La precarietà sta tutta in uno shampoo

Ieri mattina sono stata dal parrucchiere – giocandomi così il primo hair-ticket del 2008. Da sempre, infatti, vado dal parrucchiere massimo due volte all’anno, se possibile addirittura nessuna; di questi tempi, in particolare, la mia situazione economica non mi consentirebbe di aumentare la frequenza neanche lo volessi.

E per inciso, pare che in futuro la situazione non migliorerà: mi spiegava un commercialista che, se io avessi avuto contratti a progetto del valore di 1000 euro al mese dal 1997 al 2007, avrei accumulato, per il mio futuro, una pensione di ben 145 euro al mese – o qualcosa del genere. Io lavoro (prima in nero, poi co.co.co. e, “finalmente”, a progetto) dal 2002 circa, quindi spero tanto che quel commercialista abbia preso una sonora cantonata.

E comunque. Di questi tempi, proprio perché la situazione economica non è particolarmente florida e il futuro è particolarmente incerto, è importante viziarsi un po’, almeno ogni tanto.

Innanzitutto, incominciare la giornata con qualcuno che ti accarezza la testa e si prende cura di te è un’esperienza stupenda – mi hanno addirittura portato il caffé mentre aspettavo che quest’uomo tinto di biondo dall’aria esperta prendesse in mano quattro tipi diversi di forbici. E poi arriva finalmente il momento magico: la piega.

Ora: io ho i capelli mediamente lunghi, tendenzialmente secchi e decisamente ricci. Se inavvertitamente uscissi di casa dopo averli spazzolati in libertà come faccio prima di entrare nella doccia potrei anche essere scambiata per una creatura mitologica con il corpo di donna e la criniera di un leone. Ciononostante, i miei capelli sanno anche essere piuttosto docili e, se stirati da un professionista, umidità dell’aria permettendo potrebbero anche sembrare naturalmente lisci. Ma sto divagando.

Il punto è che una pettinatura diversa – ma soltanto temporaneamente diversa – ha un effetto strano sul comportamento. Scritto così può forse sembrare un’esagerazione, immagino. Però i miei capelli sono probabilmente la cosa più bella che ho, sia per forma, sia per consistenza, sia per colore. Questo l’ho capito soltanto dopo aver passato anni a tingerli di nero corvino con delle ciocche blu; a lavarli con shampoo comprati al supermercato; ad asciugarli con il phon sparato al massimo della temperatura; a fare, insomma, tutte quelle cose che secondo le riviste femminili una ragazza come si deve dovrebbe evitare come la peste.

Quando tingevo i capelli… Non c’è nulla di temporaneo, in un colore diverso dal proprio; anche se si tratta di una tintura semipermanente, di quelle che vanno via dopo sei, sette lavaggi. I riflessi sull’incarnato cambiano, e con essi vira la tinta della pelle del viso. A poco a poco, sembra di non aver fatto altro, nella propria esistenza, che portare sulla testa una versione boccoluta della parrucca di Morticia Addams.

I capelli stirati a colpi di spazzola, invece, sono tutta un’altra cosa. La lisciatura dura soltanto tre, quattro, cinque giorni: finché non ti stufi di fare la doccia con la cuffia che tua nonna usava per fare il bagno al mare negli anni ’50, per intenderci.

E sei diversa. Sei incredibilmente diversa. In primo luogo, trovo di avere, con i capelli lisci, un’aria decisamente più sofisticata e affidabile; dovessi fare un colloquio di lavoro in una multinazionale (non vedo perché, ma è soltanto un esempio) mi presenterei all’appuntamento con il tailleur pantalone nero di rigore e con i capelli perfettamente stirati. I capelli ricci, infatti, portano anche i meno prevenuti di noi a mormorare sommessamente il detto “ogni riccio un capriccio”, sottintendendo che una folta chioma di ciocche elicoidali si accompagna, quasi inevitabilmente, a un carattere instabile e sfuggente. Poi c’è il fatto che chiunque ti conosce non può non accorgersene: non è come cambiare la montatura degli occhiali (che per me, come ho scritto qui e ho ribadito qui, è costitutiva del mio modo di essere, oltre a quello di apparire), è macroscopico ed evidente da tutti gli angoli di osservazione – se ne accorge anche chi mi guarda dalla finestra del primo piano mentre cammino sul marciapiedi.

