Il Newton Day – ma siamo davvero sicuri?

Ero entusiasta, dopo aver letto la proposta di Richard Dawkins di celebrare il 25 dicembre come il Newton Day (via).

Mi sembrava un’idea semplicemente geniale e stavo per mandare sms di sensibilizzazione a tutti i nomi della rubrica del cellulare di lavoro e addirittura di quello privato. Sarebbe arrivato anche al mio elettricista, ora che ci penso; ma in fondo perché escluderlo? Finalmente una valida alternativa al Natale. Finalmente un nome degno di rispetto – e un faccione da fare invidia al Santa Claus della cocacola. E poi.

Poi ho scelto di passare un 24 dicembre con i miei compagni di università. Che sono miei amici, ci tengo a sottolinearlo: perché se li chiamo i miei compagni di università, i miei compagni di università si arrabbiano – e in effetti con la maggior parte di loro non ho mai seguito neanche un corso; anche i miei colleghi a volte fanno delle facce brutte quando uso in loro presenza fuori dal contesto lavorativo l’espressione i miei colleghi: sono a prendere un aperitivo con i miei colleghi; ti richiamo più tardi, sono con una mia collega; vieni anche tu stasera a cena da un mio collega?

Probabilmente non è bello che io inserisca le persone in categorie. Capisco che si arrabbino, o comunque ci rimangano male. Un anno e mezzo fa c’erano anche i miei amici del ballo (con cui facevo lezioni di salsa), e prima ancora, durante l’università, i miei compagni di liceo.

Ora che ci rifletto, probabilmente è dovuto al fatto che ho sempre frequentato gruppi di persone che in comune avevano ben poco oltre al fatto di conoscere me. Ma non era di questo che volevo scrivere, oggi.

Era la vigilia di Natale: sono uscita da casa dei miei e sono entrata nella nebbia, che la mattina dopo si poteva ancora respirare. L’unico locale aperto in tutta la città era un posto con la sala fumatori – peccato che il raffreddore tremendo sopraggiunto giusto il primo giorno di vacanza rendesse fumare un’attività piuttosto dolorosa e ben poco gratificante. E comunque.

Ho aspettato che l’atmosfera si scaldasse un po’: che tutti raccontassero le torture a cui i vari parenti li avrebbero sottoposti l’indomani; che ci fosse il tempo per lamentarsi dell’assenza di significato della corsa ai regali per il figlio del fratello del convivente della madre di cui a mala pena si conosce il nome; che Andrea rischiasse di farmi slogare la mandibola a forza di ridere durante il racconto del pranzo con i parenti della fidanzata; che eccetera eccetera eccetera. E ho preso un bel respiro, che con ‘sto raffreddore non è stato affatto facile: “Ragazzi, ma io ho la soluzione! Anzi, non ce l’ho io, ce l’ha Richard Dawkins. Basta con il Natale e tutta la frenesia consumistica che ci rende depressi. Dedichiamo questo giorno a un personaggio veramente importante che ci ricordi davvero cose belle e importanti per la storia degli esseri umani. Il 25 dicembre è il compleanno di Isaac Newton: facciamolo diventare il Newton Day!”

Mi aspettavo non dico urla di giubilo (sarebbe eccessivo) ma un po’ di entusiasmo… be’, un po’ di entusiasmo sì, se non me lo aspettavo almeno ci speravo. Invece ho fatto una (ri)scoperta terribile: Newton era un uomo tremendo.

Per la serie Forse non tutti sanno che, la prima grande lite della sua carriera accademica fu con l’astronomo John Flamsteed, il quale gli aveva fornito una gran mole di dati necessari per la pubblicazione dei Principia Mathematica ma, in un secondo tempo, si era rifiutato di comunicargliene altri. Isaac cercò di costringerlo a pubblicarli, coinvolgendo nella lite addirittura Edmond Halley (lo stesso della cometa) e, avendo perso la causa legale poi intentata dall’astronomo, si “limitò” a cancellare dalla successiva edizione dei Principia ogni riferimento al lavoro di Flamsteed – comunque passato agli onori della storia come autore di un celeberrimo catalogo stellare.

