Archivio per la categoria 'mistero'

Liquido apatico

L’apatia è la forma adulta dello stato prenatale. L’abulia, per usare un vocabolo un po’ più chic, è il liquido amniotico in cui sono immersa nei giorni del mio trentesimo compleanno.

Ora: io non ricordo consapevolmente come fosse la mia vita prima che venissi alla luce, prima che uno dei pochi medici non in sciopero il giorno della mia nascita tagliasse con un bisturi la pelle dell’addome di mia madre e mi facesse compiere il mio primo respiro.

Però me lo immagino così: un susseguirsi di operazioni primordiali, dormire-nutrirsi-dormire-nutrirsi eccetera eccetera eccetera, per tanti mesi consecutivi.

Per condurre questa vita (dormire - lavorare - mangiare - telefonare - scrivere - dormire eccetera) potrei anche essere altrove, non nella città in cui sono nata e cresciuta e di cui ormai conosco anche gli aneddoti storici più falsificati e ridicoli. Insomma, conosco tre lingue e mezza (il tedesco era più difficile del previsto): potrei andare quasi ovunque in Europa o nelle Americhe e cercare un lavoro lì. Cambierebbe la vista che ho dalla finestra, se non altro.

Chiaramente, l’apatia impedisce che io possa anche soltanto prendere in considerazione una possibilità del genere.

Ho preso in carico una traduzione perché ho bisogno di soldi. Chiaro: chi non ha bisogno di soldi, oggigiorno? Il fatto è che io, negli ultimi 24 mesi, non soltanto non ho messo da parte nulla, ma sono addirittura andata in perdita – e con la vita monacale che conduco, sinceramente, tutto questo non me lo spiego proprio.

Ho preso in carico questa traduzione, pertanto. Di solito amo tradurre, soprattutto se, come in questo caso, il libro parla di un argomento di cui so poco e che sempre avrei voluto conoscere meglio (la teoria dei giochi); il liquido apatico in cui vivo, tuttavia, mi annacqua la vista e mi intorpidisce le dita, tanto che a mala pena riesco a farmi abbastanza forza per lavorare su mezza pagina a giorni alterni.

E’ per questo che non scrivo più. E’ orrendo - per me lo è, almeno; anche se mi rendo conto che il mondo va avanti benissimo (o malissimo) lo stesso anche senza il mio contributo.

E comunque. Adesso va così. Chissà quando cambierà.

La lotta contro l’inerzia

C’è un motivo se, ormai da qualche settimana, non riesco quasi più a scrivere niente di consono ai soliti temi, vagamente legati ai sentimenti: credo di trovarmi nel bel mezzo di una ragionevole depressione. O, forse, di una depressione ragionevole - il che sarebbe ben diverso. La prima infatti, implica uno stato depressivo ampiamente giustificato dalle circostanze esterne; la seconda, invece, una depressione caratterizzata dall’essere stata oggetto di ragionamenti e considerazioni di tipo logico - una depressione fatta di ipotesi, tesi e corredata di dimostrazione.

E, quale che sia, ho l’impressione che non ne uscirò mai. Perché come qualche tempo fa mi scriveva Andrea, “non si deve mai smettere di combattere l’inerzia“.

Quando siamo in una certa condizione, infatti, crediamo che essa perdurerà per sempre.

Se fossi fidanzata, sarei convinta di trascorrere tutto il resto della vita con quella persona. O questo è quello che mi auguro penserei, almeno. Penserò, se proprio voglio farmi rapire da uno slancio di ottimismo che non mi appartiene.

Dato che al contrario, volente o nolente, attualmente sono da sola, sono fermamente convinta che lo resterò per sempre.

Come se mi facesse paura il cambiamento - forse perché peggio dell’immobilismo c’è soltanto un cambiamento in peggio.

E, checché ne dicano, c’è ben di peggio che stare da soli: a parte alcolisti e maltrattatori fisici, ci sono persone che nel profondo non ci vogliono bene, o che pur credendo di volerci bene in realtà non vogliono il nostro bene - sono gli egocentrati, che vogliono soltanto il bene proprio e non sono in grado di anteporre a esso il bene altrui. Questo è peggio che stare da soli. Credo. Anzi, no: ne sono proprio convinta.

Ma la paura del cambiamento non è soltanto dovuta al timore che questo cambiamento sia in peggio. E’ colpa dell’inerzia, in un certo senso.

L’inerzia, in fisica, è un concetto stranamente non quantificabile. L’inerzia è “quella cosa” per cui un corpo rimane nel proprio stato di quiete o di moto (uniforme) finché su di esso non agisce una forza esterna.

La sto facendo semplice, in effetti; perché il concetto di inerzia, in realtà, causa un sacco di problemi da più di duemila anni. La definizione “più matematica” che si possa dare dell’inerzia non è infatti la definizione dell’inerzia, ma della massa inerziale di un corpo. E da qui ad arrivare a citare la relatività speciale di Einstein non ci vorrebbe molto, quindi meglio che mi fermi e ritorni al discorso principale.

Non mi verrebbe mai in mente di sbandierare la teoria della lotta contro l’inerzia se questo fosse il periodo più felice della mia vita, probabilmente: non avrei infatti alcun interesse a cercare di cambiare lo status quo, in quel quel caso.

