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I primi 4 minuti II. La vendetta (dello speed date)

Qualche settimana fa avevo iniziato a scrivere un post su i primi 4 minuti ma, un po’ per pigrizia un po’ perché stava diventando di una lunghezza insopportabile, mi ero limitata a pubblicarne soltanto una parte. Tale incipit, me ne rendo conto soltanto adesso, non conteneva però nemmeno un riferimento a quali fossero i 4 minuti a cui facevo riferimento; ma è presto detto: come ho scritto, il post nasceva da uno spunto raccolto in uno degli ultimi numeri della rivista Nature, in cui si raccontano i risultati della ricerca che due scienziati americani hanno portato avanti sul fenomeno dello speed date.

Lo speed date, per chi non lo sapesse, si è diffuso inizialmente nel mondo anglosassone ma, da alcuni anni, è arrivato anche in Italia - tanto da diventare la scena iniziale del film del 2004 “L’amore eterno finché dura”, oltre che il pretesto da cui si diparte la narrazione. C’è addirittura un episodio dei Simpson, che purtroppo non ho mai visto (ma provvederò al più presto), in cui Marge, colpita da amnesia, è convinta dalle terribili sorelle a partecipare a uno speed date.

Dicasi speed date, o speed-date (o ancora, per i più anglofili, speed dating) un’occasione di incontro organizzata in un locale (pubblico o privato) di modo che vi sia un numero uguale di uomini e donne (caso etero, ovviamente) e un corrispondente numero di postazioni in cui ci si possa sedere uno davanti all’altra con una parvenza di riservatezza; le donne stanno sempre sedute e gli uomini cambiano postazione ogni 3 o 4 minuti, di modo che tutti, a fine serata, abbiano avuto a disposizione quella stessa manciata di minuti per parlare con tutti gli altri esponenti dell’altro sesso presenti nel locale. Ogni soggetto riempie poi un questionario in cui esprime le proprie preferenze rispetto ai potenziali partner incontrati nel corso della serata; ogni qualvolta la preferenza è reciproca, gli organizzatori sono autorizzati a comunicarlo alla “coppia in potenza” insieme ai rispettivi numeri di cellulare, di modo che i due possano incontrarsi altrove e, chissà, diventare a poco a poco una “coppia in atto” - usare, riadattandola, la terminologia aristotelica fa sempre fine, vero?

Ora. Prima di giudicare o anche soltanto di commentare le modalità dello speed date, vorrei per un attimo tornare alla cosiddetta vita sociale normale, fatta di feste, cene di lavoro o di piacere, serate in discoteca e compagnia bella.

Io sono una persona che rientra nel novero dei mediamente socievoli. Se inserita in un ambiente pieno di persone estranee è improbabile che nel giro di un quarto d’ora diventi l’anima della festa indipendentemente dalle quantità di alcol ingurgitate; è altrettanto improbabile, per contro, che trascorra tutta la serata contro un muro senza rivolgere la parola a nessuno nemmeno quando interpellata. Mi ritengo dunque nella media, tutto sommato; con un po’ di presunzione e un po’ di malinconia insieme.

La mia normalità, tipicamente, mi porta a pensare che se mi capitasse, in una situazione del genere, di essere colpita da qualcuno che reputo particolarmente attraente, non prenderei l’iniziativa di rompere il ghiaccio ma neppure, se per qualche strano motivo costui mi si avvicinasse, mi chiuderei nel mio mutismo.

Il problema è che, molto spesso anche se non sempre, i ragazzi che trovo attraenti possiedono caratteristiche tali da non passare inosservati presso altri membri della popolazione femminile – il che da un lato costringe il soggetto a destreggiarsi tra nugoli più o meno grandi di donne, dall’altro abbassa notevolmente le probabilità che costui sia abbastanza libero anche soltanto da discernere la mia tra la moltitudine di teste femminili che lo circondano. A volte infatti, addirittura, le donne circondano un uomo con aria vagamente minacciosa, come se davvero si trattasse di cacciatori in procinto di disputarsi la preda appena accerchiata.

Se però, anziché a una festa, fossi a uno speed date, avrei la certezza di trascorrere con l’oggetto del mio desiderio almeno 4 minuti. Lo stesso tempo, per inciso ma neanche poi troppo, a disposizione di tutte le mie rivali. Un bel vantaggio, nevvero? Non soltanto la certezza di avere una chance, ma la consapevolezza di giocare ad armi pari rispetto alla concorrenza.

Il tempo è tiranno, come dicevano gli antichi; il tempo, tuttavia, può anche esserti amico se lo sai piegare ai tuoi desideri. E, soprattutto, quattro minuti potrebbero essere addirittura troppi se, davvero, l’idea che soggiace allo speed date è quella del colpo di fulmine ragionato - quindi ragionevole, se non addirittura razionalizzato.

