Archivio per la categoria 'gioia'



Consiglio di lettura

Non c’entra nulla con i contenuti di questo blog (ammesso e non concesso che “qui” esista una cosa di simile a una linea editoriale, cosa di cui sono sicura fino a un certo punto), ma tanto per cambiare un po’ rispetto ai soliti argomenti, consiglio vivamente di andare a casa di Isa e leggere:

Agenda di lettura

E di non limitarsi al post in sé e per sé - pur molto stimolante - ma di proseguire fino ai commenti, dove si entra sempre più nel vivo della questione.

Ah, la questione è la seguente, semplice e complessa allo stesso tempo: interazione tra l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione di massa (altrimenti noti come media). E, come scrivevo sopra, nei commenti si struttura una ipotesi di discussione sul possibile ruolo dei blog.

E con ciò torno al trasloco dell’ufficio, sperando di aver contribuito almeno un po’ a portare linfa alla conversazione - d’altronde anche questo è un possibile ruolo di un blog, no? Senza desiderio di influenzare né manipolare - forse anche perché, almeno per la sottoscritta, non vi sono pressioni esterne di alcun tipo: niente prodotti da vendere, nessun capo da assecondare, nessuna ansia relativa alla propria formazione professionale; niente di niente fuorché il piacere di scrivere e di leggere. Almeno qui, vivaddio :)

La precarietà sta tutta in uno shampoo

Ieri mattina sono stata dal parrucchiere - giocandomi così il primo hair-ticket del 2008. Da sempre, infatti, vado dal parrucchiere massimo due volte all’anno, se possibile addirittura nessuna; di questi tempi, in particolare, la mia situazione economica non mi consentirebbe di aumentare la frequenza neanche lo volessi.

E per inciso, pare che in futuro la situazione non migliorerà: mi spiegava un commercialista che, se io avessi avuto contratti a progetto del valore di 1000 euro al mese dal 1997 al 2007, avrei accumulato, per il mio futuro, una pensione di ben 145 euro al mese - o qualcosa del genere. Io lavoro (prima in nero, poi co.co.co. e, “finalmente”, a progetto) dal 2002 circa, quindi spero tanto che quel commercialista abbia preso una sonora cantonata.

E comunque. Di questi tempi, proprio perché la situazione economica non è particolarmente florida e il futuro è particolarmente incerto, è importante viziarsi un po’, almeno ogni tanto.

Innanzitutto, incominciare la giornata con qualcuno che ti accarezza la testa e si prende cura di te è un’esperienza stupenda - mi hanno addirittura portato il caffé mentre aspettavo che quest’uomo tinto di biondo dall’aria esperta prendesse in mano quattro tipi diversi di forbici. E poi arriva finalmente il momento magico: la piega.

Ora: io ho i capelli mediamente lunghi, tendenzialmente secchi e decisamente ricci. Se inavvertitamente uscissi di casa dopo averli spazzolati in libertà come faccio prima di entrare nella doccia potrei anche essere scambiata per una creatura mitologica con il corpo di donna e la criniera di un leone. Ciononostante, i miei capelli sanno anche essere piuttosto docili e, se stirati da un professionista, umidità dell’aria permettendo potrebbero anche sembrare naturalmente lisci. Ma sto divagando.

Il punto è che una pettinatura diversa - ma soltanto temporaneamente diversa - ha un effetto strano sul comportamento. Scritto così può forse sembrare un’esagerazione, immagino. Però i miei capelli sono probabilmente la cosa più bella che ho, sia per forma, sia per consistenza, sia per colore. Questo l’ho capito soltanto dopo aver passato anni a tingerli di nero corvino con delle ciocche blu; a lavarli con shampoo comprati al supermercato; ad asciugarli con il phon sparato al massimo della temperatura; a fare, insomma, tutte quelle cose che secondo le riviste femminili una ragazza come si deve dovrebbe evitare come la peste.

Quando tingevo i capelli… Non c’è nulla di temporaneo, in un colore diverso dal proprio; anche se si tratta di una tintura semipermanente, di quelle che vanno via dopo sei, sette lavaggi. I riflessi sull’incarnato cambiano, e con essi vira la tinta della pelle del viso. A poco a poco, sembra di non aver fatto altro, nella propria esistenza, che portare sulla testa una versione boccoluta della parrucca di Morticia Addams.