Come scrivevo sopra, per potersi togliere da una situazione di inerzia - e prendere una direzione precisa - occorre una “forza esterna”. Occorre una motivazione, potrei scrivere per essere meno criptica per quanti non abbiano familiarità con le parole della scienza. Una motivazione in grado di contrastarla, dunque una motivazione-forza che deve essere più intensa di quella che “comanda” l’abulia-inerzia.

E se fossi felice, non vedo perché dovrei mettermi a cercare una motivazione per smettere di esserlo.

Anche se, a conti fatti, mi pare sia molto più facile e immediato trovare motivi per non essere felici che trovare motivi per smettere di essere infelici.

Chissà perché.

Be’, no: lo so il perché; o almeno ho delle idee in proposito. Ma proprio mentre questo post sta venendo alla luce io dovrei essere a Barcellona, a mangiare tortillas e a tapear fino a riprendere tutti i chili che ho più o meno faticosamente perso negli ultimi mesi. Pertanto, spero che al mio ritorno non soltanto tutte queste idee le avrò dimenticate, ma sarò talmente allegra e piena di joie de vivre da non ricordarmi neanche più che esiste, quella cosa chiamata inerzia.

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Il soggetto e il suo complemento

Qualche post fa, Sara scriveva in un commento di essere anche lei, come la sottoscritta, una grande sostenitrice della complementarietà nei rapporti umani.

A livello evolutivo, l’accoppiamento tra due partner con geni molto simili non è una strategia molto azzeccata; per convincersene, basta pensare alle comunità molto chiuse, in cui alto è il numero di matrimoni tra consanguinei e altrettanto alto è il numero di malattie genetiche (più o meno rare) nella relativa prole - la correlazione, che salta all’occhio anche soltanto intuitivamente, è stata provata su basi scientifiche ormai da parecchio tempo.

Da un punto di vista evolutivo, pertanto, è chiaro che la frase di Catherine Earnshaw da me citata in quel post (”Lo amo perché è più me stesso di quanto non lo sia io; quale che sia la sostanza di cui sono fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.”) va contro il benessere dell’individuo e, più in generale, della specie. La saggia Catherine, infatti, genererà i propri figli non con l’amato Heathcliff, ma con Linton (”mentre la mia anima e quella di Linton sono diverse quanto il fulmine dalla luce della luna, o il ghiaccio dal fuoco”).

Bene: con buona pace della genetica, vorrei provare a spingermi oltre.

In linguistica (più propriamente, nella grammatica) un complemento indica principalmente un qualcosa (parola o gruppo di parole) necessario a una frase per completarne il significato: io sono stanca, la mia dietologa costa tanto, i miei colleghi bevono il caffè eccetera eccetera. Vaghe reminiscenze delle scuole medie - condite con un controllo incrociato della voce su Wikipedia in italiano, inglese e francese più una sbirciatina sul sito dell’Accademia della Crusca. Più in generale, un complemento è una parte che, aggiunta a un’altra, formerebbe un tutto.

Necessario per completarne il significato: il mio complemento è qualcosa che completa il mio significato, il mio senso.

Etimologicamente, infatti, il sostantivo complemento deriva da còmpiere, a sua volta proveniente dal latino complere (riempire interamente, colmare). Còmpiere, a sua volta, è composto da cum ed empìre (o èmpiere) - termine arcaico che originariamente copriva l’aria semantica oggi occupata soltanto più da riempìre (rièmpiere), con un re rafforzativo del quale non ci siamo più voluti liberare. Ed empìre - o èmpiere che dir si voglia - ha esattamente la stessa radice dell’aggettivo pieno.

Il mio complemento, pertanto, è qualcosa che mi rende piena quando è proprio lì con me.

Eppure. Eppure mi sto interrogando ripetutamente, negli ultimi tempi, su una questione che mi sta particolarmente a cuore e che mi chiedo se sia condivisa anche da altri esseri umani: quanto, nella persona “ideale” che vorremmo avere accanto, buttiamo dentro tutti quegli aspetti che noi vorremmo avere e che invece non ci appartengono?

Stamattina collegavo il discorso al rapporto genitore - figlio; non ne ho esperienza diretta se non come figlia, eppure trovo estremamente plausibile che un genitore, magari anche del tutto involontariamente - o anche volontariamente, ma senza alcuna cattiva intenzione (anzi, semmai il contrario, nonostante si sappia che la strada per l’inferno proprio di quelle è lastricata, delle buone intenzioni) -, voglia che il proprio figlio o la propria figlia realizzino le cose che lui non è riuscito a portare a termine - ossia che riescano là dove lui ha fallito.

Nelle cose eclatanti come il successo sociale, il benessere economico; ma anche nelle cose meno tangibili come il senso dell’umorismo, la passione per l’enogastronomia, una spiccata competenza riguardo le diverse tipologie di tessuti con cui è possibile confezionare un abito da uomo. Insomma: la qualsiasi.

A costo di essere tacciata di riduzionismo: perché non dovrebbe succede qualcosa di analogo nel momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli, allora? Cosa impedisce che, in realtà, la ricerca di un compagno o una compagna complementare possa essere semplicemente una strategia per andare a riempire i vuoti o le carenze che riteniamo di avere e che non vorremmo mai fossero trasmesse, pari pari, alla nostra prole? Perché cos’altro sarebbe, altrimenti, il tutto formato dalle due parti, in ultima analisi?

