Archivio per la categoria 'gioia'

E mi si scalda il cuore

Stavo aiutando mia madre ad apparecchiare la tavola e si affacciavano alla mente cupi pensieri, incoraggiati da Françoise Hardy. Il fatto che avrei trascorso la serata con Mascalzone Latino, tra l’altro, se da un lato mi rincuorava perché contentissima di vederlo e di andare a questo fantomatico spettacolo di etnotango (???), dall’altro mi faceva prefigurare discorsi sul tenore di “mois je vais seule” mentre “tous les garçons et les filles de mon age se promenent” eccetera eccetera. Poco da stare allegri, almeno per quanto riguarda il mio corrente atteggiamento nei confronti della possibilità di amare, essere amata o quantomeno incontrare qualcuno (abbassiamo sempre un po’ il tiro, ché non si sa mai).

E poi. Poi mia madre, colta dall’ispirazione, ha esclamato: “Ma te l’ho detto che c’è un nido sul balcone della sala?”. Un nido, proprio così. Un nido incassato tra le foglie d’edera e la ringhiera, un nido ubicato nella posizione più favorevole rispetto al moto (apparente, ok) del sole e ben riparato dal vento. Un nido su uno dei milioni di balconi di una città di quasi un milione di abitanti. Un nido.

Il nido contiene quattro uova di colore grigio pallido ed è bellissimo. Il nido, d’altra parte, era chiaramente, sconcertantemente abbandonato a se stesso nell’ora del crepuscolo.

Dieci minuti fa, finito di lavare i piatti, mia madre se ne è arrivata con l’aria di chi stava cospirando qualcosa di grosso. Nella mano, una minitorcia, e negli occhi uno sguardo curioso. “Chissà se il nido è davvero abbandonato oppure se, talvolta, i “genitori” delle uova se ne tornano a controllare. Anche perché mi chiedo cos’abbiano da fare gli uccellini tutto il giorno; insomma, mica devono timbrare il cartellino!”.

E così sono partita alla volta della scoperta del nido in situazione notturna: ho puntato la luce di sbieco tra le foglie d’edera, ed era lì. La mamma, tutta rannicchiata e con le ali spiegate a coprire la superficie lasciata scoperta dall’intreccio di rametti e foglie.

Ha ragione Jorge, il tizio che teneva il corso che ho seguito a Barcellona: “non le sue rappresentazioni, i discorsi su o le similitudini rispetto a. E’ l’oggetto, l’oggetto vero e proprio l’unica cosa che davvero emoziona noi esseri umani.” Jorge si riferiva a come allestire un museo, d’accordo.

Ma era da così tanto tempo che qualcosa non mi faceva scaldare il cuore così.

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10 blog che

Gioia e ispirazione: leggere che xlthlx prova gioia e ispirazione leggendo il mio blog mi ha… No, anzi: la sensazione di piacere è privata ed esclusiva, pertanto non la descriverò.

Si tratta di un meme, già già.

Ci sono tanti blog che leggo e che mi guardo bene dall’inserire nel blogroll - aggiornato probabilmente all’estate scorsa, ora che ci penso. Ci sono tanti blog che, in questi giorni di lavoro frenetico e scadenze scadute ancora prima di iniziare, stanno vivendo senza che io ne possa essere partecipe. Post che mi dispiace di avere lì, nel lettore feed, tutti blu perché non letti e accavallati gli uni agli altri.

Ed è nell’ordine in cui compaiono nel lettore che elencherò i 10 che ho scelto. Alfabetico per nome del blog, immagino. E trascurerò quelli in lingue diverse dall’italiano e quelli che ho già citato nel blogroll qui a lato - un qualche criterio dovrò pur inventarmelo, se devo fare una selezione. O no?

C’è Isadora, che ultimamente però scrive molto poco - e allora mi consolo facendomi ispirare informaticamente dall’altro suo blog su come usare wordpress.com.

C’è blogdegradabile, scoperto grazie ad Anobii, dove trovo ispirazione per leggere e spesso mi capita di perdere un po’ le staffe - niente come i libri per tirare fuori il mio lato più appassionato.

Brezza di lago - tanto che, quando ho letto che era stata al BarCamp di Torino e io no, mi sono morsa un labbro dalla stizza. E il nome del blog è così bello ed evocativo che ogni volta in cui lo leggo sento una carezza comasca tra i capelli.

Casaizzo, perché l’autore scrive molto bene e riesce sempre a strapparmi un sorriso - anche se a volte è piuttosto intriso di malinconia.

Catepol: una miniera di informazioni e, di conseguenza, di ispirazione.

C’è Diario semistupido, e non soltanto per l’affinità di interessi.

Gli studenti di oggi, dove vivo una vita lavorativa che avrei potuto scegliere e dalla quale, invece, sono fuggita appena ne ho avuto l’occasione.

La mia isola che non c’è: basta il titolo, no? C’è davvero tanta gioia, qui.

Made in Italy: acuto, intelligente, stimolante, spiritoso - e dal vivo l’autore è mille volte meglio, fidatevi ;)

Il secondo piano di Catriona Potts, perché mi fa sbellicare dalle risate e, soprattutto, mi fa sentire meno sola in un mondo popolato (in gran parte) da pazzi scatenati.

E poi ci sono i soliti noti, quelli del blogroll: gli amici reali e gli amici virtuali, persone che probabilmente non conoscerò mai perché abitano dall’altra parte del mondo e altre che, ciononostante, ho conosciuto di persona come Peter Woit di Not even wrong - il mio piccolo oblò su una vita che ho scelto, un po’ per caso e un po’ per necessità, di non vivere più. Nemmeno nel mondo della fantasia.

La giornata del mi-rendo-odiosa

Sabato pomeriggio l’ho trascorso quasi interamente barricata in casa, con il termostato fisso sui venti gradi centigradi e qualche occhiata sporadica in direzione della finestra gettata nella vana speranza che il grigiore del cielo si fosse almeno lievemente attenuato rispetto a venti minuti prima.

Quando era ormai sufficientemente buio da non poter più distinguere i colori mi sono finalmente decisa a uscire: una breve passeggiata per scongiurare il mal di schiena, una visita dall’ottico per farmi registrare le stanghette degli occhiali e una spesa veloce che tanto la domenica avrei pranzato fuori. Il programma sembrava innocuo, gelo e umidità permettendo. Invece stavo andando incontro a un’incontrollata esplosione di acidità e sarcasmo - inespressa, per fortuna. O purtroppo?

Mi sono attenuta a quanto avevo previsto di fare, allungando rispetto alle intenzioni iniziali il percorso della passeggiata non appena mi sono accorta che il freddo era più sopportabile del previsto.

Non ero di cattivo umore, anzi: la sera prima ero uscita divertendomi molto pur avendo bevuto soltanto acqua gassata, ero riuscita a dormire quasi otto ore di fila e dopo pranzo avevo rivisto, su consiglio di Sole, un film con Russel Crowe (cosa che non può che mettermi di ottimo umore, semmai).

Dopo aver incrociato per la terza o quarta volta qualcuno che rideva rumorosamente, tuttavia, ho preso atto di una cosa: ogni scoppio di risa aveva provocato in me la stessa, perturbante reazione. La voglia di replicare con un “ma non c’è mica tanto da ridere, sai?”

E mi è tornato in mente che qualche giorno fa, scherzando durante un pranzo con colleghi, avevo proposto di inaugurare una “giornata dell’odiosità”: ventiquattro ore in cui avere come scopo quello di rendersi il più odioso possibile per chiunque venga a contatto con noi.

Anche un “pomeriggio del mi-rendo-odiosa” sarebbe più che sufficiente, a ben pensarci – magari con cadenza mensile o bimestrale a seconda delle necessità e del tempo di guarigione da lesioni fisiche eventualmente riportate in conseguenza a parole o azioni.

Trovo che consacrare ufficialmente parte della propria vita al rendersi odiosi avrebbe un notevole effetto catartico, almeno per la sottoscritta.

Innanzitutto, rendersi odiosi non è affatto facile: occorrono sagacia, conoscenza dei punti deboli dell’altro, ottimi tempi di reazione e, last but not least, una notevole faccia tosta.

Mi ricordava Gerry che, non troppo tempo fa, un tizio che avevo appena conosciuto se ne era uscito con una considerazione tipo “non ho niente contro i gay, ma… non è che di base mi siano molto simpatici.” Proprio il tipo di generalizzazioni che mi fanno andare in bestia. Io l’avevo squadrato dall’alto in basso (almeno metaforicamente, dato che non raggiungo il metro e sessantacinque nemmeno se salgo su una sedia) e avevo replicato con l’aria innocente di chi sta per fare un gran complimento: “Sai, in effetti ho molti amici gay. Anzi, ora che ci penso: tutti i miei migliori amici sono gay.”