I capelli stirati a colpi di spazzola, invece, sono tutta un’altra cosa. La lisciatura dura soltanto tre, quattro, cinque giorni: finché non ti stufi di fare la doccia con la cuffia che tua nonna usava per fare il bagno al mare negli anni ‘50, per intenderci.

E sei diversa. Sei incredibilmente diversa. In primo luogo, trovo di avere, con i capelli lisci, un’aria decisamente più sofisticata e affidabile; dovessi fare un colloquio di lavoro in una multinazionale (non vedo perché, ma è soltanto un esempio) mi presenterei all’appuntamento con il tailleur pantalone nero di rigore e con i capelli perfettamente stirati. I capelli ricci, infatti, portano anche i meno prevenuti di noi a mormorare sommessamente il detto “ogni riccio un capriccio”, sottintendendo che una folta chioma di ciocche elicoidali si accompagna, quasi inevitabilmente, a un carattere instabile e sfuggente. Poi c’è il fatto che chiunque ti conosce non può non accorgersene: non è come cambiare la montatura degli occhiali (che per me, come ho scritto qui e ho ribadito qui, è costitutiva del mio modo di essere, oltre a quello di apparire), è macroscopico ed evidente da tutti gli angoli di osservazione - se ne accorge anche chi mi guarda dalla finestra del primo piano mentre cammino sul marciapiedi.

Entrambe le sensazioni - l’aumento di sofisticazione e affidabilità insieme all’evidenza del cambiamento - si riflettono sul comportamento: il modo in cui io percepisco me stessa, che in parte dipende da come ritengo mi percepiscano gli altri, influenza i modi di fare e di porsi nei confronti della gente. Con i capelli lisci, mi hanno fatto notare, assumo delle “pose” da donna in carriera che non mi sono connaturate. Con i capelli lisci, mi sento al centro dell’attenzione - mentre di solito, semmai, soffro del complesso da tappezzeria.

Ma tutta questa diversità è a tempo determinato: alla fine dell’esperienza, infatti, tornerai esattamente come prima, senza quasi nessuna ripercussione psicofisica come nel caso di un taglio netto di venti centimetri, e senza aver dovuto inserire nel tuo corpo oggetti estranei come le lenti a contatto. Anzi, l’espressione “tempo determinato” comporta troppa continuità, per questo caso.

I capelli lisci sono capelli precari. Proprio come il mio lavoro.

Dal che potrei dedurre che il mio contratto a progetto, apparentemente rinnovato ancora per tutto il 2008, altro non sia che un cambiamento temporaneo nella mia esistenza, e non ne costituisca parte essenziale né componente identificante. Che il mio lavoro precario non faccia davvero parte di me, ma sia soltanto un modo in cui la “vera” me stessa può compiacersi, per un tempo dotato intrinsecamente di data di scadenza, di cambiare un po’ agli occhi degli altri. Per essere percepita dagli altri come affidabile, sofisticata ed essere al centro dell’attenzione. E, di rimando, sentirmi tale anch’io; almeno un po’.

Peccato che con il lavoro ci debba pagare cibo, affitto, luce e gas - e vizi come il parrucchiere due volte l’anno. Peccato che dopo quasi vent’anni passati a studiare e formarmi per il mio futuro, come non si stancavano mai di ripeterci i professori, vorrei davvero poter costruire un progetto di vita, e non avere una vita a progetto

Scusate lo sfogo.

La bellezza di condividere pur senza essere innamorati

Non vorrei scrivere il classico post ecco - come - la - gente - arriva - a - questo - blog - digitando - su - google - le cose - più - strane. Non vorrei proprio.

Però mi colpiscono due cose. In primo luogo: digitando “persona con la quale è bello  condividere” i primi due risultati su più di settecentomila sono altrettanti post scritti da me. Le ragioni per cui qualcuno decida di effettuare tale ricerca  mi sono del tutto oscure, però il risultato, lo confesso, mi riempie di gioia. So che c’è tutta una storia di algoritmi, dietro. So che contano le pagine in archivio, il numero di volte in cui qualcuno fa qualcosa eccetera eccetera eccetera. Je m’en fiche. Se cerchi una persona con cui condividere, Mr G ti porta qui. E la cosa mi piace da impazzire.