D’accordo, ho scritto “il momento in cui si sceglie il padre o la madre dei propri figli” anziché “la persona di cui ci invaghiamo“, mentre non sempre le scelte sentimentali (o anche più prettamente sessuali) sono strettamente correlate al desiderio di procreare.

Però. Però, nonostante la (meritoria) rivoluzione sessuale, nonostante la (straordinaria) invenzione di metodi anticoncezionali completamente affidabili, nonostante la mia condizione di donna lavoratrice - indipendente - economicamente autonoma, impensabile ai tempi di mia nonna novantenne (la quale ancora non sa che vivo da sola); nonostante questo e nonostante quello…

Io non riesco proprio a prescindere dal fatto che il sesso sia, di base, il modo in cui la nostra specie (così come molte altre) perpetua se stessa; non riesco proprio a dimenticarmi che tutti quei consigli su “come raggiungere l’orgasmo in 5 minuti”, “come fare miagolare di piacere il tuo lui / la tua lei” disseminati ormai non soltanto più nelle riviste femminili ma un po’ dappertutto altro non siano che il modo contemporaneo di mascherare il fatto che il piacere collegato al sesso è, prima di tutto, uno specchietto per le allodole “messo a punto” dalla Natura per tenere alto il tasso di natalità.

E probabilmente chi mi legge da un po’ l’aveva già capito ;-)

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E se diventassi un modo di dire?

Non ho mai desiderato né, di conseguenza, cercato di diventare famosa. Da quando nell’ultimo anno di liceo mi sono trovata a parlare di fronte a 500 persone, mi sono interrotta dopo cinque minuti scarsi, ho fatto finta di tossire e me ne sono uscita con un “scusate tanto, mi sono completamente dimenticata quello che dovevo dire”, ho capito che, semplicemente, certe cose non fanno per me.

E’ vero che parlare in pubblico può dare una certa soddisfazione: gratifica il proprio narcisismo e aiuta a nutrire l’autostima grazie all’utilità che ciò che si dice può avere per l’uditorio. In politica probabilmente non vale: nei politici, infatti, l’autostima è già talmente alta in partenza che anche se, per assurdo, si comunicassero dei veri e propri contenuti, anche un’utilità alta non potrebbe spingere l’autostima dell’oratore più in su di quanto non sia già.

La mia teoria, probabilmente, regge fintanto che il parlare in pubblico è limitato a un’assemblea di istituto in una scuola superiore o a un seminario di un paio d’ore davanti a quindici studenti che probabilmente (se sono venuti a sentire un seminario facoltativo fuori dall’orario di lezione) ne sanno più di te o, per lo meno, hanno talmente tanta sete di conoscenza che sono grati a chiunque gli racconti qualcosa che sia un po’ fuori dai canoni (e il fatto che la tua lezioncina non costituisca programma d’esame probabilmente aiuta).

Nonostante ciò, tuttavia, sto correndo seriamente il rischio di diventare un modo di dire - non diffuso a livello planetario, beninteso; e probabilmente neppure a livello nazionale. Nutro in verità forti dubbi sul fatto che la mia fama possa estendersi anche soltanto in tutto il quartiere; se non fosse che la città in cui sono nata e continuo a trascorrere la mia vita è nota per essere intessuta da una ragnatela di rapporti, conventicole e gruppetti poco interagenti ma molto comunicanti tra loro.

Qualche sera fa mi trovavo, complice una festa di compleanno, con tre mie compagne di classe del liceo: Candi, Peggy e Galattica - quest’ultima è stata una mia grandissima amica per anni, anche se già al tempo dell’università abbiamo smesso di frequentarci assiduamente.

Come spesso succede durante queste rimpatriate, abbiamo creato un simpatico capannello per sorseggiare una birra (lo so, non dovrei! ma almeno me le sono godute. Ehm. Sì. Erano tre o quattro, o forse addirittura cinque, hic!) e dedicarci a una delle attività migliori per il sabato sera: spettegolare come vecchie comari. Tra un “lo sai che tizia si è rifatta il naso” e un “ma davvero quel mostro odioso di caio si è sposato?”, la conversazione è scivolata su di noi.  Dopo pochi preamboli, più in particolare su di me: “E com’è che non esci con nessuno?”, “Ma ti ricordi quando ti aveva lasciato il-tuo-primo-fidanzato quanto piangevi?”. Finché Peggy non ha rinvangato storie vecchie e nuove in cui, come costante, emergeva la mia leggera titubanza e conseguente ansia nei confronti di telefonate (allora) e sms (ora) - chi non cogliesse il sarcasmo è pregato di leggere qui e, se non fosse sufficiente, anche qui.

E comunque. Proprio mentre stavo ridendo di gusto ascoltando le lamentele di Peggy su quanto nella mia vita l’abbia asfissiata con richieste tipo “ma secondo te se faccio / scrivo questo e quest’altro come reagirà, lui?” - il tutto a metà tra il faceto e il serio - è intervenuta Galattica per puntualizzare: “Odi, stai attenta, però, che così non va. L’altro giorno, la mia amica X era esattamente nella tua situazione: il ragazzo che le piace le ha scritto un sms e lei, dopo un’ora e mezza, ancora non sapeva se e tantomeno cosa rispondergli”. Si tenga presente, per inciso ma non troppo, che la suddetta amica X l’ho incontrata sì e no una decina di volte in vita mia; allo stesso modo, però, sono ben consapevole del fatto che Candi, assolutamente affidabile per il riserbo sulle cose importanti, è solita raccontare alle amiche aneddoti più o meno divertenti sulle conoscenze comuni.

“Io allora - continua Galattica - mi sono un po’ arrabbiata e ho detto a X di smetterla di essere sempre così indecisa quando si tratta di rispondere a un cavolo di sms. E a quel punto lei mi ha guardato disperata, e mi ha chiesto: Galattica, sii sincera. Non starò mica diventando come Odiamore??

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Azioni e reazioni emotive

Ho già scritto, provocando tra l’altro una serie di commenti più interessante del post in questione, di pregi e difetti degli sms nei rapporti umani; e ho già scritto di significati e implicazioni della distanza nei rapporti umani.

Dopo l’appuntamento galante-o-elegante? di un paio di settimane fa, tuttavia, ho continuato (un po’ ossessivamente, lo ammetto) a interrogarmi su entrambe le questioni: la difficoltà se non altro di avviare una storia a distanza colmando non soltanto la distanza fisica ma, soprattutto, quella interiore - che è inevitabile esista quando il rapporto è ancora soltanto una ragnatela di possibilità; e la difficoltà, nonostante tutti i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione con estrema generosità, di stabilire ex novo un canale di comunicazione privilegiato con qualcuno.

Per quanto riguarda la distanza, c’è ben poco da fare; come consiglia saggiamente Sole, si tratta soltanto di aspettare fatalisticamente una prossima occasione di incontro – che potrebbe anche non avvenire prima di molto tempo. Nessuno spunto di riflessione che possa interessare altri che la sottoscritta, pertanto.

Per quanto riguarda invece il ruolo degli sms, credo di poter provare ad astrarmi dal caso particolare (in cui, per la cronaca, circa una settimana dopo io ho spedito un sms privo di significato e mi è arrivata una risposta altrettanto priva di significato, e poi più nulla) e formulare una regola di portata più generale.

Nel caso degli sms, infatti, vale una sorta di terza legge di Newton: ad azione corrisponde una reazione, ma non necessariamente uguale e contraria.

Cercherò di spiegare meglio cosa intendo; fermo restando che, per chi non se lo ricordasse o non l’avesse mai capito davvero (perché molti insegnanti danno per scontato che la formulazione del principio sia di immediata comprensione, mentre per me, ad esempio, non è lo stato affatto), una reazione uguale e contraria significa una reazione uguale in intensità - stessa forza, quantitativamente parlando - e opposta in verso - se l’azione agisce dall’alto verso il basso, la reazione sarà dal basso verso l’alto. ovvio, certo, ma io ho dovuto aspettare il secondo anno di università per poter confessare a me stessa di averlo assimilato fino in fondo.

Tornando con la mente indietro nel tempo (e ripetendomi, lo so, rispetto a un post precedente) ricordo quando per mettermi in contatto con qualcuno non avevo che due alternative: la telefonata o la lettera.

La telefonata era dedicata agli amici vicini, la lettera agli amici lontani - semplicemente per una questione economica, dal momento che dopo quando, a tredici anni, feci lievitare la bolletta telefonica bimestrale sino a 400 mila lire (credo almeno 500 euro di oggi) i miei genitori reagirono - per l’appunto - di conseguenza e mi vietarono l’uso del telefono. La telefonata era l’agire d’impulso e sotto dosi incredibilmente alte di adrenalina; la lettera la possibilità di meditare su forma e contenuto sino a strappare la trentesima versione (ormai illeggibile per le troppe cancellature e riscritture lungo i margini) e ricominciare tutto daccapo.

Scrivere una lettera, oggi, è un gesto forte: proprio perché ci sono così tante alternative per comunicare, prendere in mano una penna, cercare un foglio di carta e una busta, comprare un francobollo e soprattutto attendere che la lettera arrivi tra le mille incertezze dei sistemi postali non soltanto è démodé ma richiede uno sforzo incredibile che sarà (anche inconsapevolmente) valutato dal destinatario proprio in quanto tale.

E’ un vero peccato sia così, perché io adoro ricevere lettere manoscritte - anche se non sono lettere d’amore. Perché “una lettera non dice quello che vuole solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro. Perché le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L’abilità sta nel leggere tutta la lettera, non solo il testo.” (Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi)

L’azione “scrivere una lettera (e spedirla)” comporta sì una reazione, nel destinatario, ma tale reazione è dilatata nel tempo e nello spazio. Una lettera non sempre richiede una risposta; e sono certa del fatto che, quand’anche la richieda esplicitamente, tale risposta è a lungo meditata: il tempo intercorso tra l’azione e la reazione diluisce ed enfatizza i sentimenti sino a stravolgerli completamente, almeno in alcuni casi.

