L’amore al tempo del mal di denti

Mi è morto un dente. Un molare, credo; un piccolo molare proprio sul lato in cui preferisco masticare le gomme prima di fare le bolle come quando avevo otto anni.

Ecco, penserà chi legge: ci risiamo con i denti e gli spazzolini… ma a volte l’apparenza inganna.

So bene che la morte di un mio dente non è una notizia sconvolgente per nessuno, dal momento che non lo è nemmeno per la sottoscritta. Sono cose che succedono. Mi fa un certo effetto, d’altro canto, pensare che nel corso dei mesi e forse addirittura degli anni questo dentino apparentemente sano e vitale stava in realtà riducendosi sempre più a un orpello non soltanto inutile ma fonte di una vera e propria sofferenza fisica. Perché è vero che, come dicono le nonne, la lingua batte proprio là dove il dente duole. Vivo o morto che sia.

E quando una mattina della scorsa settimana mi sono trovata, alle 5.18, spalmata sul letto a chiedermi cosa avessi mai fatto di male per meritarmi un dolore così grande all’interno della mia bocca notoriamente piccola e proprio per questo particolarmente invisa ai dentisti, la lingua ha iniziato a battere incessantemente. Ed essendoci poco spazio, ha anche avuto la strada facile – cosa che non ha fatto che acutizzare il dolore.

Un dente, come probabilmente era diffusamente spiegato anche negli ormai rinomati opuscoli sull’igiene dentale, è vivo e vegeto fintanto che il sangue circola al suo interno e irrora le terminazioni nervose. O qualcosa del genere – quando la dentista me l’ha spiegato ero intontita dall’anestesia 🙂

Quando un dente muore, o comunque nel momento in cui, ormai agonizzante, è condannato a una inevitabile fine ingloriosa, possono verificarsi due fenomeni. In un caso, il decesso avviene lentamente e in sordina, ed è soltanto dopo un lasso di tempo più o meno lungo che il numero di batteri nel frattempo annidatisi all’interno diventa talmente elevato da infastidire l’osso sovrastante, il quale comincia a protestare e provoca un dolore straziante e acuto diffuso lungo tutta la gengiva. Nell’altro caso, invece, un accumulo repentino di batteri forma un pus che, a sua volta, causa un ascesso: proprio mentre la guancia si gonfia stravolgendo i tratti del viso e provocando gli sguardi curiosi e impietositi del resto del mondo, il dolore va scemando.

In entrambi i casi, emerge che non è la morte in sé e per sé a farsi notare – per quanto riguarda la mia situazione, ad esempio, il mio dente potrebbe essere defunto mesi fa senza che io mi accorgessi di nulla. La morte lascia un vuoto che, letteralmente, si riempie a poco a poco di insidiosi batteri; essi, a loro volta, non si palesano manifestamente, ma lasciano che a scatenare la reazione dolorosa sia un’altra parte del corpo – l’osso e la gengiva in un caso, la guancia gonfia a causa del pus nell’altro.

La morte di un dente, a pensarci bene, è un po’ come la fine di una storia.

Ci sono storie che si consumano lentamente, senza quasi che nessuno se ne accorga. Dall’esterno sembra che tutto proceda per il meglio, finché un giorno il dolore scoppia all’improvviso senza una causa apparente. Volgi lo sguardo verso un punto diverso da quello che stavi fissando prima, e tutt’a un tratto capisci che qualcosa non va, anzi: non va più per niente. E di solito ci vogliono ancora settimane, mesi o anni perché si riesca a focalizzare cos’è che non va più per niente, e perché la fine sia decretata anche sul piano razionale e, soprattutto, sia comunicata all’altro esplicitamente. A volte, addirittura, la comunicazione all’altro è fatta ancora prima che si sia preso davvero atto di ciò che è successo, per non parlare dell’elaborazione del lutto…

Ci sono storie, invece, in cui è un evento macroscopico a sancire la morte dei sentimenti – o quantomeno una loro profonda mutazione (non un mutamento, si badi bene: è di mutazione vera e propria che si tratta – un’alterazione permanente del sentimento e di tutti i vari annessi e connessi che sappiamo quali sono ma non siamo in grado di definire. O comunque, io non ne sono capace). L’evento macroscopico, spesso, è un tradimento, o la richiesta – terribile da fare e da sentirsi fare! – della famigerata pausa di riflessione. Qualcosa di cui magari il resto del mondo non si accorge, ma che ti fa sentire come se tutto il tuo essere si fosse deformato proprio come nel caso dell’ascesso.

E’ per questo – o comunque anche per questo, credo – che in un post precedente mi sono dilungata tanto sulla questione dello spazzolino.

Ancora a insistere sugli spazzolini da denti, dunque.

… ma questa volta mi limito a richiamare l’attenzione su ciò che – mi accorgo ora – avrei voluto esprimere con tutta quella pappardella su come lo spazzolino possa, in alcuni casi, rappresentare “la mia idea di felicità“. O, quantomeno, la mia idea di come la felicità possa manifestarsi anche con dettagli ben poco eclatanti. E, soprattutto, di come a volte possa venire alla luce soltanto se si seguono alcune piccole regole…

Perché è risaputo che il modo migliore per prevenire le carie – dunque anche la morte di un povero dentino innocente – è usare lo spazzolino tutte le volte in cui si mangia qualcosa. Ciò che è meno risaputo, purtroppo, è che a volte i denti muoiono nonostante un’attenzione per l’igiene orale ai limiti del parossismo perché, al riparo di una vecchia otturazione, i germi, i batteri – insomma, i cattivi – possono proliferare tranquilli.

