Nomen omen

Le citazioni latine vanno bene praticamente per tutte le occasioni. Anche se il latino, in realtà, non l’hai mai studiato – oppure lo hai studiato per sette anni sudando le proverbiali sette camicie e, ciononostante, una mattina di gennaio ti trovi nella biblioteca Piccolomini del Duomo di Siena e stordita dalla meraviglia in cui sei immersa ti chiedi perché mai il Pinturicchio l’abbia dovuta scrivere proprio in latino, la storia di Papa Pio II rappresentata nei suoi affreschi, se nel ‘500 l’italiano era già lingua autonoma e ampiamente diffusa.

Tempo fa ho regalato a mia madre un grazioso libretto intitolato La saggezza degli antichi: lei ne è stata talmente entusiasta che l’ha perso nel giro di una settimana. E non sono sarcastica: era davvero così contenta di poter finalmente insultare la gente dicendo “perle ai porci” in greco antico che la sua connaturata bontà le ha impedito di avere il libro tra le mani per il tempo sufficiente a imparare a memoria tutta la frase.

Nomen omen è, tra le pochissime frasi fatte latine che ricordo a memoria, tra le mie preferite; di quelle in greco nemmeno a parlarne, se mi ricordo l’alfabeto è soltanto perché in fisica e in matematica si ha bisogno di talmente tante lettere per etichettare le grandezze che nemmeno il greco basta, a volte, e si deve ricorrere a lingue ancora meno note in Italia come ad esempio l’ebraico.

Nella top ten delle citazioni (più che altro una top five, se devo proporzionare la classifica al numero complessivo) ci sono anche homo homini lupus e mutatis mutandis – quest’ultima perché mia nonna, quand’ero bambina, la usava per insegnarmi che la biancheria intima va cambiata tutti i giorni. Non scherzo. Nonna a parte, anche la solita, affidabile alea iacta est non è malaccio, se devo proprio dirla tutta.

Nomen significa nome; e fin qui ci era facile. Omen, invece, significa presagio. Pertanto: un nome, un presagio.

E tutta questa saggezza compressa in nove lettere più uno spazio mi porta a pensare due cose.

In primo luogo, che ha ragione chi dà ai titoli l’importanza che meritano. Perché è vero che, come scriveva Fleur Jaeggy, “non basta dimenticare un nome per dimenticare l’essere”; e per certi versi posso addirittura essere d’accordo con chi, un po’ di tempo prima scriveva in un sonetto che “that which we call a rose, by any other name would smell as sweet” (“ciò a cui diamo il nome di rosa avrebbe lo stesso dolce profumo con qualsiasi altro nome”, più o meno – sto citando Shakespeare, non pretendo mica di tradurlo correttamente!).

Eppure un titolo, forse ancora più di un nome anche grazie alla sua maggiore estensione nello spazio, racchiude in sé l’essenza di ciò che verrà.

Facciamo alcuni esempi.

C’è un quadro di Magritte che non posso guardare senza provare un profondissimo senso di repulsione – e l’aggettivo superlativo non è stato messo lì a casaccio: il senso di repulsione è talmente profondo che, non tanti anni fa, mi ha portato a spendere un terzo di stipendio per sviscerarlo in tutte le sue sfumature più recondite con quello che era il mio psicologo. Più di tre ore (escluse quelle poi trascorse in solitudine, che si pagano con una moneta diversa dal denaro) per cercare di capire come mai la rappresentazione su tela del contorno di un volto di donna con, al posto dei lineamenti del viso, gli attributi del suo busto e del basso ventre mi provocassero un tale sconvolgimento interiore. Il segreto è nel titolo: l’avevo letto la prima volta in cui l’immagine mi era capitata sotto gli occhi e mi aveva talmente tanto scossa da “costringermi” a cancellarlo dalla memoria – azione che, purtroppo o per fortuna, non ero riuscita a ripetere con la declinazione del concetto in chiave figurativa. Il titolo di quel quadro è Le viole, ossia Lo stupro – e vi chiedo scusa se non metto il link ma nonostante tutto ancora non riesco a guardarlo senza esserne turbata. Se vi interessa vedere l’immagine, sono sicura che potrete trovarla autonomamente.

Giusto perché siamo in tema e alcune coincidenze vanno perlomeno citate: la canzone che sto ascoltando adesso è di Tori Amos e si intitola Me and a gun. Non lascia presagire (per l’appunto) nulla di buono, vero? Infatti descrive, con parole così toccanti da non aver bisogno di essere accompagnate dalla musica, il giorno in cui la cantante fu violentata da un suo cosiddetto fan.