Nalini Ambady, della Tuft University, nel 1993 condusse un esperimento in cui mostrava a un gruppo di persone un video muto, lungo trenta secondi, di un professore che teneva una lezione; ai soggetti fu poi chiesto di dare una valutazione sulla qualità dell’insegnante. Le risposte furono sbalorditive: l’accuratezza delle valutazioni era sostanzialmente pari a quella riscontrata presso gli studenti che, di quel professore, avevano seguito tutto il corso lungo l’arco di un intero semestre. In altri termini, seguire il corso di un docente per settanta, ottanta ore, porta a esprimere valutazioni sulla bontà del suo insegnamento sostanzialmente uguali a quelle espresse, di getto, dopo aver guardato un video muto di trenta secondi.

La Ambady ripetè poi l’esperimento con stralci di video (sempre muti) della durata di sei secondi: l’accuratezza delle valutazioni era praticamente la stessa riscontrata con i video lunghi cinque volte tanto - e sempre fortemente correlata alle valutazioni degli studenti del professore; non si trascuri infine il fatto che, come ho scritto, sia i video di trenta sia i video di sei secondi erano completamente muti.

Ripetendo l’esperimento con un video sensibilmente più lungo di trenta secondi, tuttavia, l’accuratezza diminuisce sensibilmente. E per di più, con un esperimento condotto nel 2002, la Ambady ha ottenuto risultati tali per cui parrebbe che l’accuratezza delle valutazioni sia fortemente correlata all’umore del soggetto valutante: gruppi ai quali, prima di mostrare i video, era stato proposto di vedere un film allegro e divertente erano tendenzialmente più corretti nelle loro valutazioni (ossia esprimevano valutazioni più simili a quelle date dagli studenti del corso) rispetto a quelli che si erano dovuti sorbire un drammone tragicamente privo di happy end.

Come se fossimo più bravi a valutare “a pelle” che dopo aver avuto un maggior lasso di tempo per riflettere - dove con “più bravi” intendo “traendo conclusioni più simili a quelle che avremmo presumibilmente tratto dopo mesi e mesi di frequentazione assidua”.

Come se fossimo, inoltre, più bravi a valutare “a pelle” quando il nostro stato d’animo è tale per cui, essendo più felici e più portati all’ottimismo, abbiamo più fiducia in noi stessi e, di conseguenza, anche nelle nostre capacità di valutazione dell’altro-da-sé.

Ci sono alcuni punti che vorrei sottolineare, e allo stesso tempo mi rendo conto del fatto che ancora non ho scritto nulla sui contenuti dell’articolo ormai incriminato. Ma anche questa volta ho scritto troppo; sto tornando la grafomane che faceva impazzire i professori costringendoli a leggere i temi rigorosamente in brutta copia (addirittura alla Maturità ho scritto talmente tanto da non riuscire a copiare tutto). E sicuramente il tema mi appassiona: mi sa tanto che ci vorrà una parte III - qualcosa tipo “Il ritorno dei primi 4 minuti (e dello speed date)“…

AGGIORNAMENTO: terza (e ultima) puntata.
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Questo è un blog 4occhi

Ieri sera, finalmente, se ne sono accorti anche loro, che non mi vedevano da tempo: non soltanto, negli ultimi mesi, non ho più provato a mettere le lenti a contatto, ma ho addirittura osato investire quasi mezzo stipendio in una montatura nuova:

E comunque. Innanzitutto, dato che ultimamente lo stipendio non me lo pagano più - a fine febbraio ho ricevuto quello di gennaio, e quello di febbraio, di conseguenza, lo riceverò a fine marzo e via di seguito - non è assolutamente il caso che adesso spenda soldi in lenti a contatto usa e getta; quelle comprate dopo la visita dalla contattologa, infatti, sono più o meno scadute. Un po’ come la mia voglia di liberarmi della barriera che le ben visibili lenti degli occhiali assicurano permanere tra me e il resto dell’universo, in fondo in fondo.

In secondo luogo, sono talmente soddisfatta e addirittura fiera di portare gli occhiali da aver convinto il blog a fare altrettanto.

Tempo fa, (l’occhialuto) Sukukimaruti mi aveva suggerito di farmi creare da qualcuno un coso grafico - ma io ho difficoltà a chiedere alla gente di fare cose per me, quindi il coso grafico me lo sono fatto da sola. Non è una meraviglia; anzi: è semplice e probabilmente anche piuttosto bruttino. Però chissenefrega, dopo tutto: tra le poche cose che ho imparato, vi è la certezza che se non si è in grado di fare qualcosa veramente bene è meglio farla, se non altro, di modo che i risultati siano il più chiari e il più efficaci possibile.

Ecco perché ho inserito questo bottoncino buttonphp.png proprio in cima in cima a quella colonna che fiancheggia ogni cosa che scrivo - quasi a voler proteggere le mie parole dal mondo esterno - e che contiene roba di ogni sorta.

Se qualcuno lo vuole perché anche lui 4occhi (o perché dotato di dieci decimi ma autore, ciononostante, di un blog 4occhi)… niente mi farebbe più contenta di scoprire persone che se ne appropriano.

Beh, no. In effetti alcune cose che mi farebbero più contenta ci sono. Ma di questi tempi, l’apatia è tanta se non troppa - e soprattutto è malriposta.

