Archivio per la categoria 'purittane'

It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Tacchi a spillo e scarpe da ginnastica

Girare per Soho di sabato sera e’ un’esperienza antropologicamente molto interessante. Innanzitutto, orde di ragazzini ubriachi persi alle dieci di sera, giovani fanciulle che vomitano contro i muri prima delle dieci e mezza e finalmente, intorno alle undici, escono (dai ristoranti?) le prendenti parte agli hen parties - gli addii al nubilato.

La cosa piu’ sconcertante per un’italiana, tuttavia, sono le scarpe delle ragazze. Sono tacchi a spillo di dodici centimetri, sono sandali senza calze con una temperatura esterna di tre gradi centigradi, sono scarpine improponibili che fanno venire le vesciche e male alle caviglie soltanto a guardarle.

Ma non sono soltanto le scarpe, a dire il vero. Queste ragazze, queste donne si aggirano per strada vestite da gran sera, con stole di seta, vestiti di broccato e paillettes - pronte per la serata degli Oscar. Il che, di per se’, non sarebbe un male, anzi. Se non fosse che questi abiti, questi maquillages da rivista di moda, questi tacchi vertiginosi sono accompagnati da ragazzi e uomini in jeans strappati, giacconi sformati, barbe sfatte, capelli improponibili e scarpe da ginnastica (sporche).

Perche’ allora, mi chiedo, esiste questa incredibile disparita‘? Perche’ le donne si tirano a lucido e gli uomini sembrano appena alzati dal letto (dove hanno dormito vestiti con gli abiti del giorno prima)?

Per piacersi? Per piacere? Per fare a gara a chi e’ conciata meglio?

La sindrome di Candy Candy

Quando mi interrogo sui motivi per cui sono fatta in un certo modo - il modo che, tra le altre cose, mi ha portato a scegliere proprio questo soprannome - mi vengono in mente almeno tre personaggi femminili (e relative vicende) che hanno segnato la mia infanzia. E capisco tante cose.

Il primo, Candy Candy, è entrato nella mia vita prima ancora che iniziassi ad andare a scuola; Rossella O’Hara, se non ricordo male, l’ho conosciuta invece tra la prima e la seconda elementare e, poco dopo aver compiuto otto anni, ho finalmente incontrato Catherine Earnshaw e le sue amate e odiate (odiamate?) Cime tempestose. Già che ci sono, colgo l’occasione per liberarmi di un senso di colpa che mi perseguita ormai da troppo tempo: quando avevo 14 anni e sono andata in vacanza studio in Inghilterra, ho rubato una copia di Wuthering Heights dalla biblioteca del college che mi ospitava. Ecco: l’ho confessato. E mi sento molto meglio.

In effetti, credo che dopo la sindrome di Stoccolma, la sindrome di Stendhal e chi più ne ha più ne metta, il mio problema potrebbe addirittura avere un nome clinico: ecco a voi la sindrome di Candy Candy*.

Come probabilmente la maggior parte di voi sa, la storia di Candy Candy è caratterizzata dall’altalenarsi dell’amore per due uomini: il biondo Anthony, noto anche come il principe della collina e gran suonatore di cornamusa, e il bruno Terence, attore consumato che per molto tempo è anche consumato dal dolore per dover scegliere tra Candy e la fidanzata Susanna (che per salvargli la vita ha perso una gamba).

Dal momento che il biondo Anthony, passato alla storia per aver pronunciato la mitica frase che ogni donna avrebbe il diritto di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita (”Sei più bella quando ridi che quando piangi” - mi spiace ma il video l’ho trovato soltanto in francese), passa ben presto a miglior vita, Terence regnerà incontrastato per quasi tutto il resto della serie; la serie, tuttavia, si concluderà con un “recupero” di Anthony tramite la figura di Albert, che per inciso è anche il vero principe della collina.

Anthony/Albert, nell’immaginario collettivo, è l’archetipo del bravo ragazzo: buono, generoso, affidabile, affettuoso, ricco di valori; è il vero e unico marito ideale, il compagno di vita che tutte vorrebbero avere - almeno in teoria, come spiegherò meglio tra poco.