Avevo iniziato dichiarando che l’accostamento Nomen omen mi fa pensare due cose. La seconda idea, tuttavia, si sarebbe concretizzata uno sproloquio sul significato del nick che ho scelto, dal momento che in questi ultimi giorni me l’hanno chiesto in tanti. La domanda ha un senso, per carità; “What’s in a name?”, per l’appunto, era proprio la frase d’attacco del sonetto citato poc’anzi.

Poi però mi sono ricordata che ne ho già scritto e che in realtà mi piacerebbe piuttosto rivolgere la stessa domanda a chi passa di qua; se mi si perdona la blasfemia: “What’s in a nickname?

Una scusa per rompere il ghiaccio e commentare per la prima volta, magari. Ma magari anche no 🙂

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5 Responses to “Nomen omen”


  1. 1 catepol 18 gennaio 2008 alle 9:16 pm

    catepol (su hotmail punto com fu la prima mail che registrai penso nel 2000 non lo ricordo neanch epiù…

    catepol = nomen woman 🙂

    niente di più banale che le inziali del nome e del cognome a giocare
    niente di più banale eppure mi accompagna da allora…avendo registrato da sempre catepol su ogni cosa…

    anzi ti dico di più
    tanti mi chiamano catepol oramai (ma anche prima del blog) parlo di amici che ricevevano le mie mail, gente che mi conosce davvero e non legge neanche il blog…

    e dunque…
    catepol è oramai una me stessa pubblica
    digitale e non

    ma ripeto..è la banale associazione di nome e cognome
    (originalissima insomma)

  2. 2 odiamore 18 gennaio 2008 alle 11:35 pm

    Non so quanto sia banale, sai? Perché, in fondo, mica te lo sei scelto tu da sola il tuo nome. Per non parlare del cognome 🙂 quindi un senso ce l’avrà pure, oltre a quello più scontato

  3. 3 demi4jesus 26 gennaio 2008 alle 1:42 pm

    Uh che post ricco di contenuti!!! Non me lo perdo ‘sto commento… avrei da parlare per ore su quanto da te scritto ma tenterò di essere sintetica (e che il cielo m’accompagni 😛 ).
    Allora parlando di citazioni latine io le amo e le cito a proposito e pure a sproposito quando serve (ahahahah)… ti dico solo che ne stavo insegnando alcune alla bimba di sei anni che badavo in qualità di babysitter (e a volte lei badava me… ma vabbè..).
    Quella che uso più spesso credo sia: “de gustibus non est disputandum” o anche “dulcis in fundo” con l’alternativa “in cauda venenum”… per non parlare del “amantes amentis” o anche “Ubi MAIOR minor cessat”.. o la fantastica “tu quoque Brutus fili mihi” “similis cum simillibus” “in medio stat virtus” “studere studere post mortem quod valere?” “errare umanum est” “festina lente” (affrettati adagio…)
    e così via discorrendo.. per non parlare di quanto mi divertivo a scuola con quelle frasette greche tutte da interpretare… della serie: με φάτε κακά φιλίππῳ (pronuncia: me fate cacà Filippo… ossia non dite cose cattive a Filippo 😀 )
    Dopo questo scorcio tra l’erudito e il demenziale vorrei convenire che certe volte è proprio vero “Nomen omen”…e tante volte il titolo è davvero importante (notare molte delle poesie di Ungaretti, dove il titolo è parte integrante della lirica…così come numerosissime opere d’arte acquistano significati particolari a motivo del nome che è stato loro attribuito).
    Per quanto riguarda la spiegazione del mio nick credo sia abbastanza evidente significhi : demi x Gesù (demi per Gesù)… Gesù si sa chi è, la “demi” in questione sarei io.. perchè demi? non ve lo so dire… un nick nato per caso.. fortuitamente… perché per Gesù? perché ne sono perdutamente innamorata 😛

  4. 4 odiamore 26 gennaio 2008 alle 3:39 pm

    Ehi, quante cose che hai scritto, che bello 🙂 Mi piacciono i commenti lunghi ed ero proprio curiosa sul significato del tuo nick.
    Dulcis in fundo la uso talmente tanto, in effetti, da non considerarlo nemmeno latino 😉 E festina lente entra assolutamente nei primi posti della classifica, hai ragione!
    Del greco in effetti (stupenda la tua su Filippo!) c’era il concetto di kalòs kagathòs (PS come li hai messi i caratteri in greco?) che mi faceva impazzire: bello, “buono” e valoroso tutti insieme, dove “buono” era però del tutto scevro di attributi morali come lo intenderemmo oggi. Cavolo, quanti ricordi…

  5. 5 demi4jesus 26 gennaio 2008 alle 4:37 pm

    A domanda risponde: eccoti il link dove potrai trovare i caratteri greci ed ebraici anche (qualora ti occorressero… non si sa mai… e giusto per restare in tema “Melius abundare quam deficere” 😛 )
    http://www.dts.edu/demo/unicodekeyboards/


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