D’altro canto, e questa è la seconda cosa che mi colpisce, cercando invece un riscontro rispetto all’affermazione “non sono innamorato“, il quinto risultato su più di due milioni è un mio post dal titolo “Amore non corrisposto?” (non metto il link perché non mi piace mettermi i link da sola se non è strettamente necessario :) ). L’affermazione “sono innamorato”, al contrario, dà circa duecentomila risultati in meno rispetto alla precedente, ma il mio blog non compare - almeno non nelle prime due pagine. Un po’ sono perplessa, lo ammetto. Non sono sicura di voler attirare lettori che non sono innamorati - male, molto male: è bello esserlo almeno un po’, in qualsiasi caso.

Chissà cosa andava cercando, in realtà, quell’unica persona le cui dita hanno espresso il desiderio di trovare qualcosa su una persona con la quale è bello condividere. Magari un sito sul cicloturismo o su pregi e difetti della castità prematrimoniale - Mr G ti sputa fuori anche quello, a un certo punto. Forse, ancora, capire cosa significa e cosa implica, soprattutto, avere una persona con la quale è bello condividere. Magari la persona stessa.  E ciò che mi stupisce e in un certo senso mi commuove di più è il fatto che, in questo caso, il verbo condividere sia stato privato dell’oggetto: non è importante cosa si condivida, non conta niente. Importa soltanto la persona con la quale. Anche se non si è innamorati.

L’amore al tempo del mal di denti

Mi è morto un dente. Un molare, credo; un piccolo molare proprio sul lato in cui preferisco masticare le gomme prima di fare le bolle come quando avevo otto anni.

Ecco, penserà chi legge: ci risiamo con i denti e gli spazzolini… ma a volte l’apparenza inganna.

So bene che la morte di un mio dente non è una notizia sconvolgente per nessuno, dal momento che non lo è nemmeno per la sottoscritta. Sono cose che succedono. Mi fa un certo effetto, d’altro canto, pensare che nel corso dei mesi e forse addirittura degli anni questo dentino apparentemente sano e vitale stava in realtà riducendosi sempre più a un orpello non soltanto inutile ma fonte di una vera e propria sofferenza fisica. Perché è vero che, come dicono le nonne, la lingua batte proprio là dove il dente duole. Vivo o morto che sia.

E quando una mattina della scorsa settimana mi sono trovata, alle 5.18, spalmata sul letto a chiedermi cosa avessi mai fatto di male per meritarmi un dolore così grande all’interno della mia bocca notoriamente piccola e proprio per questo particolarmente invisa ai dentisti, la lingua ha iniziato a battere incessantemente. Ed essendoci poco spazio, ha anche avuto la strada facile - cosa che non ha fatto che acutizzare il dolore.

Un dente, come probabilmente era diffusamente spiegato anche negli ormai rinomati opuscoli sull’igiene dentale, è vivo e vegeto fintanto che il sangue circola al suo interno e irrora le terminazioni nervose. O qualcosa del genere - quando la dentista me l’ha spiegato ero intontita dall’anestesia :-)

Quando un dente muore, o comunque nel momento in cui, ormai agonizzante, è condannato a una inevitabile fine ingloriosa, possono verificarsi due fenomeni. In un caso, il decesso avviene lentamente e in sordina, ed è soltanto dopo un lasso di tempo più o meno lungo che il numero di batteri nel frattempo annidatisi all’interno diventa talmente elevato da infastidire l’osso sovrastante, il quale comincia a protestare e provoca un dolore straziante e acuto diffuso lungo tutta la gengiva. Nell’altro caso, invece, un accumulo repentino di batteri forma un pus che, a sua volta, causa un ascesso: proprio mentre la guancia si gonfia stravolgendo i tratti del viso e provocando gli sguardi curiosi e impietositi del resto del mondo, il dolore va scemando.

In entrambi i casi, emerge che non è la morte in sé e per sé a farsi notare – per quanto riguarda la mia situazione, ad esempio, il mio dente potrebbe essere defunto mesi fa senza che io mi accorgessi di nulla. La morte lascia un vuoto che, letteralmente, si riempie a poco a poco di insidiosi batteri; essi, a loro volta, non si palesano manifestamente, ma lasciano che a scatenare la reazione dolorosa sia un’altra parte del corpo – l’osso e la gengiva in un caso, la guancia gonfia a causa del pus nell’altro.