Terence, per contro, racchiude in sé tutte le caratteristiche del bel tenebroso: sfuggente, ombroso, inquieto, problematico. Non necessariamente amorale o cattivo; Terence stesso è, in fondo in fondo, una bravissima persona. Ma tenebroso lo è, questo sì. E fa soffrire Candy da morire, e così facendo si rende indimenticabile - se non siete convinti, guardate qui; attenzione, però, se siete emotivamente instabili come la sottoscritta, potrebbero venirvi le lacrime agli occhi ;)

La sindrome di Candy Candy affligge quelle donne che, consapevoli del fatto che il bravo ragazzo è il compagno di vita ideale, fuggono dal bel tenebroso che fa battere loro il cuore. Le stesse donne, tipicamente, dopo un tempo più o meno breve cominciano a interrogarsi ossessivamente sul perché non soltanto non abbiano dimenticato il bel tenebroso, ma siano perseguitate dal suo ricordo e, soprattutto, da quello che potrebbe essere stato.

Ma veniamo agli altri esempi, che potrebbero aiutare a chiarire le idee anche a quanti di cartoni animati non vogliono neppure sentir parlare.

Per gli appassionati di film, come spiegavo all’inizio, c’è Rossella O’Hara in Via col Vento, con Ashley versus Rett (Butler). A differenza di Candy, la volubile Rossella troppo tardi si rende conto di aver sempre creduto di amare l’uomo sbagliato: sposata al bel tenebroso, infatti, ha votato il suo cuore al (supposto) bravo ragazzo senza riuscire mai ad averlo tutto per sé; quando si accorge che, in realtà, il bel tenebroso Rett era l’unico uomo che davvero contasse qualcosa per lei, lui le dà la risposta che nessuna donna, nella propria vita, vorrebbe mai sentire pronunciare dalla voce dell’uomo che ama (e, più in generale, da nessuno): “Francamente, cara, me ne infischio” - che nell’originale “Frankly, my dear, I don’t give a damn” ferisce se possibile ancora più in profondità.

Nel caso di Rossella, la sindrome di Candy Candy agisce mischiando le carte in tavola: è Rett l’ideale compagno di strada, l’uomo che appoggia le tue scelte e ti sta vicino nel momento del bisogno, l’amante appassionato e quello che ti-capisce-davvero. Ashley non è altro che un bel tenebroso sotto mentite spoglie: sotto la parvenza dell’uomo perfetto, infatti, si nasconde un carattere debole e una personalità sfuggente. Forse è proprio l’essere sfuggente e inafferrabile a caratterizzare l’opposto dell’uomo ideale, a ben pensarci. L’arte del non concedersi - che pare proprio gli uomini, copiando le purittane, siano in grado di fare propria con notevole maestria.

E infine: Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, il matrimonio con Edgar Linton e la passione totale e totalizzante per Heathcliff. Per inciso Heathcliff, in questo caso, non è esattamente un esempio di indiscussa moralità; la geniale Emily Bronte, tuttavia, provvede a un suo parziale riscatto che, non a caso, passa attraverso la perdita dell’oggetto d’amore.

Vorrei concludere, rendendomi conto di non aver poi espresso chissà quali concetti ma infischiandomene altamente, con una delle mie frasi preferite di ogni libro e di ogni tempo. E questo nonostante continui a essere convinta del fatto che, nei rapporti umani, l’elemento davvero essenziale non sia la somiglianza, ma la complementarietà. E’ colpa del fatto che a otto anni conosci soltanto la vita raccontata nei libri o nei film o nei cartoni animati ma, allo stesso tempo, è proprio allora che cominci a formarti un’idea su ciò che è importante e ciò che non lo è.

[Heathcliff] shall never know how I love him, and that, not because he’s handsome, Nelly, but because he’s more myself than I am. Whatever our souls are made of, his and mine are the same; and Linton’s and mine are as different as a moonbeam from lightening, or frost from fire.

Ora che ci penso, in fondo, probabilmente tutto questo post altro non era che uno stupido preambolo alla frase citata. E che - mi dispiace per i non anglomasticanti - non oserò tradurre. Ma potrete consolarvi con la colonna sonora:

* Il nome è mio, ma l’idea nasce da lunghe e ripetute conversazioni fatte proprio con Candi - d’altronde non l’avrei soprannominata così se non fosse una massima esperta di anime, manga e annessi e connessi.

