Qualche settimana fa avevo iniziato a scrivere un post su i primi 4 minuti ma, un po’ per pigrizia un po’ perché stava diventando di una lunghezza insopportabile, mi ero limitata a pubblicarne soltanto una parte. Tale incipit, me ne rendo conto soltanto adesso, non conteneva però nemmeno un riferimento a quali fossero i 4 minuti a cui facevo riferimento; ma è presto detto: come ho scritto, il post nasceva da uno spunto raccolto in uno degli ultimi numeri della rivista Nature, in cui si raccontano i risultati della ricerca che due scienziati americani hanno portato avanti sul fenomeno dello speed date.
Lo speed date, per chi non lo sapesse, si è diffuso inizialmente nel mondo anglosassone ma, da alcuni anni, è arrivato anche in Italia - tanto da diventare la scena iniziale del film del 2004 “L’amore eterno finché dura”, oltre che il pretesto da cui si diparte la narrazione. C’è addirittura un episodio dei Simpson, che purtroppo non ho mai visto (ma provvederò al più presto), in cui Marge, colpita da amnesia, è convinta dalle terribili sorelle a partecipare a uno speed date.
Dicasi speed date, o speed-date (o ancora, per i più anglofili, speed dating) un’occasione di incontro organizzata in un locale (pubblico o privato) di modo che vi sia un numero uguale di uomini e donne (caso etero, ovviamente) e un corrispondente numero di postazioni in cui ci si possa sedere uno davanti all’altra con una parvenza di riservatezza; le donne stanno sempre sedute e gli uomini cambiano postazione ogni 3 o 4 minuti, di modo che tutti, a fine serata, abbiano avuto a disposizione quella stessa manciata di minuti per parlare con tutti gli altri esponenti dell’altro sesso presenti nel locale. Ogni soggetto riempie poi un questionario in cui esprime le proprie preferenze rispetto ai potenziali partner incontrati nel corso della serata; ogni qualvolta la preferenza è reciproca, gli organizzatori sono autorizzati a comunicarlo alla “coppia in potenza” insieme ai rispettivi numeri di cellulare, di modo che i due possano incontrarsi altrove e, chissà, diventare a poco a poco una “coppia in atto” - usare, riadattandola, la terminologia aristotelica fa sempre fine, vero?
Ora. Prima di giudicare o anche soltanto di commentare le modalità dello speed date, vorrei per un attimo tornare alla cosiddetta vita sociale normale, fatta di feste, cene di lavoro o di piacere, serate in discoteca e compagnia bella.
Io sono una persona che rientra nel novero dei mediamente socievoli. Se inserita in un ambiente pieno di persone estranee è improbabile che nel giro di un quarto d’ora diventi l’anima della festa indipendentemente dalle quantità di alcol ingurgitate; è altrettanto improbabile, per contro, che trascorra tutta la serata contro un muro senza rivolgere la parola a nessuno nemmeno quando interpellata. Mi ritengo dunque nella media, tutto sommato; con un po’ di presunzione e un po’ di malinconia insieme.
La mia normalità, tipicamente, mi porta a pensare che se mi capitasse, in una situazione del genere, di essere colpita da qualcuno che reputo particolarmente attraente, non prenderei l’iniziativa di rompere il ghiaccio ma neppure, se per qualche strano motivo costui mi si avvicinasse, mi chiuderei nel mio mutismo.
Il problema è che, molto spesso anche se non sempre, i ragazzi che trovo attraenti possiedono caratteristiche tali da non passare inosservati presso altri membri della popolazione femminile – il che da un lato costringe il soggetto a destreggiarsi tra nugoli più o meno grandi di donne, dall’altro abbassa notevolmente le probabilità che costui sia abbastanza libero anche soltanto da discernere la mia tra la moltitudine di teste femminili che lo circondano. A volte infatti, addirittura, le donne circondano un uomo con aria vagamente minacciosa, come se davvero si trattasse di cacciatori in procinto di disputarsi la preda appena accerchiata.