Quindi il bottoncino disseminato in luoghi inaspettati sarebbe già qualcosa.
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I primi quattro minuti

L’ultimo anno di liceo, quando dal massimo dei voti in geografia astronomica passai a una sufficienza risicata nel primo compito in classe sulla composizione dei minerali, la mia professoressa di scienze non batté ciglio e si limitò a prestarmi un libro: I primi tre minuti, del premio Nobel per la fisica Stephen Weinberg. Il libro, che confesso non finii mai di leggere se non molti anni dopo, spiegava le più recenti scoperte e le più funamboliche teorie su cosa possa essere successo nei primi tre minuti di “vita” dell’universo – per essere più precisi, nei primi tre minuti dall’inizio del tempo, e dello spazio.

I primi quattro minuti di cui invece ho intenzione di scrivere oggi si riferiscono a tutt’altra faccenda.

Di questi tempi, parrebbe quasi che le alternative offerte a un essere umano per conoscere il proprio futuro partner siano:

- uomo: essere sindaco di una città e, celebrando un matrimonio, innamorarsi della sposa (peraltro ventiseienne e incinta di nove mesi); funziona però soltanto se si riesce a sposare la suddetta sposa (prima che abbia divorziato dal precedente marito, ovviamente) entro quattro anni;

- donna: essere fidanzata con un uomo ma lasciarlo per il di lui figlio, peraltro filosofo di grido e sposato – la moglie tradita, se abbastanza intraprendente da non limitarsi a chiudersi in casa ascoltando Celine Dion, può raccontare la propria storia in un libro e vendere più di centomila copie in un solo mese. Essere figlie di un (ennesimo) filosofo di grido in questi casi aiuta parecchio.

(Se non avete indovinato a chi mi riferisco… vi perdono. Potete colmare le vostre lacune qui, qui e qui - consiglio la versione in francese perché molto più ricca e succulenta. Sempre che vi piaccia questo genere di argomento - cosa su cui nutro forti dubbi, soprattutto se non avete indovinato chi sono i personaggi di cui sopra.)

Ma non tutti abbiamo la possibilità di essere sindaci o imparentati con filosofi di grido; fortunatamente, però, la speranza è l’ultima a morire. E le soluzioni a volte provengono da luoghi del tutto inaspettati, come potrebbe essere, in questo caso, una rivista scientifica tra le più accreditate al mondo: Nature.

Però adesso devo partire - questa volta per lavoro (almeno in parte). Il resto, pertanto, nella prossima puntata…

AGGIORNAMENTO: seconda e terza puntata.

Che bello che è

 Quando ti svegli al mattino dopo undici ore di sonno continuativo e la gioia di non sentire più le ossa rotte compensa la necessità oggettiva di un fazzoletto formato lenzuolo a due piazze per accompagnare il raffreddore di più vasta portata della storia.

Quando incroci per strada un cameriere che si destreggia tra i passanti con un vassoio pieno di tazzine e, mentre canta ad alta voce, ti sorride proprio mentre ti stai soffiando il naso.

Aggiornamento (un po’ cattivello). Incontrare il bello del liceo e scoprire che tu non sei più la sedicenne grassa con gli occhiali, mentre lui ha preso quindici chili, è stempiato per usare un eufemismo e mentre tu gli fai vedere le foto delle tue ultime vacanze al sole dei Caraibi lui tira fuori dal portafogli quelle del figlio… di suo fratello.

Quando annoiata leggi le statistiche del blog e, dal vertiginoso aumento degli accessi a un singolo post tutti con la medesima provenienza, ti rendi conto che un neologismo di cui vai particolarmente fiera ha una qualche raison d’être.

Quando, cercando tutt’altro, capiti serendipitamente su un test che dovrebbe rispondere alla domanda “Cual es tu capacidad de amar?” e viene fuori il seguente risultato:

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Perché è come per gli oroscopi: basta crederci. E quando succede, è bellissimo.

Il sapore amaro del primo bacio

Questa mattina ho comprato On Chesil Beach quasi controvoglia. Perché ho sul comodino una ventina di libri che mi aspettano da parecchie settimane; perché Saturday mi ha riempito di angoscia; perché va bene leggere in inglese, ma così va a finire che non leggo più niente in italiano, e non va bene.

Questo pomeriggio, arrivata a circa trenta pagine dalla fine, ho dovuto farmi forza per strapparmelo dalle mani: perché non volevo smettere di assaporare il piacere amaro dei ricordi che faceva riaffiorare ma, d’altra parte, neppure volevo che quel piacere sottilmente lesivo si esaurisse troppo in fretta. Poi stasera, dopo cena, non ce l’ho più fatta a trattenermi, e l’ho finito.

Non ho assolutamente in mente di “recensire” Mc Ewan - né ho intenzione di addentrarmi nei dettagli della trama; già dalle primissime righe, tuttavia, emerge il fil rouge del romanzo:

Erano giovani, avevano studiato ed erano entrambi vergini, nella loro prima notte di nozze, e vivevano in un’epoca in cui una conversazione sulle difficoltà relative al sesso era semplicemente impossibile. Facile, d’altronde, non lo è mai.

