Fèsta: sf. le cerimonie, gli apparati, gli atti che si fanno […] per manifestare esultanza o divertimento

Sabato, ore 21.30
E’ un sabato sera di fine giugno e sto per andare a una fèsta, ossia a una “cerimonia, un apparato, o un atto che si fa per dimostrare esultanza o per divertimento”. Ambè. Già comincio a sentirmi sotto pressione.

Ora: sono una giovane donna “single” che non perde occasione di lamentarsi che non conosce mai persone nuove. Quale migliore occasione che andare a una fèsta (di compleanno, presumo) di un’amica di un’amica di un’amica (ossia di una semisconosciuta che ho visto una volta otto anni fa)? Apparentemente, nessuna.

Il fatto è che, innanzitutto, avrei dovuto trascorrere la giornata a fare acquisti, sorseggiare succhi di frutta senza zucchero e girovagare tra un massaggio riposante e una messa in piega dal parrucchiere. Al contrario, mi sono svegliata significativamente prima del solito, ho fatto tre ore di macchina all’andata e tre al ritorno per andare al ristorante con le mie due nonne: quella brava, che ha 92 anni ed è in ottima forma ma è imbarazzantemente sorda, e quella cattiva, che ormai non è neanche più cattiva ma soltanto tanto, tanto triste e  con reazioni impossibili da “gestire” in un luogo pubblico.

Quindi mi trovo qui, con un caldo che addirittura i miei cactus stanno implorando pietà, e un sonno che sto cercando di combattere scrivendo questo post sperimentale. Perché mi riprometto, domani, di non toccare nulla di quanto scritto ora, raccontare il seguito – qualunque esso sia – e lunedì pubblicare il tutto.

Andare alla fèsta di una semisconosciuta, di per sé, non dovrebbe causarmi alcuno sconvolgimento emotivo: arriverò con persone che conosco da tempo e, una volta entrata, ci saranno tanti sconosciuti o semisconosciuti che – se fossi una giornalista di un mensile per sole donne – potrei quasi definire potenzialmente interessanti dal punto di vista sessual-romantico. Dovrei essere, se non euforica a causa della difficile giornata appena trascorsa, per lo meno contenta.

Invece sono due ore che mi aggiro per casa evitando di entrare nella doccia, evitando di prepararmi da mangiare, evitando di scegliere come vestirmi e limitandomi ad accendere sigarette che non ho voglia di fumare; sperando di inocularmi un po’ di voglia di vivere ho messo la selezione casuale sulla playlist “le più ascoltate” di Itunes: destino volle che abbiano risuonato cupamente le note della Canzone di Marinella – brano sicuramente tra i più ascoltati, ma in momenti… insomma… di struggimento romantico, di malinconico torpore, di crogiolamento nei ricordi. Non è esattamente quello che ci sarebbe voluto per farmi reinnamorare della vita.

E comunque. Parlo le solite quattro lingue, ho girato tutta Europa (a parte la Norvegia, ora che ci penso; devo provvedere al più presto), ho iniziato a viaggiare da sola a tredici anni, ho intrattenuto piacevoli conversazioni con premi Nobel: perché dovrei essere così ansiosa all’idea di andare a una fèsta insieme a tre mie compagne del liceo?

In parte, mi chiedo se non c’entri qualcosa il fatto di essere accompagnata. Come se l’agire da soli in qualche modo ti permettesse di liberarti di stereotipi che hai relativamente a te stesso e che chi ti conosce, pur non avendone magari la minima intenzione, non fa che rimandarti indietro.

E inoltre, mi chiedo che senso abbia conoscere persone nuove se tanto non ho “bisogno” di amiche e, per quanto riguarda gli uomini, mi attraversano la testa pensieri tipo “con questo stato d’animo è come se stessi sventolando il cartello con su scritto chiaramente alla larga”, “tanto non ci sarà nessuno che mi piace e, se mai dovesse esserci, sarà sicuramente fidanzato / sposato / gay e comunque disinteressato a me”, “se anche ci fosse qualcuno che mi piace e a cui io (non sia mai!) piaccio, non avrei mai la forza di gestire una situazione di corteggiamento”…

Ecco, lo sapevo: sono entrata nel mood marinella, maledizione! Quello in cui sospiri guardando un punto all’infinito e pensi che se le cose non vanno male è soltanto perché stanno andando peggio.

Sabato, ore 22.40
Presa da un improbabile quanto inspiegabile slancio di ottimismo, ho ripensato a tutti i saggi consigli degli articoli di Cosmopolitan, Glamour e addirittura Men’s Health e ho cercato di seguirli pedissequamente:

1.    ho fatto una lunga doccia bollente – perché in primo luogo sono di quelli che sostengono che, quando fa caldo, bisogna mantenere la temperatura corporea costante (costringendomi a bere tè bollente con 50° all’ombra, ispirata dalle abitudini dei berberi) e, in secondo luogo, perché la mia è una caldaia digitale e non analogica (nel senso che passa dallo stato “acqua gelata” a quello “acqua pronta per buttare la pasta” con sconcertante discontinuità);

