprattutto è stato, credo, un modo per vedere cosa io ho fatto in tutti questi anni, io-io e non io-in rapporto a qualche altra persona. Sarà stupido, ma prenderne atto dà una grossa pacca sulla spalla dell’autostima! :*

    Skip: “la solitudine è una dimensione interiore”. Mi piace molto questa espressione, anzi: mi sa che, se mi dai il permesso, la potrei usare come spunto per un prossimo post🙂

    Alexiel: mi ricordo quel post, e mi ricordo di quel periodo – che in realtà non è finito, anche se forse tra qualche mese metterò a queste settimane l’etichetta di “periodo di transizione”. E quello che hai recepito, da come lo descrivi, è assolutamente in linea con quello che volevo esprimere in quel caso – perché era quello che sentivo. Però le cose cambiano, e non è detto che siano più facili ma non è – per fortuna! – detto neppure che siano necessariamente più brutte e più difficili😉

    ilredeire: speriamo siano giusti, ‘sti binari! E prometto che comunque sia ce la metto tutta🙂

    Fabio: non sono imponderabili, le reazioni. Le reazioni sono uguali e contrarie alle azioni😉 Sotto certe ipotesi, per lo meno…

  8. 8 Fabioletterario 15 luglio 2008 alle 10:25 am

    Forse… Anche se io credo di avere, a volte, reazioni eccessive rispetto ad azioni… Non so… Forse sono io lo strano…

  9. 9 skip 15 luglio 2008 alle 3:17 pm

    Certo che puoi usare quell’espressione per un post. Aspetto per leggerlo. Mi piace il tuo blog!
    ciao

  10. 10 odiamore 15 luglio 2008 alle 7:12 pm

    Simone: guarda che io sono stata nella situazione di “totale impotenza” per quasi due anni.. è solo che sei capitato di qui a leggere il primo dopo più di cento post in cui in qualche modo esprimo una volontà di fare qualcosa🙂 In compenso un micro-consiglio te lo darei, ma soltanto sulla gente che non ti saluta o che ti saluta a stento: non perdere tempo a salutare, la prossima volta. Non ne vale la pena.

    Fabio: Non credo tu sia strano, è che le reazioni sono uguali e contrarie “sotto certe ipotesi” – che nella vita reale non sono quasi mai verificate, purtroppo o per fortuna!🙂

    Skip: grazie🙂

  11. 11 silvia 17 luglio 2008 alle 9:16 pm

    un grosso in bocca al lupo per il tuo papà… nei momenti di solitudine, quando anche gli “amici” si fanno di nebbia, è bello potersi rifugiare nella famiglia… silvia🙂

  12. 12 odiamore 18 luglio 2008 alle 10:23 am

    silvia: grazie, crepi il lupo🙂

  13. 13 Daniele 18 luglio 2008 alle 10:59 am

    Ciao anch’io dopo qualche link sono finito nel tuo blog, e devo dire che mi ha colpito molto, anche perchè in questo periodo in fondo anch’io sto cercando di fare un resoconto della mia vita.
    Secondo me però non è sempre vero che ad ogni azione corrisponde una reazione perchè spesso capita di dare amore, dare amicizia e ricevere in cambio un bel nulla.
    Ovviamente, quando siamo alla ricerca di qualcosa, trovarla è come rinascere, capire che la vita ci riserva sempre delle fantastiche sorprese.
    Sentirsi soli poi è una cosa desolante che distrugge le sicurezze acquisite e ci si sente come se non fossimo amati da nessuno.

    P.S: buona fortuna per tuo papà e per te

    Ciao Daniele

  14. 14 odiamore 18 luglio 2008 alle 5:33 pm

    Daniele: come scrivevo in risposta a Fabio, ad azione corrisponde reazione uguale e contraria soltanto sotto certe ipotesti – nei casi che menzioni, ad esempio, potrebbe non esserci l’ipotesi che le persone a cui dai amore amicizia eccetera non ne sono “degne”🙂 Tutto sta nel capire quali sono le ipotesi che preferiamo, credo…


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