Con le storie le cose vanno un po’ allo stesso modo. Ci sono cose (o persone) del passato che ci si porta dietro più o meno inconsapevolmente, al riparo di “otturazioni” che ci si è costruiti nel corso del tempo – le famigerate armature, o armatute che dir si voglia [grazie, ]. E queste cose o persone che ci portiamo dietro senza neanche saperlo corrodono l’essenza di ciò che stiamo vivendo. Sono fichi strangolatori della specie più perniciosa.

La soluzione? Non credo ce ne sia una valida per tutti e per tutte le occasioni. Ma non per questo bisogna demordere (no pun intended 😉 ).

Sicuramente l’igiene orale non va trascurata – così come il periodico controllo delle armatute di cui così tanta fatica si fa a liberarsi. O almeno: di cui io faccio – in questo periodo – tanta fatica a liberarmi.

Per il resto… credo sia piuttosto utile cercare di non avere mai nel cuore cose, e soprattutto persone che ci portiamo dietro come un inconsapevole fardello, ma lasciare lo spazio soltanto a cose e persone che ci portiamo dentro.

Magari proprio dentro a un porta-spazzolini a forma di cuore come suggerisce nel disegno a fianco Valentina, perché no?

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7 Responses to “L’amore al tempo del mal di denti”


  1. 1 newyorker 2 ottobre 2007 alle 11:50 am

    prevenire quam deficere….

  2. 2 Alexiel 2 ottobre 2007 alle 12:51 pm

    ciao! leggo da poco il tuo blog ma è stata una splendida scoperta in una noiosa giornta, adoro cosa scrivi (e come lo scrivi)
    e poi, non sei assolutamente l’unica a non riuscire a liberarsi della terribile armatura/tuta – non ho ancora capito se la mia sia più un’arma-tura o un’arma-tuta, ma sospetto la prima…

  3. 3 I.am.I 4 ottobre 2007 alle 12:43 pm

    Visto che hai meno commenti senza la foto? E poi mi danno anche del troll…
    Complimenti per il blog cmq….molto carino.

    Ora mi leggo qualche post vecchio…(piuttosto che lavorare sarei anche disposto ad ascoltarmi sanremo).

    I.am.I

  4. 4 Mascalzone Latino 7 ottobre 2007 alle 11:42 pm

    Mai avuto carie in vita mia! Qualcuno potrà commentare: eccolo, è arrivato il primo della classe… In realtà, il dentista mi ha spiegato, di carie ne ho anche avute, ma il dente ha reagito con una forte calcificazione: il risultato è un puntino nero, una sorta di cicatrice su un dente alla fine rimasto sano (sembra possa essere chiamata volgarmente carie secca). Neanche a farlo apposta, la carie secca rappresenta bene il mio punto di vista su come trattare i “denti malati”.
    È prassi pressoché comune considerare le storie passate come uno scheletro nell’armadio, ma da tenere nascosto a se stessi più che agli altri. Meglio ancora se si riesce a sradicare qualunque traccia o ricordo dell’altra persona coinvolta. Quindi, dopo pene e agonie più o meno occulte patite durante il rapporto e magari anche oltre, arriviamo finalmente al momento in cui riusciamo bene a individuare la causa del nostro male… e facciamo fuori il nostro dente.
    Sono sempre stato contrario a questo tipo di “intervento chirurgico”. Certo, dipende dalle proprie esperienze, nonché dalle persone che NOI scegliamo, e in certi casi l’estrazione del dente è l’unica soluzione. Ma perché non provare a tenercelo ‘sto dente?
    Lasciando da parte lo stile pseudo-metaforico, che non mi sta venendo fuori molto bene… ritengo che ogni “storia” terminata sia stata, sia e sarà sempre una parte di noi: è parte della nostra “storia”. Non “annientare” ma “mutare” un rapporto con l’altra persona non è impossibile: perché rinnegare e cancellare tutto un passato che in realtà esisterà sempre in noi? Gioco difficile, questo è certo, richiede una reazione faticosa, ma se riusciamo a instaurare un relazione su stima, fiducia e rispetto, tutto questo diventa realistico. E può anche succedere che al termine di una storia ci si dica: ok, è finita, ma siamo entrambi cresciuti insieme.
    Troppo utopistico?

  5. 5 odiamore 8 ottobre 2007 alle 7:27 pm

    Newyorker: non è che manca un pezzo, nella tua citazione? 😉

    Alexiel: grazie per i complimenti, e per la solidarietà armatu(r/t)ale. Noto, al proposito, che parlarne (o scriverne) fa molto bene. Magari non è la cura definitiva, ma aiuta!

    I.am.I.: mmm, sai, bisogna anche avere il physique du role per mettere una foto che attiri l’attenzione dei maschi(etti). Il fatto che tu mi scriva che “piuttosto di lavorare” saresti ” anche disposto ad ascoltare Sanremo”… 1. Che c’è di male in Sanremo? 😉 2. Ma ti pare??? i complimenti erano più che sufficienti 😛

  6. 6 ilredeire 17 gennaio 2008 alle 3:41 pm

    Secondo me dovresti fare di questo blog un libro, oppure più libri, la tua sensibilità mi colpisce ogni post… di + !

  7. 7 odiamore 18 gennaio 2008 alle 5:36 pm

    Naaa, sono troppo pigra per un libro 🙂 Grazie per il suggerimento lusinghiero, ma non so quanta gente pagherebbe per leggere quello che scrivo 🙂 e poi credo che proprio nella gratuità di un blog risieda la sua massima forza.


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