Incredibile ma vero. O quasi

Ho letto qui (e, lo ammetto, a corto di idee ho scopiazzato il titolo del post) il racconto della comparsata “virtuale” del principe Carlo d’Inghilterra al World Future Energy Summit ad Abu Dhabi. Nuovo, ma non troppo, il trucchetto della videoconferenza evoluta, in cui si ha una proiezione della persona che parla a distanza con una definizione sufficientemente alta da risultare quasi ingannevole: sembra che la persona sia lì, davanti a te, invece è seduta chissà dove – e magari, dato che si vede soltanto il mezzobusto, sotto la giacca porta ancora i pantaloni del pigiama.

Come Suzukimaruti sa fin troppo bene – perché praticamente tutto il macchinario l’ha montato lui insieme a lei – noi avevamo portato in Italia una cosa del genere già nel 2006, a Pisa: trattavasi in quel caso del Teleportec. Ho trovato addirittura una foto sul Flickr di Suz che rende benissimo l’idea ed è ricca di commenti basati su nostre illazioni riguardo il funzionamento dell’apparecchiatura – sostanzialmente, uno specchio semiriflettente situato a 45° rispetto a una TV posizionata all’interno di tutto il macchinario. Più varie ed eventuali – d’altronde, anche avessimo scoperto proprio tutto, non svelerei certo il segreto a chiunque passi di qua 😉

La cosa divertente, che da una breve indagine mi sembra lui non abbia raccontato, sono i retroscena che la messa in opera di una macchina del genere comportano – almeno a volte, almeno quando la responsabilità del fatto che tutto fili liscio è principalmente mia.

Lene, la ragazza nella foto, era la donna di fatica arrivata fresca fresca dagli Stati Uniti per montare il Teleportec. Quando mi avevano scritto “our qualified technician” non mi sarei mai aspettata un’ olandese di un mentro e ottanta per novanta chili, che tra l’altro aveva fatto una scelta di albergo, rispetto al luogo in cui il Teleportec doveva essere installato, quanto meno discutibile: cinque o sei chilometri di distanza, senza mezzi pubblici – il che l’aveva portata ad affittarsi un’automobile tramite un’amica che lavorava per la sede centrale dell’Avis. Peccato che detta automobile dovesse essere ritirata all’aeroporto di Pisa in un giorno feriale nell’ora di punta grazie alla gentile solerzia di Suzukimaruti in veste di autista. Il tutto con l’ansia di non riuscire ad allestire il Teleportec in tempo per le prove generali da fare con i nostri (particolarmente ansiosi e ansiogeni) referenti negli Stati Uniti.

E comunque. Il giorno di queste prove era lo stesso in cui il Giro d’Italia passava per Pisa; traduzione: chiusura del traffico totale (= in tutto il centro città) di cui vengo a conoscenza con un preavviso di circa un’ora (cretina io a non seguire avidamente il ciclismo?). Lene non riesce ad arrivare e mi telefona ogni tre minuti circa presa dal panico. Io sono in preda a una crisi isterica. Suzukimaruti cerca di tranquillizzarmi, pur avendo la schiena rotta a furia di spostare pezzi di Teleportec del peso di circa duemila tonnellate l’uno. Lene, finalmente raccattata da Suz, la sottoscritta e il co-inventore del web Robert Caillau accodatosi non ricordo più perché, si rivela del tutto insoddisfatta dell’allestimento – dal momento che, contrariamente a quanto specificato nel contratto, era necessario per il realismo della proiezione una tenda ondulata e di tessuto pesante che garantisse l’impressione di tridimensionalità dell’immagine proiettata.

Alla fine, bene o male, la conferenza ha inizio: a parlare, Ray Kurzweil – ad ascoltare, sì e no cinquanta persone più o meno sbalordite dall’effetto della sua “apparizione” in sala. Io, piuttosto, ero talmente angosciata per la paura che non funzionasse il collegamento (via linea ISDN, che già nel 2006 faceva tanto vintage) con l’ufficio in cui Kurzweil sedeva dall’altra parte dell’Oceano, che non ho ascoltato una singola parola.