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La distanza nelle storie a distanza

Si fa sempre un gran parlare delle cosiddette storie a distanza. Oserei definirlo un classico delle conversazioni tra amici, conoscenti, colleghi; forse il discorso potrebbe anche diventare un metodo istituzionalizzato per far passare il tempo alle persone in coda alla Posta per pagare le bollette. Almeno la smetterei di fare origami con gli scontrini. Ok, magari qui esagero, ma fino a un certo punto.

E comunque. Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo: io ne ho avuta più d’una, lui non ha avuto che quelle, lei ne ha una tuttora, l’altro ne ha contemporaneamente una a distanza e una in loco… Ognuno ha qualcosa da dire, al proposito. Ognuno - o quasi - ha avuto un’esperienza che rientra nella categoria; anche se l’ultima volta è stato quando a quattordici anni eravamo in vacanza con i nonni, e la nostra vicina o vicino di stanza nella Pensione Miramare ci ha strappato il cuore due volte: quando ci ha fatto sentire il sapore del primo bacio e, pochi giorni dopo, quando abbiamo scoperto che per dare il secondo avremmo dovuto percorrere duemila chilometri.

Tutti abbiamo una storia-a-distanza da raccontare.

La mia esperienza personale (anche e soprattutto come curiosa ascoltatrice delle esperienze altrui) mi porta a pensare che è molto più difficile porre fine a una storia-a-distanza che a una relazione in cui ci si vede tutti i santi giorni, o addirittura in cui si vive insieme. Perché Marjan, una ragazza iraniana di Vienna che è stata una delle mie più care amiche per anni, a un certo punto ho smesso di sentirla; non abbiamo litigato, semplicemente da un’email al giorno e un biglietto per l’Austria ogni volta in cui avevo abbastanza soldi si è passate a una telefonata al mese, agli auguri per le feste comandate e poi più nulla, o quasi. E mi dispiace, a ripensarci; so anche, tuttavia, che potrei riscriverle oggi stesso e lei mi risponderebbe, e riprenderemmo a sentirci regolarmente. Ma quando stai insieme a qualcuno non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Conosco un ragazzo che vive in una nazione diversa dall’Italia, eppure torna a casa tre, quattro volte al mese - regalando a Trenitalia circa metà dello stipendio, per inciso. Perché dopo alcuni mesi da quando si era trasferito, lei ha incominciato ad avere i classici “dubbi”, a sentirsi sola, a “guardarsi intorno”. Che orribile espressione, “guardarsi intorno“: indica quel momento in cui il cuore comincia ad annoiarsi e la testa cerca un diversivo. Pare ci sia il modo di tornare indietro, eppure. Pare che spendere metà dello stipendio in modo intelligente serva a far ribattere il cuore dell’altro all’unisono con il tuo. Certo, in questo modo annulli il vantaggio economico acquistato andando a lavorare fuori Italia, e ci perdi pure perché paghi un affitto per una casa che non utilizzi quasi - ma si sa che gli innamorati sono famosi per compiere reiteratamente le peggiori idiozie, no?

Conosco un altro ragazzo che da tre o quattro anni sta con una sua coetanea conosciuta all’università; entrambi vivono in Italia, ma in due città raggiungibili con un viaggio di sei ore di treno - che come tutti sappiamo se va bene in realtà sono sette o otto, scioperi permettendo. Ma l’amore vince su tutto - così si dice, no? Questi due innamorati si incontrano meno di una volta al mese, tuttavia. Certo, si sentono ogni giorno al telefono. Si scrivono email. Credo chattino - non ne sono sicura, ma conoscendo le sue manie informatiche avrà uno di quei programmi con cui puoi chattare con tre o quattro protocolli diversi contemporaneamente. Però si incontrano meno di una volta al mese. “Circa ogni sei settimane”, mi ha risposto l’ultima volta in cui gliel’ho chiesto quasi per caso. E ho pensato che potrebbero anche lasciarsi, a questo punto: perché spendere tutti quei soldi in telefonate? Perché insistere se tanto né lui né lei ha mai manifestato non dico la decisione, ma neanche l’intenzione di trasferirsi?