2.    mi sono regalata, come scrivono su Cosmopolitan e su Glamour (forse su Men’s Health no, dovrei controllare), una bella maschera ai capelli – peccato che nel tentativo di fare uscire le ultime gocce di liquido dal tubetto (con quel che costa, non sia mai che ne sprechi qualcosa!) mi sono quasi storta la spalla;

3.    mentre aspettavo che la maschera facesse il suo lavoro, mi sono regalata anche un generoso gommage – leggi: mi sono strofinata con un guanto di crine come se stessi strigliando un cavallo afflitto da una forma inguaribile di scabbia;

4.    ho tirato fuori da un cassetto la crema per il corpo con l’aroma del mio profumo preferito – soltanto che, a furia di conservarla per le occasioni speciali, mi sono accorta che l’avevo comprata nel lontano 2006; sperando che, data la sua ottima qualità, non fosse soggetta a qualcosa di simile a una data di scadenza, me la sono spalmata addosso come se fosse crema pasticcera su una torta nuziale;

5.    cercando di non scivolare sulla mia stessa pelle incremata, mi sono religiosamente data lo smalto sulle unghie dei piedi – esagerando un po’ sull’alluce del piede destro, ma tanto è sera e non se ne accorgerà mai nessuno; non ho ancora deciso, tuttavia, se optare per le paperine con cui mi sento molto a mio agio ma che fanno assomigliare i miei polpacci a quelli di un terzino della Nazionale, o se ripiegare invece sui sandali azzurri, che hanno un bel tacco spesso e comodo ma che, proprio in quanto corredate di tacco spesso e comodo anziché a spillo e importabile, fanno tanto vorrei ma non posso;

6.    non mi sono truccata – perché da più di due anni ho smesso di truccarmi e so già che se l’avessi fatto avrei automaticamente lasciato troppo spazio alla vocina “arrivano soltanto le cose che non ti aspetti”, oppure a quella, ancora più subdola, che sussurra compiaciuta “ma tanto, a che pro agghindarsi? a chi la vuoi dare a bere?”;

7.    ho mangiato un etto di pasta al pesto – perché potrei aver voglia di bere o anche, molto semplicemente, visto il mio stato potrei averne un disperato bisogno.

(continua…)

[diggita] [informazione] [OkNotizie] [Segnalo] [SEOTribu] [technotizie] [wikio] [YahooMyWeb] [Technorati]

Spedisci via mail

6 Responses to “Fèsta: sf. le cerimonie, gli apparati, gli atti che si fanno […] per manifestare esultanza o divertimento”


  1. 1 effemmeffe 30 giugno 2008 alle 4:16 pm

    Ecco, proprio la pasta al pesto forse l’avrei evitata, no?
    Cioè, io _adoro_ la pasta al pesto, ma non ti capita che generi quel fastidioso effetto che qui a Torino si chiama “m’arven” e che significa “ops, mi sta per scappare un ruttino innocuo e lo farò silenziosamente… Occazzo, non mi dirai mica che a puzzare così tanto di aglio sono io e in particolare la mia bocca?”
    Forse non proprio il massimo per una fèsta, con o senza trucco o crema o consigli di Cosmopolitan?

  2. 2 odiamore 30 giugno 2008 alle 4:30 pm

    effemmeffe: ho capito cosa intendi, ma il pesto che uso io (dopo sei mesi di dieta, sono ancora in mantenimento) è talmente annacquato che chiamarla pasta al pesto non è neanche corretto – più che altro la potrei definire “pasta con tanti fagiolini bolliti e un’ombra di surrogato di pesto”. Non sapevo di “m’arven”, presumo con l’accento sulla “e”, neh?😀

  3. 3 Rosario 30 giugno 2008 alle 8:25 pm

    Questo racconto fa molto Sex and the City… ti ho immaginato alle prese con le fobie e i preparativi… a labbra serrate e la tua voce fuori campo che racconta… A quando la prossima puntata?

  4. 4 odiamore 1 luglio 2008 alle 10:35 am

    Rosario: più che altro, credo questo sia il post più “terapeutico” che ho scritto da quando ho iniziato – in realtà, in merito alla voce fuori campo, mentre mi aggiravo per casa mi recitavo ad alta voce le frasi che intendevo scrivere per non correre il rischio di dimenticarle! E comunque, se posso permettermi, secondo me tu guardi troppe serie tv😉

  5. 5 sht 1 luglio 2008 alle 4:08 pm

    …magari “postando, postando” Odiamore troverà il suo MISTER BLOG…

  6. 6 effemmeffe 4 luglio 2008 alle 8:47 am

    Rispondo con colpevole ritardo, ma sì, l’accento è sulla “e”.
    Ora vado a leggermi il seguito.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




Feed RSS

Non conto un cazzo

Cosa ho scritto fino a ieri

Quanti sono passati di qui

  • 79,422 hits

Creative Commons License
Se avessi voluto tenermi tutto per me avrei continuato a scrivere un diario segreto chiudendolo con un lucchetto. Quanto scritto nel blog, tuttavia, è protetto da una Licenza Creative Commons.

click analytics

Costellazioni

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

giugno: 2008
L M M G V S D
« Mag   Lug »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: