Archivio per la categoria 'vacanze'

Il trentesimo anno

Solo qualche riga, tanto per omaggiare Barcellona e il sole meraviglioso che mi ha accolta quando pochi minuti fa sono scesa in strada a fumare la prima sigaretta della giornata.

E’ stata una settimana intensa e faticosa e stimolante e gratificante. Era dai tempi dell’università che non mi trovavo più nella condizione di seguire otto ore di lezione praticamente consecutive - con il tempo per caffè / toilette /sigaretta rubato tra un respiro e l’altro delle persone che ci parlavano.

Oggi però è domenica: pur non volendo necessariamente rifarmi a paragoni biblici, ritengo tuttavia di essermi meritata un pomeriggio sulla spiaggia. Pensavamo di andare a Sitges, ma probabilmente ci limiteremo a prendere la metropolitana fino a Poble Nou, passeggiare nel parco di Jean Nouvel e dirigerci infine sulla sabbia.

Anche perché domani compio trent’anni - e festeggerò il mio compleanno svegliandomi alle sei per non rischiare di perdere il volo di ritorno. Cosa che potrei anche essere portata inconsapevolmente a fare, dal momento che tornare è sempre difficile, per me.

Mi rendo conto adesso che il titolo che ho scelto di dare al post sembrerebbe indicare l’intenzione di fare almeno qualche piccolo bilancio… e lo farò, lo farò proprio, un piccolo bilancio: andrò in spiaggia a prendere il sole, e quando si avvicina l’ora del tramonto ordinerò una cerveza e mi godrò il panorama.

Buona domenica a tutti :)

Il lavoro mi porta via

Nelle ultime settimane, il lavoro si è limitato a succhiarmi via la linfa vitale. Da lunedì, oltre a continuare in quella direzione, il lavoro mi porterà all’estero - a Barcellona, per la precisione - a seguire un corso di formazione.

Al solo pensiero sono eccitatissima, perché gli argomenti del corso mi piacciono da impazzire, perché Barcellona è una delle mie città predilette sotto innumerevoli aspetti, perché quando ci andai per la prima volta dovevo fermarmi soltanto due settimane e ci restai invece un mese intero; e perché ho bisogno, ho disperatamente bisogno di cambiare punto di vista.

Soltanto un esempio che, penso, chiarificherà cosa intendo quando scrivo che il lavoro (e, con esso, qualcos’altro che non so ancora come chiamare) mi sta succhiando la linfa vitale.

Ieri sono andata a farmi tagliare i capelli e il parrucchiere come prima cosa mi ha dato una spazzola e mi ha detto “questi li spazzoli tu, perché io non oso metterci le mani”. Come seconda cosa, dopo aver fatto talmente tanta fatica a districare i nodi da farmi venire il gomito della lavandaia, sono passata al lavaggio. E mi sono innamorata del ragazzo che mi lavava i capelli e che poi mi ha fatto la piega.

Sì, lo so: in primo luogo dopo tutte le parole usate per disquisire sull’amore, la complementarietà eccetera eccetera, non dovrei scrivere “mi sono innamorata”. Sono un fastello di contraddizioni, come si autodefiniva Anna Frank.

In secondo luogo, questo coup de foudre è scoccato ancora prima che il giovane (giovanissimo, quasi adolescente) aiuto-parrucchiere mi rivolgesse la parola. Ed è scoccato perché per la prima volta, dopo un tempo che mi pare infinito, un uomo si prendeva cura di me. D’accordo, perché era pagato per farlo - e da qui a reclutare un gigolo spero la strada non soltanto non sia breve, ma copra una distanza infinita! Era pagato per farlo, ma lo faceva bene e, soprattutto, lo faceva: mi ha messo lo shampoo, il balsamo, mi ha massaggiato a lungo la testa, mi ha pettinato delicatamente i pochi capelli rimasti dopo l’intervento con la spazzola di qualche minuto prima. Poi mi ha fatto mettere a testa in giù e mi ha asciugato con un phon accarezzandomi la testa. Finché, dulcis in fundo, non si è messo a definire tutti i riccioli, uno ad uno, con un ferretto dall’aria piuttosto inquietante. E abbiamo parlato del più e del meno, ho anche riso parecchio perché era piuttosto simpatico. Ma non è (sol)tanto questo. E’ stato il prendersi cura di me.