Entrambe le sensazioni – l’aumento di sofisticazione e affidabilità insieme all’evidenza del cambiamento – si riflettono sul comportamento: il modo in cui io percepisco me stessa, che in parte dipende da come ritengo mi percepiscano gli altri, influenza i modi di fare e di porsi nei confronti della gente. Con i capelli lisci, mi hanno fatto notare, assumo delle “pose” da donna in carriera che non mi sono connaturate. Con i capelli lisci, mi sento al centro dell’attenzione – mentre di solito, semmai, soffro del complesso da tappezzeria.

Ma tutta questa diversità è a tempo determinato: alla fine dell’esperienza, infatti, tornerai esattamente come prima, senza quasi nessuna ripercussione psicofisica come nel caso di un taglio netto di venti centimetri, e senza aver dovuto inserire nel tuo corpo oggetti estranei come le lenti a contatto. Anzi, l’espressione “tempo determinato” comporta troppa continuità, per questo caso.

I capelli lisci sono capelli precari. Proprio come il mio lavoro.

Dal che potrei dedurre che il mio contratto a progetto, apparentemente rinnovato ancora per tutto il 2008, altro non sia che un cambiamento temporaneo nella mia esistenza, e non ne costituisca parte essenziale né componente identificante. Che il mio lavoro precario non faccia davvero parte di me, ma sia soltanto un modo in cui la “vera” me stessa può compiacersi, per un tempo dotato intrinsecamente di data di scadenza, di cambiare un po’ agli occhi degli altri. Per essere percepita dagli altri come affidabile, sofisticata ed essere al centro dell’attenzione. E, di rimando, sentirmi tale anch’io; almeno un po’.

Peccato che con il lavoro ci debba pagare cibo, affitto, luce e gas – e vizi come il parrucchiere due volte l’anno. Peccato che dopo quasi vent’anni passati a studiare e formarmi per il mio futuro, come non si stancavano mai di ripeterci i professori, vorrei davvero poter costruire un progetto di vita, e non avere una vita a progetto

Scusate lo sfogo.

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4 Responses to “La precarietà sta tutta in uno shampoo”


  1. 1 catepol 13 gennaio 2008 alle 7:54 pm

    con la differenza che i miei son castano chiaro con i colpi di sole…abbiamo gli stessi capelli e la stessa sensazione di essere diverse (o doversi atteggiare diversamente) in caso di stiratura…

    però ti aggiungo anche che solo il pensiero di stirare la chioma da anni non mi sfiora più nonostante il parrucchiere e le sue ragazze ci provano sempre…

    ma non ho la pazienza di star 2 ore sotto spazzola e phon vuoi mettere 10/15 minuti di diffusore a testa in giù che comodità???

    Per cui…presentati ovunque come sei
    riccia ed eventualmente capricciosa…
    vedrai che presto le cose lavorativamente parlando cambieranno…dopo tutto bisogna essere come si è…
    l’abito non fa il monaco e il riccio non fa il capriccio

    baci

  2. 2 Elena 13 gennaio 2008 alle 9:26 pm

    Sul 145 euro di pensione, temo che il tuo commercialista abbia ragione 😦
    Sui capelli lisci hai ragione tu …

  3. 3 maviserra 13 gennaio 2008 alle 10:19 pm

    anch’io ho i capelli riccissimi, unica differenza: neanche il parrucchiere più esperto riesce a fargli avere un aspetto “normale” 🙂


  1. 1 Voglio fare la modella | PlayMonick.net Trackback su 15 gennaio 2008 alle 4:30 pm

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