[NdR La traduzione è mia, è una interpretazione più che una traduzione, "tradurre è tradire" eccetera; sono comunque sicura che, se non volete leggerlo in inglese, Susanna Basso abbia fatto un ottimo lavoro :)]

E comunque. Quando avevo circa tredici anni ho scritto un racconto - molto apprezzato da Candi e Peggy, all’epoca le mie lettrici più entusiaste nonché le uniche - sull’esperienza del primo bacio. Esperienza, per inciso, che ancora non avevo provato. Il racconto si concludeva con la frase che ho usato come titolo del post, il che dovrebbe far intuire come, pur non avendo ricevuto un’educazione cattolica, non riponessi nell’esperienza speranze particolarmente rosee. Colpa di tutti i romanzi vittoriani divorati prima dei dodici anni, forse. O forse no - ma ci ritornerò più avanti.

Ero in quarta ginnasio, tuttavia, ed ero quasi l’unica, nella classe, a non aver ancora baciato nessuno. E se da un lato mi giustificava il fatto di avere genitori convinti che mandarmi alle elementari a cinque anni fosse stata una scelta opportuna, dall’altro le uniche ragazze nella mia situazione (a parte un paio di eccezioni) erano… come dire… ma sì, sarò esplicita: delle sfigate - ai tempi si usava questo termine, ora non saprei ;) - o come tale erano percepite, al di là di baci che, per quanto ne so, potevano aver dato e ricevuto a destra e a manca all’insaputa di tutti [una di queste, in particolare, si rivelò essere una purittana calzata e vestita, soprattutto per quanto riguardava il provarci con il mio fidanzato].

All’epoca, lo confesso, in matematica ero un vero disastro, né ancora mi ero avvicinata alla logica grazie a un illuminato professore di filosofia; ciò nonostante, sui sillogismi a tema sentimentale avevo le idee ben chiare:

a. quelle che non han mai baciato nessuno sono le più sfigate della mia classe;

b. io non ho mai baciato nessuno;

ergo: io sono una sfigata.

Argh. Gulp. Gasp. Sob. [Poi ne sono uscita egregiamente, un po' ammaccata e senza grandi ricordi, ma sono riuscita perlomeno a non essere l'unica sfigata della classe a non avere ancora baciato nessuno. Grande conquista, vero?]

Non so come sia, per gli uomini. Né a dire il vero posso affermare di sapere come sia per le donne, a parte quel microcosmo femminile costituito da me, le mie compagne di allora e le mie amiche di sempre. Nella mia esperienza, tra donne se ne parla molto, anzi moltissimo - di sesso, intendo. E a quattordici anni, nel mio ambiente di liceo prestigioso nel centro città, tutto il sesso a cui potevi pensare era lì, in un bacio - o al limite qualche… come si diceva? pomiciata? palpatina? non ricordo, comunque il concetto è chiaro a tutti, credo. E se ne parlava davvero molto.

Parlarne prima che sia successo, tuttavia, non serve ad altro che ad alimentare le aspettative e ingigantire le paure. E a farti sentire una sfigata.

Tremendo, anche perché il primo bacio è soltanto l’inizio: non è che la prima di innumerevoli prime volte nei rapporti fisici con l’altro sesso (o lo stesso sesso, per alcuni. Insomma, i rapporti fisici con le persone che ci piacciono può andare bene??). Se non lo fai, sei una sfigata. Quando lo fai ti senti, per un motivo o per l’altro, del tutto inadeguata - ed è perfettamente “normale”, all’inizio. Nei ricordi di dieci, quindici anni dopo è anzi proprio quell’impaccio, quell’inadeguatezza di entrambi a farti traboccare il cuore di tenerezza.

Però una conversazione sulle difficoltà relative al sesso non è mai facile - soprattutto quando l’interlocutore è la persona con cui dovresti “fare” e non “parlare”. E’ importante, fondamentale, basilare nella costruzione di un rapporto, eccetera eccetera eccetera. Può essere anche molto bello e arricchente e addirittura eccitante, in alcuni casi. Però non è, mai, facile.

Secondo me gran parte della colpa si può fare cadere sui corsi di educazione sessuale che ci furono impartiti in terza media. Con il “ci” intendo: noi che abbiamo fatto le scuole medie in Italia tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90. Porterò tre testimonianze di vita vissuta:

Scuola media in un convitto di preti gesuiti: sequela di immagini degne di un congresso di ginecologia, accompagnate da discorsi di natura medica in un ambiente talmente asettico che nessuno osava pronunciare una parola. E per far sì che seicento tredicenni maschi se ne stiano in silenzio davanti a una donna nuda… insomma, ci siamo capiti.

Scuola media in un convitto di suore: il sesso non si fa. Quindi non c’è alcun bisogno di parlarne. All’obiezione: “E dopo il matrimonio?”, una risposta chiara e concisa: ne parlerete a tempo debito con il vostro confessore o durante il corso prematrimoniale. Ecco tutto.