Cosa peraltro vera soltanto fino a un certo punto: ho grandi amici che sono gay ma ne ho anche tanti che non lo sono - ma chissenefrega! La giornata del “mi rendo odioso” non è mica la giornata del “dico soltanto la verità”: pur di raggiungere lo scopo, è consentito anche distorcere un po’ la realtà a proprio gradimento. A la haine comme à la haine, pertanto.

Inoltre, rendersi odiosi agli altri immagino comporti in se stessi strane reazioni: se scopro di essere davvero brava a risultare insopportabile e, per contro, a sopportarne io stessa le conseguenze, cosa imparerò su me stessa? Che ho un lato oscuro a cui non sempre do ascolto, magari? Che tante volte a essere fintamente buoni non si guadagna nulla? Che le energie impiegate per farsi accettare acriticamente da chiunque forse potrebbero essere incanalate diversamente?

E’ che a volte sono stufa di essere spinta a riconoscermi nello stereotipo della zitella inacidita; ancora di più, mi infastidisce tremendamente che gli altri me lo facciano notare.

Almeno una volta ogni tanto, quindi, mi si consenta di dichiarare apertamente le intenzioni: quanto riusciamo a essere detestabili, se davvero ci mettiamo d’impegno?

Il Nilo scorre al contrario

Ora che il tatuaggio all’henné sta incominciando lentamente a sbiadire - colpa sicuramente del detersivo per i piatti troppo aggressivo - posso prendere in considerazione l’idea di scrivere qualcosa sulla vacanza in Egitto.

Innanzitutto, ho messo on line alcune delle moltissime foto - quelle senza facce o altre parti del corpo mio o dei miei genitori, ovviamente; le foto sono in ordine cronologico e le didascalie dovrebbero dare l’idea di quello che è stato il programma di viaggio nel caso qualcuno fosse capitato qui cercando informazioni relative alle crociere sul Nilo.

Vorrei fare una classifica delle cose più belle tra quelle viste, mangiate, udite, odorate, agite. Il fatto è che non so esattamente da che parte incominciare; a pensarci proprio bene, non so neanche da dove mi salti in testa, questa cosa della classifica. Forse sono stata contagiata da qualcosa che ho sentito alla radio stamattina nel dormiveglia, chissà. Non sarà una classifica, allora: piuttosto, una lista di alcune delle cose che mi sono piaciute di più.

Il pane egiziano. Sapevo che gli egiziani sono ottimi panificatori; molti immigrati della mia città, infatti, sono andati a lavorare in pizzerie con risultati piuttosto soddisfacenti, per non parlare di quelli che sono riusciti ad aprire un proprio locale. Il cosiddetto pane arabo non è che uno dei tantissimi che ho avuto modo di assaggiare, tutti caratterizzati da forme inusitate tipo treccine o fiocchetti, e tutti impreziositi da una trina di semi colorati sparsi sulla crosta: papavero, sesamo, cumino.

Entrare nella piramide di Chefren, a Giza. Quando, una ventina di anni fa, ero andata in Egitto per la prima volta come ho raccontato nell’ultimo post scritto prima di partire, avevano chiuso l’accesso all’interno delle piramidi perché c’erano circa 50 gradi e il giorno prima erano svenute parecchie persone. Al momento di scegliere se farmi prendere il biglietto per entrare nella seconda piramide più grande del mondo (la prima, quella di Cheope, ha l’accesso limitato a 100 persone al giorno ed è fuori dai pacchetti dei circuiti turistici classici) non mi sono fatta scoraggiare dalla mia peraltro meravigliosa guida, che descriveva l’esperienza come del tutto evitabile. Sono entrata in un cunicolo alto 120 centimetri e largo circa 50, a doppio senso di marcia e con una pendenza iniziale di almeno il 20% in discesa. Dopo i primi dieci metri molta gente fa marcia indietro, causa la fatica fisica, la scarsità di aria e la persistente puzza di muffa. Arrivare nella sala del sarcofago, completamente vuota a parte un grande sarcofago di pietra, è comunque emozionante: sei al centro di una piramide, insomma! Nei quattro giorni successivi, il dolore a muscoli che neanche sapevi esistessero porta a rimpiangere vagamente la scelta fatta, ma dopo quasi due settimane posso dichiarare di essere perfettamente soddisfatta, e probabilmente lo rifarei pure.

