Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole – la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (“Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (“mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie – condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) – termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre – o èmpiere che dir si voglia – ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore – figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente – o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine – ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice – indipendente – economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito 😉

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5 Responses to “Il soggetto e il suo complemento”


  1. 1 briciola 14 aprile 2008 alle 8:01 pm

    è quando ci si tocca l’anima che non si può decidere se appartenersi oppure no.

  2. 2 Fabioletterario 16 aprile 2008 alle 1:25 pm

    Bel concetto… E penso che appartenersi sia la cosa più importante per ciascuno di noi…

  3. 3 odiamore 16 aprile 2008 alle 6:50 pm

    Fabio: appartenersi… è così difficile appartenersi, eppure così importante, sono d’accordo.

    Briciola: quello che scrivi mi tocca nel profondo – probabilmente talmente nel profondo che mi si confondono le idee. Ti andrebbe di scriverne un po’ più diffusamente?

  4. 4 demi4jesus 20 aprile 2008 alle 2:29 am

    Ti dirò… amplierò il concetto di briciola (che spero mi perdonerà…)
    lei scrive: “è quando ci si tocca l’anima che non si può decidere se appartenersi oppure no.”
    io questo l’ho provato sulla mia pelle… Quando “ci si tocca l’anima” le statistiche e gli interessi vanno a farsi benedire e pure il desiderio di “appartenenza”.. mi spiego:
    Tempo fa nel mio post Nord-sud-ovest-est..Orientamento d’un cuore scrissi “amo.. amo ferocemente e incondizionatamente… ma non lotto per avere né per dimenticare… semplicemente resto a guardare… e nel mio vigilare attento sulla situazione giungo ad una conclusione nuova, ai limiti del grottesco: amo senza il desiderio di possedere…”
    Io non so bene esprimere il concetto… soltanto so che c’è uno stadio in cui non te ne frega niente delle differenze o delle somiglianze… e neppure ti interessa possedere ad ogni costo..”non si può decidere se appartenersi oppure no”, scrive briciola, io dico che ciò che provi va aldilà dell’appartenenza e vive intatto finanche nell’assenza… ti nutri dell’altrui anima in uno scambio vitale e simbiotico.. e questo non s’infrange neppure se “la comunicazione s’interrompe”
    Questo stadio lo raggiungi, come dice Briciola, quando giungi a sfiorare l’anima dell’altro e questo “sfioramento” genera in te il completamento di cui il tuo cuore abbisogna (a precindere di quelli che siano gli interessi, le usanze, le rassomiglianze che rendano due individui “uguali” o “diversi” tra loro) E’ la sostanza di cui son fatte le due nature che s’incontrano che genera la complementarietà… e ciò va aldilà dei gusti o delle aspirazioni che ognuno possiede…
    Mi vengono in mente or ora due proverbi completamente opposti: l’uno dice “Chi si somiglia si piglia” e l’altro “Gli opposti si attraggono” Sapreste dire quale dei due è vero?
    Io potrei dire che son veri entrambi… assurdo eh? Ultimamente mi dò al “grottesco”… ma io credo che ci sia qualcosa che accomuni e qualcos’altro che completi gli animi degli innamorati. E questo è quanto.

  5. 5 odiamore 21 aprile 2008 alle 8:34 pm

    Demi: mi limito a rispondere all’ultima parte del commento – un po’ perché qui a Barcellona il wi-fi va a singhiozzo, un po’ perché non ho tempo per riflettere accuratamente come vorrei. Secondo me valgono entrambi i proverbi, i quali d’altra parte esprimono due concetti. L’attrazione non è sinonimo di “pigliarsi” se capisci cosa intendo; l’attrazione è un punto di partenza (uno dei tanti possibili), il “pigliarsi” un punto d’arrivo – magari anche soltanto un passo intermedio, non dico sia la meta verso cui tendere. pero’ e’ qualcosa che va si verifica dopo un processo quasi decisionale. l’attrazione, no. ça passe, come dicono in francia 😉 e, per restare in tema, il pigliarsi, talvolta, ça casse


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