La morte di un dente, a pensarci bene, è un po’ come la fine di una storia.

Ci sono storie che si consumano lentamente, senza quasi che nessuno se ne accorga. Dall’esterno sembra che tutto proceda per il meglio, finché un giorno il dolore scoppia all’improvviso senza una causa apparente. Volgi lo sguardo verso un punto diverso da quello che stavi fissando prima, e tutt’a un tratto capisci che qualcosa non va, anzi: non va più per niente. E di solito ci vogliono ancora settimane, mesi o anni perché si riesca a focalizzare cos’è che non va più per niente, e perché la fine sia decretata anche sul piano razionale e, soprattutto, sia comunicata all’altro esplicitamente. A volte, addirittura, la comunicazione all’altro è fatta ancora prima che si sia preso davvero atto di ciò che è successo, per non parlare dell’elaborazione del lutto…

Ci sono storie, invece, in cui è un evento macroscopico a sancire la morte dei sentimenti – o quantomeno una loro profonda mutazione (non un mutamento, si badi bene: è di mutazione vera e propria che si tratta – un’alterazione permanente del sentimento e di tutti i vari annessi e connessi che sappiamo quali sono ma non siamo in grado di definire. O comunque, io non ne sono capace). L’evento macroscopico, spesso, è un tradimento, o la richiesta - terribile da fare e da sentirsi fare! - della famigerata pausa di riflessione. Qualcosa di cui magari il resto del mondo non si accorge, ma che ti fa sentire come se tutto il tuo essere si fosse deformato proprio come nel caso dell’ascesso.

E’ per questo – o comunque anche per questo, credo – che in un post precedente mi sono dilungata tanto sulla questione dello spazzolino.

Ancora a insistere sugli spazzolini da denti, dunque.

… ma questa volta mi limito a richiamare l’attenzione su ciò che - mi accorgo ora - avrei voluto esprimere con tutta quella pappardella su come lo spazzolino possa, in alcuni casi, rappresentare “la mia idea di felicità“. O, quantomeno, la mia idea di come la felicità possa manifestarsi anche con dettagli ben poco eclatanti. E, soprattutto, di come a volte possa venire alla luce soltanto se si seguono alcune piccole regole…

Perché è risaputo che il modo migliore per prevenire le carie - dunque anche la morte di un povero dentino innocente - è usare lo spazzolino tutte le volte in cui si mangia qualcosa. Ciò che è meno risaputo, purtroppo, è che a volte i denti muoiono nonostante un’attenzione per l’igiene orale ai limiti del parossismo perché, al riparo di una vecchia otturazione, i germi, i batteri - insomma, i cattivi - possono proliferare tranquilli.

Con le storie le cose vanno un po’ allo stesso modo. Ci sono cose (o persone) del passato che ci si porta dietro più o meno inconsapevolmente, al riparo di “otturazioni” che ci si è costruiti nel corso del tempo - le famigerate armature, o armatute che dir si voglia [grazie, ]. E queste cose o persone che ci portiamo dietro senza neanche saperlo corrodono l’essenza di ciò che stiamo vivendo. Sono fichi strangolatori della specie più perniciosa.

La soluzione? Non credo ce ne sia una valida per tutti e per tutte le occasioni. Ma non per questo bisogna demordere (no pun intended ;-) ).

Sicuramente l’igiene orale non va trascurata - così come il periodico controllo delle armatute di cui così tanta fatica si fa a liberarsi. O almeno: di cui io faccio - in questo periodo - tanta fatica a liberarmi.

Per il resto… credo sia piuttosto utile cercare di non avere mai nel cuore cose, e soprattutto persone che ci portiamo dietro come un inconsapevole fardello, ma lasciare lo spazio soltanto a cose e persone che ci portiamo dentro.

Magari proprio dentro a un porta-spazzolini a forma di cuore come suggerisce nel disegno a fianco Valentina, perché no?

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Un mezzo di comunicare

Un blog è un modo, o un mezzo, di comunicare, no? Un modo di esprimersi, di farsi leggere, di ampliare la propria cerchia di conoscenze, di alimentare il proprio ego e bla bla bla. Ma questo post nasce da una conversazione via Skype con Api, quindi non parlerò di sociologia della comunicazione, bensì di formule.

