Ragione ed emozione

Ci sono aforismi che non so mai se siano stati ideati da un autore famoso, da un cantante pop oppure se, “semplicemente”, non siano invece frasi che si sono tramandate, generazione dopo generazione, da scritte sui muri, zainetti o diari di scuola.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce è una di queste. Forse lo dovrei chiedere a James Geary, autore di un libro che non vedo l’ora di leggere (The World in a Phrase, che sarà tradotto in italiano in autunno) e con il quale sono in contatto via mail per motivi di lavoro.

Il titolo del post, ovviamente, scimmiotta maldestramente un libro di Jane Austen: Sense and sensibility, reso in italiano come Ragione e sentimento. Per inciso, ho visto di recente un film ispirato alla vita della Austen: Becoming Jane, con una credibile Anne Hathaway (dopo il Diavolo veste Prada) e un bellissimo James MacAvoy (dopo Atonement, o forse prima, chissà); film a me particolarmente caro perché particolarmente cara mi è la scrittrice, e film contenente la dichiarazione d’amore più commovente che abbia mai visto rappresentata su uno schermo – mi riservo di lasciare una classifica a parte per quelle che sono state destinate a me nella vita reale, tuttavia.

E comunque. In tempi come questi, in cui le emozioni sono più un ricordo che un’esperienza quotidiana, la ragione tende a predominare. Incontrastata. E mi rende del tutto impotente davanti ai momenti anche più significativi della mia esistenza – nel bene e nel male.

Ieri ho trascorso la maggior parte della giornata in silenzio, a osservare ciò che avevo davanti a me nella stanza di una casa di riposo. Perché mia nonna sta morendo.

Ora: tutti noi stiamo morendo, dal primo all’ultimo. Non è che me lo sia dimenticato: la mia pelle, i miei neuroni, le mie sinapsi ma anche la mia carne e tutto il resto sono prossimi a ridursi a uno stato marcescente. Lo stesso dicasi per ogni essere vivente, definibile tale forse proprio in quanto soggetto alla tirannia della morte. Niente di nuovo, niente di strano, in questo. Nasciamo come polvere di stelle, ma in fondo non siamo altro che cibo per i vermi.

Il fatto è che nel caso di mia nonna il fatto è adesso particolarmente evidente: è talmente debole che sembra quasi non essere in grado di parlare nel momento in cui compie un atto talmente “normale” e involontario qual è la respirazione. Il braccio non paralizzato, quello che quindici anni fa l’ictus fece diventare da semplice braccio a IL BRACCIO, quello che funziona, quello con cui può afferrare la forchetta e appoggiarsi a me quando le infilo la giacca per portarla a pranzo al ristorante accanto, il braccio non paralizzato, per l’appunto, adesso è riverso sul letto ed è striato da vene bluastre. I capelli sono meno dell’ultima volta in cui l’ho vista, tre settimane fa; sono più radi e tutti spampanati sul cuscino che scopro essere intriso di sudore.

Mia nonna, da giovane nelle foto e da adulta nei ricordi, era una donna di una bellezza quasi impossibile a credersi. Un po’ come Alida Valli, ma con gli occhi dal colore mutevole a seconda del tempo: grigi – azzurri – verdi. Quanto glieli ho invidiati, in passato, quegli occhi che adesso sono acquosi e semichiusi, il destro ricoperto dallo spesso velo di una cataratta che non è mai stato possibile operare.

Mia nonna sta morendo ed è sotto gli occhi di tutti. Ieri era sotto i miei, di occhi; occhi che non ho ereditato da lei e che sono banalmente marroncini, senza neanche una microscopica striatura di verde o, che so, qualche pagliuzza dorata che risplenda sotto la luce del sole al tramonto.

Occhi che ieri vedevano chiaramente il deperimento del corpo e l’annebbiamento della mente. Orecchie dentro le quali onde sonore a bassa frequenza trasmettevano segnali che il cervello non poteva non interpretare come “vaneggiamenti”.

E il cuore? Il cuore c’era, il cuore c’è. Le emozioni ci sono, ma la ragione è troppo forte per riuscire a farle emergere. Restano sotto la pelle; restano ingabbiate all’altezza del pomo d’Adamo e ogni atto di deglutizione le rimanda giù, ritmicamente.

Il liquido apatico di cui cercavo di scrivere qualche giorno fa è talmente vischioso da non riuscire a fare emergere neanche il dolore. E non va bene, questo; non va bene affatto. Come posso fare?

