Cardiofitness

Qualche tempo fa ho scaricato un film con questo titolo, “Cardiofitness”. Oddio, forse non dovrei scriverlo, perché il film di per sé era di dubbio gusto; e soprattutto, è una cosa non proprio legale. E comunque. Se di azione illegale si trattava, in quel caso (almeno) sono stata punita: al film mancava proprio la fine, presumo gli ultimi quindici minuti. Chissà se lei e lui sono tornati insieme, in quegli ultimi quindici minuti… Confesso d’altra parte che il destino dei personaggi mi è del tutto indifferente – non era un gran film, anche se aveva alcuni spunti interessanti, tra cui il titolo che ho preso in prestito.

Qualche sera fa ho parlato a lungo con Sole; nonostante le migliaia di chilometri che ci separano, e nonostante il fatto che ormai da diversi anni conduciamo due esistenze fondamentalmente e radicalmente differenti, ci sono molte cose che accomunano le rispettive esperienze. Prima fra tutte, il non ritrovare più noi stesse in un ambiente circostante in cui abbiamo l’impressione che tutti gli altri lesinino la propria emotività.

E’ capitato a entrambe, ed è successo troppe volte perché mi senta legittimata a considerarle coincidenze, di trovarsi a contatto con persone che, quando avvicinate – o meglio quando si tenta di avvicinarle, perché alla fine dei conti si risolve tutto in un insuccesso – a livello un po’ più profondo della semplice conversazione da bar / da macchinetta del caffé / da aperitivo eccetera… Persone che quando cerchiamo di andare almeno un po’ oltre le convenzionali chiacchiere “che tanto è lo stesso se siamo da soli io e te, se siamo in gruppo, se siamo videoripresi e trasmessi in diretta sulla tv nazionale”… Persone che quando ce la mettiamo tutta per convincerci del fatto che non soltanto ci concederebbero pezzi della loro intimità, ma ci stanno addirittura incoraggiando a grattare la nostra e soprattutto la loro scorza per andare oltre

Avete presente La Storia Infinita? Il libro di Michael Ende (che si pronuncia “micael”, e non “maicol” perché è tedesco 🙂 ), o l’omonimo, splendido film – non importa quale dei due vi ricordiate. In entrambi era splendidamente narrata la vicenda del Nulla che avanza inesorabile, il Nulla che divora tutto e tutti, ogni cosa che incontra sulla sua strada. “E al suo posto”, ricordo chiese il protagonista Bastian a chissà chi, “al suo posto cosa rimane?” Il Nulla, fu la risposta.

Il Nulla divora tutto e tutti anche nella mia vita. O almeno ci prova, ci prova sempre. Il Nulla condisce le chiacchiere da bar e le traveste da conversazioni profonde; non è più sufficiente un’alzata di spalle un po’ snob quando sull’autobus sento parlare di personaggi televisivi: il Nulla cerca di sopraffarmi tutte le volte in cui discorsi all’apparenza “profondi” non sono altro che cliché ben costruiti più e più volte ripetuti a persone diverse – ma cambiare qualche aggettivo a seconda della formazione o della professione dell’interlocutore non è sufficiente a rendere un discorso “fatto apposta per” lui (o lei – ‘sta cosa del genere mi lascia sempre perplessa).

Non è tuttavia corretto, in questo contesto, definirlo Nulla; la distanza incolmabile tra me e alcuni miei interlocutori ha piuttosto la consistenza di un deserto, e ti lascia in bocca lo stesso sapore sabbioso della delusione.

E’ il deserto emotivo. E’ quando la paura, o la non abitudine, o chissà cosa, portano un essere umano a rinunciare a tutta, o comunque a gran parte della propria emotività.

Ci sono persone, dunque, che vivono nel loro deserto emotivo, e hanno la brutta abitudine di farti credere che non sia così e, allo stesso tempo, di lasciare, se non di incoraggiare l’aridità a sopraffare l’emotività.

