Se questo fosse un film

Ogni pomeriggio, poco dopo le cinque, Lei era solita interrompere quel che stava facendo, scendere le scale fino al piano terra dell’edificio finché, dopo una breve sosta al bar per quello che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere l’ultimo caffé della giornata, non si recava nel parco a fumare una sigaretta.
Il parco, a differenza dell’apposita saletta fumatori, aveva il vantaggio – almeno nei tanti giorni piovosi che caratterizzavano quell’anno – di essere poco frequentato da tutte le persone che, proprio come Lei, sceglievano proprio le cinque come momento di pausa. E per Lei non era una vera e propria pausa, quella: a meno di incontrare qualcuno che conosceva, trascorreva oziosamente i minuti lasciando i pensieri rincorrere indisturbati tutto ciò che li teneva imbrigliati nel resto della giornata, passeggiando avanti e indietro lungo il sentiero alberato.

I primi tempi, quando incominciarono ad arrivare, Lei si stizzì profondamente: tutte quelle persone sconosciute e indesiderate, allegre e rumorose, stavano sgretolando a poco a poco la quiete che caratterizzava il sentiero e di cui, almeno per quei dieci minuti al giorno, sentiva di aver profondamente bisogno.

Non Lo notò subito; un po’ perché era troppo assorbita dalla convinzione che gli intrusi fossero portatori di negatività indipendentemente dal loro aspetto fisico, un po’ perché erano tempi, quelli, in cui qualunque essere umano sconosciuto di sesso maschile, semplicemente, era al di fuori del raggio dei suoi interessi.
Giorno dopo giorno, tuttavia, a mano a mano che la consuetudine smussava la rabbia e lo spirito d’osservazione nei confronti delle novità prendeva il sopravvento, cominciò ad accorgersi prima della statura sopra la media, e subito dopo del modo in cui portava se stesso: le gambe leggermente arcuate verso l’esterno, il peso del corpo bilanciato soltanto su parte della pianta del piede e un’andatura vagamente esitante, all’apparenza.

La puntualità con cui il momento della pausa si assestava intorno alle diciassette precise cresceva di settimana in settimana parallelamente al numero di dettagli osservati in Lui: i capelli, lo sguardo, le dita delle mani, il modo di tenere la sigaretta e di piegare la testa da un lato mentre espirava il fumo.
L’estrema attenzione che Lei riservava ogni pomeriggio alla scelta di un punto d’osservazione che Le consentisse di non essere notata le impedì, nei primi tempi, di accorgersi di un particolare non del tutto irrilevante: Lui la guardava. Di sfuggita, casualmente, da sopra le teste delle persone frapposte tra loro, nel mezzo di una conversazione con chi lo accompagnava; in ogni modo, Lui la guardava. Dopo un po’ la direzione del suo sguardo divenne inequivocabile e anche Lei, nonostante tutto, dovette ammetterlo con se stessa: si stavano guardando, squadrando, osservando e addirittura studiando, con una discrezione pari soltanto alla corrispettiva determinazione.

Ogni giorno, intorno alle cinque del pomeriggio e mai per più di sette, otto minuti consecutivi, Lei e Lui si trovavano ad avere i rispettivi corpi occupanti punti dello spazio non più distanti tra loro di cinque o sei metri. E ogni giorno, per dieci minuti al massimo, si ripeteva la danza degli sguardi, resa sempre più difficile dai maldestri tentativi di non farli incontrare.

Quando succedeva, quando le traiettorie per un istante giacevano lungo linee intersecantisi in un punto, Lei non era ben sicura se il bruciante imbarazzo superasse la gioiosa eccitazione, o viceversa. A volte, quando il caso voleva che proprio durante quei dieci minuti qualcuno che conosceva si affacciasse dal cancello, si sentiva talmente fortificata dalla presenza di uno schermo protettivo da tentare addirittura uno scontro verbale: la scusa di un accendino, di un fazzoletto o di un orologio dimenticato erano tutti pretesti equivalenti per metterlo – e mettersi – alla prova. Sempre sperando che la conversazione proseguisse in qualche modo e sempre, allo stesso tempo, impedendole di iniziare a formarsi ritornando immediatamente, con repentina fuga, al proprio angolo di sentiero.

Finché un giorno, molto semplicemente, Lei trovò un luogo del tutto diverso in cui trascorrere la pausa di metà pomeriggio. In perfetta solitudine.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sono trascorsi diversi anni e Lei, proprio in questo momento, sta sfogliando un quotidiano per ingannare il tempo durante un lungo ed estenuante viaggio in treno. E’ domenica, e le pagine culturali sono fortunatamente ricche di articoli interessanti; in particolare, un anniversario di cui non aveva memoria è stato la causa scatenante del fiorire di una serie di recensioni di saggi usciti sull’argomento negli ultimi anni. Di solito, nonostante sappia di doverlo fare perché farebbe bene al suo lavoro e, soprattutto, perché la renderebbe una cittadina più consapevole, Lei non legge spesso i quotidiani: ascolta i radiogiornali, si informa sul web e cerca di spiare le conversazioni di amici e colleghi ma, nonostante tutto, sa che l’attualità, semplicemente, le interessa ben poco.