Il discorso cambia radicalmente nel caso di una telefonata: i cellulari hanno fatto crescere esponenzialmente (o qualcosa del genere) il numero di telefonate che ogni individuo compie e riceve ogni giorno. La persona a cui telefono sa che sono io a cercarla ancora prima di rispondere; nel caso in cui io scelga l’opzione di non far comparire il mio numero di telefono sui display altrui, viceversa, mi protegge con l’anonimato ma a esso mi vincola: se non ricevo risposta ai miei squilli ansiosi sarà forse perché il destinatario non risponde alle chiamate provenienti da un “Numero privato”? E risponderebbe a una chiamata che il display certifica essere stata fatta dalla sottoscritta?

Sia quel che sia, nel momento in cui la connessione emotivo-elettromagnetica è stabilita tramite il Pronto? de rigueur, ha luogo una prima fase di rassicurazione: il mio interlocutore vuole parlare con me, se non altro. La mia azione ha provocato una reazione uguale e contraria: io ti telefono, tu rispondi alla telefonata e, pronunciando quel paio di sillabe, mi ributti la palla – tocca a me, sono legittimata ad agire di nuovo perché tu mi stai invitando a farlo. Certo da questo punto in poi i giochi sono aperti, mais il ne sont pas faits.

E poi, ecco arrivare l’sms. L’azione di spedire un sms è di per sé fonte di disequilibrio – quindi già si intravede una discrepanza con il principio newtoniano: nessuna certezza sull’avvenuta ricezione (o forse ci sono strumenti tali per cui, ma non vorrei entrare nel merito) – il che lo assimila alla lettera per lo stato d’ansia che genera l’attesa. In secondo luogo, la reazione di chi risponde a un sms non è uguale all’azione; nel caso della telefonata, il semplice fatto di rispondere proprio a me è garanzia di apertura nei miei confronti, di desiderio di parlarmi. Nel caso dell’sms, invece, la risposta può essere dettata da pura cortesia, così come la non-risposta può essere una risposta di per sé ma può anche essere un accidente, dovuto a ritardi nella ricezione, a un telefono tenuto spento per un tempo prolungato… O tutte le altre cose che mi vengono in mente (dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni) quando aspetto un sms che non arriva.

E poi: se io spedisco un sms e ricevo una risposta più o meno subito, cosa diavolo significa? E’ davvero, la risposta, una reazione uguale in intensità (emotiva) ma contraria in verso (ossia da-te-a-me anziché da-me-a-te)? La domanda è retorica, perché conosco già tutta la storia: non significa un accidenti di niente. Perché può significare tutto: cortesia, gentilezza, automatismo, interesse ma anche disinteresse (”rispondo subito così non ci devo più pensare”).

E se invece la risposta arriva con uno o due giorni di ritardo? Anche in questo caso, la reazione potrà anche essere opposta in verso, ma certamente non è garantito sia pari in intensità. Da un lato, infatti, la risposta ritardata potrebbe voler significare, semplicemente che la persona, cancellando o rileggendo vecchi messaggi, si è trovata sotto gli occhi il mio e si è presa la briga di rispondermi perché sul momento se ne era dimenticata (lampante segno di interesse, invero!); d’altro lato, potrebbe anche significare che, al contrario, il mio essere – sustanziatosi in 160 caratteri spazi inclusi, allegria! – ha continuato ad albergare nei pensieri del destinatario in tutte quelle ore in cui ha meditato sull’opportuna risposta. Mmm. Possibile, certo; ma tra il mondo della possibilità e il mondo della probabilità esistono infiniti universi che si premurano di mantenere i due mondi alla giusta distanza – infinita, per l’appunto.

E’ come scrivevo prima: dal furto del cellulare a un’invasione degli alieni, tutto è possibile quando si comunica per interposto strumento.

E anche vis à vis, ora che ci penso… Ora che sono proprio costretta a pensarci a fondo, non è mica che le cose siano poi così tanto più comprensibili.

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I primi 4 minuti II. La vendetta (dello speed date)

Qualche settimana fa avevo iniziato a scrivere un post su i primi 4 minuti ma, un po’ per pigrizia un po’ perché stava diventando di una lunghezza insopportabile, mi ero limitata a pubblicarne soltanto una parte. Tale incipit, me ne rendo conto soltanto adesso, non conteneva però nemmeno un riferimento a quali fossero i 4 minuti a cui facevo riferimento; ma è presto detto: come ho scritto, il post nasceva da uno spunto raccolto in uno degli ultimi numeri della rivista Nature, in cui si raccontano i risultati della ricerca che due scienziati americani hanno portato avanti sul fenomeno dello speed date.

Lo speed date, per chi non lo sapesse, si è diffuso inizialmente nel mondo anglosassone ma, da alcuni anni, è arrivato anche in Italia - tanto da diventare la scena iniziale del film del 2004 “L’amore eterno finché dura”, oltre che il pretesto da cui si diparte la narrazione. C’è addirittura un episodio dei Simpson, che purtroppo non ho mai visto (ma provvederò al più presto), in cui Marge, colpita da amnesia, è convinta dalle terribili sorelle a partecipare a uno speed date.

