Dentro e fuori

Sta succedendo qualcosa di strano. Non necessariamente qualcosa di molto strano, ma sicuramente peculiare. Qualcosa che forse non va proprio contro il senso comune, ma sicuramente – almeno in parte – non è al di qua della linea che ne demarca i confini.

L’uso più o meno sconsiderato che faccio della rete per mantenere i contatti con persone già conosciute, anziché diminuire le occasioni di incontro nella vita quotidiana, le aumenta.

Da quando Mascalzone e io ci siamo scambiati il nick di Skype, ad esempio, ci vediamo all’incirca una volta alla settimana, ossia con una frequenza almeno cinque volte superiore a prima.

Ora: noi siamo stati compagni di liceo – non di classe, ma quasi. Per molti anni abbiamo diviso lo stesso gruppo di amici – il gruppo del liceo, ovviamente. Abbiamo, negli anni ’90, vissuto insieme moltissime prime volte: la prima uscita serale in auto, i primi discorsi sul sesso dopo averlo praticato (o almeno averci provato), il primo fine settimana alcolico in montagna, il primo fine settimana stupefacente al mare, la prima vera vacanza senza genitori in Costa Azzurra eccetera. Eppure, come spesso succede, il passaggio all’università prima e il passaggio all’età delle relazioni sentimentali stabili poi, ci hanno separato fisicamente. Niente di triste né irreparabile, ovviamente; anzi. Semplicemente, rispetto agli inizi, abbiamo diradato sempre più i momenti in cui stavamo insieme: dal quotidiano (che dolore, però, quando mi riaccompagnava a casa da scuola in bicicletta mettendomi precariamente in equilibrio sulla canna!), al settimanale, al mensile, al trimestrale. Io ho vissuto fuori città, lui ha vissuto fuori Italia; ci siamo scritti qualche email, ci siamo sentiti qualche volta al telefono, ci siamo incontrati con amiche comuni… finché non è arrivato Skype.

Un discorso molto simile, mutatis mutandis, vale per Api. Anche con Api abbiamo fatto tantissime cose; ne abbiamo, come a volte si dice, passate davvero tante insieme – come ho avuto già modo di scrivere. E anche nel caso di Api, da quando quella notte estiva una sua telefonata ci ha poi portato a ore di conversazione via Skype, la frequentazione vis à vis è diventata quasi routine, soprattutto considerando che lui vive in un’altra nazione.

Grazie Skype, dunque. Ma non credo sia tutto merito suo. O, se non altro, sarebbe potuto essere GoogleTalk, or whatever. C’è questo blog, c’è facebook, ci sono gli scambi di informazioni relative ad aggiornamenti sui programmi (in)utili per Mac.

Ci sono, in sostanza, tante occasioni per comunicare anche a distanza. E queste occasioni, anziché esaurirsi in se stesse, creano la voglia di vedersi, di sentire il suono della voce dell’altro, di parlare al freddo e sotto la pioggia e non soltanto davanti allo schermo del computer.

Il senso comune – o alcuni articoli di giornale, quantomeno – farebbe pensare che più si trascorre il tempo dentro la rete, meno si vive al di fuori. A me invece sta succedendo l’esatto contrario.

Ciò considerato, vorrei chiedere a chi legge cosa ne pensa, e soprattutto qual è la sua esperienza al proposito. Vorrei anche che questa fosse un’occasione perché si esprimano esplicitamente quelle persone che, per vari motivi (tutti legittimi, per carità!), non hanno mai commentato – fatelo adesso, è la vostra occasione 🙂

Mmm… ora che ci penso: che figura ci faccio se lancio un appello del genere e non mi risponde nessuno? 😉

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6 Responses to “Dentro e fuori”