Sorge quindi spontanea la seguente domanda: quanto vale un mezzo di comunicare? Ossia, se x=1/2*comunicare, quanto vale x ?

D’altronde, come mi ha scritto Api in risposta al mio interrogativo:

comunicare=2*x, bisogna sempre essere in due qualcosa per comunicare”.

Quindi, un mezzo di comunicare è una persona. Comunicare è una persona per due. Sono io che scrivo, e sei tu che leggi. E in quel preciso momento siamo esattamente lo stesso qualcosa.
Ero indecisa se usare il “voi” - “voi che leggete”. Però no. Il mio interlocutore è singolo, sempre. Ed è per questo che comunicare = 2 * x, almeno per me.

Ci sono situazioni in cui non posso prescindere dal fatto che ci sono più individui con i quali mi devo relazionare. Ci sono feste, ci sono tavolate con tre, quattro, cinque, venti coperti: ognuno di quei piatti, potenzialmente, corrisponde a un individuo con cui avere un rapporto interpersonale. Ci sono riunioni di lavoro con un enorme tavolo a U, e quando parlo cerco di rivolgermi ai miei “capi” - e lo sguardo è, consapevolmente, rivolto nella loro direzione - mentre in realtà so benissimo di star cercando un singolo individuo, un singolo paio d’occhi nei quali leggere il riscontro necessario.

Se non riesco a stabilire un contatto a due, semplicemente chiudo gli occhi. Chiudo gli occhi e mi estranio dalla situazione - con risvolti a volte comici e a volte patetici, altre ancora insopportabili.

Come quella volta in cui, alla festa di compleanno di Sole (avevamo circa 9, 10 anni), mi sono nascosta dietro una tenda perché un ragazzino mi aveva preso in giro. E la sua mamma, che le invidiavo tanto, è venuta a cercarmi per dirmi che se mi nascondevo lì dietro certo che non mi sarei più sentita offendere, però mi sarei persa la torta.

Come quelle volte in cui, superati i 10 - e anche i 20, se per questo - ho finto di avere una telefonata da fare / un oggetto da cercare in borsa / una conversazione interrotta da qualche altra parte pur di sfuggire a quello stato in cui si è in mezzo a un gruppo, e non si riesce a penetrare davvero nel discorso. Non gli si appartiene.

Non sono un’asociale, anzi. Mi piace essere circondata da tante persone ed esco più di quanto la mia perenne carenza di sonno necessiti, ma mi rendo conto che è il rapporto “a due” quello che in fondo cerco sempre.

Ben venga anche un blog, dunque. Ben venga un momento in cui ci si identifica con una x e ci si può non preoccupare d’altro se non del fatto che, al peggio, se nessuno ti legge, si comunica soltanto a metà. O altrimenti detto - altrimenti poi ZeroNegativo e Mascalzone Latino mi accusano di autocommiserazione ;-) - quando poi qualcuno ti legge la tua piccola x si raddoppia e diventa un mezzo di contatto con qualcun altro.

Villaggio vacanze? No! Voglio l’ego-farm

Mancano dodici giorni alla mia partenza per le vacanze. Stamattina sono andata in agenzia per il saldo e, mentre ero in coda, ho sfogliato distrattamente un paio di cataloghi, tanto per guardare belle foto e per rincuorarmi - dopotutto, stavo per firmare un assegno il cui valore supera quello di un mese di stipendio, e non c’è bisogno di essere particolarmente taccagni per sentire il peso di un’azione del genere.

Ora: io non sono mai stata in un villaggio vacanze - né credo ci andrò mai. Mi piace girare, conoscere gente del posto, dormire in luoghi anche un po’ fatiscenti se la situazione lo richiede e soprattutto non credo riuscirei a tollerare di avere la giornata scandita sempre nello stesso modo, giorno dopo giorno, proprio come quando lavoro.