Se però, anziché a una festa, fossi a uno speed date, avrei la certezza di trascorrere con l’oggetto del mio desiderio almeno 4 minuti. Lo stesso tempo, per inciso ma neanche poi troppo, a disposizione di tutte le mie rivali. Un bel vantaggio, nevvero? Non soltanto la certezza di avere una chance, ma la consapevolezza di giocare ad armi pari rispetto alla concorrenza.
Il tempo è tiranno, come dicevano gli antichi; il tempo, tuttavia, può anche esserti amico se lo sai piegare ai tuoi desideri. E, soprattutto, quattro minuti potrebbero essere addirittura troppi se, davvero, l’idea che soggiace allo speed date è quella del colpo di fulmine ragionato - quindi ragionevole, se non addirittura razionalizzato.
Nalini Ambady, della Tuft University, nel 1993 condusse un esperimento in cui mostrava a un gruppo di persone un video muto, lungo trenta secondi, di un professore che teneva una lezione; ai soggetti fu poi chiesto di dare una valutazione sulla qualità dell’insegnante. Le risposte furono sbalorditive: l’accuratezza delle valutazioni era sostanzialmente pari a quella riscontrata presso gli studenti che, di quel professore, avevano seguito tutto il corso lungo l’arco di un intero semestre. In altri termini, seguire il corso di un docente per settanta, ottanta ore, porta a esprimere valutazioni sulla bontà del suo insegnamento sostanzialmente uguali a quelle espresse, di getto, dopo aver guardato un video muto di trenta secondi.
La Ambady ripetè poi l’esperimento con stralci di video (sempre muti) della durata di sei secondi: l’accuratezza delle valutazioni era praticamente la stessa riscontrata con i video lunghi cinque volte tanto - e sempre fortemente correlata alle valutazioni degli studenti del professore; non si trascuri infine il fatto che, come ho scritto, sia i video di trenta sia i video di sei secondi erano completamente muti.
Ripetendo l’esperimento con un video sensibilmente più lungo di trenta secondi, tuttavia, l’accuratezza diminuisce sensibilmente. E per di più, con un esperimento condotto nel 2002, la Ambady ha ottenuto risultati tali per cui parrebbe che l’accuratezza delle valutazioni sia fortemente correlata all’umore del soggetto valutante: gruppi ai quali, prima di mostrare i video, era stato proposto di vedere un film allegro e divertente erano tendenzialmente più corretti nelle loro valutazioni (ossia esprimevano valutazioni più simili a quelle date dagli studenti del corso) rispetto a quelli che si erano dovuti sorbire un drammone tragicamente privo di happy end.
Come se fossimo più bravi a valutare “a pelle” che dopo aver avuto un maggior lasso di tempo per riflettere - dove con “più bravi” intendo “traendo conclusioni più simili a quelle che avremmo presumibilmente tratto dopo mesi e mesi di frequentazione assidua”.
Come se fossimo, inoltre, più bravi a valutare “a pelle” quando il nostro stato d’animo è tale per cui, essendo più felici e più portati all’ottimismo, abbiamo più fiducia in noi stessi e, di conseguenza, anche nelle nostre capacità di valutazione dell’altro-da-sé.
Ci sono alcuni punti che vorrei sottolineare, e allo stesso tempo mi rendo conto del fatto che ancora non ho scritto nulla sui contenuti dell’articolo ormai incriminato. Ma anche questa volta ho scritto troppo; sto tornando la grafomane che faceva impazzire i professori costringendoli a leggere i temi rigorosamente in brutta copia (addirittura alla Maturità ho scritto talmente tanto da non riuscire a copiare tutto). E sicuramente il tema mi appassiona: mi sa tanto che ci vorrà una parte III - qualcosa tipo “Il ritorno dei primi 4 minuti (e dello speed date)“…
AGGIORNAMENTO: terza (e ultima) puntata.











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