Scuola media laica: diapositive con la storia fotografica di un ragazzo e una ragazza (un po’ stile fotoromanzo, ma a tinte beige e marroncine) e un commento a latere da parte di una psicologa del tutto insignificante. La storia è questa. Da bambini i due protagonisti giocano con amici dello stesso sesso e non si degnano di uno sguardo; da adolescenti si guardano e, al limite, camminano mano nella mano in strade particolarmente affollate; da adulti giacciono nello stesso letto (sempre a tinte beige e marroncine) coperti da una specie di lenzuolino triste e probabilmente bucherellato e con entrambe le braccia rigorosamente allo scoperto. Il letto, per inciso, era sormontato da un bel crocifisso. E le mani di entrambi i ragazzi, sempre per inciso, erano caratterizzate dalla presenza di anelli d’oro proprio sull’anulare.

No comment, almeno da parte mia. Per i commenti, sotto a chi tocca…

Buoni propositi per il 2008 - e per tutti gli anni a venire

Mi metterò a dieta. Non (credo che) smetterò di fumare. Lavorerò meno ore ma meglio. …… Ma a voi, tuttosommato, che ve ne frega?

Ecco: ho deciso che il primo buon proposito deve essere proprio quello di stilare una lista che vorrei fosse di pubblica utilità - o quantomeno di pubblica ispirazione. L’ho divisa in due, perché così è più facile: il discrimine è tra un passato che si vorrebbe non si ripetesse più e un passato (anche soltanto immaginato) che invece è auspicabile si ripeta con sempre maggior frequenza. Superfluo sottolineare che è tutto vero - ossia gli episodi riportati mi sono stati riferiti da fonti attendibili oppure li ho vissuti in prima persona (se è superfluo, perché l’ho sottolineato? Mah, astuzia retorica, credo). Chiunque abbia qualcosa da aggiungere, è caldamente invitato a farlo.

Buona lettura e buon anno a tutti :)

Cose che non devono più succedere

Incontrare, in una città straniera, un ragazzo italiano nel nuovo posto di lavoro, trovarlo carino e simpatico e provare il desiderio di conoscerlo meglio; capitata “per caso” accanto a lui durante una pausa, chiedergli da quanto tempo si trova lì e sentirlo pronunciare le seguenti parole: “Da sei anni; ero venuto qui per farmi prete ma poi ho cambiato idea.” Come se non bastasse, appena ci si è ripresi dallo shock, scoprire che fortunatamente il celibato non gli interessa, ma che sfortunatamente sta insieme a una donna che ha 15, intendo proprio quindici anni più di lui. Game over.

Essere reduce da un’operazione ai denti talmente dolorosa che ti impedisce di parlare, trovare un amico compiacente che nonostante il tuo mutismo e il volto tumefatto ti accompagna al cinema e, una volta entrata in sala, incontrare il tuo ex fidanzato che non rivedi da anni se non con accanto una specie di fotomodella estone e, nonostante questa volta sia da solo e stranamente desideroso di fare conversazione con te, non poter pronunciare una parola.

Invitare una persona a cena e sentirsi rispondere, dopo un attimo di esitazione e dopo che un velo di terrore le ha coperto lo sguardo: “No, mi dispiace, stasera proprio non posso. Devo leggere”. Giuro, è successo davvero.

Essere a letto con il proprio partner, fargli o farle inequivocabili avances erotiche e ricevere, come unica replica monotòna: “Dai, aspetta almeno che abbia finito il capitolo”. PS Confesso che questa scusa io, in passato, l’ho usata più di una volta; giunta però all’età della ragione mi sono resa conto che un classico “No, dai, ho mal di testa” è molto più dignitoso. Per entrambi.

Pare che in un certo ambiente pseudo intellettuale (quello che, a quanto pare, frequento io) quello della lettura sia un tema quasi abusato nei contesti sentimental-improbabili; una ragazza incontrata per caso l’altra sera mi ha infatti raccontato che il suo ultimo ragazzo l’ha scaricata pronunciando le seguenti parole: “Mi dispiace, ma la nostra storia deve finire. Non ho più il tempo di leggere come facevo una volta.”

E’ un’occasione speciale per te e per il tuo fidanzato; non un partner occasionale, dunque, ma proprio la persona che sostiene di amarti. Potrebbe essere l’anniversario, oppure il suo compleanno. E comunque. Dopo ore di tentennamenti e un discreto esborso economico, ti presenti nel momento topico con una guepiére nera e le calze - non le autoreggenti, quelle oramai le portano tutti anche quando vanno in visita ai parenti anziani: proprio le calze-calze, quelle che necessitano di una giarrettiera per stare su. Passano pochi secondi intrisi di imbarazzo e di attesa speranzosa, finché non senti la voce della tua dolce metà pronunciare la frase che nessuna donna vorrebbe mai sentire rivolgersi, men che meno in un’occasione anche soltanto vagamente simile a questa: “Ma cosa diavolo ti sei messa?”