La solitudine gioca brutti scherzi, a volte.

Soprattutto quando lui, alla fine di tutto, mi ha porto il cappotto per infilarmelo e io, di rimando, gliel’ho strappato dalle mani: “no, grazie, faccio da sola”. Perché le armatute sono potenti e appiccicose; le armatute sono più comode delle armature ma, forse anche per questo, ti restano attaccate alla pelle come un’abbronzatura dannosa, terrosa e incartapecorita.

Pero ahora me voy. Hasta luego!

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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire - colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo - posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto - quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

In vacanza con “i miei”

Andare in vacanza con i propri genitori dopo aver raggiunto, ormai da alcuni anni, una certa indipendenza economica ed emotiva comporta tutta una serie di vantaggi che, sulle prime, non avevo considerato.

In primo luogo, non ti è permesso pagare nulla: le uniche monete che sono uscite dal mio portafogli, in sette giorni, sono state quelle da un euro usate come bakshish, la mancia che è costume dare a camerieri, vetturini di calesse, portatori di valigie e una moltitudine di altre figure. E qui potrei aprire una interessante (?) parentesi su tutti i sentimenti contradditori che suscita l’essere in un paese dove tu, che a stento riesci ad arrivare a fine mese senza avere il conto in rosso, sei considerata ricca; ma non lo farò. E comunque. Senza spendere un centesimo, ma foraggiata in toto dai miei, sono tornata a casa con una sacca piena di tutti quegli oggetti, in gran parte inutili, che una turista non può non acquistare con la scusa di contribuire all’economia locale:

immagine-2.png

sei bottigliette di vetro piene di sabbia colorata a formare disegni astratti (su una, ma giuro che non me n’ero accorta al momento dell’acquisto, c’è un cammello tra le palme; è quella nella foto);

sciarpe colorate che si stingeranno al contatto con la prima goccia d’acqua;

un tatuaggio all’henné sul dorso della mano che, causa mia disattenzione, si è espanso più del dovuto (anche su un paio di pantaloni);

una scatoletta di essenze di fiore di loto, fiore di gelsomino e una terza chiamata “segreto del deserto” che spacciavano per afrodisiaca;

cinque collane di “odorosi” semi di sandalo delle quali dovrò sbarazzarmi prima che, invece del profumo, si mettano a produrre insetti di vario tipo;

sei o sette stecche di sigarette tra cui, per l’assurda cifra di sei euro, una di infumabili, egizianissime Cleopatra;

un papiro (sì, proprio un trashissimo papiro!) con raffigurata Nut, la dea egizia del cielo che mangia il sole al tramonto e lo partorisce all’alba e che tanto mi piaceva quando avevo otto anni per il suo corpo ricoperto di stelle;

mezzo chilo di foglie di karkadé perché ho scoperto che, bevuto fresco, è molto più dissetante di qualsiasi bibita gassata (che tanto, causa dieta, non posso bere) e, soprattutto, che è utilissimo per sedare qualsiasi forma di desiderio, da quello sessuale a quello alimentare;una decina di bustine contenenti spezie di vario tipo, tutte rigorosamente sconosciute e comunque prive di etichetta che le identifichi, parte delle quali ha poi avuto il buon gusto di espandersi all’interno della valigia;

per finire, un sacchetto pieno di fiori di loto essiccati che, messi nell’acqua con qualche goccia dell’essenza di cui sopra, dovrebbero (secondo lo stentato italiano del negoziante che me le ha vendute) profumare tutta la casa per giorni e giorni – considerando che vivo in meno di quaranta metri quadri, forse è il caso che faccia prima una prova, giusto per non morire asfissiata dall’odore.

L’aspetto economico, però, è soltanto uno dei tanti vantaggi che la presenza dei genitori comporta all’interno di un gruppo di persone sconosciute che, volente o nolente, diventano per qualche giorno i tuoi compagni di vita.

