E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire – non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica – quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) – chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” – il tutto a metà tra il faceto e il serio – è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora – continua Galattica – mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

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10 Responses to “E se diventassi un modo di dire?”


  1. 1 briciola 2 aprile 2008 alle 12:36 am

    ecco.
    io stasera ho rinvangato (ma l’avrei preso a palate)il mio primo giro lingua.
    errori di gioventù. sui quali sorRIDERE.

  2. 2 Niki 2 aprile 2008 alle 12:45 pm

    Eppure c’è una regola precisa di una qualche strategia letta in rete secondo la quale NON si deve rispondere a un sms di un uomo prima di tre giorni. Ora, io di solito rispondo subito, mi pare poco carino non farlo e non credo particolarmente nelle strategie in questo caso, mi sono votata alla spontaneità (mi concedo solo di contare fino a 10 quando mi sento particolarmente sui carboni ardenti ;)), che sia per questo che non ho una storia d’amore regolare? ;D

  3. 3 demi4jesus 2 aprile 2008 alle 9:02 pm

    Uh santo ciuelo! T’hanno rovinata😀

  4. 4 Mitì 3 aprile 2008 alle 1:29 pm

    Ok, il prossimo “perché si dice” lo dedicherò a te ;-****

  5. 5 odiamore 3 aprile 2008 alle 2:01 pm

    Scusate l’assenza, qui si lavora troppo.

    Briciola: ma l’hai rinvangato con il diretto interessato???

    Niki: tre giorni??? ma questo vuol dire che implicitamente stai comunicando all’uomo in questione che ci hai messo 3 giorni 3 per decidere cosa scrivergli! Contare fino a 10 mi sembra molto più sensato – anche se per me potrebbe funzionare solamente se tra 1 e 10 ci mettessi anche tutti i numeri razionali😉

    Demi: mi sa che mi sono rovinata da sola😀

    Mitì: lusingatissimissima :-****

  6. 6 Suzukimaruti 3 aprile 2008 alle 4:04 pm

    Non è bello diventare un modo di dire. E lo dico avendo subìto questa condizione più volte, in ambiti diversi.

    Cioè, magari anche cazzate simpatiche (tipo che ormai nella blogosfera un post lungo è un post “alla suzukimaruti”), ma si sa che nel momento in cui si diventa proverbiali si diventa monodimensionali.

  7. 7 odiamore 3 aprile 2008 alle 10:52 pm

    Suz: sospiro, sospiro – anche perché sono piuttosto raffreddata😉 D’accordo, cerco di sdrammatizzare e di respingere la malinconia che mi ha pervaso dopo aver letto il tuo commento.
    Si diventa monodimensionali, proprio così. Si diventa lo stereotipo di se stessi. Quel horreur! Urge una strategia – o forse no. Forse non sono d’accordo. Mai pensato a te come unidimensionale soltanto perché scrivi post lunghissimi; anche perché a me piacciono molto, i post lunghissimi in genere e i tuoi in particolare. Quindi sai che ti dico? Je m’en fous, non sei tu a diventare monodimensionale, è che gli altri vivono in un mondo piatto in cui anche uno splendido fiocco di neve, per chi non riesce a innalzarsi lungo la terza dimensione, non è nient’altro che una noiosissima linea uguale a tante altre.

    AGGIUNTA UN PAIO D’ORE DOPO: con questo non voglio mica dire che sei semplicemente bidimensionale!!!!! è soltanto una metafora (e io ho il complesso di essere sempre fraintesa, lo so)😀

    NB aiuta molto la comprensione di questo mio commento l’aver letto Flatlandia o, in alternativa, essere stato un vermetto piatto piatto in una delle proprie vite precedenti.

  8. 8 Suzukimaruti 4 aprile 2008 alle 1:38 am

    Ehm, ho letto Flatlandia (sottotesto troppo cristiano per i miei gusti, by the way) ma in ogni caso non ti avevo fraintesa! :*

  9. 9 Fabioletterario 4 aprile 2008 alle 2:53 pm

    Lascio un saluto di buon week end… E poi ti chiedo: quali erano i tuoi miti giovanili?🙂

  10. 10 odiamore 4 aprile 2008 alle 4:35 pm

    Fabio: i miei miti giovanili? Credo di non aver mai avuto miti, né da ragazzina né adesso. Da bambina mi piaceva molto Madonna, ma definirla un mito… naaaaaa😉


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