Perché quando stai insieme a qualcuno, e questa persona vive lontana da te, hai tutti quei vantaggi che, quando sei “impegnato”, rimpiangi dello status di single. E che quando sei single, d’altra parte, dopo un po’ cominciano a sembrarti vere e proprie condanne all’infelicità perenne. Puoi uscire con “gli amici” senza dover decidere gli amici di chi; puoi abbandonarti a passare il fine settimana guardando dieci volte di fila “Via col Vento” (o “Tutto Chuck Norris minuto per minuto e cazzotto dopo cazzotto”, come si vuole) senza che ti interrompano perché c’è la finale della Coppa dei Campioni (cfr l’ultima puntata di “Sex and the City”).

Puoi andare a una festa dopo aver passato quattro ore a prepararti senza che nessuno bussasse reclamando il bagno e, una volta arrivato in medias res, lasciarti corteggiare - perché è un classico: soltanto quando sei fidanzato o fidanzata (e, auspicabilmente, senza il fidanzato o fidanzata presenti) tutti si mettono a corteggiarti insistentemente. Quando il fidanzato o la fidanzata non ce li hai proprio, al contrario, ben che ti vada diventi il candidato al premio “migliore spalla su cui piangere per le proprie pene d’amore”. E questa è la migliore occasione per capire se una donna è o meno una purittana, tra l’altro: una donna innamorata si lascerà corteggiare per meno di cinque minuti prima di lasciarsi sfuggire un indizio sull’esistenza del fidanzato, dandosi poi fintamente dell’idiota con il sorriso sulle labbra (perché un po’ di coccole all’ego fanno piacere a tutti, ma se sei innamorato di un altro soltanto un po’); una purittana, al contrario, lascerà che il corteggiatore si spinga sino ad avances piuttosto esplicite prima di tirarsi indietro con l’aria oltraggiata - riuscendo pure a fargli il lavaggio del cervello e convincerlo che lei glielo aveva detto fin dall’inizio di essere fidanzata, che diavolo si è messo in testa?

Oddio. Il discorso è così complesso e pieno di sfaccettature che mi sto perdendo. D’altronde avevo proprio iniziato sostenendo che l’argomento è vasto e si potrebbe andare avanti per ore. Ma il punto a cui vorrei arrivare credo di averlo ancora chiaro: c’è un solo tipo di distanza che, davvero, strangola i rapporti. E non conta tanto - o comunque non soltanto - il luogo di residenza.

C’è la scena di un film con Uma Thurman, di cui purtroppo non ricordo il titolo (potrebbe essere Prime, ma non ne sono sicura) in cui a un certo punto lui e lei sono distesi sul letto a parlare, anzi: a discutere. Si capisce che la storia sta finendo, e adesso spiegherò come, a mio avviso, il regista è riuscito a farlo capire senza bisogno di tante parole.

A un certo punto, la scena si divide in due - come in “Harry ti presento Sally” quando lui e lei si sentono al telefono prima di dormire, per intendersi [vorrei scrivere un cosiddetto corrispettivo maschile di film, ma d'altronde un uomo che non ha mai visto "Harry ti presento Sally" non credo proprio sarà arrivato a leggere fino a qui ;)]. Soltanto che in questo caso i protagonisti non sono in due case diverse, ma sono sdraiati uno accanto all’altro. C’è, in questo film, un geniale accorgimento di montaggio che definirei shift spaziotemporale (se qualcuno conosce il nome tecnico lo segnali pure!): quando lui allunga il braccio per posarlo sulla spalla di lei - e lo vedi alla destra dello schermo, che il suo braccio si sta muovendo per toccare quello di lei - sul lato sinistro, dove c’è lei, il braccio di lui compare con un po’ di ritardo, ed è leggermente più in alto rispetto alla parte destra: c’è uno spostamento, un distacco nel tempo e nello spazio.

Ecco, è questa: è la distanza interiore.