Il ragazzo con cui stai da circa sei anni, finalmente, comincia a dare segni di voler concretizzare il vostro rapporto: si ferma a dormire da te anche dopo la partita di calcio/tennis/briscola con gli amici, non trovi più la sua biancheria che misteriosamente occhieggia dal cesto dei panni sporchi, quando siete insieme a estranei (per te, ma non per lui) non ti presenta più con il semplice nome, ma proprio come la sua fidanzata. Finché non arriva il grande momento: ti chiede di andare a convivere. Ma te lo chiede via sms.

Cose che invece dovrebbero succedere più spesso

Un ragazzo che, dopo aver finito di sparecchiare la tavola avendoti impedito di aiutarlo, ti bacia, ti solleva tra le sue braccia e ti porta su per una scala ripida nella sua stanza da letto al primo piano. Il seguito della scena può variare a seconda dei gusti personali. E’ più facile, credo, se lui ha ventidue anni e tu pesi meno di sessanta chili; forse con lui ultra-trentenne e lei… leggermente formosetta :) è un po’ più complicato, ma personalmente mi acconterei, nel medesimo contesto, anche di un brevissimo percorso in piano tra il tavolo e la poltrona - tanto per scongiurare eventuali colpi della strega ;)

Qualcuno che ti porta la colazione a letto - anche se, lo confesso, io detesto fare colazione a letto perché sono una grande pasticciona e sbriciolo dappertutto anche se mangio soltanto uno yogurt. Ora che ci penso, va benissimo anche qualcuno che a letto si limita a portarti il caffé. Mmm. No, il caffé lo preferisco dopo aver mangiato qualcosa. Come la mettiamo? Ah, ecco: qualcuno che a letto porta se stesso, ma soltanto dopo aver preparato una colazione da hotel a cinque stelle - da consumarsi quando e dove si preferisce. Insomma, una persona gentile, generosa e a cui piace cucinare può essere più che sufficiente ;)

Essere a casa un venerdì sera di inizio estate, ripetendosi che, se non siamo usciti, non è perché non avessimo nessuno con cui farlo, ma perché avevamo davvero una grandissima voglia di trascorrere una serata da soli a riordinare la libreria. Proprio mentre siamo immersi nell’appassionante lettura di Artusi, Pellegrino; “Le ricette” di, sentire il citofono che suona e scoprire che l’unica persona che nel pomeriggio ci eravamo dimenticati di chiamare per elemosinare una birra inseme dopo cena (ops!) è passata inaspettatamente a farci visita con una bottiglia del nostro liquore preferito.

Un “primo bacio” in cui si evita la sequenza: prima ti prendo la mano, poi te la accarezzo nervosamente con il pollice tanto per essere sicuro che se anche mi vuoi schiaffeggiare almeno un braccio ce l’hai bloccato, infine mi avvicino quel tanto che basta per farti capire che se vuoi che un primo bacio ci sia l’iniziativa la devi prendere tu. Anche perché se un braccio è bloccato la fisica ci insegna che l’altro può agire con forza ancora maggiore, per non menzionare il fatto che se mi lascio prendere la mano (sospirando tra me e me, d’accordo) è perché in realtà sto metaforicamente urlando a gran voce: “cosa diavolo stai aspettando? un invito stampato con tanto di R.S.V.P.???”. E comunque. Cosa che dovrebbe succedere: un “primo bacio” in cui lui ti prenda il viso tra le mani e ti guardi con intensità (possibilmente!) prima di agire con slancio e decisione. Variante sul tema, preferita dalla mia amica Sole: “primo bacio” in cui lui le metta una mano dietro la nuca e agisca poi con slancio e decisione; evitare nervosi accarezzamenti di mano preliminari anche in quel caso, pliiiiiiz.

Scoprire che si è ancora in grado di scrivere qualcosa che va oltre il riassunto dell’ultima riunione per il progetto “Festival della polenta concia tra tradizione e rinnovamento”; qualcosa che non richiede l’uso di Mathematica o di estensioni di Latex dai nomi astrusi per essere redatto; qualcosa che non dovrà poi essere trasformato in un succinto ed efficace powerpoint; qualcosa in cui nessuno che legge ti suggerirà di “condire il tutto” con termini finto-inglesi come assertivo, proattivo, fundraising, management o peggio ancora brandizzazione. Scoprire che questo qualcosa che scrivi, come se non bastasse, riceve le attenzioni di altre persone e ti permette di conoscerle un poco. Ah, ma che scema sono: questo è già successo, è questo blog.

D’accordo, la cosa che deve succedere allora è la seguente: riscoprirlo ogni giorno, e stupirsene sempre con la stessa meraviglia della prima volta.

La dimensione dell’orizzonte

Qualche settimana fa, dopo tanto tempo, mi sono ritrovata seduta a un tavolo con un gruppo di fisici - dove con “fisici” non intendo gente palestrata, ma persone che, chi più chi meno, di mestiere fanno il ricercatore o lo studente di dottorato in fisica.

Chi non ha mai provato quest’esperienza… Beh, credetemi: bisognerebbe farlo, almeno una volta. Due volte nella vita è forse troppo, ma una volta è necessaria. Ma non è questa l’occasione per spiegarne i numerosi motivi - ce ne saranno altre.