C’è un posto, però, in cui andrei tanto volentieri: una bella ego-farm. Me la immagino come un luogo in cui:

1. tutti gli specchi sono tali per cui l’immagine riflessa sulla retina è sempre e comunque fonte di piacere;

2. il cibo - tutto il cibo, compresi i semifreddi al cioccolato e le melanzane alla parmigiana - è sano e indipendentemente dalle quantità ingerite ti consente di mantenere un peso tale per cui la mia dietologa mi direbbe “brava!”;

3. il sole è caldo sulla pelle ed è sempre mitigato dal vento - né hai bisogno di ungerti con quattro tipi diverse di creme solari se non ne hai voglia;

4. ogni giornata inizia con una sessione di ego-coccolo-terapia - da non confondersi con questa roba qui; penso piuttosto a qualsiasi cosa prenda il tuo ego, lo avvolga in una copertina morbida e calda e gli faccia poi ascoltare canzoni romanticamente struggenti mentre sorseggia un frappé alla fragola e banana al bordo di una piscina;

5. tutte le persone che ti circondano non fanno altro che mandarti messaggi ego-rassicuranti, ego-consolatori, ego-accudenti ed ego-confortanti;

6. puoi startene per i fatti tuoi senza che nessuno venga a chiederti “cosa c’è che non va?”;

7. la quantità di alcol che decidi di assumere non è strettamente correlata alla tua perdita di ego-controllo, a meno che tu non decida che sia proprio così;

8. tu, e tu solo, hai la consapevolezza delle dimensioni smodate che, minuto dopo minuto, sta raggiungendo il tuo ego;

9. sono assolutamente e meravigliosamente banditi i sensi di colpa;

10. …………………………………………………………………………………………… (= c’è un bello spazio vuoto che puoi riempire proprio come vuoi tu!)

Le regole del gioco

Domenica sono andata a ballare. Per la prima volta dopo circa otto mesi, ho riprovato l’ebbrezza di farmi condurre da un’altra persona al ritmo di musica. Wow. Devo scrivere un post, su questo concetto del farsi condurre; ma non oggi. Fa troppo caldo e nella mia stanza ci sono troppe persone che parlano e, parlando, mi riportano di continuo, istante per istante, alla realtà contingente e immediata. D’altronde sono in ufficio - e so che alcuni miei colleghi mi leggono, quindi non è che possa prendermi troppe libertà in tal senso :-)

E comunque. Domenica sono andata a ballare sotto un tendone, in uno spazio all’aperto che sembrava più una fiera di paese che altro, con circa ottanta chili di carne cucinata all’argentina (ossia grigliata, ma scritto così suona meglio) sullo stomaco e un’arsura che neanche alle due del pomeriggio su una spiaggia assolata al livello dell’Equatore. Non che io sia mai stata su una spiaggia tropicale, però era tanto per dare l’idea.

Oggi è venerdì, e l’effetto curativo del ballo sta lentamente scemando. Però domenica, il semplice fatto di affidarmi al ragazzo con cui ballavo - perché nei balli di coppia funziona così, è l’uomo a condurre, a decidere i passi da fare (e più penso ad annessi e implicazioni mi convinco che su questa cosa ci devo scrivere un post!) - mi ha reso leggera. Per una decina di minuti, prima di crollare completamente priva di fiato (lo so, fumare fa male), il vuoto mentale: soltanto la musica ritmata che mi fa pregustare le prossime vacanze; soltanto la fluidità necessaria per seguire le idee e i consequenziali movimenti altrui, e la gioia di riscoprire che, dopo anni di pratica, tale fluidità mi viene quasi naturale.

Comincio a non poterne più, a volte, di raccogliere con la mia riservata accoglienza (come la definisce FunnyG) la sofferenza altrui. Ed è così bello quando è qualcun altro a prendersene cura, a condurre il gioco. Un po’ come quando balli: lo si fa in due, ma perché la cosa funzioni dev’essere uno - e soltanto uno - a decidere quali movimenti fare (lo sapevo: alla fine ci sto scrivendo un post, su questa faccenda del condurre). Altrimenti non si balla insieme, ma ognuno per conto suo.

Ho ballato salsa, ho ballato tango, ho ballato addirittura quella cosa che si chiama bachata - e si pronuncia “baciàta”: è sempre la stessa roba. Io Tarzan, tu Jane - limitativo, scritto così, però non tanto lontano dal vero. Ed è anche questo il bello del ballo [N.d.R. qual raffinato gioco di parole...].

L’uomo decide, momento dopo momento, quali passi scegliere, come muovere i piedi e le braccia, dove farti andare, cosa farti fare, come fartelo fare (perché, a priori, si può fare un giro sul piede destro in senso orario in parecchi modi diversi!)… E tu, come donna, attraverso l’inclinazione del suo braccio, l’impulso impresso dal suo polso, la posizione del suo piede, fai seguire la risposta del tuo corpo.