Il fatto che tale gruppo sia in gran parte costituito da famiglie con bambini in età scolare, ad esempio, fa sì che, durante gli occasionali momenti di conversazione, la domanda più frequente che ti senti rivolgere sia “Cosa studi all’università?”, quando tu l’università l’hai finita da più tempo di quanto non abbia impiegato a laurearti. La gente, infatti, semplicemente non concepisce che una ragazza sopra i ventidue, massimo ventitrè anni, possa scegliere di trascorrere una vacanza con i genitori, quindi presume che la tua età non superi quella considerata opportuna per tale azione. Il che, di per sé non è un gran vantaggio, a meno che tu, ragazza ben oltre i ventidue anni, non ritenga l’attribuzione di un’età anagrafica molto inferiore a quella reale una coccola al proprio ego– e purtroppo non è il mio caso, ma potrebbe essere quello di molte, credo; per questo l’ho scritto.

E poi. Poi c’è l’estrema tranquillità che deriva dalla consapevolezza che, se nessuno ti si fila, non è perché sei brutta / grassa / secca / antipatica / noiosa o tutte quelle altre cose che temi di essere quando nessuno ti si fila, ma perché gli unici uomini in età papabile (sopra i venticinque e sotto i quarantacinque, per me) sono in viaggio di nozze con la novella consorte; per di più, il fatto che nessuno ti si fili si rivela, in questa occasione, una manna dal cielo, perché fosse altrimenti dovresti arrabattarti a inventare scuse da accampare con papà e mamma per poterti appartare con il corteggiatore di turno. E se a quindici anni la scusa di andare a dormire da un’amica era vagamente plausibile, con il doppio dell’età e su una nave che scorre placida contro la corrente del Nilo un’assenza prolungata sarebbe ben difficile da giustificare.

Certo, poi ci sono tutte quelle piccole nevrosi e idiosincrasie di cui mi ero dimenticata: il fastidioso tic di mio padre quando qualcosa lo indispettisce; mia madre che ogni tre secondi si volta per guardare se ci sono ancora – anche quando stiamo camminando lungo il corridoio che porta alle cabine – e che rendendosi conto che le sono appiccicata fa un sospiro di sollievo come se si fosse aspettata invece di non rivedermi mai più; il sentirmi un po’ controllata e dovermi giustificare se, alle nove e mezza di sera, invece di andare a dormire preferisco restare ancora un po’ sul ponte a leggere e guardare il paesaggio; il timore che mio padre si inimichi per sempre i nostri compagni di tavolo con una delle sue micidiali battute sarcastiche.

E c’è uno strano e malinconico rovesciamento dei ruoli: perché sono io, adesso, quella a cui rivolgersi per gli approfondimenti storico artistici in quanto detentrice di quel tomo di seicento pagine che si ostinano a chiamare guida di viaggio; perché sono io, adesso, a osservare con una leggera inquietudine i passi dei miei genitori ultra-sessantenni lungo un sentiero dissestato; perché sono io, adesso, a controllare che mia madre abbia chiuso la borsetta e mio padre messo il portafogli nella tasca davanti quando al Cairo ci portano a passeggiare in un bazar; perché sono io, adesso, a farmi carico di sollevare le valigie di tutti dal nastro trasportatore dell’aeroporto e a ricordare a mio padre che si è dimenticato la tracolla accanto al metal detector.

E infine, c’è la triste consapevolezza che né mia madre né mio padre sono stati in grado, su più di venti tentativi nell’arco di mezzora, di scattarmi una foto davanti alle piramidi di Giza in cui non sia venuta tragicamente male. Avrei dovuto chiederlo a Edoardo, il mio compagno di tavolo di undici anni, probabilmente. Se non fosse che quella che lui mi aveva fatto ad Abu Simbel e in cui, se non altro, il tempio compariva nella sua maestosa interezza, avevo un’espressione naturale e mi si vedeva tutto il viso, mia madre, “del tutto inavvertitamente”, era riuscita a cancellarla. E non me la sono proprio sentita di svilirla così un’altra volta.