Dicasi speed date, o speed-date (o ancora, per i più anglofili, speed dating) un’occasione di incontro organizzata in un locale (pubblico o privato) di modo che vi sia un numero uguale di uomini e donne (caso etero, ovviamente) e un corrispondente numero di postazioni in cui ci si possa sedere uno davanti all’altra con una parvenza di riservatezza; le donne stanno sempre sedute e gli uomini cambiano postazione ogni 3 o 4 minuti, di modo che tutti, a fine serata, abbiano avuto a disposizione quella stessa manciata di minuti per parlare con tutti gli altri esponenti dell’altro sesso presenti nel locale. Ogni soggetto riempie poi un questionario in cui esprime le proprie preferenze rispetto ai potenziali partner incontrati nel corso della serata; ogni qualvolta la preferenza è reciproca, gli organizzatori sono autorizzati a comunicarlo alla “coppia in potenza” insieme ai rispettivi numeri di cellulare, di modo che i due possano incontrarsi altrove e, chissà, diventare a poco a poco una “coppia in atto” - usare, riadattandola, la terminologia aristotelica fa sempre fine, vero?

Ora. Prima di giudicare o anche soltanto di commentare le modalità dello speed date, vorrei per un attimo tornare alla cosiddetta vita sociale normale, fatta di feste, cene di lavoro o di piacere, serate in discoteca e compagnia bella.

Io sono una persona che rientra nel novero dei mediamente socievoli. Se inserita in un ambiente pieno di persone estranee è improbabile che nel giro di un quarto d’ora diventi l’anima della festa indipendentemente dalle quantità di alcol ingurgitate; è altrettanto improbabile, per contro, che trascorra tutta la serata contro un muro senza rivolgere la parola a nessuno nemmeno quando interpellata. Mi ritengo dunque nella media, tutto sommato; con un po’ di presunzione e un po’ di malinconia insieme.

La mia normalità, tipicamente, mi porta a pensare che se mi capitasse, in una situazione del genere, di essere colpita da qualcuno che reputo particolarmente attraente, non prenderei l’iniziativa di rompere il ghiaccio ma neppure, se per qualche strano motivo costui mi si avvicinasse, mi chiuderei nel mio mutismo.

Il problema è che, molto spesso anche se non sempre, i ragazzi che trovo attraenti possiedono caratteristiche tali da non passare inosservati presso altri membri della popolazione femminile – il che da un lato costringe il soggetto a destreggiarsi tra nugoli più o meno grandi di donne, dall’altro abbassa notevolmente le probabilità che costui sia abbastanza libero anche soltanto da discernere la mia tra la moltitudine di teste femminili che lo circondano. A volte infatti, addirittura, le donne circondano un uomo con aria vagamente minacciosa, come se davvero si trattasse di cacciatori in procinto di disputarsi la preda appena accerchiata.

Se però, anziché a una festa, fossi a uno speed date, avrei la certezza di trascorrere con l’oggetto del mio desiderio almeno 4 minuti. Lo stesso tempo, per inciso ma neanche poi troppo, a disposizione di tutte le mie rivali. Un bel vantaggio, nevvero? Non soltanto la certezza di avere una chance, ma la consapevolezza di giocare ad armi pari rispetto alla concorrenza.

Il tempo è tiranno, come dicevano gli antichi; il tempo, tuttavia, può anche esserti amico se lo sai piegare ai tuoi desideri. E, soprattutto, quattro minuti potrebbero essere addirittura troppi se, davvero, l’idea che soggiace allo speed date è quella del colpo di fulmine ragionato - quindi ragionevole, se non addirittura razionalizzato.

Nalini Ambady, della Tuft University, nel 1993 condusse un esperimento in cui mostrava a un gruppo di persone un video muto, lungo trenta secondi, di un professore che teneva una lezione; ai soggetti fu poi chiesto di dare una valutazione sulla qualità dell’insegnante. Le risposte furono sbalorditive: l’accuratezza delle valutazioni era sostanzialmente pari a quella riscontrata presso gli studenti che, di quel professore, avevano seguito tutto il corso lungo l’arco di un intero semestre. In altri termini, seguire il corso di un docente per settanta, ottanta ore, porta a esprimere valutazioni sulla bontà del suo insegnamento sostanzialmente uguali a quelle espresse, di getto, dopo aver guardato un video muto di trenta secondi.

La Ambady ripetè poi l’esperimento con stralci di video (sempre muti) della durata di sei secondi: l’accuratezza delle valutazioni era praticamente la stessa riscontrata con i video lunghi cinque volte tanto - e sempre fortemente correlata alle valutazioni degli studenti del professore; non si trascuri infine il fatto che, come ho scritto, sia i video di trenta sia i video di sei secondi erano completamente muti.

Ripetendo l’esperimento con un video sensibilmente più lungo di trenta secondi, tuttavia, l’accuratezza diminuisce sensibilmente. E per di più, con un esperimento condotto nel 2002, la Ambady ha ottenuto risultati tali per cui parrebbe che l’accuratezza delle valutazioni sia fortemente correlata all’umore del soggetto valutante: gruppi ai quali, prima di mostrare i video, era stato proposto di vedere un film allegro e divertente erano tendenzialmente più corretti nelle loro valutazioni (ossia esprimevano valutazioni più simili a quelle date dagli studenti del corso) rispetto a quelli che si erano dovuti sorbire un drammone tragicamente privo di happy end.