Il cimitero abitato, al Cairo. La nostra guida Nasser, cairota, ci ha portato (con l’autobus, ovviamente, ma è stata comunque un’esperienza molto forte) all’interno delle strade labirintiche che serpeggiano nella “città dei morti”. Un vero e proprio cimitero tuttora funzionante come cimitero, con tombe familiari che sono sovrastate da piccole costruzioni di una o due stanze tradizionalmente da adibire come magazzino: ho scritto “tradizionalmente” perché, in realtà, le stanze di quelle tombe sono abitate da centinaia di migliaia di persone, come potete vedere nell’immagine a fianco. Il cimitero è enorme e caratterizzato da panni stesi tra le tombe, tetti di tombe completi di antenna parabolica, moschee, scuole. Nasser ci ha raccontato addirittura che, anni fa, si era recato in una tomba/casa dove si riunivano gli abitanti delle tombe/case vicine perché da lì si riusciva ad accedere a un canale satellitare di film pornografici. Eros e Thanatos, se mi si perdona il cinismo.

La piramide a gradoni di Saqqara. Non so spiegare cosa abbia di diverso dalle tre piramidi di Giza, costruite successivamente a una trentina di chilometri di distanza; probabilmente si tratta dell’atmosfera rarefatta, della lontananza da centri abitati, dell’assenza quasi totale di rumore. Le piramidi di Giza, infatti, sono praticamente in mezzo alla città e prese d’assalto dai pullman dei turisti che possono parcheggiarvi a ridosso. Saqqara, al contrario, è ai margini del Sahara (rima non voluta, ma non per questo dispiaciuta. E siamo a due) ed è talmente intrisa della sua sabbia da essere, dopo una certa ora almeno, un tutt’uno con il paesaggio sullo sfondo.

Una delle tombe nella Valle delle Regine. Sono arrivata alla Valle delle Regine intorno alle sei e mezzo del mattino: stava ancora sorgendo il sole e il cielo era costellato di mongolfiere colorate. Ma non è stata questa la cosa che, a posteriori, mi ha colpito di più, quanto la vista, in una tomba dipinta con colori ancora meravigliosamente vividi, di un minuscolo scheletro deposto in una teca. Lo scheletro, si narra, del figlio mai nato della Regina sepolta nella tomba accanto: il feto abortito era stato comunque sottoposto al laborioso processo di mummificazione, lasciandomi intendere che, per gli egiziani, la vita iniziasse ben prima del momento del parto. Quantomeno la vita di un potenziale faraone, ossia un uomo che, dopo morto, sarebbe divenuto un dio. La cosa che mi ha commossa di più, in effetti, è stato il repentino pensiero in direzione di quanto leggevo in quei giorni sui quotidiani italiani sul documento firmato dai ginecologi romani in relazione al comportamento da tenere nel caso in cui, dopo un aborto, il neonato fosse ancora vivo.

Per concludere, una brevissima spiegazione del titolo del post: il Nilo, fiume più lungo del pianeta che abitiamo (il che lo rende, almeno credo, anche il fiume più lungo di tutto il sistema solare, quantomeno), scorre da sud verso nord. Strano, vero?

Che bello che è

 Quando ti svegli al mattino dopo undici ore di sonno continuativo e la gioia di non sentire più le ossa rotte compensa la necessità oggettiva di un fazzoletto formato lenzuolo a due piazze per accompagnare il raffreddore di più vasta portata della storia.

Quando incroci per strada un cameriere che si destreggia tra i passanti con un vassoio pieno di tazzine e, mentre canta ad alta voce, ti sorride proprio mentre ti stai soffiando il naso.

Aggiornamento (un po’ cattivello). Incontrare il bello del liceo e scoprire che tu non sei più la sedicenne grassa con gli occhiali, mentre lui ha preso quindici chili, è stempiato per usare un eufemismo e mentre tu gli fai vedere le foto delle tue ultime vacanze al sole dei Caraibi lui tira fuori dal portafogli quelle del figlio… di suo fratello.

Quando annoiata leggi le statistiche del blog e, dal vertiginoso aumento degli accessi a un singolo post tutti con la medesima provenienza, ti rendi conto che un neologismo di cui vai particolarmente fiera ha una qualche raison d’être.

Quando, cercando tutt’altro, capiti serendipitamente su un test che dovrebbe rispondere alla domanda “Cual es tu capacidad de amar?” e viene fuori il seguente risultato:

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Perché è come per gli oroscopi: basta crederci. E quando succede, è bellissimo.

