In questi ultimi giorni, in cui avrei dovuto/potuto stare tumulata in casa ad annoiarmi e a rimpiangere le spiagge brasiliane, non ho avuto invece un attimo di respiro: mio padre esce dall’ospedale e si ritrova con una congiuntivite fulminante che ci fa correre al pronto soccorso di un altro ospedale (oftalmico); mia madre entra in bagno e scopre con orrore che il vetro della doccia è esploso nottetempo; io medesima decido di trascorrere il fine settimana in un rifugio montano e devo correre di qua e di là per recuperare scarponi, sacco a pelo, bottiglie vuote da riempire d’acqua cammin facendo eccetera eccetera eccetera.
Nonostante tutto, dopo tanto agire ho trovato una manciata di minuti per pensare; o comunque, se non proprio pensare, per lo meno ripiegarmi su me stessa e prendermi la briga di fare un po’ di autoanalisi.
E così sono tornata su mypersonality, un sito ragionevolmente serio su cui è possibile fare test di personalità un po’ più accurati e “scientifici” rispetto a quelli dei magazine – soprattutto rispetto a quelli pubblicati nei mesi di luglio e agosto. Avevo fatto il test del “tipo di personalità” per la prima volta suppergiù nel mese di marzo 2008: quattro mesi fa all’incirca, dunque. Ovviamente, in un lampo di stupidità ho lasciato che i nuovi risultati (badge nella colonna a destra, per chi fosse interessato) sovrascrivessero i vecchi, di cui non ho più traccia; li ricordo sufficientemente bene da notare, tuttavia, che mentre le prime tre caratteristiche sono rimaste pressoché immutate, la quarta è passata all’estremo opposto.
I risultati del test, che si basa sulla teoria dei tipi psicologici di C.G. Jung, sono tali per cui le risposte a un’ottantina di domande classificano il soggetto in base a otto categorie a due a due contrapposte.
La distinzione di partenza si ha tra estroversione e introversione: nel primo caso, il soggetto è più portato* verso il mondo esterno, i fatti e le persone altre; nel secondo, chiaramente, il soggetto tende a ripiegarsi su di sé e, pur non disdegnando la compagnia, preferisce trascorrere il tempo a pensare oppure a confrontarsi con pochi intimi.
Le dicotomia esistente tra pensiero e sentimento, invece, si riferisce al modo in cui gli individui prendono decisioni: basandosi sulla logica oppure sull’emotività. Per inciso, vedo qui alcuni segnali della distinzione cervello maschile / cervello femminile di Simon Baron Cohen, a cui ho già accennato e di cui, temo, parlerò ancora in futuro.
Sensazione e intuizione sono, secondo Jung, caratteristiche meno “razionali” delle precedenti (il termine “razionale” qui è fuorviante ma non me ne viene in mente uno migliore), legate a come i soggetti elaborano i dati in loro possesso: la sensazione è collegata al qui e ora, alla concretezza e alla consapevolezza delle condizioni al contorno; l’intuizione è più astratta, è un leggere tra le righe, un susseguirsi di impressioni rivolte al futuro piuttosto che al presente, un continuo chiedersi “cosa succederebbe se”.
Per finire, la tendenza giudicante si differenzia da quella percettiva in un modo che, almeno secondo me, poco ha a che fare con il significato usuale degli aggettivi in esame: la prima indica una preferenza verso l’ordine, la pianificazione, la consequenzialità di azioni e sentimenti; la seconda si riferisce invece alla flessibilità, l’apertura, la possibilità di cambiare anche in corso d’opera.
E pertanto. Rispetto a marzo 2008, in cui la mia tendenza giudicante predominava all’incirca per il 60%, la situazione si è ribaltata: introversione, sentimento e intuizione sono all’incirca rimaste uguali, ma la tendenza percettiva è diventata del 74%!
Si cambia, certo. Si cambia continuamente. Ma come, e quanto? Io sono diventata più percettiva, e sono diventata più percettiva del 34% circa… Il 34% più flessibile, più aperta ai cambiamenti, più rilassata, spontanea; il 34% meno veloce nello svolgere i compiti che mi sono assegnati, al contempo, e il 34% meno disposta a pianificare. E mi è anche venuto il primo capello bianco, proprio al centro della fronte: che sia la volta buona che la gente, quando comunico di aver finito l’università da un pezzo (e meno male, dato che ho trent’anni), cominci a evitare di emettere gridolini di stupore?
Quanto consolatoria può essere, una semplice percentuale. E comunque, ci terrei a sottolineare che da un profilo di personalità uguale a quello di Amélie Poulain sono passata al suo… no, no, scusate ma mi sono confusa: al suo.
Buon fine settimana a chi parte e a chi resta. Io a dire il vero parto per due giorni, quindi non parto né resto. Buon fine settimana anche a chi non parte né resta, pertanto. E non dimenticatevi di loro: personalmente, io ho una lista di desideri che forse neanche il cielo che si vede da 2500 metri slm potrà soddisfare – ma ci provo lo stesso, perché no.
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