Le regole del gioco

Domenica sono andata a ballare. Per la prima volta dopo circa otto mesi, ho riprovato l’ebbrezza di farmi condurre da un’altra persona al ritmo di musica. Wow. Devo scrivere un post, su questo concetto del farsi condurre; ma non oggi. Fa troppo caldo e nella mia stanza ci sono troppe persone che parlano e, parlando, mi riportano di continuo, istante per istante, alla realtà contingente e immediata. D’altronde sono in ufficio – e so che alcuni miei colleghi mi leggono, quindi non è che possa prendermi troppe libertà in tal senso 🙂

E comunque. Domenica sono andata a ballare sotto un tendone, in uno spazio all’aperto che sembrava più una fiera di paese che altro, con circa ottanta chili di carne cucinata all’argentina (ossia grigliata, ma scritto così suona meglio) sullo stomaco e un’arsura che neanche alle due del pomeriggio su una spiaggia assolata al livello dell’Equatore. Non che io sia mai stata su una spiaggia tropicale, però era tanto per dare l’idea.

Oggi è venerdì, e l’effetto curativo del ballo sta lentamente scemando. Però domenica, il semplice fatto di affidarmi al ragazzo con cui ballavo – perché nei balli di coppia funziona così, è l’uomo a condurre, a decidere i passi da fare (e più penso ad annessi e implicazioni mi convinco che su questa cosa ci devo scrivere un post!) – mi ha reso leggera. Per una decina di minuti, prima di crollare completamente priva di fiato (lo so, fumare fa male), il vuoto mentale: soltanto la musica ritmata che mi fa pregustare le prossime vacanze; soltanto la fluidità necessaria per seguire le idee e i consequenziali movimenti altrui, e la gioia di riscoprire che, dopo anni di pratica, tale fluidità mi viene quasi naturale.

Comincio a non poterne più, a volte, di raccogliere con la mia riservata accoglienza (come la definisce FunnyG) la sofferenza altrui. Ed è così bello quando è qualcun altro a prendersene cura, a condurre il gioco. Un po’ come quando balli: lo si fa in due, ma perché la cosa funzioni dev’essere uno – e soltanto uno – a decidere quali movimenti fare (lo sapevo: alla fine ci sto scrivendo un post, su questa faccenda del condurre). Altrimenti non si balla insieme, ma ognuno per conto suo.

Ho ballato salsa, ho ballato tango, ho ballato addirittura quella cosa che si chiama bachata – e si pronuncia “baciàta”: è sempre la stessa roba. Io Tarzan, tu Jane – limitativo, scritto così, però non tanto lontano dal vero. Ed è anche questo il bello del ballo [N.d.R. qual raffinato gioco di parole…].

L’uomo decide, momento dopo momento, quali passi scegliere, come muovere i piedi e le braccia, dove farti andare, cosa farti fare, come fartelo fare (perché, a priori, si può fare un giro sul piede destro in senso orario in parecchi modi diversi!)… E tu, come donna, attraverso l’inclinazione del suo braccio, l’impulso impresso dal suo polso, la posizione del suo piede, fai seguire la risposta del tuo corpo.

Non è tanto una faccenda erotica – almeno non per me, o almeno per-me-non-con-tutti – ma di sfida e di piacere strettamente personale, più che altro; la sfida di lasciarsi andare completamente alle decisioni dell’altro, e al contempo occuparsi di te stessa. Perché, mentre l’uomo ti fa girare e ti porta in giro per la sala, tu puoi muovere le braccia, inserire abbellimenti stirando il collo del piede, inclinare la testa con fare vezzoso… E il piacere del fatto che tutto è completamente lecito, anzi è buono e giusto e divertente e dà un senso all’atto di ballare.

Chiaro che dopo tutte le manfrine su gatte morte e purittane alla fine dovesse venire fuori questa mia accorta e continua preoccupazione relativa al non essere mai scambiata per una di loro – e il ballo è un alibi fantastico, perché mentre stai ballando un po’ di gattamortite o purittanità che dir si voglia, molto semplicemente, ci sta.

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