Pare che ci sia una fortissima correlazione tra chi studia matematica o fisica e chi soffre della sindrome di Asperger. Tutta razionalità, zero emotività. Ne ho già scritto ma, in realtà, non ne sarei così sicura. Perché, se da un lato è vero che i fisici (e i matematici) non fanno altro che parlare di fisica e matematica (i matematici soltanto di matematica, però), è altrettanto vero che si finisce sempre per andare a parare su ciò che, oltre alla propria materia di studio, sta più a cuore: l’incertezza del futuro.

Quella sera, dopo tanto tempo, ho rivisto, tra le altre una persona che per me è stata molto importante e che non vedevo da sei anni. Ringrazio Api, per questo - e lo voglio fare pubblicamente anche se magari non leggerà queste righe; e allo stesso tempo lo scrivo perché significa che mi sto impegnando a farlo a voce la prossima volta che lo vedrò - anche se sarà difficile, e probabilmente imbarazzante, per entrambi. Ma non è neanche su questo che ho intenzione di soffermarmi.

Quella sera, tra le tante cose che mi sono successe mentre giocavamo a ritrovarci dopo tanto tempo, ho parlato con il giovane Gerry, ex studente di fisica ora alle prese con una laurea in matematica. E mentre ragazzi che fanno un PostDoc dall’altra parte del mondo, o che dall’altra parte del mondo sono appena ritornati delusi dal mondo della ricerca, si interrogavano, come ho scritto, sul loro futuro privo di qualsiasi forma di certezza sia lavorativa sia emotiva, mi sono trovata a dire a Gerry che l’orizzonte non è un punto. L’orizzonte è una linea.

L’orizzonte è una linea, e in quanto tale costituita di infiniti punti. E ancora: l’orizzonte, se proprio vogliamo spingere la metafora ancora un po’ più in là, è una circonferenza nel centro della quale sono io. Io con le mie scelte, io con le mie ambizioni, io con le mie speranze, io con la mia paura di non avere un progetto. Intendendo, con progetto, proprio il punto, su quella linea che mi si staglia dinnanzi, al quale voglio tendere.

L’orizzonte ha due dimensioni, dunque; non una. L’orizzonte verso cui tendiamo è significativamente limitato, ma non limitante. Perché un cerchio, sempre e comunque, è uno spazio di area finita (pigrecoerrequadro) racchiuso da una linea di lunghezza finita (duepigrecoerre) e, allo stesso tempo, costituita di infiniti punti. Ci sono dunque infiniti progetti, infinite speranze, infinite paure verso cui possiamo voler tendere. E, allo stesso tempo, la nostra vita da pigrecoerrequadro è rassicurantemente racchiusa in duepigrecoerre, non di più né di meno. Cambiare meta in corso d’opera non significa, necessariamente, accontentarsi. Perché abbiamo molta più scelta di quanto a volte non ci possa sembrare.

E come mi ha scritto Gerry due giorni dopo - perché i matematici, forse ancora più dei fisici, ci pensano bene prima di pronunciarsi definitivamente:

Ho riflettuto su ciò che hai detto l’altra sera. Penso che io abbia sbagliato a sostenere che muoversi nel fattibile (l’orizzonte che mi spiegavi) sia accontentarsi. Lo sarebbe se si potesse realizzare l’impossibile. Il che è assurdo. Ritengo corretta la tua condotta e non la mia, che porta a una probabile infelicità.

L’amore al tempo del mal di denti

Mi è morto un dente. Un molare, credo; un piccolo molare proprio sul lato in cui preferisco masticare le gomme prima di fare le bolle come quando avevo otto anni.

Ecco, penserà chi legge: ci risiamo con i denti e gli spazzolini… ma a volte l’apparenza inganna.

So bene che la morte di un mio dente non è una notizia sconvolgente per nessuno, dal momento che non lo è nemmeno per la sottoscritta. Sono cose che succedono. Mi fa un certo effetto, d’altro canto, pensare che nel corso dei mesi e forse addirittura degli anni questo dentino apparentemente sano e vitale stava in realtà riducendosi sempre più a un orpello non soltanto inutile ma fonte di una vera e propria sofferenza fisica. Perché è vero che, come dicono le nonne, la lingua batte proprio là dove il dente duole. Vivo o morto che sia.

E quando una mattina della scorsa settimana mi sono trovata, alle 5.18, spalmata sul letto a chiedermi cosa avessi mai fatto di male per meritarmi un dolore così grande all’interno della mia bocca notoriamente piccola e proprio per questo particolarmente invisa ai dentisti, la lingua ha iniziato a battere incessantemente. Ed essendoci poco spazio, ha anche avuto la strada facile - cosa che non ha fatto che acutizzare il dolore.