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Né troppo né poco

Ecco un aspetto della purittana che mi ero dimenticata di menzionare. Qualche tempo fa mi è capitato che una (sedicente) amica insistesse per farmi incontrare un suo conoscente, che secondo lei poteva essere particolarmente “compatibile con i miei standard”. Non che io abbia dei veri propri “standard”… beh, qualcuno sì… comunque, non divaghiamo.
Premetto che lei è fidanzata, direi anche con soddisfazione reciproca – informazione che ritengo necessaria per il seguito, altrimenti non mi sarei premurata di fornirla :)
Bene. Usciamo – o, meglio, io li raggiungo in un locale – e, preda di uno slancio di socievolezza, mi siedo accanto a lui intavolando una conversazione. Né brillante né noiosa. Potrei definirla una conversazione da galateo, dal momento che non ne ricordo i contenuti ma neanche a essa associo sensazioni di noia o fastidio.
In breve: questo ragazzo non mi piaceva né mi dispiaceva. Comunque, avendo religiosamente letto tanta chick-lit, pur continuando a preferire Jane (Austen) ho ritenuto mio dovere saggiare le possibilità di incontro sino in fondo. Mi sarei dunque aspettata, durante il proseguire della serata, di continuare a discorrere amenamente con lui così come era successo sino a quel momento. E invece. La mia (sedicente) amica, senza tanti mezzi termini, gli si è, come dicono alcuni, “accollata”, monopolizzandone l’attenzione sino a fine serata. Ho provato, almeno all’inizio, a inserirmi tra i due – e lui, carinamente, mi ha anche degnato di una certa attenzione. Non troppa né poca, ed è anche per questo che, a conti fatti, io non ho insistito più di quanto ritenessi necessario per poter poi ricevere la solita telefonata di Candi e non darle la solita risposta: “non è successo niente di niente di niente. Esattamente come al solito”.
Qualche tempo dopo, il ragazzo né troppo né poco è tornato da un viaggio, e la mia (sedicente) amica mi ha nuovamente proposto di unirmi a loro.
Prima di uscire, mentre passavo i soliti 45 minuti a cercare di districare i nodi tra i capelli, mi sono accorta che stavo meditando una strategia: “accollarmi” al ragazzo né troppo né poco, corteggiarlo, vezzeggiarlo; in una parola, sedurlo. Ma non per sedurre lui, bensì per mettere in disparte lei. Per farla scendere dal palcoscenico e per costringerla al ruolo di spettatrice.
E’ tremendo: la purittanità è contagiosa. Ragazze, attenzione.
Perché a 15 anni può anche essere normale corteggiare o lasciarsi corteggiare per fare un dispetto a qualcuno – e qualsiasi donna affermi di non averlo mai fatto è soltanto perché non ha ancora l’età legale per comprarsi un pacchetto di sigarette. Ai tempi di mia nonna si diceva “fare la civetta”. Ma quando si è più vicini ai 40 che ai 15 (e per me è così, anche se mi fa un certo effetto scriverlo), non ci sta proprio. Se una persona non ti interessa, non cerchi di sedurla tanto per avere un pubblico più numeroso – perché la (sedicente) amica mi avrebbe invitato a uscire, infatti, se non per avere più spettatori paganti?
A essere sincera, però, scrivo tutto questo anche perché un po’ invidiosa, dopotutto. Perché, lo ammetto, io ho dei problemi a far capire a un ragazzo che mi piace il fatto che mi piace – e che se non gli rivolgo la parola non è perché mi sta antipatico, ma perché ho paura di dire qualcosa di irrimediabilmente stupido / noioso / offensivo (perché mi capita anche di dire cose molto offensive, quando sono sotto tensione). E, ancora una volta, mi verrebbe da risolvere il problema “facendo esercizio di seduzione” con qualcuno che non mi interessa affatto – e del cui giudizio su di me, per tanto, mi disinteresso completamente. In una parola, mi verrebbe da fare la purittana con il primo che passa – che deve letteralmente essere uno che passa, altrimenti non conta - nella speranza di essere poi più sciolta con chi invece si è fermato per restare.
Lo ripeto: la purittanità è sottilmente, perniciosamente contagiosa. Ragazze: fate sempre molta attenzione.