Ecco uno dei motivi per cui, quando mi trovo a dover raccontare a qualcuno che mi guadagno da vivere progettando e organizzando manifestazioni di divulgazione della cultura scientifica (puff pant!), la gente mi guarda un po’ di sbieco chiedendosi se in realtà non passi tutto il tempo davanti a un computer a riempire e svuotare tabelle piene di elenchi e calendari preimpostati. E lo faccio, altroché se lo faccio: una noia mortale – che infatti mi ha portato all’esigenza quasi fisica di iniziare a scrivere un blog.

Però, poi, ci sono delle volte in cui il mio lavoro consiste nello spostare cassoni di legno contenenti apparecchiature futuristiche per poi andare a cercare parcheggio in compagnia dell’inventore del Web.

D’accordo, la chiusura autoriferita me la potevo anche evitare 😀

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4 Responses to “Incredibile ma vero. O quasi”


  1. 1 Suzukimaruti 24 gennaio 2008 alle 2:51 am

    Meno male che, da vera donna di classe, hai omesso tutto il resto riguardo al Teleportec e la sua installatrice molto sensibile alla fauna maschile locale. 🙂 E’ stata una delle poche volte in cui sono letteralmente scappato, anche perché poteva tranquillamente stendermi con un pugno solo. Evidentemente la mia “profonda” conoscenza della scena musicale danese (Whigfield e nulla più, anche se “Saturday Night” ce la ricordiamo ancora tutti) aveva fatto colpo sulla vichinga.

    In sostanza il macchinario riusciva ad essere sorprendente pur essendo una tecnologia assolutamente “stupida”, scomoda da installare, con un vetro pesantissimo e assolutamente low-tech.
    Ma forse sta proprio lì la genialità di Kurzweil.

    In effetti il ricordo del Teleportec era tale per cui ho rimosso il tutto e non ne ho parlato sul blog. Ricordo solo che il primo giorno ero arrivato a Pisa in versione elegante (nei miei limiti) e, dopo un’innocente richiesta “puoi dare un’occhiata se ci sono problemi tecnici nel montare il Teleportec?” ho finito per togliere giacca e camicia e trovarmi a strisciare sotto una pedana in mezzo a zolle di polvere tirando cavi mentre un uomo pelosissimo e sudatissimo a torso nudo che allestiva la sala mi gridava dietro perché aveva fretta.

    Alla fine Kurzweil si è palesato nello splendore del 3D farlocco, ci ha mostrato il suo set di tic nervosi e sicuramente ha detto cose intelligentissime. Per il 90% della sua perorazione ho dormito e per il 10% ho cercato di aiutare le traduttrici simultanee, che erano grandi con l’inglese ma non capivano una mazza di tecnologia.

    Il più grande rammarico di quell’evento pisano è che alla fine non siamo riusciti ad andare a fare il bagno di notte a San Rossore come ci eravamo ripromessi (il fatto che nessuno si fosse portato il costume in valigia credo non sia stato estraneo).

  2. 2 odiamore 24 gennaio 2008 alle 2:00 pm

    E’ vero, il bagno mancato… Io comunque ero pronta a farlo anche vestita di tutto punto!
    Anch’io avevo completamente rimosso il Teleportec dal fardello di ricordi che mi porto appresso, ma ieri, vista l’immagine di Carletto d’Inghilterra, mi è ripiombata addosso come fosse successo una settimana prima – e invece sono quasi due anni, oh my 🙂 Comunque Lene in fondo era una gran giusta, a girare il mondo sfruttando gli aitanti collaboratori locali per montare quella macchina infernale 😉

  3. 3 Mitì 26 gennaio 2008 alle 11:56 am

    Ciò smentisce il fatto che dedicarsi alla scienza informatica impedisca del tutto il movimento fisico: altro che palestra! ;-D

  4. 4 odiamore 27 gennaio 2008 alle 12:42 am

    Mitì, altroché se lo smentisce! Motivo per cui ho delle dita particolarmente affusolate a forza di esercitarle sulla tastiera e, come se non bastasse, un collo sempre più da cigno a forza di allungarlo per meglio leggere quel che c’è scritto sullo schermo 😀


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