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8 Responses to “Ragione ed emozione”


  1. 1 pietroizzo 13 maggio 2008 alle 10:36 am

    Ti capisco e ti sono vicino. In situazioni analoghe ho sempre pensato che bisognasse costruirsi una sorta di corazza per non farsi travolgere dal dolore. In realtà questa è un’arma a doppio taglio, come si capisce anche da quello che scrivi a livello di “pomo d’adamo”… Perché se tu ti corazzi contro le tempeste della vita, alla fine la corazza tiene anche dentro quello che dovrebbe uscire. Non nego che ci ho messo moltissimo a capirlo, ma questa corazza dovrebbe essere, come dire, osmotica. Lasciar passare, sia da fuori a dentro che da dentro a fuori. Soprattutto da dentro a fuori. Un abbraccio

  2. 2 odiamore 13 maggio 2008 alle 12:11 pm

    Pietro:🙂 – non scrivo altro, se non grazie.

  3. 3 briciola 13 maggio 2008 alle 1:15 pm

    io avrei voluto stringerle forte la mano.

    “eppure,
    penso ancora che potrei vederti sorridere
    ed avere la possibilità di dirti addio”.

  4. 4 nicol 13 maggio 2008 alle 11:48 pm

    ci sono momenti in cui tutto è, o non è. ed è dolore, non apatia. non nulla ma solo difesa, estrema, a qualcosa di troppo grande per la nostra sopportazione, qualcosa che se affrontato sappiamo che sovvertirà certezze costruite con dedizione, spazzando anni di faticosa costruzione. fallo succedere, questo vento. fallo arrivare con tutto il suo male. dopo sarà bene, stanne certa. credo che quello che hai ora non ti possa portare né felicità né serenità né gioia, e credo che tu lo sappia. coraggio. sai come fare. ho fiducia in quello che scrivi, anche se non so chi sei. coraggio. abbraccio

  5. 5 Mitì 15 maggio 2008 alle 3:34 pm

    Nulla puoi fare. Se non parlarle e comportarti con lei esattamente come facevi tanti anni fa.
    Sono anni che vivo la tua stessa situazione. La mia ha 92 anni, la mamma di mia mamma. Siamo rimaste sole io e lei. Lei ora mi fa da madre, io da figlia. E madre. Si confondo i ruoli. Ma l’amore si raddoppia. E va al di là di ogni raziocinio. :-*

  6. 6 Fabioletterario 16 maggio 2008 alle 1:42 pm

    Conosco bene tutte queste sensazioni. 20 anni fa, anche mia nonna ha subito le mesime vie che la portarono poi lassù in cielo… Rileggere qui, oggi, me le ha fatte ricordare tutte, senza perderne nessuna…

  7. 7 odiamore 18 maggio 2008 alle 12:33 pm

    Scusate se non ho risposto subito ai commenti, innanzitutto.

    Briciola: la cosa più desolante (o una delle, se non altro) dell’avere a che fare con una persona che segue un filo di pensieri che tu “razionalmente” non riesci a condividere (= è una persona un po’ svanita, per così dire) è proprio questa dislocazione temporale in cui dire “addio” o anche soltanto arrivederci è un messaggio che non sarà recepito, o almeno non come vorresti tu. Però stringere la mano è un fatto, è qui e ora, e la prossima volta seguirò il tuo consiglio. Grazie.

    Nicol: l’apatia permea la mia vita da così tanti mesi, ormai, che non riesco più a estrarre da essa il dolore, a meno che non sia particolarmente lancinante e acuto. Non voglio tragicizzare, per carità – sono una persona fortunata eccetera eccetera. Grazie per la fiducia, sto cercando di guadagnarmela anche se confesso che andare a pungolare il dolore profondo e altrettanto profondamente riposto un po’ faticoso lo è🙂

    Mitì: cerco di fare così. Di ricordare anche soltanto emotivamente come mi sentivo quando avevo cinque anni e il tempo con lei era il tempo delle vacanze e delle corse nel prato sotto il tubo per innaffiare. I ruoli si confondono sempre, quando c’è amore. Ed è bellissimo che possa essere così. Ti abbraccio.

    Fabio: un abbraccio grande anche a te. E un po’ di sollievo🙂

  8. 8 demi4jesus 19 maggio 2008 alle 1:59 pm

    ci sono istanti di vuoto assurdo (così lo chiamo io) in cui potresti pungerti e non sentire dolore… pare che la vita e le circostante stesse ti scivolino addosso e tu non ne senti il peso… vivi quasi in assenza di gravità… e ti senti un pò spaesata in questa situazione perché ti par quasi di perdere la concezione delle cose, di non riuscire più a rilevare le tue proporzioni… navighi in balia del vuoto emozionale… a tratti hai attacchi di cinismo, in altri momenti ti pare quasi di essere in un sogno surreale… e ti domandi se sia possibile o meno che tutto questo accada a te senza scalfire minimanete la corteccia del cuore…
    Mi quoto:

    “e poi il vuoto…il vuoto silenzioso e assordante insieme, come l’udito di chi esce da un concerto dove ha ascoltato musica ad alto volume.. troppo alto…”

    mi sono sentita così anch’io, a volte, mi sono sentita così mentre scrivevo questo


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