Vorrà dire che, per poter finalmente avere una foto con la mia faccia che non assomigli a una immagine segnaletica e con le tre piramidi tutte insieme senza le punte troncate di netto, dovrò tornare presto a camminare con gli egiziani.

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Walk like an Egyptian

Quando avevo dodici, forse tredici anni smisi di andare in vacanza con i miei genitori. Appena cominciai a sentire il profumo dell’adolescenza; appena provai l’ebbrezza di andare in vacanza da sola, con persone che non avevo mai visto prima di partire; appena iniziai a rendermi conto che dividere una stanza da letto è bello se chi è intorno a te è propenso – o per lo meno disposto – a trascorrere metà della notte a parlare.

Mi si prospettano otto giorni con loro, adesso – ma in stanze separate. Otto giorni di vacanza in un periodo in cui solitamente lavoro sino a sfinirmi. Otto giorni di sole e riposo e immersioni – non nel mare, bensì nel passato remoto. Otto giorni di viaggio organizzato (unica nota dolente): volo charter più crociera più hotel – con – piscina più negozi – di – souvenir.

Viaggio organizzato: concetto neutro, all’apparenza, che nasconde le peggiori insidie mai concepite dall’umano ingegno. Già immagino un gruppo composto di coppie di mezza età e coppie giovani in viaggio di nozze. Un gruppo di persone che emetteranno striduli gridolini alla vista del tempio di Abu Simbel e non smetteranno di scattare foto alla loro dolce metà appena giunti in prossimità della Sfinge.

L’ultimo – nonché unico – viaggio organizzato a cui abbia mai partecipato risale a quando ancora avevo i denti da latte; anzi, i due incisivi erano appena caduti, facendo sì che nelle foto compaia con un fantastico sorriso caratterizzato da due bei buchi proprio al centro della bocca.

Mio padre era in Australia per lavoro durante tutto il mese di Agosto e mia madre, con un coraggio che non le avrei mai attribuito, si caricò me e una montagna di valigie sulla Motonave Achille Lauro proprio poche settimane prima del famoso dirottamento - o sequestro che dir si voglia.

Tra una festa in maschera e uno spettacolo di cabaret, tra i faraglioni di Capri e l’approdo a Cipro (pun intended), ricordo vagamente quest’uomo dall’aria sospetta (sono lombrosiana, lo so) che si aggirava negli anfratti più bui della nave – probabilmente, a posteriori, si trattava di qualcuno coinvolto nel sequestro impegnato nei sopralluoghi.

Ricordo inoltre con estremo rammarico e con rabbia acuta la sensazione di trascorrere, durante le escursioni, molto più tempo all’interno dei negozi di souvenir rispetto a quello passato a visitare i monumenti che lì vendevano in scala ridotta per pochi soldi (si fa per dire).

Chissà se le cose sono cambiate, dopo più di vent’anni. Me lo auguro – soprattutto, toccando ferro, per quanto riguarda uomini dall’aspetto losco che si aggirano per la nave con l’aria di chi sta prendendo nota di spazi e vie di fuga.

Farò come gli artisti dell’Antico Regno: guarderò la natura che mi circonda e ne rappresenterò ogni aspetto secondo il lato più esplicativo. Volto di profilo ma occhio di fronte, braccia viste di lato ma il busto da davanti. E soprattutto – chissà se mai ve ne eravate accorti – al fondo del corpo, là dove l’uomo si fonde con la terra che lo sorregge, due piedi uguali, sinistri o destri, con l’alluce sempre in primo piano. E farò come gli artisti del Nuovo Regno che, centinaia di anni dopo, nulla cambiarono rispetto ai loro maestri.

Oppure, in un impeto di voglia di vivere, avrò lo slancio di Akhenaton: unico, in migliaia di anni, a voler provare a cambiare le cose facendo rappresentare il dio Aton non in forma antropomorfa, ma come un sole i cui raggi terminano con delle mani, alcune delle quali reggono un simbolo della vita.

Perché l’immobilismo nell’arte può anche andare bene, ma nella vita no: si riproducono le cose belle, eppure allo stesso modo si portano avanti gli errori più marchiani, come nel caso dei piedi. Senza contare poi che anche le cose belle, in fondo, se ripetute sempre uguali a se stesse dopo un po’ perdono lo smalto che le caratterizzava inizialmente.