In vacanza con “i miei”

Andare in vacanza con i propri genitori dopo aver raggiunto, ormai da alcuni anni, una certa indipendenza economica ed emotiva comporta tutta una serie di vantaggi che, sulle prime, non avevo considerato.

In primo luogo, non ti è permesso pagare nulla: le uniche monete che sono uscite dal mio portafogli, in sette giorni, sono state quelle da un euro usate come bakshish, la mancia che è costume dare a camerieri, vetturini di calesse, portatori di valigie e una moltitudine di altre figure. E qui potrei aprire una interessante (?) parentesi su tutti i sentimenti contradditori che suscita l’essere in un paese dove tu, che a stento riesci ad arrivare a fine mese senza avere il conto in rosso, sei considerata ricca; ma non lo farò. E comunque. Senza spendere un centesimo, ma foraggiata in toto dai miei, sono tornata a casa con una sacca piena di tutti quegli oggetti, in gran parte inutili, che una turista non può non acquistare con la scusa di contribuire all’economia locale:

immagine-2.png

sei bottigliette di vetro piene di sabbia colorata a formare disegni astratti (su una, ma giuro che non me n’ero accorta al momento dell’acquisto, c’è un cammello tra le palme; è quella nella foto);

sciarpe colorate che si stingeranno al contatto con la prima goccia d’acqua;

un tatuaggio all’henné sul dorso della mano che, causa mia disattenzione, si è espanso più del dovuto (anche su un paio di pantaloni);

una scatoletta di essenze di fiore di loto, fiore di gelsomino e una terza chiamata “segreto del deserto” che spacciavano per afrodisiaca;

cinque collane di “odorosi” semi di sandalo delle quali dovrò sbarazzarmi prima che, invece del profumo, si mettano a produrre insetti di vario tipo;

sei o sette stecche di sigarette tra cui, per l’assurda cifra di sei euro, una di infumabili, egizianissime Cleopatra;

un papiro (sì, proprio un trashissimo papiro!) con raffigurata Nut, la dea egizia del cielo che mangia il sole al tramonto e lo partorisce all’alba e che tanto mi piaceva quando avevo otto anni per il suo corpo ricoperto di stelle;

mezzo chilo di foglie di karkadé perché ho scoperto che, bevuto fresco, è molto più dissetante di qualsiasi bibita gassata (che tanto, causa dieta, non posso bere) e, soprattutto, che è utilissimo per sedare qualsiasi forma di desiderio, da quello sessuale a quello alimentare;una decina di bustine contenenti spezie di vario tipo, tutte rigorosamente sconosciute e comunque prive di etichetta che le identifichi, parte delle quali ha poi avuto il buon gusto di espandersi all’interno della valigia;

per finire, un sacchetto pieno di fiori di loto essiccati che, messi nell’acqua con qualche goccia dell’essenza di cui sopra, dovrebbero (secondo lo stentato italiano del negoziante che me le ha vendute) profumare tutta la casa per giorni e giorni – considerando che vivo in meno di quaranta metri quadri, forse è il caso che faccia prima una prova, giusto per non morire asfissiata dall’odore.

L’aspetto economico, però, è soltanto uno dei tanti vantaggi che la presenza dei genitori comporta all’interno di un gruppo di persone sconosciute che, volente o nolente, diventano per qualche giorno i tuoi compagni di vita.

Il fatto che tale gruppo sia in gran parte costituito da famiglie con bambini in età scolare, ad esempio, fa sì che, durante gli occasionali momenti di conversazione, la domanda più frequente che ti senti rivolgere sia “Cosa studi all’università?”, quando tu l’università l’hai finita da più tempo di quanto non abbia impiegato a laurearti. La gente, infatti, semplicemente non concepisce che una ragazza sopra i ventidue, massimo ventitrè anni, possa scegliere di trascorrere una vacanza con i genitori, quindi presume che la tua età non superi quella considerata opportuna per tale azione. Il che, di per sé non è un gran vantaggio, a meno che tu, ragazza ben oltre i ventidue anni, non ritenga l’attribuzione di un’età anagrafica molto inferiore a quella reale una coccola al proprio ego– e purtroppo non è il mio caso, ma potrebbe essere quello di molte, credo; per questo l’ho scritto.