Probabilmente più famosa è invece la “disputa Leibniz-Newton” sulla paternità della scoperta del calcolo infinitesimale: il filosofo tedesco aveva infatti pubblicato i propri risultati molto tempo prima dell’inglese – scatenandone l’ira funesta (da fare invidia al Pelide Achille!).

Quello che non conoscevo prima che me lo raccontasse un Andrea schifatissimo dalla mia proposta, però, era il seguente aneddoto. Si racconta che, alla morte di Leibniz (avvenuta a causa di un attacco di cuore), Newton confessò al proprio medico: “mi dispiace di non essere riuscito a distruggere la sua reputazione, ma almeno sono riuscito a spaccargli il cuore”.

No comment… Mi sa che alla fin fine Babbo Natale non è poi così brutto come lo dipingono.

E tutto questo mi fa ricordare che non dovremmo mai dimenticare di separare nettamente gli esseri umani dalle loro opere: il cuore e la testa infatti, anche in questo come in migliaia di altri casi, sembrano quasi appartenere a due persone distinte e molto, molto diverse tra loro.

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5 Responses to “Il Newton Day – ma siamo davvero sicuri?”


  1. 1 #6 26 dicembre 2007 alle 10:35 pm

    Newton era un personaggio piuttosto complesso, ed è interessante anche il suo rapporto con la religione.
    Era odioso, e non è stato certo l’unico tra metematici e fisici a esserlo.
    La disfida con Leibniz è superata, dato che svilupparono il calcolo infinitesimale non sapendo niente l’uno dell’altro.
    E comunque il calcolo infinitesimale che usiamo oggi non è quello di nessuno dei due, ma quello di Cauchy (altro simpatico come un ascesso a ferragosto).

  2. 2 odiamore 26 dicembre 2007 alle 10:50 pm

    Vuoi anche un’asticella di legno per bacchettarmi le dita? 😉
    A parte la mia permalosa finta-ironia, interessante l’uso del termine “metematici”.
    Freud sosteneva che i cosiddetti atti mancati (in questo caso credo piuttosto sarebbe corretto definirlo un refuso, ma non credo cambi molto) non fossero altro che un compromesso tra atti coscienti e desideri inconsci. Mah… Freud, tra parentesi, non era tanto simpatico neanche lui – spiritoso, sì, ma non simpatico: troppo “rigido” (con un superego troppo sviluppato) perché potesse esserlo. O perché gli interessasse diventarlo 🙂

  3. 3 #6 27 dicembre 2007 alle 12:19 am

    Bacchettare? No, diciamo che è quello che avrei detto fossi stato lì a mangiare con voi.
    Poi avrei chiesto a Freud se uno che quando scrive refusi si incazza è normale.

    Metematica cosa potrebbe significare?

  4. 4 odiamore 27 dicembre 2007 alle 1:22 pm

    Matematica, etimologicamente, viene dal greco mathema (disciplina, studio), sostantivo derivante dal verbo manthàno che sostanzialmente significa “io apprendo” – o almeno così lo vende il Rocci che usavo al liceo. Matematica, pertanto, etimologicamente indicherebbe una disciplina “generica”, diventata poi la matematica come noi la intendiamo (cito Ottorino Pianigiani e il suo dizionario etimologico) “perché reputata a ogni altra superiore, per utilità e per evidenza”.
    Metematica… potrebbe derivare invece da metis, che non significa altro che “pensiero”.
    Se proprio devo partire per questo volo pindarico, pertanto, (e non me lo perdo per nulla al mondo!) azzarderei che matematica si riferisce più al lato dell’apprendimento passivo, mentre la metematica ne è lo stadio successivo, in cui ci si pone di fronte ai problemi con un atteggiamento attivo. Ma forse è soltanto che negli ultimi giorni ho esagerato con l’alcol 🙂


  1. 1 Libru » Il Newton Day - ma siamo davvero sicuri? Trackback su 26 dicembre 2007 alle 10:47 am

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