E subentra la noia, che non ci piace nemmeno un po’.

Buona settimana a tutti, e a presto ma non troppo :)

Il resto di me

Api legge questo blog, e come soltanto lui riesce a fare mi scrive via Skype cose che mi stupiscono sempre per la loro semplicità e verità.

Secondo me devi impiegare il resto della persona che non impieghi facendo quello che fai

Come ho già avuto modo di scrivere, io sono perdutamente innamorata del mio lavoro. Quello che faccio, secondo le parole di Api, è il mio lavoro - e confesso che, anche ne avessi l’intenzione, non saprei come definirlo in maniera chiara ed esaustiva. Potrei però provare a capire qual è la parte di me che impiego facendo quello che faccio, questo sì.

Passo necessario per seguire il consiglio, e impiegare il resto di me in qualcosa di diverso…

Domani andrò a fare una lezione di prova in un centro di danza perché sabato sera sono stata a una presentazione di un libro di poesie.

Ora. Non sono solita andare a presentazioni di libri, tanto meno libri di poesie. Perché è qualcosa di troppo simile a ciò che faccio per lavoro. Soprattutto se l’editore del libro, conosciuto per motivi di lavoro, ce l’ha un po’ con me (sempre per motivi di lavoro. Almeno spero. E comunque in effetti tutto ciò che ho scritto in queste ultime righe è collegato al mio lavoro. Diamine.). Però mi sono ritrovata, sabato pomeriggio, con una grande delusione: la promessa di trascorrere la domenica al bagno turco era stata infatti rotta - prenotazioni esaurite. Per inciso: ma com’è possibile che così tanta gente sia disposta a spendere trenta euro per un po’ di vapore?? E comunque, mi sto perdendo il filo del discorso.

Sabato pomeriggio, delusa e affranta, in preda alla sindrome del “colpa tua: se non tenessi a nulla non ci resteresti male quando poi i desideri non si avverano“… Ed ecco comparire un fico strangolatore della peggior specie… Decido di andare alla presentazione, nonostante la stessa fosse “preceduta da una performance di espressione corporea”. Cosa vuol dire? Non lo so assolutamente, né il fatto di avervi assistito mi ha chiarito le idee. So soltanto che:

1. Non leggerò mai il libro oggetto della presentazione perché l’autrice era insopportabile e non sapeva parlare in italiano corretto.

2. La ballerina mi ha fatto ricordare quando il mio corpo ancora non si lamentava di continuo dell’immobilismo forzato a cui lo sottopongo.

3. Da cosa nasce cosa, ossia: se esco dal mio guscio per un motivo che non capisco bene neanch’io quale sia, ho nei confronti di me stessa il dovere morale di far sì che l’esperienza abbia per lo meno un seguito.

4. Ecco da dove nasce l’idea di fare la lezione di prova al corso di danza / ballo / espressione corporea / non ne ho idea né mi interessa troppo, al momento.

Il resto di me, domani all’incirca a quest’ora, sarà impiegato a sciogliere il bacino nella pallida, grottesca imitazione di una danzatrice del ventre. E a proposito di danza del ventre. Ieri ho proposto ai miei genitori di fare le vacanze di Natale tutti insieme, ripetendo l’agathiano assassinio sul nilo possibilmente senza il morto.

Mi sembra di star facendo i buoni propositi per l’anno nuovo: esperienze insolite, attività fisica, cura della famiglia. Tutto con la scusa di conoscere gente nuova. O almeno questa è la scusa che racconto a me stessa e agli altri. Gli altri ci cascano e mi tirano comprensive pacche sulla spalla. Io invece non riesco proprio a bermela, questa scusa. Perché, dopo tutto questo gran daffare, il resto di me conoscerà frequentatori di un corso di espressione corporea (argh!) e anziani frequentatori di costosissime crociere sul Nilo nel periodo tra Natale e Capodanno.

Tutto considerato, il resto di me forse farebbe meglio a lasciar agire la parte che impiego facendo quello che faccio.

Why not?