Le regole del gioco

Domenica sono andata a ballare. Per la prima volta dopo circa otto mesi, ho riprovato l’ebbrezza di farmi condurre da un’altra persona al ritmo di musica. Wow. Devo scrivere un post, su questo concetto del farsi condurre; ma non oggi. Fa troppo caldo e nella mia stanza ci sono troppe persone che parlano e, parlando, mi riportano di continuo, istante per istante, alla realtà contingente e immediata. D’altronde sono in ufficio - e so che alcuni miei colleghi mi leggono, quindi non è che possa prendermi troppe libertà in tal senso :-)

E comunque. Domenica sono andata a ballare sotto un tendone, in uno spazio all’aperto che sembrava più una fiera di paese che altro, con circa ottanta chili di carne cucinata all’argentina (ossia grigliata, ma scritto così suona meglio) sullo stomaco e un’arsura che neanche alle due del pomeriggio su una spiaggia assolata al livello dell’Equatore. Non che io sia mai stata su una spiaggia tropicale, però era tanto per dare l’idea.

Oggi è venerdì, e l’effetto curativo del ballo sta lentamente scemando. Però domenica, il semplice fatto di affidarmi al ragazzo con cui ballavo - perché nei balli di coppia funziona così, è l’uomo a condurre, a decidere i passi da fare (e più penso ad annessi e implicazioni mi convinco che su questa cosa ci devo scrivere un post!) - mi ha reso leggera. Per una decina di minuti, prima di crollare completamente priva di fiato (lo so, fumare fa male), il vuoto mentale: soltanto la musica ritmata che mi fa pregustare le prossime vacanze; soltanto la fluidità necessaria per seguire le idee e i consequenziali movimenti altrui, e la gioia di riscoprire che, dopo anni di pratica, tale fluidità mi viene quasi naturale.

Comincio a non poterne più, a volte, di raccogliere con la mia riservata accoglienza (come la definisce FunnyG) la sofferenza altrui. Ed è così bello quando è qualcun altro a prendersene cura, a condurre il gioco. Un po’ come quando balli: lo si fa in due, ma perché la cosa funzioni dev’essere uno - e soltanto uno - a decidere quali movimenti fare (lo sapevo: alla fine ci sto scrivendo un post, su questa faccenda del condurre). Altrimenti non si balla insieme, ma ognuno per conto suo.

Ho ballato salsa, ho ballato tango, ho ballato addirittura quella cosa che si chiama bachata - e si pronuncia “baciàta”: è sempre la stessa roba. Io Tarzan, tu Jane - limitativo, scritto così, però non tanto lontano dal vero. Ed è anche questo il bello del ballo [N.d.R. qual raffinato gioco di parole...].

L’uomo decide, momento dopo momento, quali passi scegliere, come muovere i piedi e le braccia, dove farti andare, cosa farti fare, come fartelo fare (perché, a priori, si può fare un giro sul piede destro in senso orario in parecchi modi diversi!)… E tu, come donna, attraverso l’inclinazione del suo braccio, l’impulso impresso dal suo polso, la posizione del suo piede, fai seguire la risposta del tuo corpo.

Non è tanto una faccenda erotica - almeno non per me, o almeno per-me-non-con-tutti - ma di sfida e di piacere strettamente personale, più che altro; la sfida di lasciarsi andare completamente alle decisioni dell’altro, e al contempo occuparsi di te stessa. Perché, mentre l’uomo ti fa girare e ti porta in giro per la sala, tu puoi muovere le braccia, inserire abbellimenti stirando il collo del piede, inclinare la testa con fare vezzoso… E il piacere del fatto che tutto è completamente lecito, anzi è buono e giusto e divertente e dà un senso all’atto di ballare.

Chiaro che dopo tutte le manfrine su gatte morte e purittane alla fine dovesse venire fuori questa mia accorta e continua preoccupazione relativa al non essere mai scambiata per una di loro - e il ballo è un alibi fantastico, perché mentre stai ballando un po’ di gattamortite o purittanità che dir si voglia, molto semplicemente, ci sta.

Purittaneggiando…

Ebbene sì, ci sono cascata.

Ieri, durante una trasferta di lavoro massacrante, ho totalizzato quindici ore di viaggio tra andata e ritorno. A metà giornata, mi sono ritrovata in una città a me nota come turista appiedata ma non come automobilista - soprattutto non come automobilista alla guida di una station wagon francese affittata per l’occasione dal mio Capo e da lui guidata fino al momento in cui si è accorto che era in ritardo per il suo prossimo appuntamento.