Come se l’emotività fosse in quantità finita e inversamente proporzionale a qualcos’altro – che so, all’intelligenza, alla creatività. Come se valesse la relazione: più mi apro emotivamente, meno energie ho da dedicare ad altro e meno emotività mi resta per i giorni a venire – per un futuro più o meno lontano in cui potrei averne davvero bisogno. In cui potrei davvero farmi tornare la voglia di mettermi in gioco. E al contempo: più mi apro emotivamente, meno energie avrò da investire nel lavoro, nel mio hobby preferito che consiste nel raccogliere tappi di bottiglie di succhi di frutta eccetera eccetera eccetera.

Ma il cuore, tutto considerato, è un muscolo. Se non lo usi, dopo un po’ si atrofizza. E non è detto che, se anche ti ci metti d’impegno, riesca più a tornare a funzionare come ti aspetteresti; non è detto che, così come adesso non riesco più a fare la spaccata come quando avevo dieci anni e facevo danza tutti i giorni, anche il cuore non abbia bisogno di tenersi in allenamento. Non soltanto è inutile lasciarlo inattivo: è estremamente dannoso. Per gli altri, ma soprattutto per se stessi.

Bisogna lottare contro l’avanzamento del deserto.

Perché se no quel giorno in cui decidi che hai voglia di usarlo di nuovo, magari, il cuore non risponde più. E addirittura – questa è l’ipotesi catastrofica, lo so – potrebbe anche darsi che sia passato talmente tanto tempo dall’ultima volta in cui lo hai messo alla prova che di questo deterioramento tu nemmeno te ne renda conto.

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7 Responses to “Cardiofitness”


  1. 1 xlthlx 7 dicembre 2007 alle 6:18 pm

    no, mi oppongo. il cuore torna a battere quando serve, se serve.

  2. 2 odiamore 10 dicembre 2007 alle 5:36 pm

    Io non credo. Fortunatamente non l’ho mai sperimentato sulla mia pelle, ma intorno a me vedo troppi casi di cuori atrofizzati che non tornano più a funzionare bene. Per questo sono convinta sia necessario lottare contro l’avanzamento del deserto emotivo!!!

  3. 3 giorgio 12 dicembre 2007 alle 3:00 am

    com’è, cosa fa, cosa prova un cuore quando funziona bene?

  4. 4 odiamore 12 dicembre 2007 alle 3:49 pm

    Per giorgio: boh.. 🙂 Nel senso: non so come funzioni un cuore che funziona bene, se con quello intendi “un cuore sano”; la linea di demarcazione importante, per quanto mi riguarda, sta tra funzionare e non funzionare. Nella mia risposta a xlthlx intendevo funzionare a dovere, o altrimenti detto “a pieno ritmo”.

  5. 5 giorgio 13 dicembre 2007 alle 12:05 pm

    Cara, non credo all’esistenza di cuori non funzionanti: la linea di demarcazione non sta in un interrutore on-off, ma nel ritmo del battito. E soprattutto nell’ascolto, del proprio e di quello altrui: a volte sono le orecchie a non funzionare, prese da un ascolto interno. E il suono, a quel punto, può essere sordo in modo ambivalente.

  6. 6 ilredeire 19 dicembre 2007 alle 10:37 pm

    A mio avviso esiste un mix perfetto di ragione e sentimento che permette ad un cuore di essere sano, se l’uno prevale sull’altro il cuore sarà malato e con esso tutto il sistema andrà a deteriorarsi.
    L’equilibrio è un bene supremo, senza intelletto il cuore condurrà allo sbando il malcapitato di turno.
    La sete di conoscenza porta il cuore a guardare oltre se stessi e se improvvisamente batte l’anima della persone gli dirà come comportarsi.
    Credo che l’allenamento a provare emozioni sia inutile se non ci si allena a dare un corrispettivo per la nostra gioia.
    E’ come fare l’amore, io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me, io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me, ora più veloce… più veloce… questo è il miracolo dell’amore!

  7. 7 odiamore 23 dicembre 2007 alle 6:32 pm

    un mix perfetto di ragione e sentimento: Jane Austen sarebbe orgogliosa di te 😉 E a parte questo, la parola magica è: corrispettivo, abituarsi a dare un corrispettivo per la nostra gioia. Grazie per avermelo ricordato.


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