Come se fossimo più bravi a valutare “a pelle” che dopo aver avuto un maggior lasso di tempo per riflettere - dove con “più bravi” intendo “traendo conclusioni più simili a quelle che avremmo presumibilmente tratto dopo mesi e mesi di frequentazione assidua”.

Come se fossimo, inoltre, più bravi a valutare “a pelle” quando il nostro stato d’animo è tale per cui, essendo più felici e più portati all’ottimismo, abbiamo più fiducia in noi stessi e, di conseguenza, anche nelle nostre capacità di valutazione dell’altro-da-sé.

Ci sono alcuni punti che vorrei sottolineare, e allo stesso tempo mi rendo conto del fatto che ancora non ho scritto nulla sui contenuti dell’articolo ormai incriminato. Ma anche questa volta ho scritto troppo; sto tornando la grafomane che faceva impazzire i professori costringendoli a leggere i temi rigorosamente in brutta copia (addirittura alla Maturità ho scritto talmente tanto da non riuscire a copiare tutto). E sicuramente il tema mi appassiona: mi sa tanto che ci vorrà una parte III - qualcosa tipo “Il ritorno dei primi 4 minuti (e dello speed date)“…

AGGIORNAMENTO: terza (e ultima) puntata.
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It wasn’t a date (was it?)

Lunedì scorso, per me, è stato un giorno di vacanza pura e semplice; al contrario di martedì e mercoledì, in cui ho avuto appuntamenti di lavoro incredibilmente faticosi ma non particolarmente coerenti rispetto a questo post, lunedì era libero di impegni di qualsiasi genere.

Proprio l’occasione giusta per trascorrere due ore a girovagare per una pinacoteca già visitata più e più volte, in passato, con in mano guide turistiche, con sulle orecchie cuffie di audioguide e con in testa brandelli di saggi di storia dell’arte. La libertà, pertanto, di passeggiare tra le sale fermandomi soltanto davanti ai quadri che attiravano la mia attenzione anche se di artisti ignoti ai più; la libertà di fermarmi circa quaranti minuti davanti a un olio di Van Eyck e, due sale dopo, snobbare dei girasoli di Van Gogh perché tanto dopo aver visto questo non c’è storia; la malinconia agrodolce suscitata da Vermeer, in omaggio alla scommessa fatta tanti anni fa con il mio ex fidanzato di riuscire a vedere, nell’arco della nostra vita, tutti i 34 o 35 dipinti di quello che è uno dei miei [dei nostri] pittori preferiti.

L’occasione giusta per bighellonare in un negozio di vestiti tutto sommato più brutti di quelli che trovo in Italia oltre che decisamente più cari, soltanto per avere poi meno tempo da trascorrere in libreria - perché il conto in banca rosseggia ma nonostante ciò ci sono tentazioni alle quali non sono in grado di resistere.

E l’occasione giusta per incontrare un amico che conosco dagli anni delle scuole medie e che ho continuato a incrociare nei corridoi del liceo; una persona trasversale a più di metà della mia esistenza che, tuttavia, non ho mai frequentato se non in quelle rare occasioni in cui ci trovavamo a trascorrere qualche giorno di vacanza nello stesso periodo e nello stesso luogo.

Se però, da un lato, le pinacoteche non fanno altro che rispettare i propri orari di apertura e chiusura, le persone hanno una vita sociale, lavorativa e, a volte, anche segreta: tutte cose che richiedono comunicazioni preventive nel caso in cui tali persone si vogliano o possano incontrare in un lasso di tempo delimitato. Il giorno in cui sono atterrrata, pertanto, ho mandato a quest’amico un sms per fargli sapere che lo avrei incontrato volentieri il pomeriggio o la prima parte di serata di lunedì – prima, cioè, che Sole tornasse a casa dal lavoro intorno alle 23.

Le quattro sembrava a entrambi un orario ragionevole per incontrarsi e, proprio perché un lunedì non è normalmente un giorno di vacanza, ho lasciato decidere a lui il luogo e i tempi.

Quando, con ancora impressi sulla retina i rossi di Hans Memling, mi sono trovata a fronteggiare manufatti artistici della seconda metà del novecento con i capelli disastrati (raccolti in una treccia tenuta insieme da una matita Ikea recuperata miracolosamente in borsa) e un piumino più adatto a un’escursione al polo nord che a una galleria di arte contemporanea, tuttavia, mi sono sentita un po’ fuori tempo, fuori luogo e fuori contesto.

Avrei voluto aver almeno riletto una volta quel volumetto sul dadaismo, essermi fatta uno shampoo (e magari anche un impacco lucidante) venti minuti prima e, soprattutto, indossare un microscopico cappottino a delineare una silhouette già definitivamente approvata dalla mia dietologa. In assenza di tutte queste cose, superato il primo momento di frustrazione e liberatami del senso di inadeguatezza, mi sono limitata a godermi la mostra – apprezzando in particolare una scatola di sigari ricoperta di molle chiamata It’s Springtime.