Le recensioni di libri di saggistica, tuttavia, le catturano sempre lo sguardo nonostante, di solito, preferisca comprarli sotto l’impulso del momento oppure, al limite, su consiglio di una tra le poche persone con cui, sull’argomento, ritiene opportuno scambiare opinioni. Soprattutto quando, come in questa circostanza, si tratta del ramo di una disciplina che pur conoscendo poco la appassiona particolarmente.
Quella domenica, eppure, tutti e tre i giornali che le sono capitati sotto mano, facendo riferimento a questo anniversario, citano uno stesso libro che, fin da subito, la colpisce senza sapere perché. Sarà che è stato appena tradotto in italiano dopo qualche anno dalla pubblicazione, sarà il parere concorde di opinionisti e cosiddetti esperti di solito in forte disaccordo tra loro, sarà il tedio soporoso dell’interregionale: la mattina dopo, prima ancora di andare sul luogo di lavoro, passa da un negozio specializzato e, d’impulso, compie l’acquisto cercando di non pensare alle decine di volumi che giacciono sul comodino in attesa di essere presi in considerazione.

Quando vede per la prima volta la foto nel risvolto di copertina quasi non se ne accorge. Quando la rivede per la seconda volta un dubbio la assale. Quando, finalmente, la esamina con attenzione, sente un tuffo al cuore come se avesse di nuovo undici anni e avesse appena incontrato, nel corridoio della scuola, il cantante americano di cui era disperatamente innamorata.

Le foto sono oggetti inanimati; le foto, stampate a migliaia su carta patinata, non è possibile ricambino il nostro sguardo. Accade a volte, tuttavia, che lo sguardo impresso sulla pellicola abbia incontrato il nostro talmente tante volte e sempre, ogni singola volta, talmente carico di significati inespressi, da causare in noi l’impressione che ci sia uno scambio vero e proprio anche quando l’azione di guardare non può che essere unilaterale.

Inizia a leggere il libro: le scotta tra le dita ed è pesante come una montagna. L’istante precedente alla lettura della prima parola si augura con tutto il cuore che non le piaccia, che la disgusti, che dimostri superficialità e approssimazione nel modo in cui le tematiche sono trattate, che si tratti della solita operazione commerciale di taglia e cuci soltanto per guadagnare soldi facili in occasione di un anniversario. Che la traduzione faccia letteralmente schifo, per lo meno.

L’istante successivo sa che non è così, che il libro merita di essere letto e, addirittura, di essere consigliato e possibilmente regalato a quante più persone possibile. E quando, meno di cinque ore dopo, si ritrova ad aver esaurito ogni singola lettera stampata su quei fogli e, di nuovo, ha lo sguardo posato sulla quarta di copertina, si pone finalmente una domanda.

Se questo fosse un film, Lei e Lui si incontrerebbero in una assolata città mitteleuropea del tutto casualmente, magari in un ascensore opportunamente guasto che li costringerebbe a trascorrere insieme un tempo sufficiente da essere costretti a rompere il muro del silenzio.

Ma se questo non fosse un film, adesso cosa dovrebbe succedere?

9 Responses to “Se questo fosse un film”


  1. 1 briciola 18 maggio 2008 alle 8:37 pm

    è meglio se rispondi tu..

  2. 2 Mitì 18 maggio 2008 alle 11:33 pm

    Ha ragione Briciola. ORA continui questa storia che mi ha inchiodato qui sino alla fine, eh?
    :-***

  3. 3 Fabioletterario 19 maggio 2008 alle 1:08 pm

    Parla anche di te, vero? Perciò sei tu che devi risponderci…

  4. 4 Castavita 19 maggio 2008 alle 1:42 pm

    Io sono una inguaribile romantica, per cui agguanterei al volo la seconda opportunità regalata dal destino. Senza sperare in aiuti dal caso, ma con il coraggio di chi sa che non ci sarà una terza opportunità.

  5. 5 demi4jesus 19 maggio 2008 alle 2:11 pm

    Se lei fosse me adesso avrebbe già fatto delle ricerche, avrebbe prenotato un biglietto aereo, e domani sarebbe in un’altra città… semplicemente vagando per quelle strade nella speranza d’incontrarlo…
    ma si sa… io sono folle e lei non è me!😛

  6. 6 sht 20 maggio 2008 alle 8:45 pm

    … LEI si rende conto delle sue potenzialità…
    … LEI scrive un libro…
    … LEI è sui giornali…
    … LEI è intervistata…
    … LEI è letta…
    … LEI è tradotta in diverse lingue…

    … lui legge LEI…

    … insieme scrivono…

    … non solo libri…

    … ma, anche, parte della loro vita.

  7. 7 Fabioletterario 21 maggio 2008 alle 12:36 pm

    Ogni film deve finire bene… Ora non saprei cosa aggiungere, ma sarebbeun finale costruttivo. Mi piace il finale di Sht!

  8. 8 odiamore 21 maggio 2008 alle 1:52 pm

    Sht: Fabio ha ragione, sei proprio un gran giusto!😉

  9. 9 Candi 9 giugno 2008 alle 12:43 pm

    Opzione realistica: ci può sempre essere un qualcuno che organizza un incontro, un dibattito o un qualcosa (e non mi vengono in mente altri termini) in cui invita il suddetto come ospite e chissà che Lei non provi a parlargli finalmente…

    P.s.: io c’ero quasi riuscita con Alex! Anche se l’idea del pacco non è da trascurare…..


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