Bene: mi sono dapprima trovata ferma a un incrocio con un’auto che non ero in grado di accendere. Non c’era la chiave, almeno non nel solito posto - quella parte che collega il volante alla plancia (?) in cui ci sono i comandi per il tergicristallo, almeno sull’auto di mia madre. Ovviamente, quando poche ore prima avevamo affittato l’auto e l’omino dell’autonoleggio aveva spiegato al Capo tutte le cose da sapere, io ero fuori a fumare. Sono sempre “fuori a fumare” nei momenti in cui invece dovrei stare “dentro ad ascoltare”. Ma tant’è.

Ero dunque in mezzo all’incrocio, con un’auto che non sapevo come far partire. In momenti come questo, contrariamente a cosa potrebbe pensare chi mi conosce, non soltanto non perdo la calma, ma divento più fredda di un serial killer.

Del tutto incurante - anche se un po’ dispiaciuta - dell’aumento dell’inquinamento acustico collegato alla mia condizione [NdR clacson impazziti e variegati insulti indirizzati alla mia persona], ho esaminato la situazione e mi sono resa conto di una realtà: nel luogo solitamente deputato all’accendisigari, o tutt’al più all’alter ego dell’accendisigari - che oggi è meglio noto come “attacco per il caricabatterie del cellulare”, ho visto un pulsante con su scritto start/stop. Come in una macchinetta per fare il caffé. Come nel distributore di acqua che, per una quindicina di giorni, ha fatto sentire i miei colleghi e me facenti parte di una sitcom americana. E, analogamente a quanto succede per i liquidi alimentari, anche i liquidi che alimentavano la station wagon sono stati attivati, togliendomi dall’impasse.

Fin qui, sono stata bravissima: non ho fatto una piega, non ho chiesto aiuto ai vigili dall’altra parte dell’incrocio, ho sorriso a chi mi affiancava per rivolgermi epiteti che mi facevano ringraziare di provenire da un’altra regione.

Sono dunque partita in direzione dell’autonoleggio - non prima di essermi accuratamente studiata la cartina. Ora, so che alcuni anni fa era uscito un libro dal titolo piuttosto eloquente: Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere informazioni? - o qualcosa del genere. Io di solito le cartine le so leggere molto bene: ho fatto gli scout nella prima infanzia, ho un senso dell’orientamento superiore alla media e nonostante la timidezza innata non ho problemi a fermarmi a chiedere se non ho una cartina o se non ho voglia di guardarla.

Il problema è che, quando sei alla guida di un’auto gigantesca in una città che non conosci, nonostante tu abbia una cartina, se su quest’ultima non sono segnalati i sensi unici orientarsi diventa un po’ difficile. E, sempre date le dimensioni dell’auto, fermarsi a chiedere informazioni non è semplicissimo, soprattutto se tutte le strade sono dissestate da lavori in corso che, tra l’altro, impediscono il transito di passanti da interpellare.

E’ così che mi sono ritrovata, dopo quindici minuti trascorsi a girare in tondo, a guidare contromano in un parcheggio. Ed è così che mi sono ritrovata a scendere dall’auto, sfoderando un sorriso smagliante nonostante il caldo, la rabbia, la stanchezza e il profondo senso di impotenza, ad abbordare - letteralmente! - il parcheggiatore, chiedendogli di ridisegnarmi la cartina con i sensi unici e le indicazioni dei lavori in corso.

Arrivata nello spazio dell’autonoleggio, ho mollato l’auto in mezzo all’autorimessa dicendo che non riuscivo a manovrarla e mi sono pure fatta chiamare un taxi per andare in stazione, dove miracolosamente, grazie ad audaci manovre di un tassista spericolato, ho preso il treno al volo.

Ora: il parcheggiatore, il personale dell’autonoleggio e il tassista erano uomini. E io, anche se sfatta dalla fatica, con i capelli appiccicosi dal caldo e i leggins sotto la gonna, sono pur sempre una persona di sesso femminile.

E’ la purittanità. Una volta entrata in te, non te la togli di dosso facilmente.