  1. 1 catepol 26 novembre 2007 alle 9:00 am

    ciao…eccomi a commentare…è verisimo quello che dici…poche son le persone che già conoscevo con cui è aumentata la frequenza di appuntamenti faccia a faccia…ma perchè co molti amici devo fare tutto un lavoro di evamgelizzazione per pasare dagli sms e dalle telefonate agli strumenti di internet…

    però con le persone conosciute proprio grazie al web
    aumentano gli incontri faccia a faccia quando possibile e continuo a conoscere tanta bella gente al di là dello schermo…davanti ad un aperitivo o un caffè…

    bel post comunque

  2. 2 Alexiel 26 novembre 2007 alle 3:12 pm

    ciao! anche io la vivo allo stesso modo o magari per cercare di non perdere quei contatti che per: distanza, famiglia, lavoro, studio, etc etc..si ridurrebbero fino a scomparire, la rete ci impedisce di sparire.
    e poi piano piano anche a me la rete sta dando occasione di conoscere piuttosto che isolarmi 🙂

  3. 3 Scassaritratti 26 novembre 2007 alle 6:11 pm

    Che emozione leggere il tuo blog Odiamore…ho scoperto una dimensione di te che prima ignoravo.Io e l’Amico di Nervi siamo stati bene con te e con Mascalzone (meno sportivo e più mediatico?!mah…)
    D’ora in poi diventerò tua lettrice.Promesso.
    Ti voglio bene

    Scassaritratti

  4. 4 Andrea 26 novembre 2007 alle 10:25 pm

    Come ho gia’ avuto modo di dirti, io provo una sorta di pena al pensiero del blog (sebbene ne abbia curato uno tempo fa su blogspot) e una tristezza disarcionante durante le discussioni via skype/chat (benche’ di tali mezzi ne faccia uso assiduo, causa l’appartenenza ai corridori della “Fuga di pisellli”, aspetto ampiamente sottovalutato della piu’ nota “Fuga di cervelli” che impoverisce il nostro paese). Il disagio si sviluppa attorno al concetto, troppo semplice devo dire, per cui “la vera vita non si tocca cosi'”, ammesso che il mondo materiale non sia pura illusione. Poi continua nel ritenere che molto spesso chat/mail/skype siano “amplificatori di distanza”, almeno per chi nella distanza ci vive davvero (nel mio caso, i veri demoltiplicatori di distanza sono il treno e l’aereo, e una serata con i miei amici piu’ cari). E procede nel pensare che il blog e’ come un palcoscenico, una scena teatrale che presenta lati della vita che vorremmo vivere o delle persone che vorremmo essere – e non sappiamo fare perche’… boh, pero’ non ci riusciamo. Oppure sfocia nel ritenere che tutto cio’ non sia che il tentativo di disporre di una fama in scala, di una notoriera’ di nicchia, che ci da o ci illude di dare uno stile e una definizione al nostro io, alla memoria di noi, all’immagine di noi (del tipo: vorrei essere un grande scrittore ma non riesco a diventarlo: allora scrivo un blog). E tutto questo mi sembra triste e non mi ci trovo.

    E tuttavia il tuo blog lo leggo spesso perche’ so che lo scrivi tu, perche’ ti conosco, perche’ so qual e’ il tono della voce con cui diresti una determinata cosa, e perche’ Sigtuna mi ricorda la tua “anima di papera” ecc., e se questo Odiamore fosse il blog di una qualsiasi altra persona, e lo leggessi, non mi direbbe le stesse cose che mi dice sapendo che chi le scrive sei tu: ma cio’ varrebbe anche se mi spedissi una lettera eccetera. Ecco. Non so (adesso sembra il monologo di Molly Bloom o come si scrive), pero’… Ho pensato che scriverti adesso, nonostante sia cordialmente ostile a blog/skype/mail, ti fara’ contenta e allora va bene cosi’. E non mi chiamare Api, che’ sembro qualcosa fra il bue sacro egizio e un distributore della benzina.

  5. 5 Mitì 29 novembre 2007 alle 1:18 am

    Anch’io come te. (Vorrei solo avere più tempo e meno galòp per “vivere l’esterno” ancora di più. Ma qui c’entrano la famiglia e il lavoro, non altro) :-**

  6. 6 ubiquo 2 dicembre 2007 alle 10:10 pm

    odiamore
    cambio nome perchè il mio già preso. forse da me stesso all’epoca non so.
    il mio commento si traduce in un fatto. ho il mio blog anch’io ora.
    seguo un percorso dunque. delle parole. ovvio.
    beh spero che saprai indicarmi la via del successo.
    ex-awhile


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