La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo – il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome – mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (“Sei più bella quando ridi che quando piangi” – mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere – almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile – se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi 😉

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” – che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi – che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che – mi dispiace per i non anglomasticanti – non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi – d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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13 Responses to “La sindrome di Candy Candy”


  1. 1 Alexiel 26 febbraio 2008 alle 10:51 am

    la frase citata è anche quella sottolineata nel mio libro e che ogni volta che rileggo ho voglia di sottolineare e sottolineare…

    Cime Tempestose è stata la rivelazione della mia vita adolescenziale. Se ho capito cos’è l’amore è grazie ai tormenti di Heathcliff: è terribilmente romantica e affascinante l’idea che l’amore per qualcuno possa condizionare in modo così devastante la vita di qualcun altro (sarà da lì che nasce il mio gusto per il tormentato?.
    anyway

    e per quanto riguarda la sindrome Candi Candi: è inutile, l’Uomo Davvero Ideale è la perfetta commistione tra il Bravo Ragazzo Anthony e il Bel Tenebroso Terence…il problema è che è troppo perfetto anche per film e cartoni animati..se ci fosse TENTHONY non ci sarebbe storia…

  2. 2 odiamore 26 febbraio 2008 alle 2:23 pm

    Tenthony – un po’ cacofonico, ma può funzionare 😉 comunque, la risposta è SI: è da lì che nasce il tuo gusto per il tormentato, senza alcun dubbio.

  3. 3 Fabioletterario 26 febbraio 2008 alle 3:55 pm

    Qui siamo nella psicanalisi pura!!! :-))

  4. 4 demi4jesus 26 febbraio 2008 alle 8:21 pm

    Oddio da dove comincio a commentare ‘sto post?
    mi hai messo in crisi…
    intanto ti cito quando dici:”nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà.”
    convengo e sottoscrivo pienamente questa affermazione!
    m’è capitato di scegliere la soluzione apparentemente “facile” e razionalmente accettabile e di ritrovarmi ancora, a distanza di un tempo indeterminatamente indeterminato, a rivolgere ancora i miei pensieri a quel legame assurdo e inspegabile che mi legava ad un animo instabile ma profondamente empatico e complementare al mio…
    e parlerei di sintonia totale… di parole lette nel pensiero… d’intese indiscusse ed inconfutabili… ed è come ritrovarsi nell’altro in un indecifrabile alchemico processo… ti senti vivere nel suo mondo e senti lui vivere dentro di te… nonostante i silenzi e le assenze è come una presenza che continua indiscussa ad abitare in te…
    Mamma… ciò che ho scritto mi spaventa perfino… ma quant’è vero!!!

  5. 5 odiamore 26 febbraio 2008 alle 8:28 pm

    Forse ha ragione Fabioletterario, e ci stiamo spingendo un po’ troppo in là 😉 Anche se, per esperienza anche diretta, la psicanalisi è mooolto peggio di così 😀
    Ma quando ti spaventi a leggere ciò che tu stesso (stessa) hai scritto è perché finalmente hai toccato un punto VERAMENTE importante, e vivaddio, capitasse più spesso 🙂
    Ti abbraccio Noemi, e ancora ben tornata

  6. 6 Sara 26 febbraio 2008 alle 10:43 pm

    Mi piace molto l’idea di “complementarietà” nei rapporti umani e anch’io ne sono una sostenitrice. 🙂

  7. 7 Fabioletterario 27 febbraio 2008 alle 3:04 pm

    Ma io giocavo, anche se devi ammettere che un fondo c’è… No?

  8. 8 odiamore 27 febbraio 2008 alle 3:09 pm

    Fabio, il fondo c’è, assolutamente. Anzi: probabilmente è ben più di un fondo, anche se nel caso in cui davvero decidessi di addentrarmi nei meandri della psicanalisi userei un’altra terminologia e spingerei ancora più a fondo sull’acceleratore emozionale ed emotivo 😉

  9. 9 Fabioletterario 28 febbraio 2008 alle 4:01 pm

    Allora vedi che avevo ragione? oddio, sono entrato in confusione…!

  10. 10 antonella 24 giugno 2008 alle 6:29 pm

    Sono impressionata… per anni ho disputato con le mie amiche proprio di quella che anche io ho definito sindrome di candy candy. Volevo scrivere un post sul mio blog proprio sull’argomento, però prima di iniziare ho digitato su goolge tanto per scherzare e ho trovato il tuo… Incredibile!
    Anche se a dire la verità non sono perfettamente daccordo con la tua teoria… se mai scriverò il post (a questo punto) te lo farò sapere…!

    P.S. anche io sono pazza di Scarlett O’Hara.

  11. 11 odiamore 24 giugno 2008 alle 7:18 pm

    Antonella: certo, fammi sapere se scrivi il post – e se poi decidessi di non scriverlo torna a raccontare in cosa non sei d’accordo! La mia teoria è ansiosa di essere migliorata!

  12. 12 patty 23 luglio 2008 alle 1:04 am

    è stato illuminante. stanotte cercavo un perchè alle mie continue “incursioni” verso amori non corrisposti per persone sfuggenti, misteriose, probabilmente insicure ma per niente spaventate dalle mie pseudoavances. anche io ho la sindrome di candy candy…ma io per di più, ho anche subito la “malaeducacion” delle telenovele brasiliane, che ti lasciavano lo spiraglio positivo…infatti,dopo lunghe e penose vicissitudini,e la protagonista soffriva indicibilmente, ma trovava l’amore della sua vita, ovviamente un bonazzo ricchissimo e colto, e ovviamente gravido di amore per lei. allora forse io sono un pò masochista, rincorro ashley nella speranza che un giorno molli melania e diventi come rhett. ma nel frattempo sto fisicamente male tutte le volte che mi capita di vedere lui che un pò ammicca e un pò sfugge ma non si concede. che fare? gli salto addosso o cerco (ovviamente senza trovarne) difetti talmente grandi che non potrò fare altro che cambiare l’oggetto del mio amore? ma è amore? e se no. cos’è?

  13. 13 Cathy 12 settembre 2008 alle 12:35 am

    Ma io non ci credo!! Quelli che hai elencato sono i miei 3 miti!!!
    Candy Candy lo guardavo da piccola e lo adoravo!!
    Via col vento è bellissimo, è il mio secondo libro preferito, adoro Rossella O’Hara, e ho fatto mia la filosofia di vita: dopotutto domani è un altro giorno.
    Infine il più importante: Cime Tempestose!!! è il mio libro preferito in assoluto!!! è fantastico, splendido lo adoro!!! amo il personaggio di Heathcliff, e soprattutto quello di Catherine, in cui riesco a riconoscere la mia indole un po’ aggressiva che provo senza successo a nascondere…


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