E poi. Poi c’è l’estrema tranquillità che deriva dalla consapevolezza che, se nessuno ti si fila, non è perché sei brutta / grassa / secca / antipatica / noiosa o tutte quelle altre cose che temi di essere quando nessuno ti si fila, ma perché gli unici uomini in età papabile (sopra i venticinque e sotto i quarantacinque, per me) sono in viaggio di nozze con la novella consorte; per di più, il fatto che nessuno ti si fili si rivela, in questa occasione, una manna dal cielo, perché fosse altrimenti dovresti arrabattarti a inventare scuse da accampare con papà e mamma per poterti appartare con il corteggiatore di turno. E se a quindici anni la scusa di andare a dormire da un’amica era vagamente plausibile, con il doppio dell’età e su una nave che scorre placida contro la corrente del Nilo un’assenza prolungata sarebbe ben difficile da giustificare.

Certo, poi ci sono tutte quelle piccole nevrosi e idiosincrasie di cui mi ero dimenticata: il fastidioso tic di mio padre quando qualcosa lo indispettisce; mia madre che ogni tre secondi si volta per guardare se ci sono ancora – anche quando stiamo camminando lungo il corridoio che porta alle cabine – e che rendendosi conto che le sono appiccicata fa un sospiro di sollievo come se si fosse aspettata invece di non rivedermi mai più; il sentirmi un po’ controllata e dovermi giustificare se, alle nove e mezza di sera, invece di andare a dormire preferisco restare ancora un po’ sul ponte a leggere e guardare il paesaggio; il timore che mio padre si inimichi per sempre i nostri compagni di tavolo con una delle sue micidiali battute sarcastiche.

E c’è uno strano e malinconico rovesciamento dei ruoli: perché sono io, adesso, quella a cui rivolgersi per gli approfondimenti storico artistici in quanto detentrice di quel tomo di seicento pagine che si ostinano a chiamare guida di viaggio; perché sono io, adesso, a osservare con una leggera inquietudine i passi dei miei genitori ultra-sessantenni lungo un sentiero dissestato; perché sono io, adesso, a controllare che mia madre abbia chiuso la borsetta e mio padre messo il portafogli nella tasca davanti quando al Cairo ci portano a passeggiare in un bazar; perché sono io, adesso, a farmi carico di sollevare le valigie di tutti dal nastro trasportatore dell’aeroporto e a ricordare a mio padre che si è dimenticato la tracolla accanto al metal detector.

E infine, c’è la triste consapevolezza che né mia madre né mio padre sono stati in grado, su più di venti tentativi nell’arco di mezzora, di scattarmi una foto davanti alle piramidi di Giza in cui non sia venuta tragicamente male. Avrei dovuto chiederlo a Edoardo, il mio compagno di tavolo di undici anni, probabilmente. Se non fosse che quella che lui mi aveva fatto ad Abu Simbel e in cui, se non altro, il tempio compariva nella sua maestosa interezza, avevo un’espressione naturale e mi si vedeva tutto il viso, mia madre, “del tutto inavvertitamente”, era riuscita a cancellarla. E non me la sono proprio sentita di svilirla così un’altra volta.

Vorrà dire che, per poter finalmente avere una foto con la mia faccia che non assomigli a una immagine segnaletica e con le tre piramidi tutte insieme senza le punte troncate di netto, dovrò tornare presto a camminare con gli egiziani.

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Walk like an Egyptian

Quando avevo dodici, forse tredici anni smisi di andare in vacanza con i miei genitori. Appena cominciai a sentire il profumo dell’adolescenza; appena provai l’ebbrezza di andare in vacanza da sola, con persone che non avevo mai visto prima di partire; appena iniziai a rendermi conto che dividere una stanza da letto è bello se chi è intorno a te è propenso – o per lo meno disposto – a trascorrere metà della notte a parlare.

Mi si prospettano otto giorni con loro, adesso – ma in stanze separate. Otto giorni di vacanza in un periodo in cui solitamente lavoro sino a sfinirmi. Otto giorni di sole e riposo e immersioni – non nel mare, bensì nel passato remoto. Otto giorni di viaggio organizzato (unica nota dolente): volo charter più crociera più hotel – con – piscina più negozi – di – souvenir.

Viaggio organizzato: concetto neutro, all’apparenza, che nasconde le peggiori insidie mai concepite dall’umano ingegno. Già immagino un gruppo composto di coppie di mezza età e coppie giovani in viaggio di nozze. Un gruppo di persone che emetteranno striduli gridolini alla vista del tempio di Abu Simbel e non smetteranno di scattare foto alla loro dolce metà appena giunti in prossimità della Sfinge.

