Sabato pomeriggio l’ho trascorso quasi interamente barricata in casa, con il termostato fisso sui venti gradi centigradi e qualche occhiata sporadica in direzione della finestra gettata nella vana speranza che il grigiore del cielo si fosse almeno lievemente attenuato rispetto a venti minuti prima.
Quando era ormai sufficientemente buio da non poter più distinguere i colori mi sono finalmente decisa a uscire: una breve passeggiata per scongiurare il mal di schiena, una visita dall’ottico per farmi registrare le stanghette degli occhiali e una spesa veloce che tanto la domenica avrei pranzato fuori. Il programma sembrava innocuo, gelo e umidità permettendo. Invece stavo andando incontro a un’incontrollata esplosione di acidità e sarcasmo - inespressa, per fortuna. O purtroppo?
Mi sono attenuta a quanto avevo previsto di fare, allungando rispetto alle intenzioni iniziali il percorso della passeggiata non appena mi sono accorta che il freddo era più sopportabile del previsto.
Non ero di cattivo umore, anzi: la sera prima ero uscita divertendomi molto pur avendo bevuto soltanto acqua gassata, ero riuscita a dormire quasi otto ore di fila e dopo pranzo avevo rivisto, su consiglio di Sole, un film con Russel Crowe (cosa che non può che mettermi di ottimo umore, semmai).
Dopo aver incrociato per la terza o quarta volta qualcuno che rideva rumorosamente, tuttavia, ho preso atto di una cosa: ogni scoppio di risa aveva provocato in me la stessa, perturbante reazione. La voglia di replicare con un “ma non c’è mica tanto da ridere, sai?”
E mi è tornato in mente che qualche giorno fa, scherzando durante un pranzo con colleghi, avevo proposto di inaugurare una “giornata dell’odiosità”: ventiquattro ore in cui avere come scopo quello di rendersi il più odioso possibile per chiunque venga a contatto con noi.
Anche un “pomeriggio del mi-rendo-odiosa” sarebbe più che sufficiente, a ben pensarci – magari con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle necessità e del tempo di guarigione da lesioni fisiche eventualmente riportate in conseguenza a parole o azioni.
Trovo che consacrare ufficialmente parte della propria vita al rendersi odiosi avrebbe un notevole effetto catartico, almeno per la sottoscritta.
Innanzitutto, rendersi odiosi non è affatto facile: occorrono sagacia, conoscenza dei punti deboli dell’altro, ottimi tempi di reazione e, last but not least, una notevole faccia tosta.
Mi ricordava Gerry che, non troppo tempo fa, un tizio che avevo appena conosciuto se ne era uscito con una considerazione tipo “non ho niente contro i gay, ma… non è che di base mi siano molto simpatici.” Proprio il tipo di generalizzazioni che mi fanno andare in bestia. Io l’avevo squadrato dall’alto in basso (almeno metaforicamente, dato che non raggiungo il metro e sessantacinque nemmeno se salgo su una sedia) e avevo replicato con l’aria innocente di chi sta per fare un gran complimento: “Sai, in effetti ho molti amici gay. Anzi, ora che ci penso: tutti i miei migliori amici sono gay.”
Cosa peraltro vera soltanto fino a un certo punto: ho grandi amici che sono gay ma ne ho anche tanti che non lo sono - ma chissenefrega! La giornata del “mi rendo odioso” non è mica la giornata del “dico soltanto la verità”: pur di raggiungere lo scopo, è consentito anche distorcere un po’ la realtà a proprio gradimento. A la haine comme à la haine, pertanto.
Inoltre, rendersi odiosi agli altri immagino comporti in se stessi strane reazioni: se scopro di essere davvero brava a risultare insopportabile e, per contro, a sopportarne io stessa le conseguenze, cosa imparerò su me stessa? Che ho un lato oscuro a cui non sempre do ascolto, magari? Che tante volte a essere fintamente buoni non si guadagna nulla? Che le energie impiegate per farsi accettare acriticamente da chiunque forse potrebbero essere incanalate diversamente?
E’ che a volte sono stufa di essere spinta a riconoscermi nello stereotipo della zitella inacidita; ancora di più, mi infastidisce tremendamente che gli altri me lo facciano notare.
Almeno una volta ogni tanto, quindi, mi si consenta di dichiarare apertamente le intenzioni: quanto riusciamo a essere detestabili, se davvero ci mettiamo d’impegno?








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