Mai stata baciata - o per lo meno non succede da tempo

In relazione a un post che mi è stato molto opportunamente segnalato da suzukimaruti vorrei sottolineare che la donna che interpreta questo ruolo:

è stata scelta come la donna più bella del mondo dalla rivista People.

Lei è Drew Barrymore, e il film a cui mi riferisco è Mai stata baciata, a me particolarmente caro non soltanto perché lo vidi al cinema con l’uomo - che - mi - lasciò - nel - parcheggio, né soltanto perché poche ore dopo avrei dato l’esame con il professore con cui poi mi sono laureata, ma perché mette in scena la (classica, per non dire banale) storia dell’adolescente bruttina a cui la vita concede una seconda chance.

Ora: siamo tutti stati adolescenti bruttini, chi più chi meno. In effetti, ora che ci penso, non proprio tutti tutti; mi ricordo di un matrimonio a cui ho partecipato controvoglia qualche anno fa: ero allo stesso tavolo del bello e della bella del liceo, che ovviamente al liceo stavano insieme suscitando le invidie di circa 900 persone. Il Bello e la Bella si erano sposati da poche settimane e io ho subito pensato “tu guarda, che palle stare con la stessa persona da quando hai sedici anni - se io fossi rimasta insieme al ragazzo con cui stavo quando avevo sedici anni [NdR l'uomo - che - mi - lasciò - mentre - scartava - il - regalo - di - compleanno] ora mi sparerei dalla noia!”. E invece…

Invece, come ho avuto modo di scoprire durante la cena di matrimonio con meno portate della storia (1 antipasto, 1 primo, 1 secondo e 1 microscopica fetta di torta nuziale che probabilmente più che una torta era un pasticcino), i due si erano lasciati durante l’università, avevano, come si dice, avuto le loro esperienze, e si erano poi ritrovati per caso scoprendo, a distanza di circa sei anni, di amarsi ancora abbastanza da voler convolare a nozze. Grr.

Chiuso l’inciso; questa è la classica eccezione che conferma la regola, che dunque torna a essere assoluta: siamo tutti stati adolescenti bruttini - altrimenti perché prendersi la briga di scrivere una favola come Il brutto anatroccolo? Ho un solo dubbio, chissà se qualcuno può aiutarmi: è forse possibile che le purittane in realtà siano diventate così in reazione a un passato di adolescente bruttina?

Nel film, il riscatto di Drew (che nella sua vita magari non sarà mai stata un’adolescente bruttina, ma era alcolizzata e cocainomane) passa attraverso la parola. Il personaggio, diventato giornalista, riesce a far innamorare di sé un professore di letteratura - ops, scusate, ho raccontato la fine! ma tanto in questo genere di film si sa sempre che il finale soddisfa le aspettative di noi ex adolescenti bruttine che ogni tanto si sentono ancora tali.

Ecco, l’ho scritto: “riesce a far innamorare di sé”. Ed è qui che sta l’errore. Perché purtroppo c’è ben poco da “fare”, o da “riuscire a fare”. Le cose - alcune cose, per lo meno - accadono senza cause apparenti. Ovviamente ci sono dei motivi se, in ogni genere di situazione sociale, una persona non attira l’attenzione di nemmeno uno tra cinquanta sconosciuti - un evento del genere non si verifica - almeno credo.

Ho delle amiche, ad esempio, che attirano le attenzioni del 90% dei ragazzi che le circondano, sempre e comunque; a volte la situazione diventa imbarazzante, perché è già successo che cerchino di usarmi come tramite per conoscerle. Altre invece, non certo meno belle / attraenti / seducenti o quant’altro, passano quasi del tutto inosservate. Credo che queste ultime abbiano tatuato sulla fronte un messaggio che recita più o meno così: “sono fidanzata e sono soddisfatta della mia condizione”, oppure “lavoro troppo e sono molto stanca - non disturbare” Io non me ne accorgo, perché sono una donna etero, ma credo che i ragazzi lo vedano scritto a caratteri cubitali e sia per questo che si tengono alla larga.

Quindi, la vera domanda che bisogna porsi è: cosa ho tatuato in fronte a seconda del mio interlocultore reale o anche soltanto potenziale?

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