Il fatto è che ci sono uomini che non hanno mai fatto parte del mio carnet sentimentale: quelli che al ristorante ti chiedono cosa vuoi mangiare per essere loro a comunicarlo al momento delle ordinazioni; quelli che sono sempre vestiti nel modo giusto per l’occasione giusta e che, non so se ciò nonostante oppure proprio di conseguenza, ti fanno sentire bene anche se sei conciata nel modo meno consono possibile; quelli che sanno sempre e comunque dove andare nel momento in cui ti viene voglia di bere un caffé, un te o addirittura un improbabile liquore di bacche giamaicane e, immancabilmente, il luogo in cui servono ciò che tu desideri è incredibilmente bello e accogliente, per non parlare del fatto che la lunghezza del percorso per raggiungerlo è direttamente proporzionale alla comodità delle tue scarpe e inversamente proporzionale al livello di stanchezza; quelli che, addirittura, ti consigliano la strada da fare per raggiungere un posto perché da quel tratto si gode di una vista mozzafiato sulla città o, in alternativa, c’è uno scorcio architettonico così incantevole che ti chiedi come sia possibile tu non l’abbia mai notato prima. Quelli che, maledizione a loro, si ricordano di tutte le minuzie che hai detto sette mesi prima e te le restituiscono per innescare una lite senza fine o, al contrario, per farti sentire la persona più ricca di spunti e contenuti interessanti che abbiano mai incontrato nella loro vita.

E lo fanno con tutti e con tutte, e tu non soltanto lo intuisci, ma lo sai; ne sei perfettamente consapevole perché tali comportamenti sono frutto dell’educazione ricevuta e di abitudini acquisite con il tempo e l’esperienza: non possono essere semplicemente innati – non se presenti tutti insieme contemporaneamente nella stessa persona, per lo meno. Anche se, a voler proprio essere precisi, un assaggio di tutto questo era già presente quando la persona in questione ancora non aveva l’età per guidare un’automobile, ma tu eri forse troppo inesperta per renderti conto del fatto che nel resto della tua vita avresti sempre incontrato qualcos’altro, perché di qualcos’altro saresti sempre andata alla ricerca.

E ti chiedi come sia possibile che questi uomini, nonostante l’assoluta – se non addirittura esplicitamente dichiarata - assenza di esclusività, riescano a farti sentire un’eletta.

Ed è di questo che si tratta: accompagnarmi per una mostra che mi sarei pentita di non essere riuscita a vedere; portarmi a cena in un posto da cui per quasi tre ore ho ammirato il panorama che, da quando lo scoprii per la prima volta tanti anni fa (e da dieci piani più in basso), mi riempie il cuore di gioia più di qualsiasi altro; non riempirmi di complimenti, ma dosarli nella quantità, nel tono, nel modo e soprattutto nei contenuti giusti; farmi sentire investita dell’unica responsabilità di assaporare il cibo, il vino e la conversazione senza dovermi (pre)occupare di nient’altro se non di impostare la modalità comportamento da tenere in ristorante chic maneggiando posate e bicchieri; e ancora e ancora e ancora.

Ma, per quanto scrivevo prima, era in me sempre presente un sottofondo di consapevolezza relativa al fatto che io non ero necessariamente IO, quanto piuttosto la persona con la quale si accompagnava quella particolare sera (e, se proprio devo raccontarla tutta, anche il pomeriggio del giorno dopo e di quello dopo ancora, ma questa è un’altra storia in cui la parte del leone la fa la migliore torta di mele che abbia mangiato in vita mia. Però la prossima settimana io ho appuntamento con la dietologa, quindi faccio finta che non sia successo).

E poi, in fondo, non stavamo facendo altro che una simpatica rimpatriata tra compagni di scuola: pettegolezzi su antiche conoscenze comuni, una spruzzata di ricordi e qualche commento sulle coppie sedute nei tavoli accanto.

Checché ne pensi e ne dica Sole, non si trattava mica di un appuntamento galante.

Vero?

Tacchi a spillo e scarpe da ginnastica

Girare per Soho di sabato sera e’ un’esperienza antropologicamente molto interessante. Innanzitutto, orde di ragazzini ubriachi persi alle dieci di sera, giovani fanciulle che vomitano contro i muri prima delle dieci e mezza e finalmente, intorno alle undici, escono (dai ristoranti?) le prendenti parte agli hen parties - gli addii al nubilato.

La cosa piu’ sconcertante per un’italiana, tuttavia, sono le scarpe delle ragazze. Sono tacchi a spillo di dodici centimetri, sono sandali senza calze con una temperatura esterna di tre gradi centigradi, sono scarpine improponibili che fanno venire le vesciche e male alle caviglie soltanto a guardarle.

Ma non sono soltanto le scarpe, a dire il vero. Queste ragazze, queste donne si aggirano per strada vestite da gran sera, con stole di seta, vestiti di broccato e paillettes - pronte per la serata degli Oscar. Il che, di per se’, non sarebbe un male, anzi. Se non fosse che questi abiti, questi maquillages da rivista di moda, questi tacchi vertiginosi sono accompagnati da ragazzi e uomini in jeans strappati, giacconi sformati, barbe sfatte, capelli improponibili e scarpe da ginnastica (sporche).

Perche’ allora, mi chiedo, esiste questa incredibile disparita‘? Perche’ le donne si tirano a lucido e gli uomini sembrano appena alzati dal letto (dove hanno dormito vestiti con gli abiti del giorno prima)?

Per piacersi? Per piacere? Per fare a gara a chi e’ conciata meglio?

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