Un dente, come probabilmente era diffusamente spiegato anche negli ormai rinomati opuscoli sull’igiene dentale, è vivo e vegeto fintanto che il sangue circola al suo interno e irrora le terminazioni nervose. O qualcosa del genere - quando la dentista me l’ha spiegato ero intontita dall’anestesia :-)

Quando un dente muore, o comunque nel momento in cui, ormai agonizzante, è condannato a una inevitabile fine ingloriosa, possono verificarsi due fenomeni. In un caso, il decesso avviene lentamente e in sordina, ed è soltanto dopo un lasso di tempo più o meno lungo che il numero di batteri nel frattempo annidatisi all’interno diventa talmente elevato da infastidire l’osso sovrastante, il quale comincia a protestare e provoca un dolore straziante e acuto diffuso lungo tutta la gengiva. Nell’altro caso, invece, un accumulo repentino di batteri forma un pus che, a sua volta, causa un ascesso: proprio mentre la guancia si gonfia stravolgendo i tratti del viso e provocando gli sguardi curiosi e impietositi del resto del mondo, il dolore va scemando.

In entrambi i casi, emerge che non è la morte in sé e per sé a farsi notare – per quanto riguarda la mia situazione, ad esempio, il mio dente potrebbe essere defunto mesi fa senza che io mi accorgessi di nulla. La morte lascia un vuoto che, letteralmente, si riempie a poco a poco di insidiosi batteri; essi, a loro volta, non si palesano manifestamente, ma lasciano che a scatenare la reazione dolorosa sia un’altra parte del corpo – l’osso e la gengiva in un caso, la guancia gonfia a causa del pus nell’altro.

La morte di un dente, a pensarci bene, è un po’ come la fine di una storia.

Ci sono storie che si consumano lentamente, senza quasi che nessuno se ne accorga. Dall’esterno sembra che tutto proceda per il meglio, finché un giorno il dolore scoppia all’improvviso senza una causa apparente. Volgi lo sguardo verso un punto diverso da quello che stavi fissando prima, e tutt’a un tratto capisci che qualcosa non va, anzi: non va più per niente. E di solito ci vogliono ancora settimane, mesi o anni perché si riesca a focalizzare cos’è che non va più per niente, e perché la fine sia decretata anche sul piano razionale e, soprattutto, sia comunicata all’altro esplicitamente. A volte, addirittura, la comunicazione all’altro è fatta ancora prima che si sia preso davvero atto di ciò che è successo, per non parlare dell’elaborazione del lutto…

Ci sono storie, invece, in cui è un evento macroscopico a sancire la morte dei sentimenti – o quantomeno una loro profonda mutazione (non un mutamento, si badi bene: è di mutazione vera e propria che si tratta – un’alterazione permanente del sentimento e di tutti i vari annessi e connessi che sappiamo quali sono ma non siamo in grado di definire. O comunque, io non ne sono capace). L’evento macroscopico, spesso, è un tradimento, o la richiesta - terribile da fare e da sentirsi fare! - della famigerata pausa di riflessione. Qualcosa di cui magari il resto del mondo non si accorge, ma che ti fa sentire come se tutto il tuo essere si fosse deformato proprio come nel caso dell’ascesso.

E’ per questo – o comunque anche per questo, credo – che in un post precedente mi sono dilungata tanto sulla questione dello spazzolino.

Ancora a insistere sugli spazzolini da denti, dunque.

… ma questa volta mi limito a richiamare l’attenzione su ciò che - mi accorgo ora - avrei voluto esprimere con tutta quella pappardella su come lo spazzolino possa, in alcuni casi, rappresentare “la mia idea di felicità“. O, quantomeno, la mia idea di come la felicità possa manifestarsi anche con dettagli ben poco eclatanti. E, soprattutto, di come a volte possa venire alla luce soltanto se si seguono alcune piccole regole…

Perché è risaputo che il modo migliore per prevenire le carie - dunque anche la morte di un povero dentino innocente - è usare lo spazzolino tutte le volte in cui si mangia qualcosa. Ciò che è meno risaputo, purtroppo, è che a volte i denti muoiono nonostante un’attenzione per l’igiene orale ai limiti del parossismo perché, al riparo di una vecchia otturazione, i germi, i batteri - insomma, i cattivi - possono proliferare tranquilli.

Con le storie le cose vanno un po’ allo stesso modo. Ci sono cose (o persone) del passato che ci si porta dietro più o meno inconsapevolmente, al riparo di “otturazioni” che ci si è costruiti nel corso del tempo - le famigerate armature, o armatute che dir si voglia [grazie, ]. E queste cose o persone che ci portiamo dietro senza neanche saperlo corrodono l’essenza di ciò che stiamo vivendo. Sono fichi strangolatori della specie più perniciosa.

La soluzione? Non credo ce ne sia una valida per tutti e per tutte le occasioni. Ma non per questo bisogna demordere (no pun intended ;-) ).

Sicuramente l’igiene orale non va trascurata - così come il periodico controllo delle armatute di cui così tanta fatica si fa a liberarsi. O almeno: di cui io faccio - in questo periodo - tanta fatica a liberarmi.

Per il resto… credo sia piuttosto utile cercare di non avere mai nel cuore cose, e soprattutto persone che ci portiamo dietro come un inconsapevole fardello, ma lasciare lo spazio soltanto a cose e persone che ci portiamo dentro.

Magari proprio dentro a un porta-spazzolini a forma di cuore come suggerisce nel disegno a fianco Valentina, perché no?

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