Il mio posto

Dove facciamo sedere le persone che entrano in casa nostra? Lo so, è una domanda un po’ strana – però a volte rifletto su cose davvero strane e in apparenza del tutto prive di significato. Forse anche per capire se davvero sono prive di significato. E quest’oggi mi sono trovata a riflettere sul tipo di scelta che compio, del tutto inconsapevolmente, ogni volta che qualcuno entra in casa mia.

Ora: casa mia è composta di una stanza più bagno più un balcone di un metro quadro spaccato – ricoperto di un tappeto di erba finta del quale sono particolarmente fiera. Una volta su questo balcone siamo stati addirittura in quattro, un po’ stipati; è vero che Api teneva in braccio la sua fidanzata, quindi forse, per amore di precisione, dovrei scrivere che eravamo in tre più uno, considerando un universo in tre dimensioni. Però Gerry, l’amico di Api, non è esattamente un tipo mingherlino. E comunque.

Vorrei premettere che, volente o nolente, il fatto di aver lavorato per parecchi mesi in un’elegante libreria del centro città, alcuni anni or sono, mi ha fatto imparare più nozioni del Galateo di quanto avrei voluto; in parte, ciò è dovuto al fatto che la titolare (La Signora) spesso riceveva visite di amiche e conoscenti del cosiddetto “beau monde” alla continua ricerca di doni per future cognate indesiderate e ritenute inadatte – e il Monsignor Della Casa, in attesa della ristampa di Donna Letizia, era considerato particolarmente utile nel tentativo di educare queste giovani donne. Di conseguenza, nelle lunghe mattinate di luglio in cui cercavo invano di convincere La Signora ad accendere l’aria condizionata, tra una spolverata e l’altra mi restava abbastanza tempo per scorrere divertita i consigli di tizio e caio su come essere la perfetta padrona di casa.
Tutto considerato, non credo che la scelta di far accomodare una persona da questa o da quell’altra parte del tavolo, su questa o quell’altra sedia o poltrona o parte del divano sia dovuta al caso. Né ai consigli di Barbara Ronchi della Rocca, se è per questo.

A latere: ho appena scoperto che Barbara RdR ha un blog (aggiornato al 2003!), ma mi rifiuto di citarlo esplicitamente – per chi fosse interessato, Google è più che sufficiente.

C’è sempre, in ogni ambiente, il posto d’elezione del padrone di casa, sia esso una poltrona o la sedia a capotavola o la parte del divano più vicina alla televisione o, ancora, il lato del letto dove poggia il cuscino. Quel posto in cui ti siedi, o ti accovacci, o ti sdrai quando sei da solo. Il luogo in cui passi la maggior parte del tempo trascorso all’interno delle mura che riconosci come casa. O anche il luogo a cui riservi un’attenzione particolare, che consacri ai momenti più importanti, o più tristi, o più felici. Io, addirittura, ho il posto preferito anche nelle case dei miei amici – quello che sanno che mi fa piacere mi riservino quando vado a trovarli.

Quando abitavo con i miei nella casa di Via delle Rane, ad esempio, il mio posto preferito era la sedia del tavolo della cucina in cui era solita, ai pasti, sedere mia madre. Lì seduta ho preparato diversi esami dell’università – nonostante le sedie di design comprate d’occasione non fossero altrettanto comode della poltrona anatomica di cui era dotata la mia spaziosa scrivania. Ed è lì che, quando pranzavamo da soli, facevo sedere chi mi venisse a trovare. Non è mai successo, ora che ci penso bene, che nessun ospite si sedesse a tavola al mio posto, almeno non con me presente.

E invece. In questa casa che è tutta contenuta in meno di trenta metri quadrati l’arredamento consiste di tre mobili, un paio di librerie, un letto, un tavolo e cinque sedie. Non c’è molta scelta per far sedere gli ospiti, dunque. Soprattutto considerando che, essendo il letto proprio sotto l’abbaino, è difficile anche soltanto non sbattere la testa quando suona la sveglia per la sesta o settima volta e decido che è giunto il momento di tornare al mondo reale.

Di solito, pertanto, io – come credo tutti – tendo a sedermi al mio posto: quel lato del tavolo in cui è consuetudine mi sistemi per mangiare, scrivere, o anche semplicemente fissare il vuoto. E gli altri si sistemano un po’ dove capita, spazio permettendo. Forse è inutile precisare che il numero massimo di persone che ho ospitato sinora contemporaneamente non è mai stato superiore al numero delle sedie. E’ pur vero, d’altronde, che non amavo avere tanta gente intorno tutta insieme neanche quando dividevo con i miei genitori quasi trecento metri quadri di appartamento.

Succede però che, in alcuni casi, faccia accomodare un ospite proprio dove io sono solita stare: e sono queste eccezioni a darmi da pensare. Perché non credo sia soltanto una questione di galateo. Non credo, in altri termini, che si tratti di una scelta subordinata al fatto di ritenere che dove io sono solita stare sia il luogo migliore e che, di conseguenza, semplicemente compia un atto di gentilezza nei confronti altrui. Non credo sia soltanto questo, almeno. Penso sia relativo a come vogliamo porci nei confronti degli altri. Penso che, se faccio sedere qualcuno nel luogo che di solito riservo (e dedico) a me stessa, è per fargli vedere il mondo – il mio mondo – con i miei stessi occhi.

Ecco tutto.

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2 Responses to “Il mio posto”


  1. 1 Elena 26 settembre 2007 alle 8:25 am

    Siamo un po’ anche noi come i gatti che scelgono sempre le stesse posizioni 😉

  2. 2 wanderer 26 settembre 2007 alle 8:04 pm

    hmmm….pensi che ci voglia così poco per vedere il mondo dai tuoi occhi? Sono sicuro che sia una questione più complicata….non potrebbe essere forse per vedere con i tuoi occhi come qualcun’altro sarebbe al posto tuo?


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