L’ultimo – nonché unico – viaggio organizzato a cui abbia mai partecipato risale a quando ancora avevo i denti da latte; anzi, i due incisivi erano appena caduti, facendo sì che nelle foto compaia con un fantastico sorriso caratterizzato da due bei buchi proprio al centro della bocca.

Mio padre era in Australia per lavoro durante tutto il mese di Agosto e mia madre, con un coraggio che non le avrei mai attribuito, si caricò me e una montagna di valigie sulla Motonave Achille Lauro proprio poche settimane prima del famoso dirottamento - o sequestro che dir si voglia.

Tra una festa in maschera e uno spettacolo di cabaret, tra i faraglioni di Capri e l’approdo a Cipro (pun intended), ricordo vagamente quest’uomo dall’aria sospetta (sono lombrosiana, lo so) che si aggirava negli anfratti più bui della nave – probabilmente, a posteriori, si trattava di qualcuno coinvolto nel sequestro impegnato nei sopralluoghi.

Ricordo inoltre con estremo rammarico e con rabbia acuta la sensazione di trascorrere, durante le escursioni, molto più tempo all’interno dei negozi di souvenir rispetto a quello passato a visitare i monumenti che lì vendevano in scala ridotta per pochi soldi (si fa per dire).

Chissà se le cose sono cambiate, dopo più di vent’anni. Me lo auguro – soprattutto, toccando ferro, per quanto riguarda uomini dall’aspetto losco che si aggirano per la nave con l’aria di chi sta prendendo nota di spazi e vie di fuga.

Farò come gli artisti dell’Antico Regno: guarderò la natura che mi circonda e ne rappresenterò ogni aspetto secondo il lato più esplicativo. Volto di profilo ma occhio di fronte, braccia viste di lato ma il busto da davanti. E soprattutto – chissà se mai ve ne eravate accorti – al fondo del corpo, là dove l’uomo si fonde con la terra che lo sorregge, due piedi uguali, sinistri o destri, con l’alluce sempre in primo piano. E farò come gli artisti del Nuovo Regno che, centinaia di anni dopo, nulla cambiarono rispetto ai loro maestri.

Oppure, in un impeto di voglia di vivere, avrò lo slancio di Akhenaton: unico, in migliaia di anni, a voler provare a cambiare le cose facendo rappresentare il dio Aton non in forma antropomorfa, ma come un sole i cui raggi terminano con delle mani, alcune delle quali reggono un simbolo della vita.

Perché l’immobilismo nell’arte può anche andare bene, ma nella vita no: si riproducono le cose belle, eppure allo stesso modo si portano avanti gli errori più marchiani, come nel caso dei piedi. Senza contare poi che anche le cose belle, in fondo, se ripetute sempre uguali a se stesse dopo un po’ perdono lo smalto che le caratterizzava inizialmente.

E subentra la noia, che non ci piace nemmeno un po’.

Buona settimana a tutti, e a presto ma non troppo :)

Consiglio di lettura

Non c’entra nulla con i contenuti di questo blog (ammesso e non concesso che “qui” esista una cosa di simile a una linea editoriale, cosa di cui sono sicura fino a un certo punto), ma tanto per cambiare un po’ rispetto ai soliti argomenti, consiglio vivamente di andare a casa di Isa e leggere:

Agenda di lettura

E di non limitarsi al post in sé e per sé - pur molto stimolante - ma di proseguire fino ai commenti, dove si entra sempre più nel vivo della questione.

Ah, la questione è la seguente, semplice e complessa allo stesso tempo: interazione tra l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione di massa (altrimenti noti come media). E, come scrivevo sopra, nei commenti si struttura una ipotesi di discussione sul possibile ruolo dei blog.

E con ciò torno al trasloco dell’ufficio, sperando di aver contribuito almeno un po’ a portare linfa alla conversazione - d’altronde anche questo è un possibile ruolo di un blog, no? Senza desiderio di influenzare né manipolare - forse anche perché, almeno per la sottoscritta, non vi sono pressioni esterne di alcun tipo: niente prodotti da vendere, nessun capo da assecondare, nessuna ansia relativa alla propria formazione professionale; niente di niente fuorché il piacere di scrivere e di leggere. Almeno qui, vivaddio :)

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