Il viaggio verso Sole

Ho passato l’intera giornata a prepararmi: bucati frettolosi e asciugature con il phon per avere i vestiti puliti e in ordine; rocamboleschi passaggi di file .avi dalla mia memoria esterna a quella comprata per portarla in dono a Sole; pensieri ossessivi sul lavoro scacciati grazie a una dose imbarazzante di coca cola light; avvolgimenti di confezioni di biscotti in maglioni di lana perché gli addetti aeroportuali, lanciando la mia valigia, non li riducessero (troppo) in frantumi; cinque piani di scale con valigia da temo più di 15 kg (tre kg di biscotti e mezzo kg di Lacie con cavetti e tutto contano pure qualcosa!!), computer e borsetta nuova; incontro casuale con amico da cui sono riuscita a farmi trascinare i pacchi sino alla fermata della navetta; 50 minuti di autobus in mezzo al nulla della periferia con la trepidazione del pre-partenza. E, finalmente, l’arrivo in aeroporto.

Il banco del check-in era proprio lì, cinque o sei metri davanti a me e alle mie masserizie. Ne vedevo i contorni stagliarsi contro il grigio anonimo dell’area partenze. Pregustavo il momento in cui avrei fatto il controllo ai raggi X completamente priva di sostanze liquide o affini a parte quel 60% di acqua che serve al mio corpo per sopravvivere.

Quando è squillato il telefono pensavo fosse Sole, chissà perché. Temevo volesse dirmi che non sarebbe riuscita a venire a prendermi come concordato e che avrei dovuto prendermi un taxi. Poco male, ho pensato mentre rovistavo nella borsetta (maledizione, Martin: perché l’hai fatta senza tasche?): con tutta la valuta estera che mi sono fatta cambiare stamattina potrei quasi comprarlo, un taxi. Pensavo volesse salutarmi prima della mia partenza e ricordarmi come arrivare al luogo in cui ci eravamo date appuntamento intorno all’una di notte insieme al suo amico che, tanti anni fa, conobbi mentre faceva uno spogliarello in occasione della festa della donna. Speravo fosse Sole pur senza sapere ancora che si trattava di una speranza.

Invece era il telegiornale. Il telegiornale di Rai1, per la precisione, che si palesava tramite la voce di mia madre. C’era stato un incendio, nella zona est della città verso la quale mi accingevo a volare. Un incendio che, secondo l’annunciatrice, aveva sparso una nube nera sul cielo della metropoli. Una nube che, sempre secondo l’annunciatrice, era portatrice di sostanze tossiche – in una parola: amianto.

Ma facciamo un passo indietro.

Io ho due nonne: una brava e una cattiva. La nonna brava è la mamma di mio papà, proviene da una famiglia piuttosto benestante e ha un’intelligenza tanto acuta e profonda da compensare la poca avvenenza. La nonna cattiva, invece, di estrazione contadina, era talmente bella prima che un ictus la rendesse invalida da richiamare ancora, a settant’anni suonati, i complimenti per la strada da parte di uomini di ogni età.

La nonna cattiva, una settimana fa, è stata ricoverata in ospedale. La sua stanza è al quarto piano e si affaccia sulle montagne. La sua camicia da notte mette in risalto le braccia pallide che non vedevo più da anni, perché di solito vive in alta montagna e nonostante le oggettive difficoltà a vestirla le suore, ogni mattina, le fanno indossare i maglioni di lana che era solita intrecciare quando ancora le sue dita funzionavano come bacchette magiche. La sua lucidità è ormai intermittente, ma la salute è tornata buona e, soprattutto, non soffre: questo lo dice lei e lo confermano le cartelle cliniche – insieme ai medici che, con le sue parole, “sono proprio due bei ragazzi”.

Quando ho avuto dal medico l’annuncio del ricovero, ho pensato che il viaggio verso Sole poteva dover essere annullato. Quando, qualche giorno dopo, ho visto la mia nonna cattiva sorridere e ingurgitarsi senza quasi fiatare una pasta alla panna montata, ho riflettuto che forse partire per un luogo distante da casa meno di due ore di aereo poteva non essere un problema. Quando mia madre, nonostante la mia insistenza, si è raccomandata di non rinunciare a una settimana di vacanza insieme a una persona che poteva aver bisogno, e non soltanto voglia, di avere qualcuno accanto, ho deciso che valeva la pena rischiare.

Invece è arrivato il telegiornale. E, con lui, il dover scegliere tra il senso di colpa e il dispiacere. Sapendo che tanto qualsiasi scelta sarebbe stata quella sbagliata.

Fortunatamente, almeno, l’autista dell’autobus che mi ha riportato a casa non era lo stesso dell’andata. Il fatto che la macchinetta dei biglietti facesse le bizze mi ha, se non altro, salvato dall’imbarazzo di essere fissata da un uomo che, un’ora prima, non soltanto mi aveva vista in procinto di partire con valigie, borsette e borsoni, ma si era sorbito un mio quarto d’ora al telefono in cui raccontavo tutte le cose che avrei fatto e non fatto durante la permanenza all’estero.

Un viaggio, il mio, durato giusto il tempo di un paio di pause per riflettere e trenta minuti di sigarette in attesa della navetta per il centro città. Una traslazione limitata al percorso dallo spazio partenze allo spazio arrivi – dove si ferma l’autobus – per poi riuscire dall’aeroporto insieme a quanti scendevano dallo stesso volo che, ironia della sorte, avrei dovuto prendere io mercoledì prossimo per ritornare 🙂

Essere figli unici, d’altronde, comporterà pure qualche svantaggio, no?

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4 Responses to “Il viaggio verso Sole”


  1. 1 puntomaupunto 13 novembre 2007 alle 8:27 pm

    😦

  2. 3 Alexiel 13 novembre 2007 alle 11:17 pm

    povera…

  3. 4 funnyg 15 novembre 2007 alle 10:29 am

    e io che ti immaginavo sulle rive del Tamigi 😦 dove sei adesso?aspetto un post che dice che alla fine l’aereo l’hai preso lo stesso..g


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