Non è tanto una faccenda erotica - almeno non per me, o almeno per-me-non-con-tutti - ma di sfida e di piacere strettamente personale, più che altro; la sfida di lasciarsi andare completamente alle decisioni dell’altro, e al contempo occuparsi di te stessa. Perché, mentre l’uomo ti fa girare e ti porta in giro per la sala, tu puoi muovere le braccia, inserire abbellimenti stirando il collo del piede, inclinare la testa con fare vezzoso… E il piacere del fatto che tutto è completamente lecito, anzi è buono e giusto e divertente e dà un senso all’atto di ballare.

Chiaro che dopo tutte le manfrine su gatte morte e purittane alla fine dovesse venire fuori questa mia accorta e continua preoccupazione relativa al non essere mai scambiata per una di loro - e il ballo è un alibi fantastico, perché mentre stai ballando un po’ di gattamortite o purittanità che dir si voglia, molto semplicemente, ci sta.

I “grazie” hanno data di scadenza?

Ci sono persone che ti stanno accanto in periodi limitati dell’esistenza e poi scompaiono. Persone che ti stanno davvero accanto, in periodi davvero limitati, e poi scompaiono davvero.

Ieri notte ho riflettuto a lungo sul fatto che, dal momento che sono poi scomparse, non ho mai avuto modo di dire a queste persone “grazie per quello che hai fatto per me”, “grazie per avermi aiutato”, “grazie, punto”.

Quindi lo farò adesso - e nel futuro cercherò di essere più accorta.

Ringrazio pataniuz, perché quando il mio ex fidanzato - che allora era Il-Mio-Fidanzato - ha preso atto del fatto che la sua vita lavorativa richiedeva che l’Italia non fosse più la nazione migliore per andare avanti, mi ha costretto, nell’ordine, a:

- smettere di struggermi guardando e riguardando la prima e la seconda serie di The O.C. in loop, con la scusa che era in lingua originale;

- uscire con persone (da noi) soprannominate “il cartomante”, “sciampi” (da sciampista, e me ne scuso per il riferimento alla professione), “il tenente”, “il ferroviere”, divertirmi come una matta e ballare fino ad avere un vitino che neanche Rossella O’Hara dei tempi migliori.

E ringrazio tutti loro per aver continuato a cercarmi anche quando pataniuz era ormai scomparso anche dalle loro vite, complice quella - strega - della - sua - nuova - fidanzata (maledizione a me che ho fatto di tutto perché continuasse a corteggiarla!).

Ringrazio il parrucchiere francese conosciuto sulla spiaggia di Juan Les Pins nei primi anni ‘90, per avermi fatto capire che non puoi sostituire qualcuno con qualcun altro senza aver poi dopo una voglia pazza di farti almeno tre docce consecutive.

Ringrazio aladino e quei tre che erano con me sulla DART un’infinità di anni or sono, per avermi ricordato che non conta niente come ti poni tu - né, tantomeno, quanto alti sono i muri con cui cerchi di circoscriverti - gli altri ti vedono come ti vogliono vedere.

Ringrazio ross per avermi fatto giocare a tennis portandomi allo sfinimento nell’attesa di telefonate che non arrivavano mai.

Ringrazio anche maria butta la chiave, sebbene ancora oggi non capisca perché avrei dovuto ridere alla battuta, dal momento che mi ha fatto riscoprire intraprendente e, lasciandomi dieci giorni prima della partenza per le vacanze, mi ha fatto riscoprire ancora più intraprendente e mi ha permesso di trascorrere una delle vacanze più belle della mia vita.

In cui ho conosciuto Philipp, il mio vicino di stanza fumettista - musicista zurighese che ringrazio per essere stato così adorabile, per avermi scritto e addirittura telefonato, disgregando lo stereotipo dello svizzero introverso e poco interessante e facendomi riacquistare fiducia nel genere umano (dopo maria butta la chiave non era impresa da poco).

Ringrazio gli amici gay, con la speranza che in realtà non siano proprio scomparsi ma semplicemente troppo impegnati con le loro ultime conquiste, per avermi raccolto quando ero in pezzi, avermi portata in montagna e soprattutto avermi ingozzato di alcol e cioccolato belga.

Omissis…

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