Berlino per me è il luogo dove sono stata, negli ultimi anni, più felice e, per usare una parola che non mi piace poi così tanto eppure è particolarmente efficace, spensierata. La neve che si posa incessantemente sopra i Linden - sotto i quali si snoda la strada che dalla Porta di Brandeburgo segue, almeno in certe ore del giorno, l’ombra della Fernseheturm sino ad Alexanderplatz. Le luci del Sony Centre di Potsdamerplatz intraviste sorseggiando una Pils lungo la Spree. Il sorriso del mio ex fidanzato mentre il giorno di Natale bevevamo un caffé circondati da decine di motociclisti di ogni età inguainati in tutine di pelle.

Mi suonava dunque strano, l’altra sera, ascoltare dalla voce di Mascalzone Latino il seguente racconto.

ML e il suo amico Indi (archeologo), non molto tempo fa, hanno trascorso alcuni giorni nella capitale tedesca a seguito della fine della convivenza di quest’ultimo. Una sera, di ritorno in albergo, scesi dalla Sbahn decisero di intraprendere una strada diversa dalla solita e si trovarono in un piccolo Allee pieno di giovani fanciulle molto chiaccherine e molto poco vestite.

Ora: Mascalzone Latino, un uomo di mondo, non impiegò molto a realizzare di essere capitato in una strada piena di prostitute di alto bordo. Le ragazze, tutte molto belle e presumibilmente provenienti dall’est Europa, erano inoltre poliglotte e si esprimevano in perfetto inglese.

Indi, col cuore ancora infranto e con “l’ormone impazzito”, indugiò a parlare con questa e con quella sotto lo sguardo scherzosamente rimproverante dall’amico, sinché una giovane più bella delle altre, più svestita delle altre, più loquace e più impertinente, non gli offrì del tutto esplicitamente i propri servigi. “Just XY euros, all night long” o qualcosa del genere.

Conosco Indi. Non bene - e non lo vedo da tanto tempo - ma un po’ lo conosco. E’ abituato a trovarsi immerso nella polvere dei reperti che studia. E’ a suo agio in una sala da ballo dove la musica più recente che è suonata risale ai tempi di Strauss. Mi immagino dunque il suo volto dai lineamenti affilati tingersi di viola, e il colore espandersi sino alla punta del naso dell’amico che gli stava accanto; ciò nonostante, Mascalzone Latino non potè fare a meno di replicare, scivolando un po’ tra le parole “No, no, thank you”.

Après ça, l’abyme. Perché la giovane, bellissima, disinvolta est-europea pose la domanda di fronte alla quale nessuno - uomo o, mutatis mutandis, donna - vorrebbe trovarsi: Why not?

Ora. Non intendo riflettere su gioie e dolori del sesso prezzolato - né ora né, credo proprio, mai. Mi colpisce, d’altra parte, il fatto che negli ultimi tempi una persona mi abbia detto che non riesce a fare sesso con le persone che stima, un’altra che preferisce di gran lunga l’astinenza sessuale alla pratica disinvolta a cui si assoggettava fino a pochi mesi or sono e un’altra ancora che la percezione del proprio corpo nudo è talmente irreale da appartenenere quasi a un’altra vita. Allo stesso modo, mi stupisce il racconto di Mascalzone Latino non si sia concluso come mi sarei aspettata. Hanno infatti trascorso la notte svegli, a cercare invano una risposta che li soddisfacesse davvero. Nel profondo. Al di là di ogni obiezione; oltre le remore morali e la catechesi impartita quando ancora la voce era simile a quella delle compagne con il grembiule rosa. Perché no?

Accidenti: possibile che l’unica soluzione a tutto questo sia tornare allo stadio delle amebe e confidare in un’involuzione che ripristini per l’homo sapiens la riproduzione asessuata???

AGGIORNAMENTO: il “come mi sarei aspettata” di qualche  riga fa - a scanso di equivoci - significa: “ci ridiamo su, ce ne andiamo a dormire e non ci pensiamo più”. Questo perché alcune conversazioni via Skype mi han fatto riflettere sul fatto che poteva anche implicare qualcos’altro di completamente diverso…

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